[323]
I Motzi vivono ancora sui monti in mezzo alla Transilvania.
Come anche i monti, la loro storia secolare è quasi percorsa da due correnti di fuoco: la miseria -sono i soli Romeni e forse i soli uomini della terra che non abbiano mai conosciuto, durante tutta la loro storia, un solo giorno di benessere e d'abbondanza -e la lotta per la libertà.
Tutta la loro vita è stata una lotta per la libertà. Essi ci hanno dato Horia, Closca e Crisan e hanno sostenuta la rivoluzione del 1784; ci hanno rlato Avram lancu e hanno lottato nel 1848. Nei loro monti, la storia conosce oltre 40 rivolte contro la dominazione ungherese, tutte soffocate nel sangue. Ma la loro fierezza non venne mai piegata.
Negli ultimi tempi la voce tribunizia di Amos Frîncu e quella del capitano Emil Siancu -essi stessi Motzi- risuonarono nel deserto come un grido d'allarme.
Nei monti vi erano miniere d'oro; gli sfruttatori si erano arricchiti uno dopo l'altro, e ancora si arricchivano, mentre essi erano sempre rimasti senza vestiti e senza pane:
«Muntzii nostrii aur poarta,
Noi cersim din poarta in poarta»1.
La roccia grigia è nuda, nulla cresce su di essa, né frumento né granturco. La sola ricchezza è l'oro che si trova nelle mani degli sfruttatori e la sola possibilità di vita sta nel legname dei boschi.
Mille anni è durato il calvario della dominazione straniera, mille anni di tenacia confortati dal pensiero che una buona volta [324] la Grande Romania sarebbe venuta a salvarli, si sarebbe, finalmente, occupata della loro sorte e della sorte dei loro figli, riparando la lunga crudele ingiustizia, ricompensandoli per la tenacia millenaria, per la sofferenza e per le lotte.
Soltanto chi non ha madre non sa che cosa sia la carezza, soltanto chi non ha Patria non conosce né conforto, né ricompensa. La Patria compensa sempre i suoi figli, quelli che hanno atteso la sua Giustizia e hanno creduto in lei, quelli che hanno combattuto e sofferto per lei: come avrebbe non potuto ricompensare anche i Motzi per l'infinita loro tenacia, la loro sofferenza, il loro eroismo?
Ma dopo la guerra ogni uomo, e specialmente ogni uomo politico, s'era occupato di «sé», della sua persona, della sua situazione economica, elettorale, politica; cosicché i Motzi erano stati dimenticati. Chi si occupa soltanto di «sé», non può più occuparsi degli «altri», e chi è assillato dalle preoccupazioni del presente, non può più vivere col pensiero e col sentimento nella storia, e aver cura, agendo in nome della Patria, di compiere le grandi riparazioni e di dare le ricompense storiche che questa deve ai valorosi.
Ed essi non solo erano stati dimenticati, ma erano stati lasciati in balia di tutti i sensali ebrei, che nella corsa al guadagno si erano infiltrati nei loro monti, dove mai il piede dello straniero aveva potuto posarsi, e avevano tolto loro l'unica possibilità di vita, portando le seghe fin sulle vette dei monti, abbattendone i boschi e lasciando soltanto la roccia nuda.
«O Iancu, de ce nu învii,
Sa-tzivezi tu muntzii tai pustii!».2
Nella loro dolorosa canzone essi invocavano Iancu, il loro eroe, perché vedesse i monti nudi e i «boschi rasi» dalle bande dei giudeoli, sotto il dominio della Grande Romania, nei giorni della tanto attesa vittoria della stirpe.
In verità, che tragedia spaventosa resistere per dieci secoli a tutte le oppressioni e poi morire di fame e di miseria in quella Grande Romania attesa per un millennio!
[325]
Era essa che aspettavano, era stata essa il solo appoggio morale che li avesse sostenuti; ora anche questa speranza era crollata.
Essi non avevano pane, ma vivevano di speranza. E la Grande Romania non ha rappresentato per questo popolo la risurrezione e il trionfo, la gloriosa ricompensa, dopo mille anni di sofferenza, da parte di tutta la stirpe. Per questo ci sarebbe voluta l'anima di Stefan cel Mare, non l'anima di pigmeo del politicante romeno. Per loro, la Grande Romania era stata il crollo nella disperazione della morte.
Questi politicanti deturpavano la nostra nazione. Perché una stirpe, al di sopra di qualunque interesse, ha degli obblighi morali da assolvere, e se non lo fa, resta macchiata.
* * *
Impietosito dalla lettera d'un maestro di Bistra, vicino a Cîmpeni, mi recai in treno sul posto, per vedere anch'io che cosa vi succedeva.
Traspostato dal trenino, risalivo col cuore stretto le vallate gloriose dei Monti occidentali, dove aveva danzato la morte in decine di combattimenti e dove errano gli spiriti di Horia e di Iancu.
A una stazione m'avvicinai a un contadino, un Motz. Sul suo vestito c'erano almeno venti toppe, espressione d'una miseria incomparabile. Vendeva dei cerchi di legno per vasi, lavorati da lui; li vendeva per un prezzo irrisorio. Gli occhi infossati nelle orbite, le guance smunte, era una figura mite, dallo sguardo timido e astratto. Chi ne ha l'esperienza, legge in questi occhi il dolore e vi scopre la fame: l'uomo tormentato dalla fame.
In quegli occhi dolci, che ispiravano pietà, non c'era nessuna preoccupazione, nessun interesse per la vita.
- Come ve la passate qui?
- Gli domandai io.
- Bene! Bene, grazie.
- Ma c'è granturco, ci sono patate?
- Sì, sì.
- Avete di tutto, da mangiare?...
- Si, abbiamo... abbiamo...
[326]
- Sarebbe a dire, non vi va male?
- No... No!...
Mi squadrava ogni tanto, mostrandosi poco disposto a parlare, perché chissà in quali plaghe di disperazione errava con la mente e, nella ereditaria nobiltà della razza, non voleva lamentarsi davanti ad un estraneo.
Finalmente arrivai a Bistra, e mi recai dal maestro che mi aveva scritto. Vi rimasi un giorno, visitando le povere case dei Motzi. Uno sciame di bimbi aspettavano tremanti dal freddo per due o tre settimane, per un mese o più, i loro genitori partiti col cavallo e il carro per portar loro un sacco di farina gialla, in cambio dei cerchi di legno e dei mastelli che lavoravano e andavano poi a vendere a centinaia di chilometri di distanza, nelle regioni verso le quali Dio era stato più generoso.
Durante l'anno il Motz trascorre alcuni mesi a casa e il resto va in giro per procurare la polenta ai suoi bambini.
Mi diceva il maestro:
- Nemmeno durante la dominazione ungherese gli stranieri poterono stabilirsi qui, ma ora ecco che si è installata la segheria di una società ebraica di Oradea, che s'è impadronita dei boschi e li va abbattendo. La loro povera vita i Motzi se la guadagnavano lavorando il legno. D'ora in poi, non avranno più nemmeno questo. Sono condannati a morire.
Spinti dalla fame e dal bisogno vanno a lavorare sotto gli ebrei, abbattendo da soli gli alberi del bosco per 20 lei al giorno: ecco quanto resta al Motz di tutta la ricchezza che scorre a valle in lunghi treni. E quando finirà il legname del bosco, sarà finita anche per noi. Ma c'è qualcosa di più triste: noi abbiamo vissuto per centinaia d'anni una vita virtuosa. Ora gli ebrei ci hanno portato il vizio e la dissolutezza. Ci sono più di 30 ebrei in questa fabbrica, e il sabato sera, quando riscuotono la paga, trattengono le ragazze e le donne dei Motzi, le oltraggiano e fanno orge fino al mattino. Malattie morali e fisiche distruggono i villaggi insieme con la povertà e con la miseria
E non si può dir niente, non si può tentar nulla, perché questi ebrei mantengono relazioni di stretta amicizia con tutti i politicanti che sono dei padroni onnipotenti. Le autorità sono a loro discrezione, dai gendarmi sino in alto.
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E se si cerca di dire qualche cosa, si è immediatamente accusati «di istigare all'odio» una parte di cittadini contro gli altri cittadini: «di turbare l'armonia sociale» e «la buona connivenza» nella quale i romeni hanno sempre vissuto «con la pacifica popolazione ebraica», di non essere «cristiani» perché Gesù Cristo ha detto: «Ama il prossimo tuo», anche quello che fa il male, ecc.
Se si dice una sola parola, si è arrestati come «attentatori alla sicurezza dello Stato» e come istigatori alla «guerra civile», insultati e perfino picchiati. Comandano alle autorità e bisogna tacere e assistere al disastro della stirpe. Sarebbe meglio che Dio ci togliesse la vita, per non vedere più coi nostri occhi è non sapere più niente.
* * *
Il sangue mi montava alla testa, e di nuovo mi passava per la mente di prendere il fucile, salire sui monti e sparare senza pietà sulle bande dei nemici venduti, dato che le autorità romene e le leggi della Grande Romania potevano proteggere simili delitti contro la nazione romena, contro il suo onore e il suo avvenire, e che queste leggi e queste autorità vendute avevano precluso ogni speranza di giustizia e di salvezza.
Tornai a Iasi con l'animo tormentato, sotto il peso che tutta questa nostra stirpe portava su di sé.
Com'è spaventosa l'alienazione della classe dirigente d'un popolo, della sua classe politica e culturale! I letterati e gli scrittori trovano argomenti da trattare in ogni nonnulla, si pubblicano libri su libri, le vetrine delle librerie sono piene. Che dirà l'avvenire di costoro, se per una tragedia storica come quella dei Motzi, accaduta sotto i loro occhi, essi non hanno saputo trovare una sola parola che fosse nello stesso tempo anche un segnale d'allarme per il popolo stordito da tutta questa letteratura scandalosa che l'addormenta e gli nasconde la via dell'avvenire e della vita?
Come dovrà la stirpe considerare questi scrittori, questi letterati, la cui santa missione è proprio quella di denunciare i pericoli che minacciano la sua esistenza fisica e morale e [328] d'illuminarle le vie dell'avvenire? E come dovrà essere considerata questa classe dirigente di «oratori», in parlamento e in tutti i crocicchi, che ha disertato dal suo obbligo più elementare, quello di vegliare sulla vita e sull'onore della stirpe?
* * *
Mentre col piccolo treno scendevo da Bistra verso Turda, nel mio stesso scompartimento salì il direttore della fabbrica di Bistra, un ebreo grasso che pareva scoppiar fuori dai vestiti e che dava l'impressione di una vita trascorsa nell'abbondanza. Non credo che uno come lui abbia conosciuto una sola volta nella vita che cosa sia la fame.
Alla stazione successiva sali un giovane, circa della mia età: capii subito che il direttore e lui erano conoscenti e amici in ottimi rapporti, e che il giovane era romeno.
L'ebreo si versò del caffè e latte da un termos, tolse delle fette di panettone da un pacco, e si mise a mangiare con una fame da lupo, tanto che dapprima non pensò a offrirne al suo conoscente. Quando poi riparò alla dimenticanza, il giovane accettò una fetta di panettone e una tazza di caffè e cominciò a mangiare un po' timido, mostrandosi riconoscente e rispettoso davanti al ricco ebreo per l'«attenzione» che gli aveva usata.
Le cinque del mattino: non era ancora giorno. Il venerdì prima di Pasqua: il Venerdì di Passione. Mi domandavo addolorato: chi sarà mai questa canaglia di giovane romeno, che in questo giorno, mentre tutto il mondo cristiano digiuna, mangia vicino all'ebreo, vicino al carnefice dei romeni, del panettone?
Dalla loro conversazione appresi che era ingegnere forestale. L'ebreo aveva una gran voglia di chiacchierare: non faceva che parlare e scherzare.
A un certo momento, tirò fuori un grammofono, mettendovi un disco sopra l'altro e facendolo suonare: tutto quello che si può immaginare di più sconveniente. Io stavo in un angolo del vagone, ascoltando senza dire una parola, e guardando fuori dal finestrino.
Cominciava ad albeggiare. Per la strada scendevano, silenziosi e tristi i Motzi, camminando ciascuno accanto al muso del [329] suo cavallo. Andavano al mercato, a Turda, con un sacco di carbone su ogni carro; facevano 60 chilometri per venderlo e comperare, non vestiti nuovi, non giocattoli, ma qualche chilogrammo di farina gialla, da portare per Pasqua ai bambini; era tutta la gioia che potevano loro procurare.
* * *
11 mio cuore era colmo di dolore e di angustia. Non bastava che questi predoni togliessero loro il pane: profanavano, insultavano, in quel Venerdì di Passione, anche la loro povertà, la loro fede. Passavano cantando e deridendo per quelle strade di patimenti millenari, per le quali, per rispetto alla sofferenza e al dolore umano, nessun uomo al mondo poteva passare se non nel più profondo silenzio e nel più assoluto rispetto, e a capo scoperto di fronte al popolo affamato che camminava adagio sotto l'impeto spietato della sorte.
Quando si fece giorno, quattro occhi si incontrarono: i miei e quelli del giovane. Capii che mi aveva riconosciuto: confuso, non sapeva più dove stare. L'avevo riconosciuto anch'io: era stato studente nazionalista cristiano nel 1923. Lo avevo visto, nelle prime file d'un gruppo studentesco, cantare durante una manifestazione:
«Si vom strivi jidanii sub calcîie,
Sau vom muri cu glorie».3
Pensavo, pieno d'amarezza:
- Se tutti i giovani che lottano saranno domani così, questa nostra stirpe dovrà morire: per la conquista ebraica, per il diluvio, per la sofferenza o la dinamite -poco importa- ma dovrà morire.
La trascorsi in due marce; coi giovani delle «Fratzie de Cruce» di Galatzi e Focsani e coi legionari. Volevo condurli per le strade tante volte battute da me, per vivere il più possibile [330] con loro, per osservarli, per studiarli, perché vedessero anche loro la bellezza di questa nostra terra.
D'ora in poi, in tutte le altre marce che avrei fatto, avrei cercato di sviluppare nei giovani legionari, in primo luogo, la volontà: con lunghe marce, sotto pesanti fardelli, sotto la pioggia, al vento, col caldo tropicale o nel fango, ben allineati e a passo cadenzato, proibendo loro di parlare per ore intere; con una vita aspra, dormendo nel bosco e mangiando con sobrietà; con l'obbligo di essere severi con se stessi, sotto tutti i riguardi, cominciando dal comportamento e dai gesti; indicando ostacoli che avrebbero dovuto superare, scalando rocce, attraversando corsi d'acqua.
Intendevo far di loro degli uomini volitivi, che guardassero diritto e si comportassero virilmente di fronte a qualunque difficoltà. Per questo non avrei mai permesso loro di evitare l'ostacolo ma soltanto di superarlo.
Al posto dell'uomo debole e vinto che si piega sempre ad ogni soffio di vento, dell'uomo che predomina in virtù del numero, in politica come nelle altre occupazioni, dovevamo creare per questa stirpe un vincitore. Inflessibile e implacabile.
Con l'istruzione di gruppo avrei cercato, in secondo luogo, di sviluppare la coscienza di corpo, di unità: uno spirito di uniti. Osservavo che l'istruzione di gruppo esercitava una grande influenza sull'intelletto e sulla psiche dell'uomo, dando ordine e ritmo alla sua intelligenza e ai suoi istinti anarchici.
Infliggendo punizioni, avrei cercato infine di sviluppare il senso della responsabilità, il coraggio di assumere ciascuno la responsabilità delle proprie azioni; perché niente è più disgustoso d'un uomo che mente e rifugge dalle responsabilità.
Ho punito regolarmente, senz'eccezione, per ogni trasgressione. A Vatra-Dornei ho punito un giovane perché aveva provocato un conflitto nel parco.
A Dorna-Cozanesti accadde qualche cosa di più grave, non per le conseguenze ma perché rivelava una certa forma mentale: quattro giovani erano andati in una bettola ebraica, avevano chiesto sardine, pane, vino, e dopo aver mangiato, si erano alzati e, invece di pagare, uno di essi aveva estratto la rivoltella e aveva minacciato l'ebreo di ammazzarlo se avesse detto qualche cosa, [331] fornendo a giustificazione il fatto che essi appartenevano al gruppo di Corneliu Codreanu.
Lo punii. Il giovane, lasciato con tale mentalità, avrebbe provocato la propria disgrazia, non quella dell'ebreo al quale aveva rubato una scatola di sardine. D'altra parte nel mondo legionario la punizione non può far nascere risentimento, perché tutti siamo soggetti a sbagliare. La punizione significa, nella nostra concezione, l'obbligo per l'uomo d'onore di riparare al suo errore; espiato il quale, l'uomo è libero del suo peso come se non fosse accaduto niente.
Questa punizione, il più delle volte, è un lavoro; non perché il lavoro abbia un carattere di condanna, ma perché dà la possibilità di riparare, con un bene, al male che si è fatto.
Per questo il legionario accetterà sempre e subirà serenamente una punizione.
Erano trascorsi più di due anni da quando la Legione era stata creata. I cuib si erano moltiplicati per tutta l'estensione del paese; si sentiva ora il bisogno d'intensificare, adoperando e stimolando queste piccole forze, il movimento iniziato. La sola via legale che potesse permettere l'adozione di misure per la soluzione del problema ebraico, era la via politica, che presupponeva il contatto con le masse popolari. Buona o cattiva, questa era la via che la legge metteva a nostra disposizione e nella quale, prima o poi, avremmo dovuto entrare. Con Lefter e con Potolea fissammo la prima manifestazione pubblica legionaria a Tg. Beresti, nel Nord del circondario di Covurlui, per il 15 dicembre. La decisione era già stata presa sin dall'8 novembre, quando una nuova schiera di legionari, venuti da diverse parti del paese in occasione della festa del patrono della Legione, avevano prestato giuramento.
Contemporaneamente mandai Totu nella provincia di Turda, perché, insieme con Amos Horatziu Pop, intensificasse anche là la propaganda legionaria, preparando anche una riunione.
[332]
Il 14 dicembre sera ero a Beresti. Alla stazione m'aspettavano Lefter, Potolea, Tanase Antohi e altri. La cittadina era un vera alveare di giudeame; una casa addossata all'altra, bottega accanto a bottega. L'unica strada passava in mezzo alla cittadina; fango sino alle caviglie. Ai lati, marciapiedi di legno. Fummo ospitati da Potolea.
La mattina dopo, sulla porta, mi vennero incontro il maggiore dei gendarmi e il procuratore, venuti da Galatzi, e mi dissero che non avevo il permesso di tenere la riunione
Risposi loro:
- Quello che loro pretendono non è né giusto né legale. In questo paese tutti hanno il diritto di tenere riunioni, i Tedeschi, gli Ungheresi, i Turchi, i Tartari, i Bulgari, gli Ebrei. Soltanto io non devo avere questo diritto? La loro misura è arbitraria. È fuori della Legge e io non mi sottoporrò. Terrò la riunione a qualunque costo.
Finalmente, dopo molte discussioni, mi fu concesso di tenere la riunione, purché non provocassi disordini.
Che cosa potevo fare? Quali disordini? Scassinare le case? Era la mia prima manifestazione pubblica: non avevo io tutto l'interesse che essa si svolgesse nel più perfetta ordine, per non perdere il diritto di tenerne anche altre?
All'ora fissata, si riunì un numero molto scarso d'uomini: appena un centinaio. Da essi sapemmo che molta gente avrebbe voluto venire, ma era stata trattenuta dai gendarmi nei paesi.
Tutta la riunione durò cinque minuti: un minuto parlò Lefter, uno Potolea e il resto io. Dissi: - Sono venuto per tenere una riunione, ma le autorità trattengono gli uomini con la forza. Contro tutti gli ordini, terrò dieci riunioni! Portatemi un cavallo e andrò a cavallo di villaggio in villaggio per tutto il distretto di Horinca!
Il cavallo era del resto la sola possibilità di locomozione con tutto quel fango. Due ore dopo, mi portarono un cavallo e partii; dietro a me, a piedi veniva Lefter con altri quattro legionari.
Quando arrivai al primo villaggio, Meria, nel cortile della chiesa, la gente si riunì tutta in pochi minuti: uomini, donne e [333] bambini. Dissi loro poche parole e non esposi nessun programma politico:
- Uniamoci tutti, uomini e donne, per creare per noi e per la nostra stirpe un'altra sorte, S'avvicina l'ora della resurrezione e della redenzione romena; chi crederà, chi lotterà e soffrirà sarà ricompensato e benedetto da questa stirpe. Tempi nuovi battono alle nostre porte! Muore un mondo dall'anima arida e secca e un altro ne nasce dall'anima piena di fede.
In questo mondo nuovo, ognuno avrà il suo posto, non secondo l'istruzione, non secondo l'intelligenza, non secondo la scienza, ma in primo luogo secondo la sua fede e secondo il suo carattere
.Continuai il mio viaggio, e dopo circa quattro chilometri arrivai a Slivna. Era scesa la sera; ma la gente m'aveva aspettato per la strada con le candele accese. All'inizio del paese mi venne incontro un cuib di legionari guidati da Teodosiu. Parlai anche lì. Poi proseguii verso il villaggio di Comanesti, guidato dal cuib di legionari di Slivna, per strade che non avevo mai percorse.
Anche qui gli uomini m'aspettavano con lanterne e candele e i giovanotti cantando.
Tutti mi accoglievano con gioia, senza differenza di partiti politici. Non ci conoscevamo, ma pareva che fossimo amici da che mondo e mondo; le inimicizie si erano sciolte: eravamo un'anima sola, una sola stirpe.
La mattina del giorno dopo proseguii: ma ormai non ero più solo. Tre uomini n cavallo avevano chiesto di accompagnarmi e mettemmo in cammino insieme. Al margine del villaggio di Ganesti, ci fermammo da Dumitru Cristian: un uomo sulla quarantina, con una figura da «haiduc» e uno sguardo acuto. Nazionalista e militante, fin dai tempi dei movimenti studenteschi, egli staccò i cavalli dal carro, ne sellò uno e venne con noi. Presto il nostro numero si accrebbe di Dumitru e Vasile Popa, Flasan e Chiculitza.
Così, andando di villaggio in villaggio, il numero degli uomini a cavallo arrivo a venti. Eravamo tutti giovani dai 25 ai 30 anni; soltanto alcuni erano fra i 35 e i 40, e il più anziano era il vecchio Chiculitza di Cavadinesti, di circa 45 anni. Divenuti così numerosi, sentimmo il bisogno di un distintivo, di un'uniforme. Ma non avendone la possibilità, ci contentammo d'infilarci tutti, [334] sui berretti di pelo, delle penne di tacchino. Così entravamo cantando nei villaggi, e cantando e al trotto dei cavalli si passava sui colli lungo il Prut, dove tante volte erano passati e avevano combattuto i nostri antenati; quasi fossimo le ombre di coloro che anticamente avevano difeso la terra di Moldavia. Viventi di ora e morti di allora eravamo la stessa anima, la stessa grande unità -portata dai venti sulle vette dei colli- del romenismo. La notizia del nostro arrivo veniva diffusa da uomo a uomo per tutti i paesi; la gente ci aspettava dappertutto. Quelli che incontravamo lungo il cammino ci accoglievano con la domanda:
- Signori, quando venite anche da noi, al paese? Ieri la gente v'ha aspettati sino a tarda notte.
Nei villaggi, quando cantavamo o quando parlavo agli uomini, sentivo di penetrare in quelle profondità dell'anima dove i politicanti, coi loro programmi presi a prestito, non avevano mai potuto discendere. E li in quelle profondità, io ho piantato le radici del movimento legionario che non potranno più essere strappate da nessuno.
Giovedì era giorno di mercato a Beresti. Alle 10 del mattino comparimmo sulla cresta del colle sopra la cittadina, noi 50 cavalieri; e di là, in colonna di marcia, scendemmo in città.
La gente ci accolse con grande animazione. Dalle case dei cristiani uscivano i Romeni e ci versavano secchi d'acqua sulle strade, secondo l'antica usanza, per augurarci fortuna nel nostro cammino.
Andammo di nuovo nel cortile di Nicu Balan, dove avrebbe dovuto aver luogo la prima riunione. C'erano ora più di 3.000 uomini, Non tenni la riunione, ma diedi ai cavalieri e ad alcuni di loro un mio ricordo: a Nicu Bogatu la mia tabacchiera, fatta nella prigione di Vacaresti; a Mos Chiculitza uno svastica. Inserii Lefter e Potolea nel Consiglio supremo della Legione, Nicu Malan nello Stato Maggiore di Covurlui, e nominai Dumitru Cristian capo dei legionari della valle di Horinci.
Questa valle di Horinci, coi suoi posti e i suoi uomini, mi è rimasta cara. Dopo Focsani, questo sarà il secondo pilastro del movimento legionario.
[335]
Il venerdì prima di Natale, alle 5 di sera, partimmo col camioncino per Ludosul. Eravamo in quattro: Radu Mironovici che guidava, Emil Eremeiu, un altro conoscente e io. Un gelo terribile aveva bloccato i treni in viaggio. Quella notte soffrimmo un freddo spaventoso, sebbene avessimo riempito il camioncino di paglia, e ne fossimo coperti fino alla cintola. Percorremmo la strada Iasi - Piatra Neamtz - Valea Bistritzei. Alle 4 del mattino eravamo sulle creste dei monti Carpazi.
Alle 11 di sera, la vigilia di Natale, dopo un viaggio di oltre 24 ore, arrivammo a Ludosul de Mures, dove ci riposammo bene da Amos. Il giorno dopo andammo in chiesa, poi visitammo la cittadina. Era più grande di Tg.-Beresti e situata 40 Km. a nord di Turda, capitale del circondario. Anche questa era piena di giudeame, senza però arrivare alla percentuale di Beresti; e anche qui Giuda, radicato in città, aveva tessuto la sua tela di ragno sull'intera regione romena. In questo distretto i poveri contadini erano storditi, imbrogliati e poi spremuti di tutto il loro avere.
La mattina del secondo giorno dopo Natale ci mettemmo in cammino, prima il camioncino con 10 legionari, poi io con una ventina di uomini a cavallo: Amos, Nichita, Colceriu, il prof. Matei e altri, tutti con penne di tacchino sui berretti di pelo.
La gente che ci incontrava per strada non sapendo di che cosa si trattasse ci guardava perplessa. Ma noi andavamo come se fossimo investiti della più potente autorità, perché sentivamo di venire in nome della stirpe romena, ai suoi ordini e per lei.
A Ghetza, a Gligoresti, a Gura-Ariesului, gli uomini si riunirono numerosi come nella valle di Horinci. Nemmeno a loro mi presentai con un programma politico. Dissi solo che venivamo dalla Moldavia per resuscitare l'anima afflitta dei Romeni: perché mille anni di schiavitù, di ingiustizie e di morte erano ormai sufficienti. La Grande Romania si era fatta con molto sacrificio, ma sembrava che la dominazione straniera e l'antica ingiustizia si prolungassero anche dopo la realizzazione di questa Romania.
Dieci anni di governo romeno non erano riusciti a risanare le nostre ferite ancora dolorose, né a rimediare alle ingiustizie [336] secolari. Essi ci avevano dato un'unità formale, ma avevano frantumata l'anima romena in tanti pezzi quanti erano i partiti.
La resurrezione della stirpe fermentava sotto terra e presto sarebbe balzata alla luce, irradiando tutto l'avvenire e tutto l'oscuro passato. Chi credeva avrebbe vinto!
Di nuovo sentivo che scendevo nelle profondità della loro anima.
Sebbene a centinaia di chilometri di distanza, sebbene in regioni per secoli divise da frontiere, anche lì trovavo la stessa anima, esattamente la stessa che dalla valle di Horinci, vicino al Prut. La stessa anima della stirpe, sulla quale capivo che non si era mai potuto tracciare nessun genere di frontiera. Essa si stendeva da un capo all'altro della stirpe, dal Nistro al Tibisco, senza curarsi delle frontiere tracciate dalla mano dell'uomo, così come l'acqua che nelle profondità scorre sotto terra, senza tener conto dei recinti che gli uomini fanno alla superficie. Là, nel profondo, non trovavo partiti, né discordie, né conflitti d'interessi, né «cieca disunione», né lotte fraterne, ma unità e armonia.
Il terzo giorno dopo Natale ripartimmo. Ci fermammo in una chiesa a pregare per Mihai Viteazul, per Horia e i suoi e per Iancu perché sapessero anch'essi che noi camminavamo sulla terra sulla quale i loro corpi erano stati torturati e fatti a pezzi, per la stirpe. Era il giorno di Santo Stefano. Accesi una candela per l'anima di Stefan cel Mare, per merito del quale la nostra stirpe s'era levata alla sua più grande altezza, che io considero pari a quella di Napoleone, di Cesare e di Alessandro il Macedone. Dovunque andranno i miei passi, qualunque lotta intraprenderò, se al di sopra di me sentirò l'ombra del Santo Arcangelo Michele e sotto le ombre dei venti morti cari alla famiglia e al movimento legionario, alla mia destra sentirò sempre l'anima di Stefan cel Mare e la sua spada.
Il 20 gennaio mandai Totu, Crînganu, Eremeiu, accompagnati da una squadra col camioncino, nel circondario di Tecuci; mentre [337] io, il 25 gennaio 1930, ero di nuovo nella valle di Horinci, in mezzo ai cavalieri. Il 26 sera, dopo essere passati per Rogojeni, entrammo in Oancea. In tutti e due i paesi, fummo accolti con amore e con speranza dalla folla riunita. Ci ospito a Oancea la famiglia Antachi.
Il giorno dopo, lunedì, era mercato a Cahul.
Stavamo dunque per passare in Bessarabia, dove gli ebrei erano molti e più petulanti. Qui come nelle altre cittadine della Bessarabia, il giudeame è comunista non per amore degli uomini, ma per odio contro lo stato Romeno, che soltanto col trionfo del comunismo potrebbe vedere atterrato e messo sotto il tallone della dominazione ebraica. Il trionfo del comunismo coincide col sogno giudaico di sottomettere e sfruttare i popoli cristiani in virtù della teoria del «popolo eletto», che sta alla base della religione ebraica.
La sera, feci delle croci bianche di tela, di 20 cm., che misi sul petto dei cavalieri. Mi dettero una croce di legno da portare in mano.
Il giorno dopo, alle 8 del mattino, a capo di 30 cavalieri, passai il Prut, movendo con la croce in mano contro la potenza degli idolatri che strangolavano la Bessarabia cristiana. Dopo quattro chilometri entrammo in città. I cristiani uscivano dalle case e ci seguivano; non ci riconoscevano, ma ci vedevano con le croci bianche sul petto e le penne al berretto di pelo. Attraversavamo le strade cantando: «Svegliati, svegliati o Romeno!».
Ci fermammo in piazza. In un attimo si riunirono intorno a noi più di 7.000 contadini; nessuno di loro sapeva chi fossimo e che cosa volessimo; ma tutti avevano il presentimento che venivamo per la loro redenzione.
Cominciai a parlare nella stessa lingua usata nella valle di Horinci e a Turda. Ma dopo due minuti il poliziotto Popov e le autorità si avvicinarono e mi interruppero.
- Non le è permesso di tenere riunioni sulla pubblica piazza...
- Il popolo romeno ha questo permesso dappertutto in casa propria.
- Le autorità gridavano perché non parlassi: gli uomini perché parlassi.
[338]
- Buona gente -dico io- è così: le leggi ci impediscono di tenere riunioni sulla pubblica piazza. Andiamo al margine della città o in qualche cortile.
Feci cenno ai cavalieri e ci incamminammo verso la periferia della città. Un cordone di guardie tratteneva la folla. Pochi minuti dopo ecco comparire un plotone di soldati, con la baionetta in canna, guidati da un Colonnello, il Colonnello Cornea. Estrasse la rivoltella e me la spianò in faccia:
- Fermati o sparo!
Mi fermai.
- Signor Colonnello, perché spararmi addosso se non ho fatto niente di male? Ho anch'io la rivoltella, ma non sono venuto per battermi con nessuno e tanto meno con l'esercito romeno.
Tutte le mie argomentazioni riuscirono vane. Rimasi là quasi un'ora, sopportando tutti gl'insulti e gli scherni possibili, mentre avrei potuto rispondere nello stesso modo e lottare. Mi occorse una pazienza incredibile per non incorrere in una situazione ancor più triste, quella di combattere io, nazionalista romeno, contro l'esercito della mia terra davanti agli ebrei comunisti.
Il colonnello comincio a colpire con la sciabola noi e i cavalli, e i soldati a punzecchiarci con le baionette. Poi venne il Prefetto; allora scesi da cavallo e andai con lui alla Prefettura. Si dimostrò una persona civile. Venne anche il Colonnello, al quale dissi:
- Io rispetto il suo grado, e per questo non le ho risposto. Ma non fa niente. Lunedì prossimo c'incontreremo di nuovo nello stesso posto.
Poi me ne andai. Una guardia mi diede il cavallo. Cristian e Chiculitza mi aspettavano, senza cavalli, alla porta. Furono portati i cavalli anche a loro, salimmo in sella e tornammo indietro, inseguiti dai poliziotti e accompagnati dagli sguardi di scherno degli ebrei. Al margine della città trovammo anche gli altri cavalieri, amareggiati e depressi per la sconfitta subita. Più lontano, alcuni contadini sgattaiolarono fuori dalla città per domandarci chi fossimo.
- Andate a dire agli uomini che lunedì prossimo verremo di nuovo. Tutti i cristiani del circondario vengano a Cahul.
Avevamo subito una sconfitta. Non si poteva più cantare, si [339] ritornava indietro senza scambiare una parola. Arrivati a Oancea, preparai dieci avvisi manoscritti coi quali annunciavo che lunedì, 10 febbraio, saremmo tornati a Cahul, e li mandai per mezzo dei cavalieri in parecchie parti del circondario.
Tornammo poi a Ganesti a casa di Cristian, e vi arrivammo a mezzanotte per una strada difficile, con un buio tale che non vedevamo a due passi di distanza, col nevischio che ci sferzava la faccia; e col ricordo della sconfitta alle spalle. Dormii da Cristian, e la mattina seguente partii per Beresti. Là redassi un ordine per i legionari della vale di Horinci, Galatzi, Iasi, Bucarest, Focsani e Turda, nel quale dicevo loro che eravamo stai sconfitti a Cahul e che era per tutti noi una questione d'onore ritornarvi e vincere. Che li convocavo nel maggior numero possibile. Il raduno si sarebbe tenuto a Oancea, dove dovevano essere presenti al più tardi la domenica sera, 2 febbraio. Nello stesso tempo avvisai anche la squadra di Totu, Crînganu, Eremeiu, che si trovava nel circondario di Tecuci; e scrissi una lettera a mio padre pregandolo di venire ad aiutarci. I legionari mi raccolsero i denari necessari, e io partii per Bucarest, dove mi presentai al signor Ioanitzescu, sottosegretario di stato agli Interni.
Gli raccontai quanto era accaduto a Cahul e gli chiesi -richiesta legittima- l'autorizzazione a tenere una nuova riunione impegnandomi che essa si sarebbe svolta nel più perfetto ordine, a condizione che non fossimo provocati dalle autorità. Dopo avermi chiesto parecchi chiarimenti, mi concesse l'autorizzazione. Veramente non ne avrei avuto bisogno, secondo la legge; ma io volli mettermi al sicuro contro qualunque interpretazione tendenziosa.
La domenica mattina, ero di nuovo a Oancea. Lefter era andato a Cahul per fissare con le autorità il luogo della riunione.
In città c'era grande fermento. Le autorità ricevevano notizie che i contadini, a migliaia da tutte le parti del circondario, accorrevano alla riunione di Cahul.
Nel corso della giornata arrivarono due camions da Focsani con Hristache Solomon e Blanaru; da Turba arrivarono Moga e Nichita, da Iasi il gruppo dei legionari con Banea, Ifrim e il reverendo Isihie, da Galatzi Stelescu con la «Fratzie», un delegato degli studenti legionari di Bucarest e Pralea coi cuiburi di [340] Foltesti. Poi a piedi, coi carri e a cavallo, quelli di Beresti e i legionari della Valle di Horinci.
Giunse anche mio padre. La sera c'erano più di 300 legionari che furono alloggiati a Oancea. E ne arrivarono ancora.
Temendo che ci guastassero il ponte di pontoni sul Prut, rendendoci così impossibile il passaggio, disposi che durante la notte un gruppo di legionari occupasse le due estremità del ponte.
Il lunedì mattina, alle 8, mandai avanti un gruppo di 50 legionari al comando di Potolea perché entrassero in città e fungessero da servizio d'ordine della riunione. Nel frattempo si tentò di impedire la riunione, ma era cosa impossibile. Alle 10 ci incolonnammo e ci mettemmo in cammino.
In 1° linea
, i cavalieri in numero di 100, con la bandiera, tutti con penne sul berretto di pelo; molti in camicia verde. Ognuno aveva sul petto una croce bianca fatta di tela. Avevamo l'apparenza di crociati, che si volgessero in nome della croce contro una potenza idolatra per salvare i romeni.In 2° linea
, venivano gli appiedati in colonna di marcia, con la loro bandiera, in numero di più di 100.In 3° linea
, seguivano circa 80 carri, carichi ciascuno di 4, 5, o sei uomini, in maggioranza abitanti di Oancea, anch'essi con la loro bandiera.Il tutto aveva l'aspetto di un'avanguardia di esercito in guerra. Quando arrivammo al margine della città, un mare di teste scoperte ci accolse senza evviva e senza musiche, in un impressionante silenzio religioso.
Passammo a cavallo in mezzo al contadinato. Molti piangevano.
Il contadinato di tutta la Bessarabia non aveva nemmeno esso ricevuto alcun beneficio dopo l'Unione, perché uscendo dalla dominazione russa era caduto sotto quella ebraica. Era stato semplicemente lasciato preda dei giudei.
Da dodici anni esso era sfruttato e succhiato dai comunisti ebrei come nemmeno il più tirannico regime conosciuto nella storia ha mai sfruttato una società umana.
Le città e le cittadine erano vere colonie di sanguisughe attaccate al corpo sfinito del contadinato.
[341]
E, per colmo di vergogna, proprio queste sanguisughe si erano trasformate in combattenti contro lo sfruttamento del popolo, contro il terrore che opprimeva il popolo. Questi erano i comunisti della Bessarabia e della Romania.
Ma non basta: queste sanguisughe gonfie del sangue succhiato ai romeni, tenevano nella loro stampa -con in testa Adevarul e Dimineatza- un linguaggio di questo tipo:
- Noi abbiamo vissuto e viviamo (le sanguisughe!) nella migliore fraternità e armonia col popolo romeno.
- Soltanto dei nemici del popolo, dei nemici del paese, degli estremisti di destra vogliono guastare quest'armonia.
Erano riuniti sul posto più di 20.000 contadini: certo la più grande adunata d'uomini che la città avesse visto dal principio della sua esistenza -organizzata senza manifesti, senza giornali e senza propaganda. La riunione si tenne con grande solennità. Da una parte erano disposti, allineati, i cavalieri: dall'altra la colonna dei legionari appiedati.
Il contadinato ascoltò, a capo scoperto. Nessuna parola, nessun gesto turbo quella solennità. Il colonnello Coznea non si fece vedere all'appuntamento dato.
Dissi al contadinato della Bessarabia che vedevo come esso attendesse una parola di consolazione e che non ero stato io a riunirlo in un numero così enorme, ma erano stati i suoi grandi dolori. Che noi non lo avremmo abbandonato sotto la schiavitù ebraica, che sarebbe divenuto libero, padrone del frutto del suo lavoro; padrone della sua terra, padrone del suo paese. Che gli albori del nuovo giorno della stirpe stavano per apparire; che alla lotta già iniziata esso doveva dare solo fede -fede sino alla morte- e avrebbe ricevuto in cambio giustizia e buone condizioni di esistenza.
In seguito parlarono Lefter, Potolea, Banea, Ifrim, il prete Isihie, Victor Moga, Tîrziu, Hristache Solomon. All'ultimo parlò per due ore mio padre in modo perfetto, usando un linguaggio e uno stile popolare e intimamente convincente.
Poi consigliammo il contadinato di disperdersi per i paesi, nell'ordine e nella calma più perfetta, facendo comprendere come noi avremmo reso il migliore servizio agli ebrei se quella imponente riunione fosse terminata nel benché minimo disordine.
[342]
La gente voleva portarci con sé. Da tutti gli angoli si gridava: «Che Dio vi aiuti!».
Seguiti dall'affetto di quei contadini, partimmo per Oancea, dove ci separammo. Dal momento dell'adunata di Cahul, mio padre entrò nel movimento legionario.
La gente si disperse in ordine perfetto. Il nostro trionfo era grande, specialmente per la calma e l'ordine con cui tutto s'era svolto e concluso. Gli ebrei di Cahul avevano però bisogno a qualunque costo di scandalo, di perturbamento, di disordini, per compromettere la nostra azione e provocare misure contro di essa da parte del governo.
Vedendo infatti che la gente si dirigeva tranquilla verso casa, due ebrei, certo incaricati dal rabbino, ruppero i vetri del loro stesso negozio. Ne sarebbero derivati gli strilli della stampa di Sarindar, Dimineatza e Adevarul: «Grandi devastazioni a Cahul!», «Quanto prestigio perde il paese di fronte all'opinione pubblica internazionale», ecc. -se le autorità e i nostri uomini non li avessero colti sul fatto e i provocatori non fossero stati portati al posto di polizia.
Ho riferito questo caso, di poca importanza di per se stesso, ma di immensa importanza per quanti vogliono comprendere e conoscere i diabolici sistemi di lotta degli ebrei. Essi sono capaci d'incendiare un'intera città per potere, riversando la propria colpa sulle spalle dell'avversario, compromettere un'azione che, altrimenti, porterebbe alla soluzione completa del problema ebraico.
Raccomando perciò ai legionari di non lasciarsi provocare, perché noi soltanto col più perfetto ordine potremo trionfate. Il disordine non significa conflitto nostro con gli ebrei, ma significa conflitto nostro con lo Stato. Ora, gli ebrei a questo vogliono spingerci: al conflitto permanente con lo Stato. Perché, lo Stato essendo più forte, noi, attratti o spinti nella lotta con lo Stato, saremmo rovinati: ed essi rimarranno in disparte come osservatori imparziali.
A Iasi mi aspettava sulla porta il mio cane Fragu, che avevo dal 1924, testimonio di tutte 1c prove e di tutte le lotte per cui ero passato.
Sbrigai le questioni organizzative, la corrispondenza coi cuiburi, che mi presentava di regola Banea, il capo della corrispondenza [343] legionaria. Banea aveva cominciato a comprendere bene il mio modo di vedere, durante due anni di corrispondenza, tanto che egli poteva risolvere moltissime questioni da solo, in questo periodo in cui raramente tornavo a Iasi.
Potei rimanere a casa solo una settimana, perché i contadini della Bessarabia mi avevano spedito delegati, lettere e telegrammi. Essi si erano attaccati a questo movimento con tale speranza e tanta religiosità come nessuno può immaginare.
Nello spazio di due settimane, dopo la nostra entrata in Cahul, le notizie riguardanti i legionari erano corse come un fulmine attraverso tutta la popolazione cristiana della Bessarabia meridionale, di villaggio in villaggio, sino alle rive del Nistro. L'idea che si iniziava l'opera di redenzione dalla schiavitù ebraica esaltava i cuori degli infelici contadini.
Fino allora avevano concentrato le loro speranze sul Partito contadino, credendo che quando questo partito fosse giunto al potere, essi avrebbero ottenuto giustizia. Ma, dopo otto anni di tormenti, di lotte, di speranze, avevano scoperto qualcosa di spaventoso: cioè che erano stati traditi, ingannati, e che dietro il nome di partito contadino si celavano gli interessi del giudeame. Era il partito «del contadino romeno, coi riccioli da padrone ebreo», come l'aveva definito il professor Cuza.
Era una gran pena veder crollare quella fede nel cuore dei contadini, quando, dopo otto anni, comprendevano che la loro buona fede era stata ingannata.
Eccoci dunque di nuovo a Beresti, e poi con la macchina sulla riva del Prut, a Rogojeni dove m'aspettavano più di duecento cavalieri al comando di Stefan Moraru e di Mos Cosa, convenuti da tutti i paesi circonvicini.
- Andiamo fino al Nistro -dice uno.
- Sì! Andremo -gli rispondo io.
Mi nacque allora per la prima volta l'idea di organizzare una spedizione in grande stile comprendente tutta la Bessarabia del Sud, da Tighina a Cetatea-Alba.
[344]
Tornato a Iasi, non potevo liberarmi da quel pensiero. Come fare ad attraversare la Bessarabia fino al Nistro? Un solo problema era difficile: come comportarsi perché le autorità non si opponessero, per evitare di batterci contro lo Stato, contro l'esercito?
Pensai allora di lanciare una nuova organizzazione nazionale, per combattere il comunismo ebraico, nella quale entrasse anche la «Legione Arcangelo Michele» e qualsiasi altra organizzazione giovanile, senza differenza di partito. In questo modo calcolavo che avremmo potuto introdurci in Bessarabia.
Che nome dare alla nuova organizzazione? Discussi coi legionari nella sala del «camin». Alcuni dicevano: «Falange anticomunista», altri proponevano diverse denominazioni. Crînganu disse «Guardia di Ferro».
- E così sia!
Preparai dunque questa azione anticomunista -non antioperaia, perché io, quando dico comunisti, intendo ebrei
.Per ottenere l'autorizzazione di entrare in Bessarabia, evitando così conflitti con le autorità, dopo alcuni giorni chiesi udienza al sig. Vaida-Voevod, allora ministro degli Interni. Dopo Ionel Bratianu, era il secondo uomo politico di grande valore che vedevo.
Mi trattenne a colloquio per tre ore. Capii che era erroneamente informato sopra di noi e sul problema ebraico, che non conosceva nella sua vera luce.
Credeva che noi fossimo degli sventati, che volessimo risolvere il problema ebraico rompendo dei vetri. Gli spiegai allora come vedevamo noi il problema ebraico: un problema di vita e di morte pei Romeni; gli feci notare il loro numero schiacciante e inammissibile, e come essi avessero disgregata la classe media, le città romene. Gli indicai la proporzione fra i cristiani e gli ebrei a Baltzi, Chisinau, Cernautzi, Iasi, il pericolo che essi rappresentavano nelle scuole con la minaccia di alienare dal paese la classe dirigente romena e di alterare la nostra cultura nazionale.
Gli spiegai anche quale fosse la soluzione che noi prospettavamo. Comprese sin dal primo momento di che cosa si trattasse; ma sebbene a un uomo di valore non occorra molto per comprendere l'essenza delle cose, tuttavia io credo che egli non ci [345] avrebbe mai potuto capire completamente, perché così van le cose: gli occhi del 1890 non vedono più allo stesso modo di quelli del 1930. Esistono vocazioni, vi sono esortazioni, vi sono comandi muti, che soltanto la giuventù ode e comprende, perché soltanto a lei sono diretti. Ogni generazione ha la sua missione nel mondo. Per questo, forse, egli non nutriva sufficiente fiducia in noi.
Ottenni il permesso della marcia in Bessarabia, beninteso dopo essermi assunto l'impegno di mantenere il massimo ordine.
Alcuni giorni dopo indirizzai un manifesto a tutta la gioventù del Paese.
Cominciarono frattanto grandi agitazioni nel Maramures, un angolo di terra romena sul quale la morte aveva steso la sua ala. Là il giudeame aveva invaso i paesi, si era impossessato delle terre, dei monti, degli ovili sui monti. I romeni, ridotti in istato di schiavitù, si ritiravano sempre più di fronte all'invasione ebraica e sparivano abbandonando poco a poco le loro terre ereditate da Dragos-Voda nelle mani degli invasori. Nessun governo s'interessava più a loro; nessuna legge li difendeva più.
Al principio di giugno del 1930, davanti alla porta di casa mia a Iasi, si fermò un carro a due cavalli e ne scesero due preti e un contadino.
Li ricevetti in casa. Si presentarono: erano il prete ortodosso Ion Dumitrescu, il prete unito4 Andrei Berinde e il contadino Nicoara.
- Veniamo col carro dal Maramures. Viaggiamo da due settimane: siamo tutti e due preti a Borsa, uno unito e l'altro ortodosso. Non possiamo più resistere alla pena che ci fanno gli infelici romeni del Maramures. Abbiamo redatto memoriali su memoriali, indirizzandoli a coloro che ci sono venuti in mente: al Parlamento, al Governo, ai Ministri, alla Reggenza. Nessuna [346] risposta, non sappiamo più che fare. Siamo venuti fin qui a Iasi a pregare gli studenti romeni di non abbandonarci. Parliamo in nome delle migliaia di contadini del Maramures che sono ridotti alla disperazione. Siamo i loro preti, non possiamo chiudere gli occhi davanti a quello che vediamo. La nostra stirpe muore. Ci si spezza Il cuore dalla pena.
Li ospitai alcuni giorni e dissi loro:
- La sola soluzione che vedo è quella di organizzarli e di cercare di sollevarne il morale. Sappiano che essi non lottano da soli, che noi li sosteniamo, che lottiamo per loro e che la loro sorte dipende dalla nostra vittoria.
In seguito inviai loro, per organizzarli, Totu ed Eremeiu, e più tardi, Savin e Dumitrescu-Zapada. Migliaia di contadini di Borsa e di tutte le valli si arruolavano nell'organizzazione.
Gli ebrei si resero conto del pericolo d'una rinascita romena e iniziarono le provocazioni. Vedendo che il sistema non riusciva, ricorsero a un mezzo infernale: incendiarono Borsa, e gettarono la colpa addosso ai romeni. I giornali ebraici cominciarono immediatamente a strepitare, a chiedere misure energiche contro i Romeni che volevano fare dei pogrom.
I due preti furono assaliti dagli ebrei, insultati, percossi e poi inseguiti per parecchi chilometri e presi a sassate. Alla fine furono arrestati come agitatori e rinchiusi entrambi nella prigione di Sighetul Marmatziei. Furono arrestati anche Savin, Dumitrescu-Zapada e alcune decine di contadini più in vista. Totu ed Eremeiu furono anch'essi arrestati a Dorna e rinchiusi nella prigione di Cîmpul-Lung. Adevarul e Dimineatza cominciarono un vero bombardamento di menzogne e di infamie a carico dei preti e degli arrestati.
Tutte le nostre proteste -telegrammi, memoriali ecc.- non ottennero alcun risultato, a causa degli strilli, del chiasso e delle pressioni ebraiche.
In vista della marcia che dovevamo organizzare, pubblicai l'ordine su Pamîntul Stramosesc
[347]
Ne estraggo i passi seguenti:
Camerati,
1. Andiamo a passare il Prut al suono del vecchio inno dell'unità romena: «Hai sa dam mîna cu mîna, cei cu inima româna»5.
Andiamo a far visita ai villaggi tra il Prut e il Nistro, a portar loro i nostri canti e a stringere «fratzie» di legionari coi discendenti di Stefan cel Mare si Sfînt6.
2. Durata della marcia: 1 mese
3. Formazione in 7 potenti colonne, distanziate di 20 Km.
4. Passaggio del Prut in 7 punti. La colonna di destra con direzione e obiettivo da raggiungere: Cetatea-Alba; la colonna di sinistra con direzione e obiettivo: Tighina.
5. Modo d'avanzare: marcia a piedi dal Prut fino al Nistro.
6. Data della partenza: 20 luglio, mattina. Passaggio del Prut all'ora che verrà annunciata.
Non appena i giudeame venne a conoscenza del fatto che noi volevamo entrare in Bessarabia per risvegliare la coscienza dei Romeni, la stampa ebraica scatenò contro di noi un uragano di infamie. Calunnie, menzogne, istigazioni, per un mese si rovesciarono senza interruzione sopra di noi.
Questi attacchi non risparmiarono nemmeno il sig. Vaida. Gli ebrei chiedevano e egli fosse immediatamente eliminato dal Ministero degli Interni, o meglio «gettato a mare», per l'audacia d'aver concesso a noi, giovani romeni, di entrare in Bessarabia a portare una buona parola romena di conforto e di speranza ai nostri padri e ai nostri fratelli d'oltre Prut.
La Bessarabia era stata data, economicamente e politicamente, in possesso assoluto agli ebrei. Qualunque tentativo di emancipazione romena, qualunque lieve colpo a questa odiosa dominazione, era considerato come un crimine. Sotto la pressione degli attacchi e delle mene ebraiche, la marcia in Bessarabia fu proibita, proprio il giorno in cui i legionari s'erano incamminati da tutte le parti verso il Prut.
[348]
Lanciai allora nella capitale la seguente protesta:
Legione Arcangelo Michele
«Guardia di Ferro»
Un appello e un avvertimento.
«La marcia della «Guardia di Ferro», che doveva aver luogo in Bessarabia, è stata proibita. I nemici d'una Romania sana e forte hanno trionfato. I giudeoli di Sarindar, della Lupta, di Adevarul, della Dimineatza, questi avvelenatori dell'anima romena, da un mese minacciano, da un mese insultano, da un mese ci schiaffeggiano, qui in casa nostra.
Queste zecche inserite nel seno della nostra nazione si sono trasformate in monopolizzatori della comprensione d'ogni interesse superiore della Patria e in censori non richiesti di tutti gli atti del Governo.
A Turda, hanno chiesto al Governo di vietare la nostra dimostrazione perché nel caso contrario avrebbe preso fuoco la Transilvania; a Cahul, perché sarebbe iniziata la rivoluzione in Bessarabia; a Galatzi, perché sarebbero derivati dei macelli e dei pogrom.
Dappertutto essi si son rivelati dei volgari provocatori, mentre la Legione ha mantenuto un ordine e una disciplina perfetti.
Oggi ci dirigiamo verso il Nistro, per far sì che la Bessarabia rivolga il proprio volto verso Bucarest.
Ma a questi mercenari del comunismo ciò non conviene.
La Bessarabia deve rimanere preda del bolscevismo e guardare verso Mosca, perché essi possano continuare a terrorizzare, dalla regione tra il Prut e il Nistro, tutta la politica della Romania.
Romeni,
I politicanti venali e perversi, questa putredine che infetta la nostra vita, li assecondano, per calcolo meschino d'interessi elettorali e per un degradante spirito di servilismo, nella loro opera di smembramento del paese e di alienazione dalla nostra terra avita. Spirito e calcolo che hanno dato -da 60 anni a questa parte- la Romania in mano ai meteci venuti d'oltre frontiera.
Guardate!... Si muovono oggi i martiri del Maramures e della Bucovina! Piangono per le strade l'amarezza della schiavitù in cui li ha gettati l'infamia di tutti i capi del paese: non perché costoro li abbiano dimenticati, ma perché li hanno venduti!
[348] Non vi sembra per lo meno strano che non si sia levata una sola voce in questo paese, a dir loro una parola di conforto? E non vi sembra per lo meno un'imprudenza, il ridurre tutta la questione del Maramures agli «istigatori» Nicolae Totu ed Eremeiu? Sarebbero loro i colpevoli? Ma i politicanti che da dodici anni, quotidianamente, non fanno che ingannare, non sono colpevoli? Ma le centinaia di migliaia di meteci, di ebrei, che sono piombati come le locuste, a prender loro la terra ereditata dagli antenati riducendoli in schiavitù, costoro non sono istigatori e provocatori? E i signori di Sarindar7 che infangano il nostro orgoglio di padroni in questa terra, non sono provocatori?
Romeni,
Ecco un esempio tipico dal quale si può vedere la vera causa dei «disordini» della Bucovina e del Maramures.
Universul
del 17 luglio 1930 pubblica la seguente statistica: A Cernautzi: bambini in età da andare a scuola (corso primario): 12.277, dei quali 3.378 Romeni (maschi e femmine), e il resto 8.825 stranieri. Quale altra prova sull'oppressione dell'elemento romeno nel nord del paese desiderate ancora? Dove volete che si rifugi, di fronte a questa irruzione gigantesca e micidiale, l'anima della stirpe romena? La denigrate e la colpite e l'offendete come se si sollevasse per il pane e per le «cattive» condizioni economiche, mentre in realtà essa si solleva ardita per difendere l'esistenza del romenismo alla frontiera del nord. Non s'è trovato nessun uomo politico che dica a Sua Maestà la verità:Maestà!
Questi infelici non chiedono pane chiedono giustizia! Chiedono la liberazione dell'anima romena che sta per morire, soffocata nel Maramures e in Bucovina. Chiedono misure contro le centinaia di migliaia di ebrei pieni di lardo, tondi e bianchi come vermi, che insultano ogni giorno la loro povertà, sotto la protezione delle autorità romene.
[350]
Essi ben sanno, signori giornalisti, che non è con le manifestazioni violente che potranno risolvere un simile problema; ma, giunti all'estremo limite della pazienza, vogliono imporre un governo romeno alla Romania: forzare il potere legislativo romeno; vogliono leggi protettive dell'elemento romeno in Romania.
Signori di Sarindar,
Volete forse con gli incessanti insulti coi quali ferite le anime romene vedermi un bel giorno a capo dei santi ribelli del Maramures? Sappiate che in quell'attimo sarà sonata la vostra ora e sarà sonata anche quella del vostro funerale!
In ogni caso, si le leggi vi sembrano insufficienti perché vi possiate calmare, io vi dichiaro che ho abbastanza forza per rimettervi al vostro posto e farvi comprendere in quale paese vivete. Se non vi calmate, chiamerò contro di voi tutto quello che c'è di vivo in questo paese, deciso a lottare con tutte le armi che l'intelligenza mi suggerisce.
Romeni,
Una nuova Romania
non può uscire dalle quinte d'un partito, così come la Grande Romania non è uscita dai calcoli dei politicanti, ma dai campi di Marasesti e dal fondo delle valli battute dalla grandine d'acciaio.Una Romania nuova
non può uscire che dalla lotta, dal sacrificio dei suoi figli. Per questo, non ai politicanti mi rivolgo oggi, ma a te Soldato. Levati! La storia ti chiama di nuovo! Così come sei, col braccio rotto, con la gamba spezzata, col petto crivellato. Lasciate che tremino gli impotenti e gli imbelli!Voi, lottate virilmente.
Presto la «Guardia di Ferro» vi chiamerà a una grande riunione a Bucarest per la difesa di quelli del Maramures, figli di Dragos Voda e di quelli della Bucovina, figli di Stefano il Grande e Santo.
Scrivete sulle vostre bandiere: gli stranieri ci hanno sopraffatti. La stampa venduta allo straniero ci avvelena. I politicanti ci uccidono.
Suonate le trombe d'allarme. Suonate con tutte le forze.
[351]
Nell'istante in cui i nemici ci soverchiano e i politicanti vi vendono, Romeni, gridate febbrilmente, come pei sentieri dei monti nelle ore di tempesta
:PATRIA! PATRIA! PATRIA!
Corneliu Zelea-Codreanu
Capo della Legione
Luglio 1930.
La sera del giorno in cui avevo pubblicato il manifesto, mi trovavo al Centro studentesco. Conversavo con alcuni studenti, quando comparve il giovane Beza, che a un dato momento si tolse l'insegna dell'organizzazione «Vlad Tzepes» e la gettò via:«Da oggi in avanti non ho più niente a che fare con «Vlad Tzepes», do le dimissioni».
Questo gesto non mi impressionò; la Lega «Vlad Tzepes» mi era sembrata qualche cosa di poco serio e specialmente la gioventù «Vlad Tzepes», della quale avevo dubitato fin dal primo momento. Una dimissione da questa «gioventù» mi lasciava completamente indifferente.
Dopo qualche minuto, il giovane intervenne di nuovo nel discorso, dicendo che voleva diventare legionario, se io non avevo nulla in contrario. Gli diedi una risposta vaga, per evitare un rifiuto. La regola legionaria m'imponeva la massima riserva ad ogni nuova richiesta di entrare nella Legione, e a maggior ragione nel caso presente.
Alcune settimane prima, avevo già visto Beza in un piccolo ristorante, dove egli m'aveva domandato se non avesse fatto bene ad ammazzare Stere. Io non lo presi sul serio nemmeno allora.
Quando ce ne andammo egli mi invitò a dormire a casa sua, ma io rifiutai, e dormii invece dagli studenti di medicina. Il giorno dopo, verso le 12, sentii strillare i venditori di giornali: [352] «L'attentato contro il Ministro Anghelescu!». L'autore era stato Beza, che aveva sparato alcuni colpi senza colpire la vittima se non superficialmente.
Perché? Non lo sapevo. Mi interessai e sentii parlare di un conflitto fra Macedoni e Anghelescu sulla questione delle «Leggi della nuova Dobrugia», con le quali si calpestavano gli interessi dei Romeni in Dobrugia. Non avevo mai conosciuto Anghelescu, così come non lo conosco e non l'ho neppur visto sino ad oggi. Due giorni dopo fui chiamato dal giudice istruttore. In tasca a Beza erano stati trovati dei manifesti della «Guardia di Ferro». Diedi spiegazioni al Giudice istruttore, dichiarando nella mia deposizione che non avevo con lui relazione alcuna e che neppure conoscevo il movente che l'aveva spinto. Fui lasciato libero. Pensavo: ecco come un'accusa non meritata può colpire un uomo. Se avessi accettato l'invito di Beza di dormire da lui, sarei divenuto l'autore morale dell'attentato. Qualunque argomento esposto da me non sarebbe stato ritenuto attendibile, tanto più che il fatto coincideva con il divieto della marcia in Bessarabia.
Il giorno dopo, con mia grande sorpresa, lessi in Dimineatza a grandi caratteri: Corneliu Codreanu condanna l'atto di Besa.
Restai sbalordito. Recatomi dal giudice istruttore, gli dissi:
- Signor Giudice, sono meravigliatissimo che sia potuta uscire di qui, da lei, da un'istruttoria segreta, un'informazione inesatta. Io non ho condannato l'azione di Beza. Non spetta a me condannare l'azione di Beza!
- Non ho dato nessuna informazione! Sono invenzioni della stampa.
Ma potevo lasciarmi distorcere dalla stampa ebraica? Anche se avevo conosciuto uno per pochi minuti, anche se non avevo avuto nessun genere di relazioni con lui, nessuno poteva costringermi a precipitarmi come una canaglia su di lui, in un momento simile, e a condannarlo. Non potevo tollerare questo. Potevano farlo tutti, tranne io, perché non sapevo nemmeno di che cosa si trattava e perché il mio passato, quando ero stato messo nella stessa situazione di dover sparare, mi toglieva il diritto di condannare gli altri. Avrei pubblicato un altro avviso.
E il giorno stesso stampai un manifesto che diffusi nella Capitale:
«Poiché la stampa ha osato di nuovo mistificare la verità, sostenendo che io abbia "condannato" il gesto di Beza, tengo a dare le seguenti precisazioni:
«Se il sig. Ministro Anghelescu avrà delle ragioni per essere difeso, credo che almeno altrettante ne abbia il giovane Beza, sia di fronte alla giustizia, sia di fronte all'anima romena.
«Dichiaro che non intendo prendere la difesa del primo, condannando il secondo, ma che difenderò invece il giovane Beza e la sua causa con tutto il calore dell'anima e con tutta la mia forza.
«E voi di Savindar, scrivete sulla colonna dei conti da saldare il secondo avvertimento».
Corneliu Zelea-Codreanu
In seguito a questi due avvisi i miei rapporti col signor Vaida si ruppero. Il sig. Vaida se la prese con me. Io potevo però procedere solo in questa maniera, come dettava la mia coscienza.
Convocato di nuovo dal giudice istruttore, fui arrestato. Eccomi, dunque, ancora nel furgone carcerario diretto a Vacaresti.
Nello stesso carrozzone c'erano altri sette giovani coi quali feci conoscenza: Papanace, Caranica, Pihu, Mamali, Anton Ciumeti, Ficata e Ghetzea. Avevano diffuso un manifesto di solidarietà con Beza. Ripassai per le stesse porte di sette anni prima, con altri cinque camerati, e per combinazione fui portato nella stessa cella in cui ero stato allora. Il giorno dopo andai in Chiesa a far visita all'icona del Santo Arcangelo Michele, dalla quale c'eravamo separati sette anni prima, quando eravamo ancora ragazzi.
Qui, in prigione, ebbi modo di conoscere bene questi giovani aromeni8, partiti dal monte del Pindo. Cultura eletta, una elevata sanità morale, buoni patrioti, tipi di combattenti e di eroi: uomini di sacrificio.
[354]
Qui vidi da vicino da grande tragedia dei Macedo-Romeni, questo ramo romeno che da migliaia di anni, solo, isolato sui monti, difendeva con l'arma alla mano la sua lingua, la sua nazionalità e la sua libertà.
Conobbi allora Sterie Ciumeti, che Dio ha scelto, per la sua anima buona e pura come la rugiada, affinché divenga, con la sua tragica morte e con la tortura, il più grande martire del movimento legionario, della Romania legionaria.
Là i nostri pensieri e i nostri cuori si unirono per sempre: avremmo lottato insieme per tutta la nostra stirpe dal Pindo fin oltre il Nistro. Non le suppliche, non le petizioni o i passi fatti presso governi sordi verso i romeni d'oltre frontiera e di qui, ma soltanto una nazione romena forte e padrona avrebbe potuto risolvere tutti i problemi dei romeni ovunque essi fossero. Allora questi Romeni dispersi per il vasto mondo sarebbero rientrati nella loro terra. Perché c'era bisogno del sangue di tutti loro, qui, dove la romenità lotta con la morte. Ed è bene che si sappia come in questa lotta abbiano potuto intervenire governi che hanno aperte le porte del paese a migliaia di ebrei e nello stesso tempo hanno proibito l'accesso ai Romeni d'oltre confine.
Tutte le forze occulte erano in gioco perché, esercitando pressioni sulla giustizia, si ottenesse la mia condanna.
Il mio nuovo arresto e la carcerazione a Vacaresti avevano prodotto uno stato di grande soddisfazione nelle file del giudeame. Ero attaccato e insultato in tutti i giornali, da qualsiasi giudeolo sfrontato; e mi attaccavano anche i giornali romeni al servizio dei partiti, per compiacere agli ebrei.
Fissata la data del processo, cominciarono i soliti preparativi. Aspettavo Nelu Ionescu, che mi aveva difeso in tutti i processi, a cominciare dal 1920, e che doveva venire da Iasi. Aderendo alle preghiere degli studenti s'era iscritto come mio difensore anche il sig. Mihail Mora.
Il mio processo fu, come sempre, un assalto giudaico per ottenere una condanna: una sia pur piccola condanna, chiedevano gli ebrei dell'Adevarul, solo perché si potesse dire che il movimento diretto da me era anarchico, e adottava mezzi illegali d'azione.
Gli ebrei brulicavano nelle sale del Ministero di Giustizia [355] cercando di fare ogni sorta di pressioni; ma di fronte a loro la magistratura romena rimase giusta ed inflessibile, e io fui assolto.
Il procuratore però ricorse in appello e quindi mi trattennero ancora a Vacaresti.
Aumentarono allora le pressioni e l'intervento della potenza ebraica. Al processo in appello il procuratore Praporgescu, per compiacere questa potenza, mi mise nello stesso banco dei truffatori, dei ladri di cavalli e dei borsaioli.
Per tre ore giudicò costoro, mentre io ero preso di mira dagli sguardi ironici e provocatori di decine d'ebrei. Soltanto all'ultimo fu discusso il mio processo. Mi difesero ancora i sigg. Mihail Mora e Nelu Ionescu. Il processo finì con una nuova assoluzione; e dopo quasi un mese e mezzo di prigione, fui rilasciato e tornai a casa.
Dopo di ciò, Nelu Ionescu, Gîrneatza, Motza, Ibraileanu ed io, ci dirigemmo col camioncino verso Sighetul Marmatziei per interessarci alla sorte di quei due preti che si trovavano ridotti nella più squallida miseria.
Il prete Dumitrescu aveva la moglie malata e due bambini piccini: una casa senza pane, senza denari, senza medicine, alla mercé della pietà degli uomini. E questa era la sorte di preti cristiani, sollevatisi in difesa della croce, della chiesa e della loro stirpe! Altrettanto triste era la sorte degli altri dieci contadini notabili arrestati.
Fuori il giudeame trionfava. Si raccoglievano denari nel paese e all'estero; il governo dava fondi per gli «infelici ebrei» di Borsa, perché si costruissero delle nuove case di pietra, a un piano, mentre i poveri contadini romeni mangiavano pane di segatura di legno mescolata con farina d'avena.
Io, che vidi allora questo Maramures romeno gemere e dibattersi negli artigli della morte, non posso che consigliare a tutti i politici romeni, ai funzionari della Pubblica Istruzione, ai preti, agli studenti, come anche agli allievi delle scuole e ai difensori dell'umanità che vengono a censurare la nostra vita politica: - Andate tutti a visitare il Maramures. Scegliete come arbitro un uomo qualsiasi di qualsiasi parte del mondo; e questi risponda se e ammissibile quello che accade nel Maramures.
Quattro mesi dopo, i preti furono trasferiti nella prigione [356] di Satu Mare; là si svolse il loro processo, nel quale erano implicati anche 50 contadini e contadine coi bimbi in braccio e 20 ebrei.
In questo processo assunsero con me la difesa dei Romeni il prof. Catuneanu, Ion Motza e un avvocato del posto; quattro avvocati ebrei difendevano i loro 20 accusati. Dopo otto giorni furono assolti per inesistenza di reato.
11 Gennaio 1931.
Nel frattempo il sig. Vaida, sotto la pressione degli attacchi ebraici, venne destituito da Ministro degli Interni e, sempre per la medesima pressione, sostituito dal sig. Mihalache, il quale col suo atteggiamento degli ultimi tempi lasciava intravvedere che non avrebbe esitato ad adottare nei nostri riguardi metodi da «mano forte». Il momento era arrivato.
Il giovane Dumitrescu-Zapada, che era stato arrestato a Sighet, esasperato dalle menzogne, dagli attacchi, dalle ingiurie della stampa ebraica, senza consultarsi con nessuno, senza dire a nessuno una sola parola, armatosi di una rivoltella trovata per caso, partì per Bucarest, entrò nel gabinetto di Socor e sparò un colpo contro costui. La rivoltella però era guasta, e al secondo colpo si inceppò del tutto.
Eravamo nel periodo delle feste di Natale, e da un anno non ero stato a casa mia nemmeno un mese. Volevo trascorrere le feste in famiglia. Mi trovavo a Focsani e mi disponevo a partire, quando lessi sui giornali quello che era accaduto a Bucarest. Fui convocato immediatamente dal Giudice istruttore Papadopol. Risultò che non avevo niente a che fare con l'accaduto, e venni rilasciato. Ripartii per Focsani, dove per ordine del sig. Mihalache e senza alcun motivo, rimasi sorvegliato dalla polizia in casa di Hristache Solomon, e per otto giorni non potei uscire.
Il signor Mihalache aveva sciolta la Guardia di Ferro e la Legione, con una ordinanza del Consiglio dei Ministri.
[357]
Vennero eseguite perquisizioni in tutte le sedi dell'Organizzazione, vennero sequestrati tutti gli scritti, furono apposti i sigilli alle sedi. A casa, tanto a Iasi che a Husi, vennero a frugare persino nei cuscini e dentro i materassi. Era la quinta volta che mi si buttava all'aria la casa, sequestrandomi tutto quello che aveva relazione col movimento, sino ai più piccoli appunti. Sacchi interi, pieni di atti, di lettere, di carte furono tolti dalle nostre case e portati a Bucarest Ma che cosa potevano trovare in noi di illegale e di compromettente? Noi lavoravamo alla luce del giorno e tutto quello che avevamo da dire lo dicevamo a gran voce. La nostra fede la confessavamo forte in faccia al mondo intero.
Da Focsani, il 9 gennaio, fui condotto dagli agenti a Bucarest e là, dopo un interrogatorio di 12 ore, arrestato e tradotto nuovamente a Vacaresti. Il giorno dopo furono imprigionati qui i legionari dei circondavi in cui eravamo stati più attivi: Lefter, di Cahul; Banea, di Iasi; Stelescu, di Galatzi; Amos Pop, di Turda; Totu e Danila.
Un nuovo duro colpo inferto alla parte più vitale di un'organizzazione romena che non aveva compiuto nulla di illegale, ma aveva tentato soltanto di alzare la fronte contro l'idra giudaica. Un nuovo tentativo fatto dalla stirpe per sollevarsi dalla schiavitù, per mezzo del suo elemento giovanile, veniva a fallire sotto i colpi d'un romeno, Ministro degli Interni, tra gli applausi unanimi del giudeame dell'interno e dell'estero.
E questa volta si scatenò implacabile la furia distruttiva contro di noi. Nessun mezzo fu risparmiato, nessuna infamia. E non eravamo colpevoli di niente. Giungevano sino a noi i giornali ebraici che ci attaccavano con violenza, schernendo noi e la verità; e non potevamo far niente, non potevamo rispondere niente.
Con le braccia incrociate, fra le quattro pareti d'una prigione, ci vedevamo piovere addosso insulti e accuse una più rivoltante dell'altra.
Per dare un'idea dell'infamia della stampa ebraica di quel tempo, tra i molteplici tentativi fatti con l'intenzione di sollevare contro di noi l'opinione pubblica e di forzare la nostra condanna, è sufficiente che io riporti questo volgare falso, compiuto dal giornale Dimineatza e poi riprodotto e commentato dagli altri.
Dichiaro subito che mai ho concepito, scritto e firmato un [358] simile ordine: non me ne appartiene nemmeno una parola. Esso è interamente inventato dal giudeame, e lo riproduco integralmente, così come apparve col commento del giornale Dimineatza.
«In relazione agli scopi e ai metodi usati dall'organizzazione «Arcangelo Michele», siamo in grado di pubblicare un documento sensazionale proveniente dalla Legione di Iasi.
«Si tratta d'una circolare inviata a Cîmpul-Lung e Ludosul de Mures da parte della Legione «Arcangelo Michele» della capitale della Moldavia:
Legione «Arcangelo Michele».
Sede di Iasi (Rîpa galbena)
«Caminul» Culturale Cristiano.
245/930 ad circulandum.
Per le risposte indirizzate a
Corneliu Zelea-Codreanu
Via dei Fiori, 20, Iasi.
- cifrato -
al
II° Battaglione Cîmpul-Lung.
III° Battaglione - Ludosul de Mures.
«Abbiamo l'onore di portare a vostra conoscenza quanto segue:
«Considerando che sia le autorità civili sia quelle militari hanno diminuita la loro vigilanza in seguito al nostro intervento presso personaggi altolocati -tanto del Ministero degli Interni, che del (si tratta di un'altra alta autorità, N.d.r.) dobbiamo intensificare i nostri sforzi di propaganda e d'istigazione, approfittando di quest'occasione, che non siamo sicuri che un giorno non possa ritorcersi contro di noi. Per conseguenza, senza nessuna esitazione e perdita di tempo, provvederete a quanto segue:
«1°- Formerete dei quadri di compagnie e plotoni composti di tutti i legionari che hanno prestato giuramento. Questi quadri li presenterete alla Legione entro il primo novembre corr. -in attesa che essi vengano organizzati in sede regionale.
[359]
«2°- Il II° Battaglione convocherà a Cîmpul-Lung i principali capi Robota, Popescu, Serban, Despa, e nel massimo segreto il commissario Nubert, Vatra-Dornei e il capo del posto di Poiana Stampii, Paduraru Gheorghe. Comunicherete loro che la Legione ha ricevuto disposizioni per il cambiamento del piano operativo. D'ora in poi essa svolgerà la propria attività attraverso contatti assolutamente segreti; non si terranno più riunioni pubbliche, né si farà propaganda; prenderete contatti con tutti i legionari capi di cuib, facendo loro sapere che continuino a mantenere lo stato di rivolta nel contadinato.
«Il colpo decisivo verrà dato quest'autunno in occasione del cambiamento del Governo Mironescu.
«3°- Il III° Battaglione convocherà il prof. Matei, Moga Victor, Moga Tanase e il comandante del plotone di Grindeni-di-Urca, e convocherà pure il commerciante Moldovan. In seguito si inviterà il sergente istruttore gendarme Constantin, del posto di Ludos, comunicando loro (come al II° Batt).
«4°- Due volte la settimana farete uscire la gioventù legionaria per le esercitazioni sul campo -o in altri luoghi- preparandola, illustrandole il nostro magnifico obiettivo e incoraggiandola.
«5°- Il Capo di Stato Maggiore presso il III° Battaglione terminerà il più presto possibile le operazioni di cui venne incaricato oralmente e con l'ordine segreto nr. 7/1930; nel caso in cui l'«ecrasite» non sia stata sufficiente, chiederete di nuovo alla persona conosciuta.
«6°- Per lettera informerete di quanto sopra il dott. Iosif Ghizdaru di Sighisoara inviandogli anche un rapporto dettagliato sopra l'attività di Ludos; a Sighisoara sarà creato il IV° Battaglione sotto il comando del dott. Ghizdaru.
Brucerete quest'ordine appena ricevuto.
Siate prudenti: un esercito di spioni ebrei è posto sulle tracce della nostra attività -non parlate e non ricevete nessuno che non abbia le mie credenziali.
[360]
«In alto i cuori, viva la Legione e avanti con Dio!
«Iasi, 7 ottobre 1930.
Comand. Leg.
(f.to) Corneliu Zelea-Codreanu
Il capo di Stato Maggiore e segreiario
f.to Gîrneatza.
«Risulta chiaramente da questa circolare che la Legione «Arcangelo Michele» ha preparato azioni criminali, avvicinando a questo scopo alcuni pubblici funzionari.
«Sebbene in ritardo, le autorità hanno perciò il dovere di identificare assolutamente tutti i pubblici funzionari che si sono messi al servizio della criminale azione della Legione «Arcangelo Michele» e di applicare le più severe sanzioni».
Mi rendevo conto che la situazione era grave, L'organizzazione sciolta, le sedi chiuse, perquisizioni da tutte le parti.
L'opinione pubblica, completamente confusa di fronte agli strilli degli ebrei e alle accuse che questi ci lanciavano, propendeva a credere vera tutta questa odiosa messa in scena.
Per di più noi eravamo in prigione, con miseria, freddo, umidità, mancanza d'aria e di luce, mancanza di coltri. Occorreva intervenire con decisione perché potessimo ottenere della paglia da mettere nei materassi e delle stuoie per ripararci dall'umidità delle pareti.
Il 1931 cominciò in prigione, sotto una pioggia di menzogne, d'insulti e di colpi da parte degli ebrei.
Anche questa volta accompagnai i nuovi camerati che mi erano compagni nella nuova prova a vedere l'icona e tutte le altre cose piene di ricordi per me.
La prova era grave certamente anche per loro, ma essi avevano una responsabilità limitata a loro stessi e molto più piccola. Il bersaglio che bisognava spezzare ed annientare ero io.
Sentivo che di nuovo si adunavano nuvole nere sopra di me: di nuovo e con maggiore esasperazione si precipitava su di noi un mondo nemico che voleva stroncarci.
L'unico sostegno, in mezzo a queste infernali manovre e a questi assalti giganteschi, lo trovai in Dio. Cominciammo a [361] digiunare, digiuno assoluto, tutti i venerdì, e a leggere ogni notte alle 12 l'inno Acatisto della Madre di Dio.
Fuori, i legionari della capitale guidati da Andrei Ionescu, Ion Belgea, Iordache, Doru Belimace, Victor Chirulescu, Cotiga, Horia Sima, Nicolae Petrascu, Iancu Curanica, Virgil Radulescu, Sandu Valeriu, compivano sforzi giganteschi per illuminare l'opinione pubblica sviata dalla stampa di Sarindaz.
E nello stesso tempo il devoto e irremovibile Fanica Anastesescu -sempre presente in tutte le prove per le quali sono passato- cercava di migliorare le nostre condizioni materiali in prigione. Ecco il delitto che mi veniva attribuito col
«Considerati gli atti processuali penali a carico di Corneliu Zelea-Codreanu, avvocato di Iasi, in età di 31 anni, imputato di aver tentato di intraprendere un'azione intesa a sovvertire la forma di governo stabilita dalla Costituzione e di suscitare agitazioni dalle quali poteva derivare un pericolo per la sicurezza pubblica con l'organizzazione d'una associazione -la "Legione Arcangelo Michele - Guardia di Ferro"- avente come obiettivo l'instaurazione d'un regime dittatoriale che doveva essere imposto al momento deciso dall'imputato, con mezzi violenti, e per il quale gli aderenti erano preparati da una organizzazione paramilitare, da ordini, direttive, discorsi, pubblicazioni, manifesti, simboli, in riunioni organizzate o in riunioni pubbliche.
«Considerato che questo fatto è previsto dall'art. 11 capoverso II della legge per la repressione di nuovi delitti contro l'ordine pubblico con la pena della reclusione da sei mesi fino a cinque anni, dell'ammenda da 10.000 a 100.000 mila lei e dell'interdizione correzionale.
«Considerato che dalle indagini svolte risultano gravi indizi di colpevolezza a carico di Corneliu Zelea-Codreanu, e al fine di impedire che il nominato comunichi con informatori e testimoni che devono essere interrogati come anche nell'interesse della pubblica sicurezza, si rende opportuno per la istruttoria che il nominato accusato, sino a nuove disposizioni, sia posto in istato di arresto:
[362]
«Udite anche le conclusioni del Procuratore Al. Procop Dumitrescu e viste le disposizioni dell'art. 93 del codice di procedura penale:
«Per questi motivi:
«Diamo mandato a tutti gli agenti della forza pubblica perché a norma di legge arrestino e traducano alla prigione di Vacaresti Corneliu Zelea-Codreanu...
«Dato dal nostro gabinetto, oggi 30 gennaio 1931.
«Il Giudice Istruttore Stefan Mihaescu.
(Fascicolo n. 10-193I).
Questa pioggia d'accuse durò ininterrottamente 57 giorni, diffondendosi giornalmente, in milioni di fogli, in paesi e città. Nessuna possibilità di risposta. Nessun raggio di speranza, da nessuna parte. Impossibile prendere le nostre difese e denunciare il complotto ebraico ordito per ottenere la nostra condanna e seppellire con noi il movimento. Assistevamo allo spettacolo di autorità, procuratori, pubblica sicurezza, e di questo signor Mihalache, Ministro degli Interni, i quali, sebbene sapessero tutti dalle indagini svolte che noi non eravamo affatto colpevoli, che non era stato rinvenuto nessun deposito di munizioni, di armi, di dinamite, ecc., -ciò nonostante si compiacevano di questa situazione infame, lasciando esposti agli insulti e allo scherno ebraico degli arrestati che non potevano difendersi.
Essendo in gioco la sicurezza dello Stato, essi avrebbero avuto il dovere elementare di tranquillizzare l'opinione pubblica con un comunicato nel quale fosse detto non essere vero che la Pubblica Sicurezza avesse scoperto depositi di munizioni ecc., e che il paese fosse alla vigilia d'una guerra civile.
Tale essendo la situazione, il processo venne fissato per venerdì 27 febbraio.
Una parte degli avvocati era del parere di rinviare il processo, data l'atmosfera troppo tesa, e di presentare dei testimoni, almeno tra gli agenti di pubblica sicurezza che fossero obbligati, sotto giuramento, a dichiarare la verità.
[363]
Rifiutammo la proposta. Ci presentammo al dibattimento senza nessun testimonio. Presiedeva il collegio il consigliere Buicliu, coi giudici G. Solomonescu e I. Costin; Procuratore era Procop Dumitrescu.
Ci difendevano il prof. Nolica Antonescu, i sigg. Mihail Mora, Nelu Ionescu, Vasiliu-Cluj, Motzi, Gîrneatza, Corneliu Georgescu, Ibraileanu.
Il pubblico e i magistrati aspettavano di veder comparire le prove contro di noi, le bombe e i depositi di munizioni, di dinamite, di ecrasite e armi. Niente, assolutamente niente.
Nello spazio di mezz'ora, dopo il nostro interrogatorio, tutta quella infame farsa era crollata. Finalmente avevamo potuto parlare, soffocati dall'indignazione che per due mesi, ora per ora s'era accumulata in noi. Tutto quello sbarramento di menzogne si spezzava davanti alla verità; tutte le catene con le quali ci avevano legati, cadevano. Fummo difesi in modo brillante dai nostri avvocati. Il processo continuò anche il giorno dopo.
Il verdetto fu rinviato di alcuni giorni.
Al termine fissato, fummo condotti di nuovo al Tribunale, dove ci venne letta la sentenza: eravamo assolti all'unanimità. (Sentenza penale n. 800).
Ecco in quali termini la sentenza d'assoluzione indicava i motivi per cui la «Legione Arcangelo Michele» era stata incriminata dopo essere stata in precedenza sciolta:
«Considerato che da quanto ha dimostrato il Primo Procuratore emerge dagli atti processuali che gli aderenti venivano effettivamente reclutati soltanto tra gente risoluta, uomini, donne e bambini, tra contadini, e studenti; che si parlava di cuiburi di legionari o "aquile bianche", per esempio; che era previsto un tirocinio, un giuramento o patto, con cinque leggi fondamentali, una delle quali era di mantenere il segreto; che la Legione era organizzata militarmente con un'uniforme, un cinturone, una sciarpa, programmi di educazione fisica e istruzione militare, esercitazioni di segnalazioni e conoscenza dell'alfabeto Morse, ecc.
«Non risultando però che coloro che reclutavano e che venivano reclutati abbiano intrapreso nessuna azione intesa a sovvertire l'attuale forma di governo stabilita dalla Costituzione e nemmeno una azione dalla quale sia risultato un pericolo per la [363] sicurezza dello Stato; che il semplice fatto del costituirsi di una simile organizzazione non può costituire una violazione, anche se nella concezione di alcuni essa presentasse un pericolo, quando, per tutto il tempo in cui l'organizzazione non è stata occulta, l'autorità amministrativa avrebbe potuto intervenire sia vietandola, sia sciogliendola; che, anche nell'ipotesi in cui si stabilisse che l'organizzazione ha ricalcato il modello fascista, non per questo i suoi membri possono essere considerati passibili della pena prevista per il reato per cui sono stati rinviati a giudizio, poiché una organizzazione nella sua fase statica, qualunque sia la sua struttura, non presenta nessun pericolo per la sicurezza dello Stato, potendo essere oggetto di misure preventive delle autorità amministrative, non però di misure repressive che devono intervenire soltanto quando si sia passati all'azione (tranne il caso in cui la legge proibisca esplicitamente il semplice costituirsi di simile struttura organizzativa).
«Non potendosi affermare che, per il fatto che alcuni legionari siano andati pei comuni ad arruolare aderenti, esortando il popolo ad organizzarsi, ad avere fiducia nel movimento legionario, ecc. essi avessero intenzione di mettere in pericolo la sicurezza dello Stato, la propaganda essendo un mezzo d'informazione e di rinnovamento dei quadri di un'organizzazione politica com'era questa; e nemmeno che l'organizzazione dei cosiddetti cuiburi da parte degli allievi di liceo, formazioni che non facevano parte dell'organizzazione propriamente detta, rappresentasse un pericolo per la sicurezza dello Stato, se si considera che nel programma dell'organizzazione c'era il risveglio della coscienza nazionale con precetti di educazione fisica e morale che si inquadrano in un programma scolastico sino a che non intervengano agitazioni;
«Considerato che non si può imputare agli accusati di perseguire con la loro azione la sovversione dell'attuale forma di governo perché dall'incartamento e dal rapporto del Pubblico Ministero risulta incontestabilmente che tanto l'accusato Corneliu Z. Codreanu, quanto gli altri, e tutti i componenti dell'organizzazione, auspicavano il "braccio forte" in luogo dei partiti parassitari, ma riconoscevano la autorità del Re, del quale si parla con tutto il dovuto rispetto e di cui volevano diventare, -come [365] sostengono spessissimo nelle loro manifestazioni- i collaboratori, e che finché si tratta d'una collaborazione col capo dello Stato non può considerare l'ipotesi di sovvertire la forma di governo, cosa cui il Sovrano non avrebbe consentito.
«Considerato che per queste ragioni l'azione sovversiva (che d'altronde non risulta da nessuna parte essere un'azione sovversiva) di cui sono incolpati gli accusati non può rientrare nelle disposizioni dell'art. 11;
«Considerato che la marcia in Bessarabia preparata dall'organizzazione non ebbe luogo, e che nemmeno avrebbe avuto luogo si le autorità non l'avessero autorizzata, autorizzazione che d'altra parte gli accusati pretendono d'avere avuta ma che è stata loro successivamente revocata;
«Che in simili circostanze è superfluo insistere ancora sulle affermazioni degli imputati secondo cui essi avevano come obiettivo in primo luogo di mettere alla prova la resistenza dei legionari, e in secondo luogo di risvegliare la coscienza nazionale nella popolazione impregnata di elementi stranieri;
«Considerato che s'è sostenuto anche che tutto il comportamento degli imputati deve essere considerato alla luce dei loro precedenti politici;
«Considerato che nemmeno come elementi al fine di determinare la colpevolezza possono essere indicate le azioni degli imputati Corneliu Zelea Codreanu, Danila, ecc. finché non si stabilisca l'esistenza del fatto per il quale costoro sono processati, poiché i precedenti interessano in ordine al grado di proporzionalità della colpa, non per provocarne l'intervento;
«Così stando le cose, gli accusati non sono colpevoli dei fatti che si imputano loro e per conseguenza devono essere assolti».
Ritornammo, contenti, in prigione; preparammo i bagagli e attendemmo per partire che venisse dato l'ordine di rimetterci in libertà. Passarono le 8 di sera, le 9, le 10, le 11; trasalivamo ad ogni passo che si udisse nel cortile. Ci addormentammo coi bagagli già preparati.
Il giorno dopo ricominciammo ad aspettare, e solo il terzo giorno sapemmo che il procuratore era ricorso in appello e che, fino al nuovo processo, saremmo rimasti in stato di detenzione.
E i giorni ripresero a trascorrere.
[366]
Per il venerdì 27 marzo 1931 fu fissato il nuovo termine per il dibattimento avanti alla Corte d'Appello. I giorni trascorrevano sempre più penosi. Finalmente salimmo di nuovo sul furgone carcerario diretti al Palazzo di Giustizia. Ci presentammo all'udienza avanti alla II sezione della Corte d'Appello. Presiedeva il sig. Ernest Ceaur Aslan. Gli stessi difensori fecero il loro dovere, contrastando con lo stesso successo la tesi del procuratore Gica Ionescu, che sconfinava dalla sua requisitoria con uscite ingiuriose e piene d'odio.
Il verdetto venne rinviato di alcuni giorni. Tornammo indietro, a Vacaresti. Aspettammo. Richiamati, ci comunicarono una nuova assoluzione all'unanimità. Fummo rilasciati dopo 87 giorni di prigione. Eravamo stati riconosciuti innocenti. Ma chi mai avrebbe punito i nostri calunniatori? Chi mai ci avrebbe vendicato per tutte le ingiustizie, tutti i colpi e tutte le sofferenze sopportate?
Ma il procuratore fece ricorso. Più tardi anche questo venne esaminato dalla Cassazione. Fummo di nuovo assolti all'unanimità.
Ecco quindi due decisioni diffronte: una del sig. Mihalache, con la quale la «Legione Arcangelo Michele» e la «Guardia di Ferro» erano state sciolte come organizzazioni sovversive e pericolose per l'esistenza dello stato romeno, l'altra presa all'unanimità dall'intera giustizia romena -Tribunale, Corte d'Appello, Cassazione- secondo la quale questi giovani non avevano nessuna colpa, la Legione e la Guardia non erano affatto pericolose, né per l'ordine pubblico, né per la sicurezza dello stato. Con tutto questo, le nostre sedi rimanevano chiuse.
Il giudeame, che era stato di nuovo sconfitto, taceva e preparava nell'ombra altre menzogne, altri assalti, altre infamie.
Signore! Signore! Come mai la nostra stirpe non vedeva che noi, i suoi figli, eravamo lasciati in preda ai colpi nemici che cadevano su di noi, uno dopo l'altro?
Signore! Signore! Quando mai questa gente si sveglierà e comprenderà la cabala esecranda ordita contro di lei, per addormentarla e sopraffarla?
[367]
Nell'aprile il governo nazional-contadino cadde, e venne sostituito dal governo Iorga-Argetoianu.
Essendo stata sciolta la Legione, presentai il mio movimento alla commissione centrale elettorale, sotto una nuova denominazione: «Gruppo Corneliu Z. Codreanu» -scegliendo come sigla elettorale:
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La nuova denominazione, ovviamente, non ebbe presa sulle masse. Il popolo, la stampa, i nemici, il governo, continuavano a dire «Guardia di Ferro». Avremmo preso parte alle elezioni per non sentirci più domandare perché non ci mettessimo in contatto con la gente, perché non seguissimo le vie legali.
Il 1 giugno ebbero luogo i comizi elettorali. Con grandi sforzi materiali, con prestiti, riuscimmo a presentare le nostre candidature nei circondari.
Cominciò la propaganda nei modi più legali e più composti. Nei circondari dove presentavano candidati il Ministro della Guerra e il Primo Ministro del Paese, noi non presentammo la nostra candidatura. Per questo motivo, dai pochi collegi che avevamo, togliemmo ancora Focsani e Radautzi.
Come ricompensa si scatenarono contro di noi: governo, autorità, nemici. Ci impedirono di far propaganda, e finirono per rubarci anche dei voti. Tuttavia, dopo una lotta difficile, ottenemmo 34.000 voti. In prima linea era Cahul con quasi 5.000 voti, Turda con 4.000, Covurlui con le tre sezioni: Beresti, Ganesti, Oancea con quasi 4.000, Ismail con 6.000 ecc.
Dal 15 dicembre 1929, da quando partii per la prima riunione a Beresti, fino al Giugno 1931, avevo condotto una vita di lotte e di prigione continua.
[368]
A casa non so se, sommando giorno a giorno, io sia rimasto due mesi.
31 Agosto 193l.
Venti giorni dopo, venni a sapere che si era reso vacante il seggio di deputato nella provincia di Neamtz e che presto si sarebbero svolte le elezioni.
Studiai la situazione e decisi di entrare in lotta. In quel circondario, nelle passate elezioni avevo ottenuto 1.200 voti. Ora si presentavano alle elezioni i liberali, i nazional-contadini in lista unita con gli avereschiani, i georgisti, ecc.
La stampa voleva dare un significalo straordinario a queste elezioni, perché la lotta si preannunciava accanita e il suo risultalo avrebbe indicato la successione al Governo.
Si cominciarono a notare concentramenti di forze, la gente formulava i suoi pronostici, prevedendo gli uni la vittoria per i liberali, gli altri per i nazional-contadini. Nel pieno della lotta, corsero anche delle scommesse. Beninteso, che di noi nemmeno si parlava. Nessuno pensava di puntare su di noi.
Il 25 luglio detti anch'io l'ordine di concentramento. Ma noi eravamo ridotti agli estremi, non avevamo neppure il modo di pagare le spese elettorali. Per questo, e per la stampa dei manifesti, ci venne in aiuto la famiglia Iesanu.
Il 30 luglio ero a Piatra Neamtz e attendevo l'arrivo delle squadre. Ognuno veniva come poteva: a piedi, col treno, col carro. Cominciavano ora ad entrare più seriamente nella lotta gli elementi cresciuti nelle fratzii, i quali formavano squadre al comando di legionari più anziani.
Secondo la carta, assegnai a ciascuna squadra un settore. Il numero dei nostri che partecipava alla lotta raggiungeva un totale di 100 militanti. Partirono a piedi con una fede infinita, sebbene non conoscessero e non sapessero nemmeno cosa mangiare, né dove dormire: Dio avrebbe avuto cura di loro e la necessità li avrebbe istruiti. Per Brosteni parti la squadra Banica, col prof. [369] Matei Cosma, alla quale si sarebbero aggiunti quelli di Cîmpul-Lung; per Rapciuni la squadra Tzocu; per Bicaz, la squadra Cringanu; per Tg. Neamtz, Victor Silaghi, Jorjoai, Stelescu; per Baltatesti, Banea, Ventonic, Ifrim, Mihail David; per Roznov, Popovici; per Buhusi, Paduraru con quelli di Roman, Hristache Solomon e l'ingegner Blanaru; per Cracaoani, Doru Belimace e Ratzoiu; per Razboeni, Valeriu Stefanescu, la famiglia Mihai Cracium e Stelian Teodorescu. Accanto a questi il prof. Ion Z. Codreanu teneva riunioni in diversi punti del circondario.
Qua e là c'erano arche cuiburi di legionari sotto la guida di Herghelegiu, Tîrîtza, Platon, Longhin, David, Nutza, Mihai Bicleanu, Ungureanu, Olaru V. Ambrozie, Macovei, ecc.
Le squadre si misero a lavorare a giornata per guadagnarsi il vitto, e ben presto cominciarono ad essere amate dai contadini.
I nazional-contodini vennero con molte macchine; soltanto per il loro partito arrivarono nel circondario e partirono per giri di propaganda sette ex ministri. Lo stesso dicasi per i liberali.
Fra le varie categorie sociali, i preti furono quelli che si dimostrarono più tiepidi. Nei circondari dove si storcevano le croci sulle chiese, di fronte al dominio dei politicanti atei e giudaizzati, in una lotta in cui eravamo i soli che venissero in nome della croce, a viso aperto contro il mostro idolatra, i preti del circondario, ad eccezione di 3 o 4, si schierarono contro di noi.
Nell'ultima settimana dovevo organizzare le mie forze in vista della battaglia finale; avevamo 6 sezioni forti e 10 deboli.
Nella discussione che ebbi coi capi delle squadre, questi sostenevano che una volta che avevamo sei sezioni forti, potevamo togliere le squadre di là per rafforzare quelle deboli. Era una tesi errata che poteva provocare la perdita della battaglia.
Procedetti esattamente al contrario, concentrando le forze nei miei punti forti, e negli altri lasciando solo piccole squadre di disturbo. Gli avversari si raggrupparono tutti erroneamente, concentrandosi nei miei punti forti; sicché noi demmo battaglia nei nostri punti più forti ed essi nei loro punti più deboli.
Furono annientati. Io ottenni in queste sei località 1.000 voti per ogni sezione, e loro 200, al massimo 300. Nello stesso tempo le loro sezioni forti, rimanendo senza buona difesa, furono dimezzate dalle nostre squadre.
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Il giorno della votazione, cominciando dal mattino, con una la macchina veloce e accompagnato da Totu, traversai 15 delle 16 sezioni elettorali.
La notte, a mezzanotte, si conobbe il risultato, con grande entusiasmo delle masse contadine e delle squadre dei legionari e con indicibile depressione dei politicanti e degli ebrei. La Guardia aveva riportato 11.300 voti; i liberali 7.000; i nazional-contadini con gli avereschiani, 6.000; gli altri molto meno.
Così, nella prima lotta in campo aperto contro le forze coalizzate dei politicanti, i legionari, sebbene in numero ridotto e disponendo di mezzi incomparabilmente minori, riuscirono ad ottenere la vittoria, diffondendo il panico tra gli avversari.
1- «La nostra montagna oro porta
Noi mendichiamo di porta in porta». torna ^
2- «O Iancu, perché non risorgi, per vedere i tuoi monti deserti». torna ^
3- «E schiacceremo gli ebrei sotto i talloni, o moriremo con gloria». torna ^
4- Con tale espressione venne designato il clero che, nel secolo XVIII, ammise alcuni dogmi fondamentali del cattolicesimo e riconobbe l'autorità del Papa. torna ^
5- «Su prendiamoci per mano, noi che abbiamo cuore romeno». torna ^
7- Sarindar è il nome di una via del centro di Budapest, ove si trovavano le direzioni delle pubblicazioni romene dirette da giudei. torna ^
8- Popolazione romena stanziatasi in Epiro e in Macedonia. torna ^