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Appunto del traduttore

Per indicare il giudeo, si trova, nell'originale, il termine dispregiativo jidan. Data la deplorabile assenza, nella lingua italiana, di un vocabolo corrispondente al romeno jidan, siamo stati costretti a rendere il termine dispregiativo usato da Codreanu con gli incolori giudeo ed ebreo. (Sarebbe stato un tradimento ancor più grande nei confronti dell'originale usare il rispettoso vocabolo israelita, vocabolo adoperato costantemente nella I Edizione del libro).

Tradurre jidan (o jidov) in francese sarebbe stato già più facile, data la presenza, nel lessico francese, di youtre e di youpin.

Una volta Codreanu usa il termine tîrtan (voce dialettale moldava): invece di tradurre con ebreaccio, come fece il I traduttore, abbiamo preferito rispettare il significato di tîrtan, che vuol dire piattola. Per maggior comprensione del lettore, abbiamo tradotto piattola ebraica. Parimenti, il termine jidanime ci ha posto di fronte a un problema di non facile soluzione. Jidanime è la juverie dei Francesi, la juderia degli Spagnoli, la zsidòsàg degli Ungheresi, ma con l'aggiunta di una buona dose di disprezzo. Ci si perdoni quindi l'audacia, ma siamo stati costretti a coniare il neologismo giudeame.

I Devoto, gli Anceschi e i Segre non ce ne vogliano.

* * *

Codreanu usa molto raramente i vocaboli patrie e natzie (patria e nazione), parole entrate nel lessico romeno allorché il vizio borghese cominciò ad infettare anche la Romania. Per indicare la «patria» e la «nazione», la lingua romena usa, rispettivamente, tzara (terra) e neam (stirpe). Patrie e natzie hanno soppiantato in parte l'uso dei termini tradizionali.

Neam non ci ha creato problemi nella nostra opera di versione, ché abbiazno sempre agevolmente tradotto con stirpe.

La parola tzara, invece, finché si è potuto, è stata resa con terra. Quando non è stato possibile, siamo ricorsi a paese.

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Tzaranime, corrispettivo romeno del Bauerntum tedesco e del parasztsàg ungherese, è stato reso con la voce contadinato, mentre la versione del 1938 recava i contadini o... la classe coutadina!

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Il romeno cuib [cfr. lat cubare, cubile] possiede vari significati, fra i quali: nido, covo, focolaio.

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Se nella nostra traduzione abbiamo conservato il termine originale, è perché i vocaboli italiani sopra citati non riproducono il senso in cui viene usata, in queste pagine, la parola cuib.

Tradurre cuib con nido, covo o focolaio avrebbe significato fornire una versione incompleta del termine usato da Cudreanu. Altri, preoccupato forse di evitare una scandalosa comparazione del cuib con la «cellula», non ha nemmeno tentato di semantizzare il termine cuib: ha eliminato la questione, dicendo che «l'espressione rumena è difficilmente traducibile in lingua italiana» (1). D'altra parte, certe «spiegazioni» sono perfettamente adatte a un certo tipo di pubblico. La traduzione meno inesatta di cuib potrebbe risultare dalla sintesi dei significati delle parole italiane riportale più sopra.

«Nido, nella sua accezione figurativa e simbolica di «rifugio», con quanto ciò può implicare di intimità e di solidarietà, renderebbe bene l'aspetto cameratesco del cuib, qualora all'uso del termine italiano in tale accezione non fosse legato qualcosa di romantico e di sentimentale.

«Covo», assunto nell'accezione significante un «ricettacolo», indica generalmente il luogo da cui parte un'azione politica tendente a sovvertire gli ordinamenti civili e sociali.

Del resto, cuib significa anche, in romeno, «ricetto di malfattori» (2).

«Focolaio», infine, indicando un centro di diffusione e di irradiazione di un processo patologico, si riferisce con esattezza formale al momento in cui un legionario si stAcca dal cuib per fondarne un altro.

 

Note

1- Sburlati, Codreanu il Capitano, pag. 69. torna ^

2- Mussolini si compiaceva di chiamare «covo» la sede di via Paolo da Cannobio. torna ^

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