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La Legione Arcangelo Michele

 

La Legione Arcangelo Michele

Di fronte a tale situazione decisi di non stare né con l'uno né con l'altro gruppo, di non rassegnarmi, ma di iniziare l'organizzazione della gioventù sotto la mia responsabilità, secondo il mio sentimento e il mio criterio, e di continuare la lotta, non di capitolare.

In mezzo a queste ansie, a queste incertezze, ci ricordammo dell'Icona che ci aveva protetti nella prigione di Vacaresti, e decidemmo di serrare le file e di continuare la lotta sotto la protezione della stessa Santa Icona. A questo scopo, essa fu trasportata nel nostro «camin» di Iasi, dall'altare della chiesa di S. Spiridone dove l'avevamo lasciata tre anni prima.

Il gruppo di «Vacaresti» aderì subito alla mia idea. Alcuni giorni dopo, convocai a Iasi per venerdì 24 giugno 1927, alle 10 di sera, nella mia camera di Via dei Fiori 20, quelli di Vacaresti e i pochi studenti ch'erano rimasti ancora legati a noi.

In un registro avevo scritto alcuni minuti prima il seguente ordine del giorno contrassegnato col numero 1:

«Oggi, venerdì 24 giugno 1927 (San Giovanni Battista) ore 10 di sera, viene fondata la "Legione Arcangelo Michele" sotto la mia direzione. Venga in queste file chi crede senza riserve. Resti fuori chi ha dei dubbi.

«Scelgo, come capo della guardia dell'Icona, Radu Mironovici

Corneliu Zelea-Codreanu

Questa prima seduta durò un minuto, cioè il tempo necessario per leggere l'ordine di cui sopra, dopo di che gli intervenuti [268] si ritirarono, dovendo riflettere se si sentissero abbastanza decisi e porti spiritualmente per entrare in una simile organizzazione, dove non c'era nessun programma: unico programma essendo la vita di lotta, vissuta fino allora da me e dai miei compagni di prigione.

Anche a quelli del gruppo di «Vacaresti» volli lasciare il tempo di riflettere e di esaminare la loro coscienza, per vedere se nutrissero qualche dubbio o ponessero qualche riserva, perché una volta entrati nella Legione essi avrebbero dovuto andare avanti per tutta la vita senza esitazioni.

Lo stato d'animo dal quale è sorta la Legione è stato questo: non ci interessava se avessimo vinto, se fossimo caduti sconfitti o se fossimo morti, il nostro scopo era quello di andare avanti uniti.

Procedendo così, con la visione di Dio e col diritto della stirpe romena, qualunque sorte ci fosse toccata, la sconfitta o la morte, l'avremmo benedetta ed essa avrebbe recato i suoi frutti per la nostra stirpe.

Vi sono sconfitte e vi sono morti che risvegliano una stirpe alla vita, così come vi sono vittorie che addormentano -disse una volta il professor Iorga.

Nella stessa notte e sullo stesso registro, redassi una lettera diretta al prof. Cuza e un'altra al prof. Sumuleanu. La mattina seguente tutti noi di «Vacaresti» andammo dal prof. Cuza, a casa sua, in via Codrescu, n. 3.

Dopo tanti anni di lotte e di difficili prove, andavamo ora ad accomiatarci da lui e a chiedergli che ci sciogliesse dal nostro giuramento.

Il prof. Cuza ci ricevette nella stessa stanza nella quale mi aveva tenuto a battesimo 28 anni prima. Qui, mentre lui rimaneva in piedi da una parte della scrivania e noi dall'altra, gli lessi la seguente lettera:

«Signor professore,

«Siamo venuti per l'ultima volta da lei per accomiatarci e per pregarla di scioglierci da ogni giuramento.

«Sulla via per la quale lei ora cammina, noi non possiamo seguirla, perché non crediamo più in essa. Andare senza fede non [269] possiamo perché è la fede che ci ha dato tutto il nostro slancio nella lotta.

«Pregandola di scioglierci dal giuramento, noi rimaniamo a lottare da soli, secondo i dettami della nostra mente e del nostro cuore».

Il prof. Cuza ci parlò poi nel modo seguente:

- Miei cari, vi sciolgo da ogni giuramento e vi raccomando, ora che camminate ormai da soli nella vita, di non commettere errori. Perché, specialmente in politica, gli errori si pagano cari. Ecco, avete l'esempio degli errori commessi in politica da Petre Carp1 e di come gli siano stati fatali.

Io, da parte mia, vi auguro ogni bene.

Dopo di che stese la mano a ciascuno di noi e ce ne andammo.

* * *

Ci parve corretto procedere in questo modo, ritenendo che questa fosse la via dell'onore indicataci dalla nostra qualità di militanti.

Ci recammo dopo dal prof. Sumuleanu, in via Saulescu, e leggemmo anche a lui un'altra lettera, redatta quasi negli stessi termini, con la quale annunciammo agli «Statutari» che non potevamo seguire nemmeno loro e che intendevamo tracciarci d'ora in poi la nostra strada.

Andandocene da lui, sentivamo in cuore una gran solitudine. Eravamo ormai soli come in un deserto; dovevamo aprirci con le nostre sole forze la strada nella vita.

Ci stringemmo ancor più intorno all'Icona.

E quanto maggiori fossero state le difficoltà e più forti e pesanti i colpi su di noi, tanto più avremmo trovato riparo sotto lo scudo del Santo Arcangelo Michele e all'ombra della sua spada.

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Egli non era più per noi un'immagine, ma lo sentivamo vivo e all'icona montavamo la guardia a turno, giorno e notte, con la candela accesa.

 

La materia

Quando nella camera del «camin» ci riunimmo noi cinque, più una decina di studenti del 1° e del 2° anno, e volemmo scrivere alcune lettere, annunciando la nostra decisione al sig. Hristache Solomon e agli altri, soltanto allora ci rendemmo conto di quanto fossimo poveri, perché tutti insieme non avevamo nemmeno i denari per le buste e i francobolli. Fino allora ogni volta che avevamo bisogno di denaro, andavamo a chiederne ai vecchi; ma d'ora innanzi non avremmo avuto nessuno cui rivolgerci. Iniziare un'organizzazione politica senza un soldo, era una cosa difficile e temeraria. In questo secolo in cui la materia i padrona onnipotente, in cui nessuno inizia qualche cosa senza prima domandarsi «quanti denari ha», Dio ha voluto dimostrare che nella lotta e nella vittoria legionaria la materia non ha avuto parte alcuna.

Col nostro gesto audace, noi ci staccavamo dalla mentalità dominante del secolo; uccidevamo in noi un mondo, per cercarne un altro elevato sino al cielo. Il dominio assoluto della materia era rovesciato per essere sostituito dal dominio dello spirito, dei valori morali.

Noi non negavamo e non negheremo l'esistenza, il senso e la necessità della materia nel mondo, ma negavamo e negheremo in eterno il suo diritto al predominio assoluto. Urtavamo, così, contro una mentalità, secondo la quale il vitello d'oro era considerato come il centro e il significato della vita. Ci rendevamo conto che seguendo la via del capovolgimento dei rapporti tra lo spirito e la materia avremmo esaurito in noi ogni coraggio, ogni forza, ogni fede ed ogni speranza. La forza morale ai nostri inizi l'abbiamo trovata solo nella fede immutabile che, aderendo all'armonia originaria della vita -cioè al subordinamento della materia allo spirito- noi avremmo potuto vincere le avversità e trionfare contro le forze sataniche coalizzate allo scopo di annientarci.

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La ragione

Un'altra caratteristica del nostro inizio, oltre alla mancanza di denari, è stata la mancanza di programma.

Noi non abbiamo avuto nessun programma. Questo fatto farà sorgere certamente un grande punto interrogativo: com'è possibile una organizzazione politica senza alcun programma dettato dalla ragione, dalla mente d'un uomo o di più uomini?

Ma noi non c'eravamo uniti insieme perché pensavamo allo stesso modo, bensì perché sentivamo allo stesso modo; noi non avevamo lo stesso modo di pensare, ma la stessa struttura spirituale.

Ciò significa che la statua di un'altra dea -La Ragione- sarebbe stata frantumata. Quella che il mondo aveva elevata contro Dio, noi -senza respingerla e disprezzarla- l'avremmo rimessa al suo vero posto, al servizio di Dio e del senso della vita.

Se non avevamo dunque né denari né programmi, avevamo in cambio Dio nelle anime ed Egli ci ispirava con la forza invincibile della fede.

 

Contro la viltà

La nostra comparsa fu salutata da un uragano d'odio e d'ironia. I due gruppi della Lega ruppero i rapporti con noi. Gli studenti di Iasi ci abbandonarono tutti e gli assalti dei Cuzisti, rivolti prima contro gli Statutari, si sarebbero diretti d'ora in avanti, acuti come frecce, contro i nostri cuori. Nessun dolore per le ferite, ma quanto sgomento per quello che avremmo scoperto negli uomini!

Dovevamo aspettarci di essere ricompensati e onorati per tutto quello che avevamo fatto con le offese più gravi. Non avremmo sentito soltanto l'odio, ma avremmo visto in tutta la loro nudità la mancanza di carattere e la slealtà spirituale. Presto dovevamo essere considerati «sfruttatori dell'idea nazionale» per interesse personale. Non avremmo mai creduto che coloro che un anno prima si battevano i pugni sul petto, chiedendo un compenso per le loro pretese sofferenze, avrebbero avuto ora il coraggio di gettarci in faccia tale insulto.

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Presto si sarebbe detto che ci eravamo... «venduti agli ebrei», e si sarebbero scritti anche articoli pieni d'insulti; e i contadini ci avrebbero creduto e la gente ci avrebbe voltato le spalle.

Gli insulti che i nemici non avevano mai osato rivolgerci, per paura, ora ce di gettavano gli amici, senza timore e senza pudore.

Ma se noi, dopo esser passati per quello per cui siamo passati e dopo aver sofferto quello che abbiamo sofferto, fossimo stati capaci di una simile infamia, quella di venderci in massa al nemico, allora non sarebbe rimasto null'altro da fare che mettere della dinamite sotto questa nostra stirpe e farla saltare in aria. Non avrebbe meritato di vivere ancora una stirpe che avesse generato e allevato simili figli.

Ma se non era vero, quelli che avevano inventato e divulgato simili accuse erano dei miserabili, che spegnevano la fede di una nazione nel suo avvenire e nel suo destino. Per costoro nessuna punizione da parte del paese sarebbe stata troppo grave.

Che fiducia può ancora avere questa stirpe nella sua vittoria e nel suo avvenire, se, nel momento della difficile lotta che sopporta, sente che noi, i figli che essa ha allevato sulle sue braccia, riponendo in essi le più sante speranze, l'abbiamo venduta?

Lascio quei giorni al ricordo di chi li ha vissuti. Ai miei compagni di allora, testimoni di quelle ore, io dissi: - Non abbiate paura di questi pigmei, perché chi ha un animo simile non può mai trionfare. Li vedrete un giorno cadere in ginocchio ai vostri piedi. Non perdonate loro perché essi non lo faranno per coscienza del peccato commesso, ma per viltà. E ora, se contro di noi si scatenasse l'inferno con tutti i suoi spiriti maligni, noi, rimanendo fermi sulla nostra posizione, li vinceremo.

Fino allora, avevamo veduto la belva che è nell'uomo; ora vedevamo il vigliacco che è nell'uomo. Voi e i figli di oggi e di domani della stirpe romena e di qualunque stirpe del mondo guardatevi da questo sentimento spaventoso: la vigliaccheria.

Tutta l'intelligenza, tutto lo studio, tutto il talento, tutta l'educazione non serviranno a niente, se saremo vili. Insegnate ai vostri figli a non adoperare mai la viltà né contro l'amico né contro il peggior nemico, perché essi così non vinceranno, e saranno più che sconfitti: saranno schiacciati. Nemmeno contro il vigliacco e le sue armi vili essi devono usare la [273] vigliaccheria, perché se vinceranno, non ci sarà che uno scambio di persone: la vigliaccheria rimarrà immutata. La viltà del vinto sarà sostituita dalla viltà del vincitore, ma in sostanza, la stessa viltà dominerà sul mondo. Le tenebre della viltà non possono essere cacciate da altre tenebre, ma soltanto dalla luce che emana dall'anima dell'eroe, piena di carattere e d'onore.

E tuttavia, attraversando questo sbarramento d'odio e di infamia, aderirono a noi, fin dal primo giorno, come ad una sorgente di speranza, Hristache Solomon, l'uomo di elevate parole e di grande onore, l'ingegnere Clime, l'ingegnere Blanaru, l'avvocato Mille Lefter, Andrei C. Ionescu, Alexandru Ventonic, Dumitru Ifrim, Costachescu, Ion Butnaru, l'arcidiacono Isihie Antohie, ecc.

Tutti i migliori, gli antichi militanti della Lega, mi facevano ora l'impressione di naufraghi, la cui nave fosse affondata in alto mare, -che arrivassero stanchi è sconvolti, sulla nostra piccola isola, per trovarvi la calma dell'anima e la fiducia nel domani.

Il Generale Macridescu ci disse:

- Sebbene io sia vecchio, verrà con voi e vi aiuterò, a una sola condizione: che non stendiate più la mano a quegli uomini privi d'onore, perché ciò mi disgusterebbe oltre misura e perderei tutte le illusioni.

Il prof. Gavanescul cominciò a interessarsi a noi e a quello che facevamo.

 

Primi inizi di vita legionaria

Quattro erano le linee direttive della nostra fase iniziale:

1) La fede in Dio. Credevamo tutti in Dio; non c'era nessun ateo fra noi. Quanto più eravamo soli e circondati di nemici, tanto più il nostro pensiero si elevava verso Dio e verso i morti nostri e della nostra stirpe. Questo ci dava una forza invincibile e una serenità luminosa di fronte a tutto.

2) La fiducia nella nostra missione. Nessuno poteva prospettarsi nemmeno la minima possibilità di vittoria. Eravamo così pochi, così giovani, così odiati e perseguitati da tutti, che ogni argomento tratto dalla situazione reale deponeva contro le [274] prospettive del trionfo. Tuttavia andavamo avanti, grazie alla fiducia nel nostro compito, alla fiducia illimitata nella nostra stella e in quella della stirpe.

3) L'amore tra di noi. Con alcuni, conosciuti in epoca anteriore, avevamo forti vincoli spirituali; altri invece erano ragazzi, studenti del primo o del secondo anno, che non avevamo mai conosciuti. Ma subito si stabili tra noi un vincolo d'affetto come se fossimo stati membri d'una stessa famiglia e ci fossimo conosciuti sin da bambini.

Occorreva un equilibrio interiore per poter resistere. L'amore all'interno doveva avere la stessa intensità e la stessa forza di pressione e di immensità dell'odio esterno. La nostra vita in quel cuib non era la vita ufficiale e fredda, con le distanze tra capo e soldato, con dichiarazioni retoriche e toni di superiorità. Il nostro cuib era caldo, i rapporti tra di noi assolutamente familiari. Non vi si entrava come in una fredda caserma, ma come in casa propria, come nella propria famiglia. Qui non si veniva soltanto per ricevere ordini: qui si trovava un raggio d'affetto, un'ora di calma spirituale, una parola d'incoraggiamento, un conforto, un aiuto nella disgrazia e nel bisogno.

Da parte del legionario non si richiedeva tanto la disciplina da caserma, quanto buona volontà, fede, devozione e rigore nel lavoro.

4) Il canto. Poiché noi non seguivamo criteri intellettualistici, fissando programmi, svolgendo discussioni dialettiche, argomentazioni filosofiche, conferenze, la sola possibilità di manifestare il nostro stato interiore era il canto, e cantavamo quei canti in cui i nostri sentimenti trovavano appagamento. Pe o stînca neagra2, il canto di Stefan cel Mare, la cui melodia pare si sia conservata dal tempo suo di generazione in generazione. Si dice che al suono di questa melodia entrasse Stefan trionfatore nella sua cittadella di Suceava, cinquecento anni fa. Cantandolo, sentivamo rivivere quei tempi di grandezza e di gloria romena, risalivamo indietro di cinquecento anni nella storia e vivevamo alcuni istanti in contatto con gli antichi soldati, gli arcieri di Stefan e con lui stesso.

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E ancora: Ca un glob de aur3, il canto di Mihai Viteazul; il canto di Avram Iancu: Sa sune iarasi goarna4; il canto della Scuola militare di Fanteria del 1917: Sculatzi Români5 composto da Iustin Iliesu e da Istrati, che noi scegliemmo come inno della Legione, ecc.

* * *

Per poter cantare, occorre un particolare stato d'animo, una armonia dell'anima nostra. Chi va a rubare non può cantare, e nemmeno chi va a commettere un'ingiustizia, e ha l'animo roso dalle passioni e dall'odio per il suo camerata, o privo di fede.

Per questo, voi, legionari di oggi e di domani, ogni qualvolta avrete bisogno d'orientarvi nello spirito legionario, ritornate a queste quattro dimensioni iniziali, che sono alla base della nostra vita. E il canto vi guiderà. Se non potrete cantare, siate certi che c'è una malattia che vi rode nel profondo del vostro essere spirituale o che il tempo ha macchiato di peccato la purezza della vostra anima, e se non potrete purgarvene traetevi in disparte e lasciate il vostro posto a quelli che potranno cantare.

Vivendo secondo tali direttive, cominciammo fin dai primi giorni l'attività e scegliemmo i capi che ricevessero e dessero ordini.

Non iniziammo la nostra attività con opere grandiose; a misura che i problemi si presentavano, noi li risolvevamo.

Prima di tutto si pensò a sistemare la stanza del «Camin» nella quale era l'icona del Santo Arcangelo Michele. L'imbiancammo da soli e lavammo il pavimento. Le legionarie cucirono le tendine, e poi i legionari scrissero parecchie massime raccolte da me -tratte dalla Sacra Scrittura, o da altri scritti. Con esse adornammo le pareti. Eccone alcune:

«Dio che ci porterà sul suo carro di trionfo».

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«Colui che vincerà ... Io sarò il suo Dio».

«Chi non ha spada venda la sua giacca e se la comperi».

«Combattete con valore per la fede».

«Guardatevi dagli appetiti della carne, che uccidono l'anima».

«Siate svegli».

«Non cacciare l'eroe che è in te».

«Fratelli nel bene... e nel male».

«Chi sa morire, non sarà schiavo mai».

«Attendo la resurrezione della mia Patria e la distruzione delle orde di mercanti», ecc.

In capo a una settimana, la nostra sede era in ordine.

Seguì un secondo provvedimento di natura diversa: il nostro comportamento di fronte agli attacchi esterni. Non rispondevamo. Era una cosa difficile per tutti, un vero strazio, ma era il tempo dell'eroismo della pazienza.

Un'altra misura: nessuno doveva cercare di convincere altri a farsi legionario. Tirar la gente per la manica e andare a caccia di aderenti, non mi è mai piaciuto. Questo sistema è, ed è rimasto contrario, fino al giorno d'oggi, allo spirito legionario. Noi avremmo precisato il nostro punto di vista e basta. Chi avesse voluto, sarebbe venuto e sarebbe entrato se fosse stato ricevuto.

Ma chi veniva? Molti uomini della stessa nostra essenza spirituale. Molti? Pochissimi. A Iasi, dopo un anno, eravamo due o tre più del primo giorno. Nel resto del paese però erano di più, e si iscrivevano a misura che venivano a sapere della nostra esistenza.

Tutti quelli che venivano a noi possedevano due caratteristiche ben chiare:

1) La lealtà dell'animo.

2) La mancanza d'interesse personale. Da noi non c'era niente da guadagnare, nessuna rosea prospettiva.

Tutti dovevano soltanto dare: anima, beni, vita, capacità d'amore e di fiducia.

E se anche tra noi penetrava un individuo sleale o interessato, non vi poteva rimanere, non trovando un ambiente adatto e ne usciva automaticamente, dopo un mese, dopo un anno, dopo due o tre, ritirandosi, disertando, tradendo.

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Il nostro programma

Questo cuib di giovani era l'inizio della vita legionaria; era la prima pietra delle fondamenta, che bisognava mettere su terra sana.

Per questo non dissi: - Andiamo a conquistare la Romania! Andate per i paesi e gridate: - S'è costruita una nuova organizzazione politica, iscrivetevi tutti ad essa!

Non scrissi un nuovo programma politico, accanto agli altri dieci esistenti in Romania, tutti «perfetti» nella coscienza degli autori e dei loro partigiani, e non mandai i legionari a sventolarlo in giro, chiamando gli uomini ad aderirvi, per salvare il paese.

Da questo punto di vista ci differenziavamo da tutte le altre organizzazioni politiche, compreso il cuzismo. Tutti credono che il paese vada in rovina per mancanza di buoni programmi e per questo ognuno crea un programma perfettamente articolato e con esso va a radunare uomini. Per questo tutti domandano:

- Che programma hai?

Il paese va in rovina per mancanza di uomini, non per mancanza di programmi. Questa è la nostra convinzione. E perciò, non programmi dobbiamo creare, ma uomini, uomini nuovi. Perché gli uomini come sono oggi, allevati dai politicanti e infettati dall'influenza ebraica, comprometterebbero anche il programma più splendido.

Questo tipo di uomo, che vive oggi nella politica romena, l'ho già incontrato nella storia; sotto il suo dominio sono cadute le nazioni e si sono distrutti gli stati.

Il male maggiore che ci abbiano provocato gli ebrei e i politicanti, il maggior pericolo nazionale al quale ci abbiano esposto costoro, non consiste né nell'accaparramento delle ricchezze del suolo e del sottosuolo romeno, né nella tragica distruzione della classe media romena e nemmeno nel gran numero di loro inserito nelle scuole, nelle professioni libere, ecc., o nell'influenza che essi esercitano sulla nostra vita politica -sebbene ognuno di questi fattori rappresenti un pericolo mortale per la stirpe. Il maggior pericolo nazionale consiste nell'aver deformato, nell'aver sfigurato la nostra struttura di razza daco-romana, dando vita a questo tipo d'uomo, creando questo rottame, questo aborto morale: [276] il politicante, che non ha più niente della nobiltà della nostra razza, che ci disonora e ci uccide.

Se questo tipo continuerà ancora a guidare il nostro paese, la stirpe romena chiuderà gli occhi per sempre e la Romania crollerà, nonostante tutti gli smaglianti programmi coi quali «l'astuzia» dei degenerati saprà abbagliare gli occhi delle misere folle. Fra tutti i mali che ci ha procurati l'invasione ebraica, questo e il più spaventoso!

* * *

Tutti i popoli coi quali noi romeni siamo venuti a contatto e abbiamo combattuto, dalle invasioni barbariche fino ad oggi, ci hanno attaccati dal lato materiale, fisico e politico, lasciandoci però intatta la natura etica dalla quale, prima o poi, è esplosa la nostra vittoria, la liberazione dal giogo straniero -anche se questi popoli si fossero stanziati in gran numero sulla nostra terra, ci avessero prese tutte le ricchezze, ci avessero dominati politicamente.

È questa la prima volta nella nostra storia -e perciò ci sentiamo disarmati e ci diamo per vinti- che i Romeni incontrano una razza che non li assale con la spada, ma con le armi proprie della razza giudaica, che colpiscono e paralizzano prima di tutto l'istinto morale delle stirpi, diffondendo in modo sistematico tutte le malattie morali e distruggendo così qualunque possibilità di reazione.

Per questo la pietra angolare da cui muove la Legione è l'uomo, non il programma politico; la riforma dell'uomo, non fa riforma dei programmi politici. «La Legione Arcangelo Michele» sarà, per conseguenza più una scuola e un esercito che un partito politico.

Il popolo romeno in questi tempi non ha bisogno di un grande uomo politico, come erroneamente si crede, ma di un grande educatore, di un condottiero, che vinca le forze del male e schiacci la cricca dei malvagi. Ma per far ciò, egli dovrà prima vincere il male che è in lui e nei suoi.

Da questa scuola legionaria uscirà fuori un uomo nuovo, un uomo con le qualità di eroe, un gigante in mezzo alla nostra storia, che sappia combattere e vincere tutti i nemici della Patria; e la sua lotta e la sua vittoria dovranno estendersi anche al di là, sui nemici invisibili, sulle forze del male. Tutto quello che la mente nostra può immaginare di più bello spiritualmente parlando, tutto quello che la nostra razza può dare di più fiero, di più alto, di più giusto, di più potente, di più saggio, di più puro, di più laborioso e di più eroico, ecco che cosa deve produrre la scuola legionaria! Un uomo nel quale siano sviluppate al massimo grado tutte le possibilità di grandezza umana che sono state seminate da Dio nel sangue della nostra stirpe.

Questo eroe uscito dalla scuola legionaria, saprà risolvere il problema ebraico, saprà dare una buona organizzazione allo Stato, saprà convincere anche gli altri Romeni: ad ogni modo saprà vincere, poiché per questo è un eroe.

Questo eroe, questo legionario dell'eroismo, del lavoro, della giustizia, con poteri divini nello spirito, condurrà la nostra stirpe per le vie della sua grandezza.

* * *

Un nuovo partito politico, sia pure cuzista, può dare solo un nuovo governo e un nuovo modo di governare, una scuola legionaria invece, può dare a questo paese un grande tipo di romeno. Può uscire da essa qualche cosa di elevato come non è mai stato, che divida in due l'intera nostra storia, e segni l'inizio di un'altra storia romena, cui questo popolo ha diritto, per le sue sofferenze e la sua tenacia millenaria, come per la purezza e la nobiltà dell'anima sua, poiché è forse il solo popolo del mondo che, in tutta la sua storia, non abbia commesso la colpa d'asservire, di calpestare e di perseguitare altri popoli.

* * *

Creeremo un ambiente spirituale, un ambiente morale nel quale nasca e del quale si nutra e cresca l'uomo-eroe.

[280]

Quest'ambiente bisogna isolarlo dal resto del mondo con barriere spirituali alte il più possibile. Bisogna difenderlo da tutti i venti pericolosi della vigliaccheria, della corruzione, della dissolutezza, da tutte le passioni insomma che seppelliscono le nazioni e uccidono gl'individui.

Dopo che il legionario si sarà sviluppato in un simile ambiente, nel cuib, nel campo di lavoro, nella organizzazione e nella famiglia legionaria, sarà inviato in mezzo al mondo: a vivere, perché impari ad essere leale; a combattere, perché impari ad essere valoroso e forte; a lavorare, perché si abitui ad essere laborioso, amante di quelli che lavorano; a soffrire, perché si tempri; a sacrificarsi, perché si abitui a trascendere la propria individualità servendo la stirpe. Dovunque andrà, egli creerà un ambiente nuovo della stessa natura; sarà un esempio, formerà altri legionari. E la gente, alla ricerca di giorni migliori, lo seguirà.

È necessario che i nuovi venuti vivano nel rispetto delle stesse norme di vita legionaria. Tutti insieme, nello stesso esercito, saranno una forza che combatterà e vincerà.

Questa sarà la «Legione Arcangelo Michele».

 

Sguardi sulla vita pubblica romena

Nelle pagine seguenti presenterò l'aspetto generale della nostra vita pubblica, in mezzo alla quale è contro la quale prese vigore l'organizzazione «Arcangelo Michele».

Il governo Averescu era caduto da circa un mese. Il 7 luglio 1927 salirono al potere i liberali. Indissero nuove elezioni, e, come al solito, il governo ebbe la maggioranza; ma occorreva che vincesse, con qualunque mezzo, la grande corrente popolare formatasi intorno al Partito nazional-contadino. L'infelice massa del popolo romeno correva da un partito all'altro, dall'una all'altra promessa, attaccandosi ad ognuno, con la sua fede secolare, con le più pure speranze, ma ne ritornava ingannata e amareggiata, con tutte le speranze infrante, fino al giorno in cui arriverà a capire d'essere caduta in mano a una banda che mira solo al guadagno e al bottino.

C'erano tre partiti maggiori: il liberale, l'avereschiano e il nazional-contadino. Accanto ad essi altri minori.

In fondo, non esisteva fra loro alcuna differenza; soltanto le forme e gli interessi personali li distinguevano. Era sempre la stessa realtà sotto forme diverse. Non avevano nemmeno la giustificazione della diversità delle opinioni.

Il loro solo movente spirituale era la religione dell'interesse personale, al di sopra di qualunque sventura del paese e di qualunque interesse della stirpe.

Per questo lo spettacolo delle lotte politiche era disgustoso. La corsa al danaro, alle posizioni di potere, agli averi e ai piaceri, al bottino, metteva una nota di ferocia in quelle lotte. I partiti apparivano come vere bande organizzate, ostili le une alle altre, che si divoravano e si combattevano a vicenda per il bottino.

Soltanto la lotta per la stirpe o per qualunque ideale che trascenda l'interesse, l'egoismo e gli aspetti personali, è corretta, composta, senza alcuno scatenarsi di passioni; in essa vi può essere passione, ma non passionalità cieca e bassa.

L'odio e la bassezza di queste lotte poteva essere una prova sufficiente a dimostrare che esse non tendevano a affermare un elevato e santo ideale, e nemmeno a sostenere dei principi ideologici, ma solo a soddisfare i più bassi e vergognosi interessi personali.

Il mondo dei politicanti viveva nel lusso e tra scandalosi divertimenti, nella più disgustosa immoralità, alle spalle di un paese sempre più demoralizzato. Chi si sarebbe occupato delle sue necessità?

Questi politicanti, con le loro famiglie e coi loro agenti elettorali, hanno bisogno di denari: denari per i divertimenti, denari per mantenersi la clientela politica, denari per i voti, denari per comperare le coscienze umane. A turno, le loro orde si precipiteranno e spoglieranno il paese. Questo significherà, in ultima analisi, il loro governo, la loro opera di governo. Esauriranno il bilancio dello stato, delle prefetture, dei comuni, si infiltreranno come zecche nei consigli di amministrazione di tutte le imprese, dalle quali incasseranno percentuali di decine di milioni, senza svolgere nessun lavoro, sottraendole al sudore e al sangue del lavoratore sfinito.

[282]

Saranno inquadrati nei consigli di amministrazione dei banchieri ebrei, dove riceveranno gettoni per altri milioni e decine di milioni, come prezzo della stirpe da loro venduta.

Creeranno affari scandalosi che spaventeranno il mondo; la corruzione si estenderà alla vita pubblica del paese come una piaga, dall'infimo servitore sino ai ministri. Si venderanno a chiunque; chiunque avrà denari, potrà comprare questi mostri e per mezzo loro l'intero paese.

Per questo, quando il paese spremuto non potrà più dar loro danari, cederanno poco per volta alle consorterie di banchieri stranieri le ricchezze della terra e con esse la nostra indipendenza nazionale

Una vera pletora di uomini d'affari si stenderà come una rete su tutta la Romania: non lavoreranno più, non produrranno più niente, ma succhieranno il vigore del paese.

Questa è la piaga dei politicanti.

In basso cresceranno la miseria, la demoralizzazione, la disperazione. Morranno i bambini a decine di migliaia, mietuti dalle malattie e dalla miseria, e così si indebolirà la forza di resistenza della stirpe, nella lotta che essa combatte da sola contro il popolo ebraico organizzato e sostenuto dai politicanti venduti e da tutto l'apparato statale.

I pochi uomini politici onesti, alcune decine, forse i capi dei partiti, non potranno più far niente. Saranno delle povere marionette in mano alla stampa ebraica e ai banchieri ebrei o stranieri, e ai loro stessi politicanti.

Questo dileggio, questa demoralizzazione, quest'infezione, sarà sostenuta da tutta una falange ebraica interessata a distruggerci, per prendere il nostro posto in questo paese e rubarcene le ricchezze. Con la sua stampa che ha usurpato le funzioni della stampa romena, con centinaia di fogli immondi, con una letteratura atea e immorale, coi cinematografi e i teatri che promuovono la dissoluzione, con le banche -gli ebrei sono diventati i padroni del nostro paese.

Chi si può opporre? Oggi, mentre essi stanno preparando il disastro e la loro comparsa e il segnale della nostra rovina nazionale, chi si metterà loro di fronte?

* * *

[283]

Il movimento nazionale era a terra.

In quelle elezioni la Lega aveva perso 70.000 voti, avendone raccolti solo 50.000, meno del 2 per cento nel paese. Di dieci deputati che prima aveva, ora non ne aveva più nessuno.

Sarebbe venuto il giorno in cui il legionario avrebbe avuto la forza di stare di fronte a questo mostro e accingersi -lui solo- a lottare contro di esso per la vita o per la morte.

 

Pensieri riguardo a questo mondo

L'esiguità del nostro numero, in confronto alla forza gigantesca che dominava tutto, faceva sì che spesso ci rivolgessimo domande come queste:

- E se fossimo dichiarati fuori legge? Quando queste idre si renderanno conto di quello che noi stiamo preparando, solleveranno sul nostro cammino tutti gli ostacoli e cercheranno di schiacciarci.

I loro occhi stanno fissi su di noi. Essi possono provocarci. Già una volta abbiamo iniziato l'opera nostra, silenziosi e tranquilli a Ungheni, e siamo stati provocati e trascinati fino all'orlo del precipizio con tutti i nostri piani.

Che cosa faremo se ci provocheranno? Estrarremo di nuovo le pistole e spareremo perché poi le nostre ossa imputridiscano nelle prigioni e i nostri piani siano distrutti?

Di fronte a tali prospettive, sorse il pensiero di ritirarci sui monti, là dove i Romeni avevano sostenuto le loro lotte contro tutte le invasioni nemiche.

La montagna è molto legata a noi, alla nostra vita; essa ci conosce. Piuttosto che i nostri corpi si consumino e il nostro sangue si esaurisca in tetre prigioni, meglio finire la vita morendo tutti sui monti, per la nostra fede.

Respingevamo, dunque, l'umiliazione di vederci di nuovo in catene. Di là avremmo attaccato tutti i vespai ebraici. Su, in alto, avremmo difeso la vita degli alberi e dei monti dallo sterminio; giù in pianura, avremmo sparso morte e pietà. Ci avrebbero cercati per ucciderci e noi saremmo fuggiti e ci saremmo nascosti. Avremmo combattuto e alla fine saremmo stati vinti, noi pochi, [284] inseguiti da battaglioni e reggimenti romeni. Allora avremmo accettata la morte: sarebbe corso sangue nostro, il sangue di tutti. E questo sarebbe stato il grande discorso; l'ultimo da noi rivolto al popolo romeno.

Chiamai Motza, Gîrneatza, Corneliu Georgescu e Radu Mironovici, e comunicai loro questi pensieri. Bisognava pensare ai giorni buoni e ai giorni cattivi. Bisognava avere pronte delle soluzioni ed essere preparati a tutto. Niente doveva sorprenderci. Avremmo camminato sulla linea delle leggi del paese, evitando qualsiasi provocazione, non rispondendo a nessuna. Quando poi non avessimo potuto più sopportare oltre, o quando ostacoli insuperabili ci avessero sbarrato il cammino, allora ci saremmo diretti verso la montagna.

Non era opportuno tentare la via della rivolta di massa, perché essa sarebbe stata repressa col cannone e ne sarebbe derivata solo infelicità e afflizione. Bisognava, al contrario, lavorare da soli, in numero ristretto, sotto la nostra intera responsabilità.

Tutti si trovarono d'accordo.

- E impossibile -dicevano- che il nostro sangue, di noi venti giovani, non riscatti le colpe di questa stirpe. P impossibile che questo nostro sacrificio non sia compreso dai Romeni, non scuota l'anima loro e le loro coscienze e non sia il punto di partenza, l'inizio della resurrezione del mondo romeno. La nostra morte avrebbe potuto in tal modo essere più utile alla stirpe di tutti i vani sforzi dell'intera nostra vita. Ma nemmeno i politicanti, dopo averci uccisi, sarebbero rimasti impuniti. C'erano ancora altri nelle nostre file che ci avrebbero vendicato. Non potendo vincere da vivi, avremmo vinto morendo.

Si viveva, dunque, con il pensiero e con la risoluzione della morte. Avevamo la soluzione sicura della vittoria per tutte le circostanze. Essa ci dava calma, essa ci dava forza, essa ci avrebbe fatto sorridere di fronte a qualunque nemico e a qualunque tentativo di distruzione.

[285]

Le tappe dello sviluppo della Legione

Il 24 giugno eravamo nati, alcuni giorni più tardi avevamo aperto la sede, ora sentivamo il bisogno d'un giornale, per allargare la sfera della nostra influenza, per formulare con esso le norme di vita e dirigere l'attività legionaria.

Che titolo dargli? «La nuova generazione»? Non mi piaceva, era una definizione. Definiva noi di fronte all'altra generazione, ma non era sufficiente.

Pamîntul stramosesc6. Meglio questo.

Esso ci avrebbe radicati nella terra del paese, nella terra in cui dormono gli antenati, nella terra che deve essere difesa. Questo titolo cadeva in profondità. Esso avrebbe valso più d'una definizione, avrebbe valso come una chiamata permanente, la chiamata alla lotta, l'appello all'eroismo, come l'esplodere delle qualità guerriere della nostra razza.

Accanto alle linee che abbiamo indicato alcune pagine addietro, questo titolo ne tracciava ancora una, nella struttura spirituale del legionario: l'eroismo. Senza questo l'uomo è incompleto. Perché se fosse soltanto giusto, leale, amorevole, fedele, laborioso e non avesse qualità eroiche, con l'aiuto delle quali lottare contro i nemici ingiusti, infedeli, egoisti e sleali, egli cadrebbe sopraffatto da costoro.

Avevamo così fissato i confini del nostro movimento, con una estremità infitta nella terra del paese e l'altra in cielo: l'Arcangelo Michele e la Terra avita.

Ma un giornale richiede denari e noi non ne avevamo. Che fare? Scrivemmo al Reverendo Motza che ce lo stampasse a credito nella vecchia tipografia della Libertatea di Orastie. Ci arrivò la risposta affermativa: il reverendo avrebbe stampato il giornale e noi lo avremmo pagato con gli abbonamenti e con le vendite.

Il 1 agosto 1927 comparve il n. 1 di Pamîntul stramosesc in formato di rivista, quindicinale; al centro della copertina, vi era l'immagine del Santo Arcangelo Michele, e, a sinistra dell'immagine, erano scritte le seguenti parole che si trovavano sull'icona del [286] Santo Arcangelo Michele della chiesa dell'Incoronazione di Alba Iulia:

«Contro le anime impure che vengono nell'immacolata casa di Dio, brandisco spietato la mia spada».

A destra, una strofe della poesia di Cosbuc:

Decebal catre popor.

«Din zei de am fi scoborîtori,
C'o moarte tot sîntem datori,
Tot una a dac'ai murit
Flacau sau mos îngîrbovit.
Dar nu-i tot una leu sa morì
Ori cîine înlantzuit.
7

Sotto era riprodotta la carta della terra romena su cui alcuni punti neri indicavano la diffusione dell'invasione ebraica.

 

Il contenuto del primo numero («Pamîntul stramosesc»)

Il primo articolo intitolato Pamîntul stramosesc si occupava della situazione del movimento nazionale dopo la scissione della Lega e cercava di giustificare la nostra linea di condotta. Esso terminava con l'esortazione: «Fronte al nemico». Eva firmato da Corneliu Z. Codreanu, Ion Motza, Ilie Gîrneatza, Corneliu Georgescu, Radu Mironovici.

Il secondo articolo era firmato da me e si intitolava: «È la vostra ora, venite». Era una continuazione dei pensieri del primo articolo.

Il terzo era firmato da Ion Sava, un giovane militante di valore che aveva partecipato a molte lotte del movimento studentesco (egli era un fiancheggiatore del nostro gruppo, senz'essere legionario). Il titolo: «Il risultato delle elezioni».

Seguivano poi alcune espressioni di vivo rammarico per la scomparsa di Re Ferdinando che si era spento in quei giorni. Sopra la fotografia listata a lutto era il titolo: «È morto il nostro Re».

Seguiva l'articolo di Motza:

[288]

Davanti all'Icona

«Dall'Icona e dall'Altare siamo partiti, poi ci siamo smarriti per qualche tempo, trasportati dalle onde umane e non siamo approdati a nessuna riva, nonostante la purezza dei nostri impulsi. Ora, con l'anima colma di dolore, soli, dilaniati, ci stringiamo attorno al rifugio, al solo calore e alla sola consolazione, alla sola forza, al conforto che ripara le nostre forze, ai piedi di Gesù, sulla soglia dell'abbagliante splendore del cielo, davanti all'Icona. Noi non facciamo e non abbiamo fatto politica un sol giorno della nostra vita. Noi abbiamo una religione, noi siamo i seguaci d'una fede; nel suo fuoco ci consumiamo e, interamente dominati da essa, la osserviamo sino all'estremo delle nostre forze. Per noi non esiste sconfitta e disarmo, poiché la forza di cui vogliamo essere gli strumenti è eternamente invincibile.

«Non possiamo per ora esaminare nei particolari le cause che hanno determinato il crollo del sistema seguito finora. Ma una cosa della nuova concezione dev'essere ben chiara e precisa in questi momenti, per imprimere al nuovo sistema nascente il suo speciale carattere: «Luce da Luce».

L'articolo continuava parlando della nuova organizzazione e terminava esprimendo la fede nella vittoria.

Da un articolo di Corneliu Georgescu, del n. 2:

Accendete la fiaccola della fede!

«Si racconta nelle vecchie storie che una volta gli Dei colpirono con una grave pena l'antica Ellade, per i suoi peccati. Dai deserti dell'Asia, eserciti smisurati e potenti si precipitarono come un uragano sul paese, devastandone i campi, distruggendo le città, abbattendone gli alberi e annientandone gli eserciti eroici, ma troppo piccoli di numero perché potessero opporsi con successo. Senza incontrare più resistenza i Medi vincitori penetrarono sino nel cuore della Grecia, a Delfo, là dov'era il più famoso tempio di Apollo. Tremavano i sacerdoti, temendo che presto i nemici arrivassero a profanare l'altare sacro. Solo il sommo sacerdote non aveva paura e pieno di fede nel potere divino diceva ai suoi compagni: «Non temete, il dio non ha bisogno di eserciti, si difende da solo!».

«E si mise a pregare insieme con tutti gli altri sacerdoti, e la loro preghiera compi miracoli. Quando gli eserciti persiani pieni di baldanza, si avvicinarono, in seguito a una pietra staccatasi dal tempio, il monte Parnaso tremò e fece precipitare con un rombo spaventoso le sue rocce sui nemici, schiacciandoli. I fulmini caduti all'improvviso vennero a completare la rovina e, dell'imponente esercito di poco prima, rimasero appena alcuni uomini a raccontare il miracolo celeste.

«Voi che lottate, accendete di nuovo nelle anime la fiaccola della fede e il trionfo e la vittoria saranno vostri».

Ecco ora una lettera di Radu Mironovici a un fratello d'un villaggio, al quale, vedendolo scoraggiato, egli scrive:

«Abbiamo il diritto di essere amareggiati, addolorati, ma solo un diritto non abbiamo: quello di perderci di coraggio e di deporre le armi».

Gli spiegava poi la scissione della Lega e la istituzione della Legione, in questi termini:

«La nostra casa, che abbiamo costruito tutti con fatica e che era il nostro ricovero, è bruciata...

«Oggi non ne sono rimasti che i muri neri, affumicati, come un doloroso ricordo della casetta avita.

«Che cosa vuoi che facciamo? Che ci ribelliamo contro Dio? Questo non è possibile, perché il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore.

«Che stiamo con le mani in mano a morire nella miseria, nel freddo, nella pioggia e nel vento? No! Mettiamoci invece al lavoro con la fede in Dio e poco per volta costruiamoci una nuova casa, che sia due volte più bella. Ecco la "Legione", della quale abbiamo posto la prima pietra».

Segue l'articolo di Gîrneatza:

Discordia tra fratelli - Gioia del nemico

«Col cuore pieno di dolore prendo la penna per comunicare agli altri i tormentosi pensieri che ci hanno assaliti di fronte alle ansie degli ultimi tempi...

«La lite tra fratelli, il disaccordo tra capi, sono oggi in uno stadio troppo acuto perché possiamo ancora nasconderli. Le loro [290] conseguenze saranno di tal natura da scoraggiare molti, ma lo scoraggiamento di quelli che avevano riposto con una briciola d'anima tante speranze in quest'organizzazione, è certamente un passo indietro, un passo verso la sconfitta.

«Questo è tanto evidente che nella storia non s'è mai visto che le discordie conducano a risultati diversi dalla disgrazia e dal disastro.

[...]

«Sulla via che ci siamo scelta da sette anni, sapremo camminare sempre risoluti. Le ossa, abituale all'asprezza dei giorni di prigione e di miseria, staranno benissimo nelle trincee di combattimento, sulle posizioni contro il nemico.

«Perciò gli ebrei che si rallegrano oggi, credendo che sia arrivata l'ora del loro dominio, sappiano che in questo paese esiste un angolo ove, in ogni ora del giorno e della notte, una guardia veglia, con la faccia rivolta al nemico».

Il numero terminava con alcune informazioni e con l'articolo dell'ingegnere Gheorghe Clime, ex vice-presidente della L. A. N. C. di Moldavia: «Sogni, speranze, realtà», del quale riporto alcuni brani della parte finale:

«Che cosa ci occorre per arrivare a questa meta»?

«Un esercito che combatta, condotto da un comandante intelligente, circondato da aiutanti fedeli. Su tale questione, per quello che mi riguarda, sebbene io sia molto più anziano, seguo il gruppo di azione dei giovani Corneliu Z. Codreanu, Ion Motza...

«Certamente occorre il contributo di molti, di tutti quelli, che oggi, smarriti, formano dei gruppi sfiduciati.

«A questo riguardo, se esiste qualcuno, in un angolo della Romania, che abbia aperto una lista di sottoscrizione, autorizzata o no, iscriva anche me per quello che posso dare: "la vita".

 

«Pamîntul stramosesc», n. 2

Uscì il 15 agosto. Nel primo articolo -intitolato «La Legione Arcangelo Michele»- io cercavo di formulare, in poche parole, le prime norme etiche di vita legionaria, che noi avremmo dovuto rispettare severamente, affermare e intorno alle quali si [291] sarebbero riuniti tutti quelli che le apprezzassero. Chiunque venisse, chiunque crescesse in mezzo a noi, doveva crescere rispettandole.

Stralcio da questo articolo-statuto le idee nell'ordine in cui le scrissi allora:

Prima idea: Purezza spirituale.

Seconda: Disinteresse nella lotta.

Terza: Slancio.

Quarta (in una sola frase): fede, lavoro, ordine, gerarchia, disciplina.

Nella frase seguente la quinta idea: La Legione promuoverà l'energia e la forza morale della stirpe senza la quale non può esistere vittoria.

Sesta: Giustizia. (La Legione, scuola della giustizia e dell'energia che deve farla trionfare).

Settima: Fatti, non parole! - Fa! Non parlare!

Ottava: Al termine di questa scuola sta una Romania nuova e la resurrezione tanto attesa di questa stirpe romena, meta di tutti gli sforzi, di tutti i dolori e di tutti i sacrifici che facciamo. Voglio soffermarmi su alcune di esse.

 

Disinteresse nella lotta

La rinunzia all'interesse personale. Questa è un'altra virtù fondamentale del legionario, in completa antitesi con la linea di condotta del politicante -il cui unico movente è l'interesse personale, con tutti i suoi derivati degenerati (desiderio d'arricchire, lusso, dissolutezza e arroganza).

Per questo, cari camerati, da oggi e sino a quando esisterà una vita legionaria, sappiate che quando vedrete comparire, sia nella anima di uno dei militanti, sia nella vostra propria, questo interesse personale, là avrà cessato d'esistere la Legione. Là termina il legionario e comincia a mostrare le zanne il politicante.

Guardate negli occhi chi viene, e se nei suoi occhi vedrete brillare un piccolo interesse personale (sia materiale, sia ambizione, sia superbia, sia passione) sappiate che quello non può diventare legionario.

[292]

Né indossare la camicia verde né eseguire il saluto sono sufficienti per diventare legionari. Nemmeno la comprensione «razionale» del movimento legionario, ma soltanto il conformare la propria vita alle norme della vita legionaria, perché la Legione non è soltanto un sistema di logica, una connessione d'argomenti, ma uno «stile di vita». Così come uno non è cristiano se «conosce» e «comprende» il Vangelo, ma soltanto se si conforma alle norme di vita da esso affermate, se lo «vive».

 

La disciplina e l'amore

Tutta la storia sociale dell'umanità è piena di lotte, che hanno come fondamento i due grandi principi che tentano di farsi luogo l'uno a danno dell'altro: il principio dell'autorità e il principio della libertà.

L'autorità ha tentato di espandersi a danno della libertà; e questa, a sua volta, ha cercato di limitare il più possibile il potere dell'autorità; messe fronte a fronte, esse non possono significare altro che conflitto.

Orientare un movimento secondo l'uno o l'altro di questi due principi, significa continuare la linea storica di disordini e di guerra sociale; significa continuare, da una parte, la linea della tirannide, dell'oppressione e dell'ingiustizia, e dall'altra, la linea della rivolta sanguinosa e del conflitto permanente.

Su questo desidero attirare l'attenzione di tutti i legionari e specialmente dei più giovani, perché essi, per un equivoco, non deviino dalla linea del movimento. Ho osservato in molti casi che appena un legionario ha acquistato un grado s'investe con tutto il suo essere dell'«autorità», e si svincola da tutto quello che lo legava fino allora ai camerati, sentendosi obbligato a «imporsi» e facendo uso dell'autoritarismo.

Il movimento legionario non si fonda esclusivamente né sul principio dell'autorità né su quello della libertà. Esso ha il suo fondamento nel principio dell'amore, nel quale hanno le loro radici tanto la libertà quanto l'autorità.

[293]

L'amore rappresenta la riconciliazione fra i due principi dell'autorità e della libertà. L'amore si trova in mezzo, tra di essi e sopra di essi, comprendendoli entrambi in tutto quello che hanno di migliore ed eliminando i conflitti fra di loro.

L'amore non può produrre né tirannide né oppressione, né ingiustizia, né rivolta sanguinosa, né guerra civile. Esso non può significare mai conflitto. Esiste anche una concezione ipocrita del principio dell'amore, praticata dai tiranni e dagli ebrei, che continuamente e sistematicamente fanno appello al sentimento dell'amore tra gli altri per potere, al riparo di questo, odiare ed opprimere indisturbati.

L'amore operante significa pace negli animi, nella società e nel mondo.

La pace non appare più come la povera espressione di un equilibrio meccanico e freddo tra i due principi: autorità e libertà -condannati ad eterna guerra, cioè all'impossibilità di un equilibrio.

La pace non ce la darà la giustizia, ma soltanto la bontà e l'amore, perché la giustizia è molto difficile che si realizzi integralmente, e, anche se si trovasse un meccanismo per la sua perfetta realizzazione, è imperfetto l'uomo, il quale, non potendola capire ed apprezzare, sarà un eterno insoddisfatto.

L'amore è la chiave della pace che il Redentore ha dato a tutte le stirpi del mondo. E queste, dopo che avranno errato, esaminato e provato tutto, si dovranno alla fine convincere che all'infuori dell'amore che Dio ha seminato nelle anime degli uomini come una sintesi di tutte le qualità umane, per mezzo dello stesso Redentore Gesù Cristo che lo ha posto al di sopra di tutte le virtù, non esiste niente che possa darci tranquillità e pace.

Tutte le altre virtù hanno la loro radice nell'amore: la fede e il lavoro, l'ordine e la disciplina. In che modo meraviglioso e saggio parla l'apostolo Paolo!

«Anche se parlassi tutte le lingue umane e angeliche, e non avessi l'amore, sarai un rame sonante o un timballo tintinnante. E anche se avessi il dono della profezia e intendessi tutti i misteri e tutta la scienza, anche se avessi tutta la fede, tanto da poter smuovere persino i monti, se non avessi l'amore non sarei niente.

«E anche se distribuissi tutta la mia sostanza per il [294] nutrimento dei poveri, anche se dessi il mio corpo perché fosse arso e non avessi l'amore, non mi servirebbe a niente.

«L'amore è lungamente paziente, è pieno di bontà, l'amore non invidia, l'amore non si vanta, non si gonfia di superbia.

«Non si comporta in modo insolente, non cerca il suo utile, non si adira, non pensa al male.

«Non gode dei misfatti, bensì gode delle verità.

«Sopporta tutto, crede a tutto, spera in tutto, soffre in tutto.

«L'amore non perirà mai.

«Le profezie finiranno, le lingue cesseranno, la conoscenza finirà».

(Ai Corinti I, 13, 1-8).

Questo è il punto di partenza del nostro movimento. Non so come possa esortarvi oltre a coltivare l'amore, voi che comandate e voi che siete sottoposti al comando. Esso darà possibilità incredibili e infinite per la soluzione di tutti i problemi difficili che vi si presenteranno.

Laddove non vi sia amore, non esiste vita legionaria. Guardate un momento questa vita legionaria, e comprenderete quello che ci lega tutti, uno all'altro, grandi e piccoli, poveri e ricchi, vecchi è giovani.

L'amore non scioglie, però, l'obbligo d'essere disciplinato, così come non scioglie l'obbligo di lavorare o quello d'essere ordinato.

La disciplina è un limite nostro, sia per conformarci a delle norme etiche di vita, sia per conformarci alla volontà d'un capo.

Nel primo caso la pratichiamo per salire sulle vette della vita, nel secondo caso per ottenere il snccesso nella lotta: con la natura o contro i nemici.

Ci possono essere cento uomini che si amano tra di loro come fratelli. Ma di fronte a un'azione, e possibile che ognuno abbia un parere diverso. Cento pareri non vinceranno mai, l'amore da solo non li potrà rendere vincitori. Occorre la disciplina. Per vincere occorre che ognuno faccia proprio un unico parere, quello del più sperimentato di loro, del capo.

La disciplina è la garanzia della vittoria, perché essa assicura l'unità dello sforzo.

Ci sono difficoltà che solo un'intera stirpe unita, obbediente a un solo comando, può vincere. Chi è l'imbecille che in un caso [295] simile rifiuti di raggrupparsi insieme con tutti i suoi e di obbedire allo stesso comando, avanzando il motivo che la disciplina diminuirebbe la sua personalità?

In simili casi, quando la stirpe è minacciata e quando la natura delle cose ci sprona a subire ferite, a perdere la vita e la famiglia, a mettere a repentaglio l'avvenire dei figli, a rinunciare a tutto quello che si ha sulla terra pur di salvarla, e per lo meno ridicolo parlare di «diminuzione della personalità».

La disciplina non ci abbassa perché ci rende vincitori. E se le vittorie si possono conquistare solo col sacrificio, la disciplina è il più piccolo fra tutti i sacrifici che un uomo possa compiere per la vittoria della sua stirpe.

Se la disciplina è una rinuncia, un sacrificio, essa non abbassa nessuno, perché ogni sacrificio innalza, non abbassa.

Poiché questa nostra stirpe trova sul suo cammino gigantesche difficoltà da superare, ogni romeno deve ricevere l'educazione della. disciplina di buon animo e con la coscienza che in tal modo contribuisce alla vittoria di domani.

Non esiste vittoria senza unità. E non esiste unità senza disciplina. Per questo la nostra stirpe dovrà condannare e considerare come atto ostile ogni deviazione dalla scuola della disciplina, come qualcosa che compromette le sue vittorie e la sua vita.

 

La lotta per il mantenimento della rivista

La lotta per mantenere la rivista fu una seconda tappa nello sviluppo del movimento legionario. Mancando i denari, i nostri sforzi presero l'aspetto d'una vera battaglia e «battaglia» la chiamammo appunto sin dal primo momento.

Due furono i sistemi adoperati:

1. Concentrare tutti gli sforzi, contemporaneamente, sullo stesso obiettivo.

2. Stimolare i combattenti durante la battaglia, con le citazioni e le distinzioni accordate.

Questo sistema lo incontrerete lungo tutta la vita legionaria.

[296]

Esso riunisce i seguenti vantaggi:

a) La realizzazione rapida dello scopo perseguito.

b) L'educazione all'azione unitaria e allo sforzo disciplinato di tutti i militanti.

c) Il risveglio della coscienza nelle proprie forze.

La fiducia in sé, la fiducia nelle proprie forze. Il ricordo delle sconfitte economiche, specialmente dei tentativi non riusciti, ha condotto il popolo romeno alla rassegnazione, alla mancanza di coraggio, alla sfiducia. Bisognerà risvegliare in lui la fiducia in sé stesso, sostituendo ai ricordi dolorosi una tradizione di vittorie.

E infine, stimolando i combattenti, potremo ottenere una selezione di quelli dotati di entusiasmo, di voglia di lavorare: l'élite dei combattenti.

* * *

Tramite la rivista feci appello a tutti i nostri amici, perché dal 1 settembre al 15 ottobre iniziassero l'offensiva per ottenere tutti insieme il maggior numero di abbonamenti.

In seguito all'appello lanciato, cominciò un vero lavoro di formiche cui partecipavano giovani e vecchi, contadini e intellettuali. Alcuni arrivarono a fare persino 45 abbonamenti (Constantin Ilinoiu).

Nel numero del 1 novembre 1927 venne comunicato il risultato di questa prima battaglia. Ecco cosa scrivevo allora:

«Il 15 ottobre, alle 6 di sera, il numero degli abbonati è arrivato a 2.586. La Legione ringrazia tutti coloro che hanno contribuito alla prima vittoria».

Nella rivista erano ricordati quanti avevano preso parte a questa lotta. Prima di tutto, veniva rivolto un ringraziamento al reverendo Motza per la propaganda favorevole fattaci con la sua Libertatea. Indico anche qui i nomi di tutti, come furono pubblicati in Pamîntul Stramosesc. Alcuni di essi non sono diventati legionari e altri ora non sono più tra noi, morti nella fede legionaria.

Ricordo qui i loro nomi perché essi sono i fedeli della prima ora. Sono indicati nell'ordine in cui si distinsero:

la madre Pamfilia Ciolac (Varatec), Octav Negutz (Focsani), l'archimandrita Atanasie Popescu (Baltzi), il monaco Isihie Antohi (Neamtz), Mihail Tanasache, Victor Silaghi, Ion Bordeianu, Radu Mironovici, il capitano V. Tzuchel (Ivesti), Constantin Ilinoiu (Iasi), N. Grosu (Botosani), Ion Minodora (Husi), Grigorie Balaci (Movilitza-Putna), Andrei C. Ionescu (Bîrlad), Spiru Peceli (Galatzi), l'ingegnere Mihai Ittu (Bucarest), l'ingegnere Gh. Clime (Iasi), Ion T. Banea (Sibiu), Ilie Gîrneatza (Iasi), Totu Nicolae (Iasi), Coman Alexandru (Gauri-Putna), Decebal Codreanu (Husi), Mihail Marinescu (Galatzi), Traian Lelescu (Piatra Neamtz), Sebastiana Erhan (Cîmpulung-Bucovina), N. Tecau (America), Elena Petcu (Vaslui), il dr. Socrate Divitari (Tecuci), Ion Plesea (Orhei), Cotiga Traian (Focsani), Maria Mitea (Severin), I. Ciobanitza (Belcesti), Carausu (Voinesti), Tinistei Neaga (Orhei), Zosim Bardas (Tîrnava Mare), Ion Blanaru (Focsani), Iuliu Stanescu (Mîrsan-Dolj), Corneliu Georgescu (Poiana Sibiului), Fanica Anastasescu (Bucarest), D. Ifrim (Iasi), I. Durac (Piatra Neamtz), Pacuraru Gh. (Bucarest), il prof. Isac Mocanu (Turda), Marius Popp (Cluj), N. Voinea (Panciu), N. B. Munceleanu (Roman), Grigorie Berciu (Varna), Corneliu Cristescu Basa (Comanesti), Angela Plesoianu (Severin), Emile Eremeiu (Nasaud).

* * *

In relazione ai 59 che presero parte alla prima battaglia legionaria, ora, dopo otto anni, constatiamo quanto segue:

Quattro ci hanno abbandonati -non potendoci comprendere- e ci hanno anche attaccati.

Otto, dopo un anno o due, non hanno più dato segno di vita.

Ventidue hanno raggiunti i più alti gradi, diventando comandanti-legionari, aiuto comandanti e senatori.

Sette, diventati legionari e uomini di fede incrollabile, hanno affrontato tutte le persecuzioni. Diciotto ci sono rimasti amici e ci hanno aiutati sino ad oggi.

In seguito a questa battaglia, Pamîntul stramosesc ebbe la sua vita assicurata per un anno.

[298]

Altri nomi che emergono dalla lettura dei primi numeri della rivista

Vasil State, commerciante, e C. Vasiliu, pensionato (Adjud), Gh. Oprea (Sînnicolau Mare), Ion Schiopu (Prundul Bîrgaului), avvocato Budescu P. (Banato), Adolf Greiter, Misu Stefanescu, Iosif Dumitru (il primo abbonato di «Pamîntul stramosesc»), Ilie Berlinschi (Igesti-Bucovina), dr. Elena Bratu, Mille Lefter (Galatzi), Ion Demian (Turda), dr. Popescu (Vaslui), Teodorescu Craciun, Augustin Igna, Ivanovici, Adam Brinzei, Sofron Robota (Dorna), Bacutza Boghiceanu (Husi), fratelli Balan (Soveja), C. Gheorghiu Contar, capitano Siancu, Gh. Postolache, Gheorghe Despa (Dorna), Luchian Cozan (Dorna), dr. Crisan, ing. Camil Grossu, Chirulescu Victor, Iordache Nicoara, Ion e Alexandru Butnaru, Adriana e Teodora Ieseanu, Vasile Stan, prof. Razmeritza, Craciunescu (Focsani), Ion Belgea, Guritza Stefaniu, Ghitza Antonescu, Pantelimon Statache, Octava Pavelescu (Focsani), Gheorghe Potolea (Beresti), I. Gh. Teodosiu, Margareta Marcu, Gheorghe Marcu (Galatzi), Dan Tarnovschi, Simion Tonea, ing. Stoicoiu, colonnello Paul Cambureanu, Amos Horatziu Pop (Ludos), Stefan Nicolau, Ileana Constantinescu, Elvira Ionescu, Marioara Cidimdeleon, Gh. Amancei, Coca Tiron, Iulius Igna, Aristotel Gheorghiu (Rm. Sarat), D. Bunduc, Valer Danieleanu, Constantin Ursescu, Vasile Tzîmpau, E Mierla, Octav Danieleanu, Stefan Minzat, colonnello Blezu, Eufrosina Ciudin, Reverendissima Madre Zenaida Rachis, Gh. Liga, Una Dragoi (Galatzi), prof. Matei Coriolan.

* * *

Ho ricordato questi nomi, che s'incontrano più spesso, non per soddisfare la curiosità dei lettori, ma perché non bisogna mai dimenticare gli uomini che ci hanno fatto del bene -e specialmente quelli della prima ora.

Di questi, alcuni sono scomparsi, altri si sono affermati nella lotta affrontando tutte le persecuzioni sino ad oggi.

Di alcuni di essi forse non avrò più occasione di parlare nel corso del libro e per questo mi sono affrettato a segnalarli ora.

[299]

Com'era vista la nostra azione

Sin dalla prima ora, fummo gratificati dell'odio giudeo-massonico-politicante. Ma c'erano anche uomini che ci accoglievano in casa loro come un raggio di speranza.

Ecco alcune lettere di lettori, pubblicate sui primi numeri di Pamîntul Stramosesc:

«Non cercherò d'esprimere in righe interminabili la mia gioia per la comparsa della rivista. L'accolgo però con la frase dei vecchi: "Signore aiutala!". Nemmeno voglio rivelare in queste righe gli ultimi fatti, ma dico: in cammino, avanti, sempre avanti, uomini nuovi! Viva l'esercito dell'Arcangelo Michele! L'esercito dei malvagi si sprofondi nelle tenebre di Belzebù.

«L'Arcangelo Michele dovrà colpire senza esitazione e senza riguardo. Ecco il principio dell'azione annunciata dalla rivista Pamîntul Stramosesc.

«Alla voce dell'Arcangelo non possono accorrere né Satana né i suoi servitori; ma non s'immaginino neppure di poter ingannare con false sembianze. Pei traditori, punizione più grave ancora che per i nemici.

«Nessuna indulgenza, perché a nessuno manca la maturità per giudicare l'ora decisiva.

«Chiudo le mie righe con l'augurio di vedere anticipata di un'ora la vittoria, la grande vittoria.

Colonnello Blezu».

* * *

«Il sole splendente dello «svastica» non ha tardato nemmeno questa volta a toglierci dal caos. Con la sua benefica luce ci ha dato, per la nostra salvezza, "La Legione dell'Arcangelo Michele". D'ora in poi l'anima romena è nuovamente riscaldata dalla fiducia che questo santo movimento non perirà.

«L'idea nazionale ci chiamerà al dovere,

«Quelli che non comprenderanno, cadranno. Io sono con voi.

M. I. Lefter, avvocato».
Presidente della L. A. N. C. di Galatzi.

* * *

[300]

«Ella è la speranza del nostro domani. L'avvenire nostro e dei nostri figli lo poniamo ai suoi piedi.

«Tutti aspettavamo con impazienza un'organizzazione forte e tutti siamo desiderosi di lottare.

«E quando le dico questo, non le dico soltanto quello che sento io, ma quello che vedo in altri, abbastanza numerosi.

C. N. Paduraru
Contabile di villaggio, Ruptura-Roman.

* * *

«Vedo e sento che cominciano a rinascere i cuori romeni. Ora, non solo spero nella vittoria, ora credo che essa sarà nostra.

Ion Banea, studente, Vurpar-Sibiu».

«Ritengo mio dovere di studente cristiano portarle il mio saluto e quello dei mici amici di Cîmpia-Jiului, per la decisione e l'energia che dimostra nella lotta iniziata.

Iuliu Gh. Stanescu,
studente

* * *

«Noi romeni del comune di Vulcani, operai della Società Petrosani, siamo ancora oggi, nella Grande Romania, sotto il giogo dei funzionari della Società, tutti stranieri.

«Io, di nome Augustin Igna, soffro di tubercolosi, malattia dei polmoni; ero minatore, ma ora a causa della malattia non posso più lavorare sotto terra, non sopportando l'aria pesante della miniera.

«Ho presentato una richiesta firmata dal medico, perché mi affidino qualche lavoro meno gravoso, fuori, non nella miniera, perché restando dentro morirei in poche settimane. Non l'hanno accettata. Rivolgo il mio reclamo a lei perché non ho nessuno a cui ricorrere.

Igna Augustin».

* * *

[301]

«Sospendete l'invio della rivista all'indirizzo: Poenar Axente, minatore, Cîrteju de Sus8.

«Non ho più denaro sufficiente per abbonarmi almeno per tre mesi, e rispedirla indietro mi dispiace,

«Adesso le spiego un po' perché non ho denaro.

«Qui è autunno, e tutti se ne rallegrano, perché vengono i raccolti dell'intero anno, ma noi disgraziati minatori non ci rallegriamo perché viene l'inverno e ci mancano vestiti e scarpe: mancano anche ai poveri bambini che bisogna mandare a scuola. Quello che possiamo risparmiare sull'amaro pane dobbiamo destinarlo a questo.

Axente Poenar, minatore».

* * *

«Cari e amati figli della nostra stirpe,

«Sebbene io m'incammini verso il tramonto della vita, tuttavia mi spunta nell'anima un nuovo raggio di speranza nella resurrezione del nostro caro paese, vedendo il suo movimento santo e puro, con la Legione del Grande Voivoda9 Celeste "Arcangelo Michele". Mi rattrista molto il pensiero che non vivrò abbastanza per veder rifiorire la nostra stirpe e per gustare anch'io i frutti faticosi, bagnati dal sudore e forse dal sangue di quelli predestinati da Dio come martiri, di cui ve ne sono e ve ne saranno ancora per l'adempimento del grande piano che si attua attraverso tante amarezze. È assai tardi: il contagio si estende, la fossa si scava, i becchini sono pronti a seppellirci per l'eternità, e noi romeni, grandi e piccoli, esitiamo, ci dividiamo, letichiamo per le ambizioni, le vuote glorie e i beni passeggeri.

«Io taccio perché sono uno sciocco. Tu taci perché sei furbo. Egli tace perché aggiogato al carro di un partito politico. Essi tacciono perché sono al timone, così si tace sempre tutti: la tenebra della perdizione ci inghiotte attimo per attimo e la fiaccola della nostra stirpe si spegne.

[302]

«Sono un povero contadino, ma maneggio la penna come la zappa e la falce; darò il mio aiuto coi denari, con la penna, con le parole e coi fatti, e la prego di darmi un posticino sulla nostra rivista Pamîntul Stramosesc. Scriverò sotto questo titolo: «Noi, Romeni, siamo sulla soglia della morte oppure no? E perché?

«Chi sono i colpevoli?

«Qual è la causa delle cause?

«Che cosa si fa e che cosa si deve fare?

«Che cosa devono sapere e fare i Romeni?

V. I. Onofrie, contadino, comune di Tungujei (Vaslui)».

 

Oltre le forme

Del resto, tutta la rivista Pamîntul Stramosesc era piena di lettere simili: contributo dei Romeni alla creazione della Legione, che è ben più d'una organizzazione con membri, registri e capi. È uno stato spirituale, un'unità di sentire e vivere alla quale contribuiamo tutti. Membri, capi, numero, uniformi, programmi, ecc., costituiscono la Legione visibile; l'altra, la più importante, è la Legione invisibile. La Legione visibile, priva della Legione invisibile, cioè di quello stato spirituale, di vita, non significa niente. Rimangono sole forme vuote senza contenuto.

Noi con la rivista non ci siamo installati come professori in cattedra, innalzando una barriera fra noi, «i capi», «i maestri», che scrivevamo sulla gazzetta insegnamenti e norme, e la folla che dovesse limitarsi a imparare i nostri insegnamenti e conformarsi ad essi. Noi da una parte, lei dall'altra: no.

Costituire la Legione, non vuol dire darle uniformi, bottoni, ecc., non vuol dire elaborare il sistema d'organizzazione, e nemmeno formularne lo statuto, le norme di condotta, allineando logicamente i testi sulla carta, così come creare un uomo non vuol dire fargli i vestiti, né fissargli i principi di condotta e nemmeno stabilirgli il programma d'azione.

Un movimento non significa né statuto, né programma, né dottrina: queste cose possono rappresentare le norme interne del movimento, possono definirne il suo scopo, il sistema d'organizzazione, i mezzi d'azione, ecc., ma non sono il movimento stesso.

Queste sono verità che gli uomini, perfino quelli di scienza, fraintendono.

Elaborare soltanto uno statuto, un «programma» ecc., e credere d'aver costruito un «movimento» sarebbe come se, volendo fare un uomo, gli si facessero solo i vestiti.

Creare un movimento significa, in primo luogo, creare, far nascere uno stato spirituale, che non abbia la sua sede nella ragione, ma nell'anima del popolo.

Questo stato spirituale non l'ho creato io; esso è sorto dall'incontro del nostro contributo di sensibilità con quello degli altri romeni. La rivista Pamîntul Stramosesc è stata il punto di riferimento, di unione dei sentimenti, e più tardi dei pensieri nostri, coi sentimenti e coi pensieri di quei romeni che sentivano come noi e giudicavano nello stesso modo.

Dunque, la Legione in interiore, in quello stato spirituale invisibile a noi, ma da noi sentito, non l'ho creata io.

Essa è il risultato d'una collaborazione.

Essa è nata dalla fusione dei seguenti elementi:

1. Il nostro contributo di sensibilità.

2. Il contributo di sensibilità degli altri romeni.

3. La presenza, nella coscienza di tutti, dei morti della stirpe.

4. L'impulso della terra dei padri.

5. La benedizione di Dio.

Non vorrei che mi si comprendesse male e che si dicesse:

- Io non sono uno di questi legionari in uniforme, io sono un legionario nello spirito.

Questo è impossibile.

Su questo fondamento spirituale si basano dottrina, programma, statuto, uniforme, azione, tutto nello stesso modo, non come elementi accessori, ma come elementi che fissano il contenuto spirituale del movimento, dandogli una forma unitaria, lo mantengono nella coscienza degli uomini e lo conducono alla realizzazione e alla vittoria.

Il movimento legionario significa tutte queste cose insieme.

Le uniformi adottate in tutti i movimenti contemporanei: Fascismo (camicia nera), Nazional-Socialismo (camicia bruna) ecc., non sono nate dall'immaginazione dei capi: esse sono nate da una necessità d'espressione di questo stato spirituale, [304] espressione dell'unità di sentire, esse sono il volto visibile d'una realtà invisibile.

 

I movimenti nazionali e la dittatura

Ogni qualvolta si parla di un movimento nazionale, sistematicamente già si imputa il fatto che esso conduce verso un regime dittatoriale. Non voglio fare in questo capitolo la critica alla dittatura ma voglio dimostrare che i movimenti europei -«Fascismo», «Nazional-socialismo» e «Movimento Legionario», ecc.- non sono dittature, così come non sono nemmeno democrazie.

Quelli che ci combattono gridando:

«Abbasso la dittatura fascista!», «Lottate contro le dittature! Guardatevi dalla dittatura!», non colpiscono noi: sparano di fianco, o, al massimo, possono colpire la famosa «dittatura del proletariato».

La dittatura presuppone la volontà di un solo uomo, imposta con la forza agli altri uomini d'un paese. Quindi due volontà: da una parte quella del dittatore o di un gruppo, e dall'altra quella del popolo.

Quando questa volontà è imposta con violenza e crudeltà, allora la dittatura diviene tirannide. Ma quando una nazione di 60 o di 40 milioni di anime, con entusiasmo indescrivibile e con una maggioranza del 98 per cento, approva e applaude entusiasticamente le misure del capo, ciò significa che tra la volontà del capo e la volontà del popolo esiste accordo perfetto. Più ancora, queste due volontà aderiscono così perfettamente che non rimangono neppure più due: divengono una volontà sola, quella della nazione, e il capo ne è l'espressione.

Tra la volontà della nazione e la volontà del capo esiste un solo rapporto: il rapporto di manifestazione.

Non è serio sostenere che l'unanimità ottenuta sotto i regimi dei movimenti nazionali e dovuta al «terrore», ai sistemi «inquisitoriali», perché i popoli in mezzo ai quali simili movimenti sono sorti hanno un'alta coscienza civile. Essi hanno combattuto, hanno versato il loro sangue, hanno lasciato migliaia di morti nella lotta per la libertà. Mai però questi popoli si sono piegati: né di fronte al nemico esterno né di fronte al tiranno interno.

[305]

Perché non lotterebbero e non verserebbero il loro sangue anche oggi di fronte al terrore odierno? E poi, con la forza, con la violenza, col terrore, ci possono ottenere voti e anche maggioranza provocare pianti, provocare sospiri, ma mai e poi mai si potranno ottenere entusiastiche adesioni, nemmeno nella nazione più imbecille del mondo.

Dal momento quindi che il movimento nazionale non ha il carattere dei regimi dittatoriali, noi ci domandiamo:

Che cos'è allora?

È una democrazia? non è nemmeno democrazia, perché il capo non è eletto dalla folla: la democrazia ha come base il sistema elettivo. Qui nessun capo è eletto per mezzo del voto, il capo è riconosciuto.

Se non è dittatura e nemmeno democrazia, allora che cos'è?

È una nuova forma di reggimento politico, mai incontrata fino ad ora. Non so quale denominazione prenderà, ma è una forma nuova.

Credo che abbia a fondamento questo stato spirituale, questo stato di elevata coscienza nazionale, che, prima o poi, si diffonde sino alla periferia dell'organismo nazionale.

È uno stato di luce interiore. Quello che prima giaceva negli animi come istinto della stirpe, in questi momenti si riflette nelle coscienze, creando uno stato d'unanime illuminazione, quale s'incontra solo nelle grandi esperienze religiose. Questo stato giustamente si potrebbe chiamare: uno stato di ecumenicità nazionale.

Un popolo nella sua totalità arriva alla coscienza di se stesso, alla coscienza della propria dimensione e del proprio destino nel mondo. Nel corso della storia non abbiamo incontrato nei popoli altro che lampi momentanei: da questo punto di vista, oggi ci troviamo di fronte a dei fenomeni di tensione nazionale permanente.

In questo caso il capo non è più un «padrone», un «dittatore» che fa «quello che vuole», che governa secondo il suo «beneplacito»: egli è l'espressione di questo stato spirituale invisibile, il simbolo di questo stato di coscienza. Egli non fa quello che vuole, fa quello che deve. Ed è guidato, né dagli interessi individuali, né da quelli collettivi, bensì dagl'interessi della nazione eterna, alla coscienza della quale sono giunti i popoli. Nel quadro [306] di questi interessi, e soltanto nel loro quadro, raggiungono il massimo grado di normale soddisfazione tanto gli interessi individuali quanto quelli collettivi.

 

I primi inizi d'organizzazione

Una nuova tappa nello sviluppo del movimento legionario è segnata dall'organizzazione.

Qualsiasi movimento, se non vogliamo che rimanga allo stato di caos, dev'essere calato nelle forme dell'organizzazione. Tutto il sistema dell'organizzazione legionaria si basa sul criterio del cuib, cioè di un gruppo variante da 3 a 13 uomini -posto sotto il comando d'un capo. Da noi non esistono «membri», individui separati, esiste soltanto il cuib.

L'individuo è inquadrato nel cuib. L'organizzazione legionaria non è formata da un numero di membri, ma da un numero di cuiburi10. Questo sistema, dall'inizio sino ad oggi, non ha subito particolari variazioni nella sua essenza, ma si è necessariamente completato, perché un'organizzazione deve tenere conto della realtà. Essa è come un bambino che si sviluppa continuamente, e del quale bisogna continuamente modificare il vestito, in proporzione dello sviluppo.

Commettono un grave errore coloro che, pensando già alla forma che assumerà la organizzazione nella sua ultima fase di sviluppo, le foggiano sin dal principio un vestito che le andrà bene solo fino da un certo stadio di sviluppo. E non sbagliano meno coloro che fanno un vestito piccolo all'inizio, e poi, tenendo conto dello sviluppo del movimento, lo vogliono costringere in forme che non gli corrispondono più.

Non insisterò troppo in questa sede sul cuib, perché ho trattato ampiamente il problema nel Libretto del Capo di Cuib*.

Che cosa m'ha indotto a scegliere questo sistema?

In primo luogo la necessità.

[307]

Esiste grande differenza tra il momento della fondazione della Lega, in cui ho introdotto un sistema e quello della fondazione della Legione, in cui ne ho adottato un altro.

Al momento della fondazione della Lega esisteva una corrente popolare, che doveva essere urgentemente incanalata.

Al momento della fondazione della Legione non esisteva nessuna corrente popolare a nostro favore: c'erano solo uomini sperduti, isolati, dispersi per paesi e città.

Io non potevo cominciare fondando comitati di circondario, perché non avevo uomini e non potevo nemmeno prendere un uomo e metterlo a capo di un circondario: chi era capace solo d'essere capo d'un paesello sarebbe stato incapace d'organizzare un circondario.

Il capo di un movimento deve tenere rigido conto della realtà. Ora, la mia sola realtà era l'«uomo solo»: un infelice contadino povero che piangeva in un villaggio, un disgraziato operaio malato, un intellettuale «sradicato».

E allora a ciascuno di costoro io diedi la possibilità di raccogliere intorno a se, ciascuno secondo le proprie forze, un gruppo, di cui egli diventava il capo: il cuib col suo capo.

Non ero io a nominarlo capo del cuib: erano le sue forze che lo nominavano, che lo elevavano; non diventava capo se «volevo» io, ma se riusciva egli a riunire, convincere e guidare un gruppo. Col tempo, a differenza delle altre organizzazioni (dove spesso i capi si fanno in base ai compensi), io arrivai ad avere una serie di piccoli comandanti, non nominati, ma nati, che avevano in sé le qualità di condottieri. Per questo un capo di cuib legionario e una realtà sulla quale ci si può poggiare. La rete di questi capi di cuib forma lo scheletro dell'intero movimento legionario: il pilastro dell'organizzazione è il capo del cuib. Moltiplicandosi, questi cuiburi si raggruppano sotto un comando per villaggi distretti, circondari, province.

Come mi procurai gli altri capi? Non nominai il capo del villaggio, del distretto, del circondario; dissi loro: - Conquistate, organizzate. E su quanto potrete organizzare, s'estenderà il vostro comando.

Io li legittimavo nella situazione a cui s'elevavano le loro forze, le loro qualità, le loro attitudini.

[308]

Partendo dal capo di cuib lentamente arrivai al capo di villaggio, di distretto, di città, di circondario e solo nel 1934, cioè dopo sette anni, al capo di provincia.

Il sistema del cuib rappresenta inoltre i seguenti vantaggi:

a) Attiva e mette in funzione l'intero organismo d'un movimento. Nelle altre organizzazioni, dove esistono comitati e membri per comuni o province, lavorano soltanto alcuni del comitato -il resto, 1.000, 2.000, 10.000 persone, restano inoperose.

Nel sistema del cuib, invece, data la vasta iniziativa lasciata al capo, nel quadro delle norme stabilite, è dato l'obbligo per ogni cuib di scrivere nella sua storia la più bella pagina possibile, non esistendo nessuno all'infuori del cuib, tutti senza eccezione lavorano.

b) Risolve tutti i problemi. Esiste una serie interminabile di cose per fare le quali un uomo solo è troppo poco, e per organizzare le quali un'intera organizzazione è troppo grande. Per esempio: se si deve fare una piccola fontana in un villaggio, la riparazione d'un ponticello, ecc., un uomo non basta da solo, e un'organizzazione non se ne può occupare; il cuib, invece, costituito da 6, 8 o 10 uomini, è l'unità più adatta per eseguire tali lavori.

c) È facilmente convertibile: da un'unità di lotta in un'unità di lavoro, o da una di lavoro in una di lotta.

d) Crea un gran numero di quadri. Uomini specializzati nell'arte del comando.

e) Riesce a circoscrivere l'effetto d'una defezione o d'un tradimento.

f) Infine, è il miglior luogo in cui l'educazione può formarsi. Perché in un cuib vi sono uomini della stessa età, dello stesso sesso, della stessa capacità di comprendere, della stessa costituzione interiore. Qui sono tutti amici. L'uomo che non potrebbe rivelare i suoi dispiaceri, svelare la sua anima davanti a un bambino (sia per la impossibilità di farsi comprendere, sia per non renderlo partecipe troppo presto delle difficoltà e delle preoccupazioni della vita) qui nel cuib, tra amici, lo può, come può anche ricevere un'osservazione o una punizione.

Il cuib è una piccola famiglia legionaria fondata sull'amore.

[309]

Nel Libretto del Capo di Cuib (pag. 4, punto 3), ho fissato a questa famiglia sei leggi, secondo le quali essa deve comportarsi (Non si svolge quindi secondo la volontà o il piacere del capo -il che sarebbe dittatura- bensì secondo regole precise).

1) Legge della disciplina. Sii disciplinato, legionario, perché soltanto così vincerai. Segui il tuo capo nel bene e nel male.

2) Legge del lavoro. Lavora, lavora ogni giorno. Lavora con piacere. Ricompensa del tuo lavoro sia, non il guadagno, ma la gioia di avere messo un mattone all'elevazione della Legione e al rifiorire della Romania.

3) Legge del silenzio. Parla poco. Parla quando occorre. La tua oratoria sia l'oratoria dei fatti. Tu agisci. Lascia che parlino gli altri.

4) Legge dell'educazione. Devi diventare un altro, un eroe. Nel cuib fa tutta la tua scuola. Conosci bene la Legione.

5) Legge dell'aiuto reciproco. Aiuta il fratello colpito dalla sventura. Non abbandonarlo.

6) Legge dell'onore. Segui soltanto le vie indicate dall'onore. Lotta e non esser vile. Lascia agli altri le vie dell'infamia; è meglio che tu cada combattendo sulla via dell'onore.

* * *

Ma insisto ancora una volta, cari legionari, e richiamo la vostra attenzione su di una cosa essenziale: la riunione d'un cuib riuscirà inefficace se procederete freddamente: «Che cos'avete eseguito?» «Che cosa dobbiamo eseguire?» «Facciamo la tal cosa». «Arrivederci».

Lasciate libertà all'anima, lasciatele un posto nel quadro della riunione. Procedete con calore, date la possibilità a ognuno di sfogare l'animo suo, di manifestare quali difficoltà, quali contrarietà e dispiaceri incontri nella vita. Si comunichino le gioie: sia il vostro «cuib» un luogo di conforto, di partecipazione, di gioia. Una riunione è stata efficace allorché se ne esce con l'animo sollevato e pieno di fede nella stirpe. Se nel Libretto del Capo di Cuib non ho richiamato sufficientemente l'attenzione su questo, lo faccio ora.

[310]

Sempre in relazione con l'attività formativa nell'ambito del cuib riporto dal Libretto del Capo di Cuib il punto 53: La preghiera come elemento decisivo della vittoria. Appello agli antenati.

«Il legionario crede in Dio e prega per il trionfo della Legione

«Non si dimentichi che noi, popolo romeno, siamo qui, su questa terra, per la volontà di Dio e con la benedizione della Chiesa Cristiana. Intorno agli altari delle Chiese s'è riunito mille volte, in tempi di calamità e di angustie, tutto quanto v'è di romeno in questa terra: donne, bambini e vecchi, con la chiara coscienza che ivi è l'ultimo rifugio possibile. Anche oggi siamo pronti a riunirci -noi, popolo romeno- intorno agli altari come in tempo di grandi pericoli, per ricevere inginocchiati la benedizione di Dio.

«Le guerre le vincono coloro che hanno saputo attrarre dall'etere dei cieli le forze misteriose del inondo invisibile, e assicurarsene il concorso. Queste forze misteriose sono le anime dei morti, le anime dei nostri antenati, che furono anche loro, un tempo, legati alle nostre zolle, ai nostri solchi, che morirono per la difesa di questa terra, e che sono anche vincolati ad essa dal ricordo della loro vita e da noi, figli, nipoti e pronipoti loro. Ma più in alto delle anime dei morti sta Dio.

«Queste forze, una volta attirate, pesano sulla bilancia, difendono, ci danno coraggio, volontà, tutti gli elementi necessari alla vittoria e ci fanno vincere. Seminano il panico e lo spavento tra i nemici, ne paralizzano l'attività. In ultima analisi, le vittorie non dipendono dalla preparazione materiale, dalle forze materiali dei belligeranti, ma dalla loro possibilità di assicurarsi il concorso delle forze spirituali. Così si spiegano -nella nostra storia- le vittorie miracolose ottenute con forze materialmente tanto inferiori.

«Come ci si può assicurare il concorso di queste forze?

1. Con la giustizia e la moralità delle azioni.

2. Con l'appello fervido, insistente ad esse.

Chiamale, attirale con la forza dell'anima tua ed esse verranno.

«La forza d'attrazione e tanto più intensa, quanto più [311] numerosi sono coloro che rivolgono l'appello -la preghiera fatta in comune.

«Per questo, nelle riunioni del cuib che si tengono in tutto il paese il sabato sera, si reciteranno preghiere e si esorteranno tutti i legionari ad andare il giorno dopo, Domenica, in chiesa.

«Il nostro patrono è il Santo Arcangelo Michele. Abbiamo la sua immagine nelle nostre case, nei tempi difficili chiediamo il suo aiuto ed egli non ci abbandonerà mai».

I cuiburi sono raggruppati poi in unità, secondo il criterio dell'età e del sesso («fratelli della croce», giovani fino ai 19 anni e «fratellini della croce», fino ai 14 -«cittadelle», ragazze e signore, futuri legionari, legionari); sia secondo il criterio amministrativo (paese, città, provincia) coi rispettivi capi che dirigono l'attività, assicurandone l'unità. Tutto questo viene trattato nel Libretto del Capo di Cuib.

Questo sistema del cuib potrebbe avere un inconveniente: può sembrare che spezzi, distrugga l'unità. Ma questo si evita con l'amore e con il grande senso di disciplina che fa parte dell'educazione legionaria.

 

Il vincolo dei primi legionari

S'avvicinava l'8 novembre 1927, giorno dei Santi Arcangeli Michele e Gabriele, e si doveva pronunziare il primo giuramento. Cercammo e trovammo una forma che potesse essere l'espressione fedele del carattere del nostro movimento, dei nostri legami con la terra, col cielo e coi morti. Raccogliemmo una piccola quantità di terra da tutti i luoghi gloriosi della Terra romena da 2.000 anni in qua, la mescolammo e riempimmo poi con essa dei sacchettini di pelle legati con un cordone, che i legionari dovevano ricevere in occasione del giuramento e portare sul petto.

Ecco la descrizione di questa solennità, tratta dal n. 8 novembre 1927 della rivista Pamîntul stramosesc:

«La mattina del giorno 8 novembre 1927 ci siamo adunati nella nostra sede, noi tutti legionari di Iasi e alcuni che si sono preoccupati di venire da altre parti.

[312]

«Non molti di numero, ma potenti per la nostra incrollabile fede in Dio e nel Suo aiuto, forti per la nostra ostinata risoluzione di resistere a qualunque uragano, forti per il nostro completo distacco da tutto quanto è terreno -il che si manifesta col desiderio, colla gioia di risolvere in modo eroico i nostri legami terreni, servendo la causa della stirpe romena e la causa della croce.

«Questo era lo stato d'animo di coloro che aspettavano con impazienza l'ora del giuramento, per formare entusiasticamente la prima ondata di assalto della Legione. E ognuno può capire che non poteva esservi uno stato d'animo diverso, quando in mezzo a noi, vestiti con gli abiti bianchi come nelle ore solenni, s'erano raccolti: Ion I. Motza, Ilie Gîrneatza, Radu Mironovici e Corneliu Georgescu -coloro cioè che passando di prigione in prigione hanno sopportato tutto il peso del movimento nazionale da cinque anni a questa parte.

«La preghiera.

«Alle dieci siamo andati tutti in costume nazionale col berretto di pelo, col grande svastica sul cuore, marciando in colonna, alla chiesa di S. Spiridione, ove si è celebrato un ufficio funebre in suffragio delle anime di Stefan Voevod, Signore della Moldavia, di Mihai Viteazul, di Mircea, di Ion Voda, di Horia, di Closca e Crisan, di Avram Iancu, di Tudor, del Re Ferdinando e delle anime di tutti i voivodi e i soldati caduti sul campo di battaglia contro le invasioni nemiche.

«La solennità del giuramento.

«In colonna cantando l'Inno della Legione, siamo ritornati al "Camin". La ha avuto luogo la religiosa e solenne cerimonia del giuramento dei primi legionari.

«La terra avita.

«Questa cerimonia si è iniziata mescolando la terra portata dalla tomba di Mihai Viteazul da Turda con la terra di Moldavia, di Razboeni, dove Stefan cel Mare combatté la sua prima difficile battaglia, e con quella di tutti i luoghi in cui il sangue degli antenati s'è mescolato con la terra, in cruente battaglie, santificandola. Quando s'apriva il pacco con la terra, prima di versarla sul tavolo, si leggeva la lettera di chi l'aveva portata e inviata».

Hanno prestato giuramento:

[313]

Corneliu Zelea-Codreanu, Ion I. Motza, Ilie Gîrneatza, Corneliu Georgescu, Radu Mironovici, Hristache Solomon, -che ha presieduto a questa cerimonia,- G. Clime, Mille Lefter, Ion Banea, Victor Silaghi, Nicolae Totu, Alexandru Ventonic, Domitru Ifrim, Pantelinou Statache, Ghitza Antonescu, Emil Eremeiu, Ion Bordeianu, M. Ciobanu, Marrius Pop, Misu Crisan, Popa, Butnari, Budeiu, I. Tanasache, Stefun Budeci, Traian Cotiga e Mihail Stelescu, studente liceale.

 

Una nuova battaglia

Col numero del 1 dicembre 1927 cominciammo una nuova lotta per acquistare un camioncino, col quale poterci spostare da un luogo all'altro. Adoperai lo stesso sistema dello sforzo collettivo: i legionari fecero feste, organizzarono conferenze, cori di Natale e contribuirono col poco di cui disponevano.

Si distinse la «Fratzie de Cruce Vrancea»11 di Focsani, che raccolse -in occasione d'una festa organizzata sotto il patronato del Generale Macridescu- la somma di 50.000 lei. Allora le cambiai il nome di «Vrancea» in quello di «Victoria», che porta ancora oggi.

Il 19 febbraio 1928, cioè dopo due mesi e mezzo, la battaglia era vinta: acquistammo così a Bucarest un camioncino nuovo per 240.000 lei, di cui pagammo subito 100 mila lei e il resto (140.000 lei) in 12 rate mensili.

Su «Caprioara»12, come l'avevano battezzato i ragazzi, partii da Bucarest per Iasi, insieme con Stefan Nicolau, che lo guidava, Benea, Bordeianu e Mironovici. A Iasi fu una vera gioia: i legionari e gli amici ci aspettavano all'entrata in città.

Per il pagamento delle rate costituii un comitato di 100 persone, i cui membri dovevano contribuire ciascuno con 100 lei al mese, per un anno. In due mesi questo comitato arrivo fino a 50 [314] membri solvibili, in maggioranza poveri, piccoli impiegati, operai o contadini, i quali, togliendo mensilmente dalla loro borsa 100 lei, sostenevano un vero sacrificio.

Le ragazze della «cittadella» di Iasi e specialmente della «cittadella Iulia Hajdeu» di Galatzi, si misero a lavorare ricami a mano e a venderli per raccogliere denari.

 

Problemi d'ordine materiale

Il movimento, per le sue piccole necessità, andava bene dal punto di vista materiale: dal lavoro e dai contributi della gente povera si raccoglieva quasi quanto occorreva per poter vivere ed agire.

Tutte le somme incassate erano state scrupolosamente registrate nella rivista Pamîntul stramosesc.

La rivista era piena dei nomi di coloro che davano ciascuno 10 lei, 5 lei; rari erano quelli che potessero dare 50 o 60 lei.

I nostri banchieri erano coloro che potevano contribuire con 100 lei mensili -i membri del comitato dei 100.

Ecco alcuni nomi, presi a caso da questo comitato.

N. 16. Nicolae Voinea di Panciu (una famiglia di cinque figli che vivevano con un ettaro di vigna);

N. 17. D. Popescu (sottotenente in pensione);

N. 18. Ion Blanaru (studente fino a ieri, ora ingegnere con 4000 lei al mese);

N. 19. Ion Butnaru (impiegato ferroviario);

N. 20. Nistor M. Tilinca (commesso in una cooperativa);

N. 21. Corneliu Georgescu (aiutato dai genitori);

N. 22. Radu Mironovici (aiutato dai genitori);

N. 23. Ionescu M. Traian (ingegnere forestale).

Con l'economia che si faceva sulle spese per il vitto e il vestiario, si raccoglieva abbastanza perché l'organizzazione, procedendo con senno, potesse vivere e svilupparsi normalmente.

La stampa ebraica però strillava: con quali denari questi signori si comprano i camioncini? (l'ebreo, sempre in mala fede, di uno ne aveva fatti parecchi). Chi finanzia questo movimento? Oh, signori! Non l'ha finanziato nessuno! Soltanto la fede illuminata dei Romeni, in maggioranza poveri in canna.

[315]

Noi non solo non eravamo finanziati dai capitalisti, ma io consiglio a chiunque diriga un movimento che abbia sane basi di rifiutare ogni proposta di finanziamento, se non vuole uccidere il movimento stesso: perché un movimento deve essere costituito in modo da poter produrre da solo, con la fede e il sacrificio dei suoi membri, esattamente quanto gli occorre per vivere e svilupparsi.

Per uno sviluppo normale e sano, un movimento ha il diritto di consumare solo quello che può produrre, e può produrre soltanto in misura della capacità di fede e per conseguenza di sacrificio dei suoi stessi membri. Non produce a sufficienza? La via che si apre non è quella del finanziamento, ma quella dell'intensificazione della fede. L'indizio e sicuro: non produrre a sufficienza è una prova della pochezza della fede. Non produce niente? L'organizzazione è morta o crollerà presto. Priva della fede, essa sarà vinta da coloro che la posseggono.

Un capo che ammette il finanziamento del suo movimento dall'esterno dell'organizzazione, è come un uomo che abitua il suo organismo a vivere di medicine. Nella stessa misura in cui si somministrano medicine a un organismo, lo si condanna a non reagire più da solo. Non basta, ma nel momento in cui gli si tolgono le medicine, muore. Egli rimane a discrezione del farmacista! Nello stesso modo, un movimento rimane a discrezione di coloro che lo finanziano e che potrebbero, a un certo momento, cessare il finanziamento; allora il movimento, non abituato a vivere da solo, morrebbe.

Un movimento, come anche un uomo, può avere bisogno, talvolta, d'una maggiore quantità di denaro: allora può prenderlo in prestito e restituirlo col tempo.

Perciò, signori capi di movimento (parlo a quelli che verranno dopo di noi) respingete i benevoli che si offriranno di finanziare il movimento -ammesso, beninteso, che ce ne siano ancora in avvenire. In Romania credo di no; nemmeno oggi ve ne sono quasi più. Tutti coloro che hanno possibilità di finanziare e finanziano sono banchieri ebrei, ricconi ebrei, grandi mercanti di grano ebrei, grandi industriali ebrei, grandi commercianti ebrei. Essi finanziano i partiti politici per sterminare i Romeni nella loro terra.

[316]

A finanziare (questa parola sa di banchiere, di preda, di ingiustizia, di sconvenienza) non ci sarà più nessuno, né i Romeni, e tanto meno gli ebrei. Perché questa casta dei banchieri e degli uomini d'affari, degli arricchiti dai colpi di fortuna, questi uccelli di rapina, che stanno in agguato contro la società umana, saranno annientati. Uomini agiati, uomini ricchi entro i limiti della giusta convenienza, ce ne saranno. Essi avranno possibilità di finanziare, potranno solo aiutare, col loro superfluo, un movimento. Questo obbligo d'aiutare, d'aiutare la loro stirpe nei momenti difficili, lo hanno tutti i Romeni e lo avranno nei secoli. Il loro aiuto è e sarà sempre bene accetto.

* * *

La mia situazione economica personale, però, e quella dei miei camerati, era sempre più difficile, più opprimente.

Io ero caduto sulle spalle del mio povero suocero, che già poteva appena mantenere, col suo modestissimo stipendio, i suoi cinque figli. Io abitavo in una camera, e nelle altre due erano in sette. Comprendendo però la situazione in cui mi trovavo, grazie al suo grande amore per me e per la causa romena, egli non mi disse mai niente, sebbene io vedessi che di giorno in giorno si curvava sempre più sotto il peso delle difficoltà.

Allora deliberammo che io restassi a occuparmi del movimento, e Motza e gli altri tre camerati di Vacaresti esercitassero l'avvocatura, per potersi mantenere ed aiutare anche me.

Tra breve essi avrebbero iniziato, ma avrebbero urtato contro difficoltà immense. Guardavamo indietro: entrati dieci anni prima all'Università, avevamo lottato di volta in volta a fianco di tutte le generazioni di studenti. E, di volta in volta, tutti quanti s'erano sistemati creandosi ciascuno una piccola posizione con la quale poter vivere -mentre noi eravamo rimasti soli, come pazzi sperduti tra le onde della vita.

Sebbene fossero elementi di valore, essi avrebbero guadagnato appena un misero pane; non sarebbero divenuti avvocati delle ferrovie, dei municipi, dello stato, dove vi era posto solo per coloro che abbandonavano la linea di combattimento e passavano nella linea dei partiti politici: incoraggiamento per la mancanza [317] di carattere. Non avrebbero accettato incarichi processuali dagli ebrei, ascoltando in questo la voce dell'onore. I Romeni li avrebbero evitati. Nei loro studi non sarebbero entrati che i poveri.

Era difficile il cammino: noi avevamo l'ostracismo nella nostra terra ed eravamo messi quasi nell'impossibilità di vivere.

 

L'estate del 1928

Continuai tutto l'inverno a organizzare i cuiburi. In primavera ripresi la mattonaia a Ungheni e l'orto della signora Ghica. In questi due luoghi lavoravamo, fabbricando mattoni o coltivando ortaggi; volevamo costruire un altro «camin», non essendo sicuri di poter restare in quello attuale, dal momento che era stato promosso un processo contro di noi, perché ne fossimo cacciati.

In questo lavoro pesante ci univamo sempre più, ci sentivamo più vicini a tutti quelli che lavoravano, e sempre più lontani da quelli che vivevano sul lavoro altrui.

Il lavoro completava la nostra educazione più delle lezioni di un professore universitario. La imparavamo a vincere le difficoltà, tempravamo la nostra volontà, ci fortificavamo il corpo e ci abituavamo alla vita aspra e severa, nella quale nessun piacere trovava più posto all'infuori delle gioie spirituali. Là venne la «Fratzie de Cruce» di Galatzi con Tzocu, Savin, Costea e le altre «Fratzii».

Radu Mironovici aveva imparato a guidare bene il camioncino e, aiutato da Eremeiu, faceva corse portando passeggeri da Iasi a Manastirea Varatic, Agapia e Neamtz. Tuttavia, a causa dell'estate che è sempre la stagione più povera, fui costretto a chiedere un prestito alla Banca «Albina»13 di Husi -ipotecando la casa di mio padre- per la somma di 110.000 lei, che divisi tra la mattonaia e il pagamento delle rate del camioncino e le pubblicazioni legionarie. Non avendolo potuto pagare sino ad oggi, il debito e salito a 300.000 lei.

[318]

Sempre in quest'estate cominciammo anche a commerciare, per poter guadagnare qualcosa per la Legione.

Gli ebrei detenevano il monopolio del commercio della verdura su tutte le piazze della Moldavia. Tre squadre di legionari (studenti) furono incaricate del commercio degli ortaggi. Queste squadre compravano la merce sulla piazza di Iasi, caricandone 300-400 Kg. sul camioncino e costituivano una vera calamità per gli ebrei, provocando la diminuzione dei prezzi della metà.

Il primo agosto 1928 si compiva un anno dalla comparsa della nostra rivista. Ecco che cosa scrivevo allora in prima pagina:

«Il primo agosto 1928 Pamîntul stramosesc compie un anno di regolare pubblicazione

«Non è molto. Alcuni giorni fa, tra il 13 e il 30 luglio la città di Carcassone in Francia ha festeggiato i suoi 2.000 anni d'esistenza. Forse abbiamo anche noi 2.000 anni davanti! Ma il periodo più difficile è il primo anno, quando si deve dissodare il terreno e tracciare il primo solco. In questi giorni iniziali molte difficoltà ci si sono parate dinanzi, ma la nostra rivista -qualche volta più ricca, qualche volta più povera, però sempre grande- ha resistito sulle posizioni, vincendo le difficoltà.

Quando, un anno fa, iniziando senza un soldo, nel momento più critico per il movimento nazionale, ho messo sulla copertina l'Icona del Santo Arcangelo Michele, sapevo che la nostra rivista avrebbe trionfato».

 

In lotta con la miseria

Verso l'autunno, cominciai a piegarmi sotto le difficoltà economiche personali. Non avevamo più scarpe, non avevamo vestiti, né io né mia moglie, che portava quelli del 1924. Da mio padre non potevo attendermi più niente, perché egli aveva ancora, oltre a me, sei figlioli, tutti studenti, e le lotte che aveva sostenute lo avevano lasciato carico di debiti. Del suo stipendio non gli rimaneva più che qualche migliaio di lei, con i quali a fatica poteva mantenere una famiglia numerosa.

Allora riunii tutte le mie forze e decisi di darmi anch'io all'avvocatura, con l'intenzione d'occuparmi nello stesso tempo [319] anche del movimento.

Apersi uno studio di avvocato a Ungheni, dove lavorai col mio segretario, Ernest Comanescu. Riuscii così a realizzare un piccolo, piccolissimo guadagno, tanto da soddisfare le poche pretese della mia vita e di quella di mia moglie.

Erano trascorsi ormai sei anni da quando avevo limitato la mia vita allo stretto necessario per l'esistenza. Da sei anni non ero più entrato in un teatro, in un cinematografo, in una birreria, non avevo partecipato a balli, a divertimenti. Ora che scrivo sono trascorsi quattordici anni. Non mi dispiace: mi dispiace che dopo una vita di simili restrizioni, vi sia stato chi mi abbia accusato di aver condotto e di condurre una vita dispendiosa.

In questi anni di povertà, come nelle difficili prove che la sorte mi ha riservato, ho trovato un appoggio costante in mia moglie che mi ha assistito con fede, ha diviso sofferenze innumerevoli, ha sopportato privazioni, e ha sofferto talvolta perfino la fame, per aiutarmi a continuare la lotta. Gliene sarò sempre riconoscente.

 

Il prof. Gavanescul riceve il sacchetto di terra

C'era una grande anima che ci seguiva da vicino, passo passo. Si interessava di noi, forse ci studiava. Si trattava della figura imponente del vecchio professore di Pedagogia dell'Università di Iasi: Ion Gavanescul, professore universitario dall'anno 1880. Una volta ci disse: «Desidererei molto avere anch'io un sacchetto di terra!».

Il 10 dicembre 1928, lo invitammo a casa nostra e lì, in mezzo al gruppo dei legionari, gli consegnammo il sacchetto di terra come nostro dono.

Il vecchio coi capelli e le sopracciglia bianche spalancò gli occhi, come in un momento di eccezionale gravità.

E dopo un breve silenzio:

- Signori, non sono degno di ricevere questo santo talismano, se non in ginocchio. Lo prese, si mise lentamente in ginocchio e pregò. Dopo c'inginocchiammo anche noi intorno a lui.

[320]

Nello stesso autunno del 1928, dopo gli attacchi esasperati dei nazional-contadini, che minacciavano «violenza» e «rivoluzione», il Partito liberale crollò.

I nazional-contadini, dopo otto anni di lotte, vincevano. Ma presto dovevano essere una delusione per tutto il paese; dovevano cominciare a rubare, come i liberali, a fare «affari scandalosi» come i liberali, a «terrorizzare» coi gendarmi e perfino a fucilare gli avversari, o quelli che manifestassero scontento, sempre come i liberali. Si sarebbero creati i loro banchieri come i liberali.

Ma soprattutto dovevano subire la continua suggestione della finanza internazionale, alla quale essi avrebbero ceduto, una dopo l'altra, in cambio di prestiti, per degli anni, per delle decine d'anni, tutte le ricchezze romene.

 

3-4 gennaio 1929

Per quei giorni avevo convocato a Iasi un'assemblea, la prima assemblea dei capi di cuib. Ne vennero da 40 a 50. Le riunioni si tennero nella casa del Generale Ion Tarnovschi, il quale, nel corso di una commovente seduta, ricevette piangendo il sacchetto di terra nel quale c'era anche il sangue dei suoi soldati e dei suoi ufficiali.

- Come vorrei che Dio mi accordasse giorni sufficienti per vedere anch'io l'ora della riscossa romena! Ma non credo di poter arrivare sino allora -egli diceva.

In quella occasione pronunziarono il loro giuramento una schiera di legionari, con a capo Spiru Peceli, invalido di guerra, Gheorge Potolea, invalido della carica di Prunaru, Nicolae Voinea e altri.

Dalle discussioni fatte e dai rapporti di ognuno dei presenti, rappresentanti di tutte le regioni, potemmo convincerci che il sistema del cuib non adottato mai sino allora da noi, poteva attecchire benissimo. Certamente ci sarebbero state difficoltà e incertezze insite in qualunque inizio. Ma mi bastò sapere che in un anno, senz'altra scuola, e soltanto con le esortazioni e le spiegazioni date attraverso la rivista, in tutte le regioni come in tutti gli strati [321] sociali si erano fondati dei cuiburi isolati che funzionavano. Pensai:

- Il «sistema» ha superato l'esame. Esso darà frutti.

Per me, la riunione del 3-4 gennaio fu una verifica delle mie misure organizzative. Non ci rimaneva che proseguire costantemente per questa strada.

Ho constatato in questa occasione che il movimento attecchisce specialmente nelle file della gioventù. Che il sistema dinamico d'educazione -educazione unita all'azione- è di molto superiore a quello statico.

Avremmo quindi proseguito in questo sistema ancora per un anno, senza cercare di prendere contatto con le masse, senza pensare a nessuna attività elettorale.

Si costituì allora anche il Senato della Legione, un foro composto d'uomini d'oltre 50 anni, intellettuali, contadini od operai, che abbiano vissuto una vita assolutamente corretta e dato prova di fede nell'avvenire legionario e di saggezza. Essi debbono essere convocati nei momenti difficili, ogni qualvolta si avverta la necessità del loro consiglio. Non sono scelti, ma indicati dal capo della Legione e cooptati dal Senato. Rappresentano il più alto grado d'onore cui possa aspirare un legionario.

Formarono il Senato Hristache Solomon, il Generale dottor Macridescu, il Generale Ion Tarnovschi, Spiru Peceli, il Colonnello Paul Cambureanu, Ion Butnaru. In questo Senato doveva avere il suo posto, alcuni mesi dopo, l'illustre professore Traian Braileanu, quello che più tardi, cinque anni dopo, nella sua rivista Insemnari sociologice14 avrebbe spiegato nella più rigorosa forma scientifica il fenomeno legionario.

Note

1- Petre Carp (1837-1918). Membro della «Junimea» (v. nota 28) e autorevole rappresentante del partito conservatore. Apparteneva alla corrente sostenitrice degli Imperi Centrali, alla cui politica la Romania aveva aderito sin dal 1883. A questa corrente, che aveva il Re dalla sua, si oppose lo stesso principe ereditario Ferdinando e la maggior parte dei componenti il Consiglio. torna ^

2- Su una nera roccia. torna ^

3- Come un globo d'oro. torna ^

4- Suoni di nuovo la tromba. torna ^

5- Svegliatevi, Romeni. torna ^

6- La terra degli avi. torna ^

7- Vale la pena di pubblicare per intero la poesia di George Cosbuc -da cui sono tratti i versi che appaiono nel testo. torna ^

Decebalo al Popolo.

Questa vita è un bene perduto
Se non la vivi come avresti voluto!
E adesso una razza di carnefici vorrebbe
Gettare il giogo sul tuo collo:
È sventura sufficiente l'essere nati,
Vogliamo anche un'altra sventura?
Anche se discendessimo dagli dei,
Tuttavia una morte è debito da pagare.
È la medesima cosa morire
Giovinetto o vegliardo curvo;
Ma non è la medesima cosa morire come un leone
O come un cane alla catena.
Quelli che combattono brontolando,
Anche se combattessero in prima fila,
Ci sembrano valorosi, né più, né meno,
Quanto un vigliacco fuggiasco qualunque!
Brontolare, oggi come sempre,
Significa piangere invano!
Ma anche i vigliacchi sanno tacere!
Tutti i morti tacciono! Ma chi è vivo
Che rida! I prodi ridono e cadono!
Ridiamo, ma, o stirpe valorosa,
Sia una risata fragorosa e gioiosa
Dai cieli fino all'inferno!
Se anche il sangue scorresse a fiumi
Il tuo braccio è invitto
Quando non sussulti in faccia alla morte!
E tu stesso sembri un Dio a te stesso
Quando ridi di quello che temono
I tuoi forti nemici.
Sono romani! E allora?
Se pure venisse qui il Santo
Zalmoxe (*), con un intero popolo
di Dei, noi chiederemmo loro che cosa vogliono.
E nemmeno a loro daremmo la terra
Poiché essi hanno il loro cielo!
E adesso, uomini, un ferro e uno scudo!
È sufficiente sventura l'essere nati:
Ma chi ha paura della guerra
È libero di tornarsene indietro,
E chi è venditore venduto
Esca da mezzo a noi!
Io non ho più niente da dire!
Voi giurando avete posto le braccia
Sullo scudo! La potenza è in voi
E negli dei! Ma pensate, eroi,
Che gli dei sono lontani, lassù,
E i nemici vicino a noi!

* Massima divinità Dacica.

 

8- Ma noi non lo sospendemmo. (nota di Codreanu) torna ^

9- Principe. torna ^

10- Plurale di cuib. torna ^

*- La versione italiana di quest'opera è in corso di pubblicazione per i tipi delle Edizioni di Ar (nd.e.) torna ^

11- Vrancea significa Valacchia, cioè la regione situata fra le Alpi Transilvane, il Danubio e il fiume Milcov. torna ^

12- Capriola. torna ^

13- Ape. torna ^

14- Appunti di sociologia. torna ^

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