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Giugno 1925 - giugno 1927

 

Le nozze

Il 13 giugno partii per Focsani con la madre, il padre, i fratelli, le sorelle, la sposa e i suoceri. Fummo ospiti del Generale Macridescu.

La sera venne il comitato organizzatore delle nozze e ci disse che tutto era pronto e che dalle altre città erano arrivate più di 30.000 persone che erano state alloggiate tutte; che ne sarebbero arrivate ancora durante la notte e che gli abitanti di Focsani accettavano con piacere di dar alloggio agli ospiti.

La mattina del giorno dopo, secondo il programma stabilito, mi fu portato un cavallo e dopo esser così passato dalla casa della sposa mi diressi, alla testa d'una colonna, fuori della città, a Crîng. Sui margini della strada, da una parte e dall'altra, c'era gente, sugli alberi c'erano i bambini, dietro di me venivano i padrini, in carrozze addobbate, con in testa il prof. Cuza e il Generale Macridescu, Hristache Solomon, il Colonnello Blezu, il Colonnello Cambureanu, Tudoroncescu, Georgica Nicolescu, il Maggiore Bagulescu e altri. Veniva poi il carro della sposa tirato da sei buoi, ornato di fiori, e seguito dai carri degli invitati. In tutto ve ne erano 2.300 fra carri, carrozze e automobili, carichi di fiori e di gente vestita del costume nazionale. Io ero già a 7 chilometri dalla città, a Crîng, quando la coda della colonna non era ancora uscita da Focsani. A Crîng si celebrarono le nozze su un palco appositamente preparato, alla presenza di una folla di ottanta o centomila persone: dopo la funzione religiosa, cominciarono le «hora»1, i balli e i [234] divertimenti; poi le mense furono preparate sull'erba: ognuno si era portato da mangiare; ma quelli di Focsani avevano pensato anche alla gente venuta da fuori.

Tutto questo spiegamento di costumi nazionali, di carri romeni, di vita e d'entusiasmo, venne ripreso in un film, che alcune settimane dopo fu rappresentato a Bucarest -ma soltanto due volte, perché il Ministro degli Interni sequestrò la pellicola e la sua copia e le fece bruciare.

Verso sera, le nozze terminarono in una atmosfera di cameratismo e di animazione generale. Io partii la notte stessa con mia moglie e alcuni camerati per Baile Herculane, dove rimanemmo due settimane da una famiglia di conoscenti, i St. Martalog.

Motza andò a Iasi dove cominciò a gettare le basi della Casa Culturale Cristiana, sul terreno donato dall'ing. Gregore Bejan.

 

Il battesimo di Ciorasti

Il 10 agosto tenni a battesimo a Ciorasti, vicino a Focsani, 100 bambini che erano nati in quel tempo nella provincia di Putna e dintorni.

Il battesimo doveva avere luogo a Focsani; il Governo però, per impedirlo, proclamò lo stato d'assedio in città. Allora ci ritirammo a Ciorasti e dopo moltissime difficoltà riuscimmo finalmente a battezzare, sotto le baionette, i bambini.

 

Dopo un anno ricomincia il lavoro

Ritornai a Iasi per lavorare a fianco degli altri camerati alla costruzione del «Camin». Riprendevamo il vecchio piano di costruzione e quello d'organizzazione della gioventù, piani interrotti dalla sorte quasi per un anno.

Cominciammo a ricevere delle donazioni: la famiglia Moruzzi di Dorohoi regalò 100.000 lei, il Generale Cantacuzino diede 3 vagoni di cemento, i Romeni d'America, attraverso il giornale [235] Libertatea, donarono oltre 400.000 lei. I contadini dei più lontani paesi della Transilvania, della Bucovina, della Bessarabia, contribuivano col poco che avevano alla costruzione della «Casa di Iasi».

Queste donazioni erano conseguenza della grande simpatia che ora godeva il movimento in tutti gli strati sociali; avevano suscitato soprattutto un vero entusiasmo le fotografie che mostravano gli studenti e le studentesse intenti a costruirsi da soli la casa. Era qualcosa di assolutamente nuovo, che non s'era mai visto ancora né da noi né all'estero. Questo infatti aveva destato un tale interesse a Iasi, che gli impiegati, quando uscivano dall'ufficio, venivano là, si levavano la giacca e mettevano mano alla pala, al piccone, o alla carriola della calce.

In questo lavoro s'incontravano gli studenti di Cluj, della Bessarabia, della Bucovina e di Bucarest.

In molte città, sotto la guida di Motza, s'erano formate delle Fratzii de Cruce, cosicché da tutte le parti i giovani allievi venivano a lavorare, partendo poi formati e organizzati.

Due anni di lotta studentesca, di tormenti e di sofferenze comuni dell'intera gioventù del paese, avevano realizzato un grande miracolo: il ricostituirsi del blocco spirituale della stirpe, minacciata dalla mancanza del senso di solidarietà e di unità dei vecchi, nella grande comunità nazionale. Ora la gioventù, proveniente da tutte le parti, consolidava e santificava quell'unità spirituale per mezzo dei suoi sforzi comuni nella scuola del lavoro per la terra.

 

Pericoli che minacciano un movimento politico

La corrente di simpatia nel paese era formidabile: non credo sia esistita molte volte sulla terra romena una corrente popolare più unanime di questa. Ma la Lega non andava bene, mancando d'organizzazione e di un piano d'azione. A questo si era poi aggiunto, in questa grande corrente, il pericolo della confluenza nei quadri del movimento di elementi compromettenti e pericolosi. Un movimento non va mai in rovina a causa dei nemici esterni; va in rovina per colpa dei nemici interni. Degli uomini, uno su un [236] milione muore per cause esterne schiacciato dal treno, dall'automobile, fucilato, annegato; i più muoiono per tossine interne: muoiono intossicati.

Ora, in seguito ai processi di Vacaresti, Focsani e Severin, nel movimento entrò chiunque volle entrarci. Alcuni vennero per commettere delle truffe: incassi d'abbonamenti, vendite di opuscoli, prestiti, ecc. e dovunque apparivano compromettevano il movimento. Altri erano venuti per crearsi una posizione politica e avevano cominciato a lottare tra di loro, ad accusarsi a vicenda, a scalzarsi l'uno con l'altro per i posti direttivi, la carica di deputato, ecc. Altri erano in buona fede, ma non educati alla disciplina; non intendevano sottomettersi ai capi e alle direttive date, ma volevano discutere all'infinito ogni disposizione e lavorare ognuno a modo suo. Altri, pure in buona fede, non erano suscettibili d'inquadramento. Esistono elementi ottimi, che hanno tuttavia una struttura mentale per cui non riescono a inquadrarsi e, se si inquadrano, distruggono tutto. Altri sono intriganti nati; dovunque essi penetrano, col loro sistema di parlottare in segreto guastano l'armonia dell'organizzazione e la distruggono.

Un'altra categoria è costituita da coloro che hanno un'idea fissa: credono sinceramente d'avere trovato la chiave di tutte le soluzioni, e cercano di convincerti della sua efficacia. Altri soffrono della malattia del giornalismo! Vogliono a qualunque costo essere direttori di giornale o, almeno, vedere il loro nome stampato in fondo a un articolo. Altri ancora hanno un tale modo di agire in pubblico che dovunque essi compaiono, compromettono la lotta e rovinano la fiducia di cui gode l'organizzazione; altri infine sono pagati appositamente per ordire intrighi, spiare e compromettere ogni nobile tentativo di azione.

Quanta cura, quanta attenzione deve quindi porre il capo di un movimento alla verifica degli elementi che vogliono venire sotto la sua guida! Come deve educarli e quanta instancabile sorveglianza deve esercitare su di loro! Senza di questo il movimento è irrimediabilmente compromesso.

Ora il professore Cuza era assolutamente alieno da queste cose. Il suo motto «Nella Lega entra chi vuole e resta chi può» doveva portare a un vero disastro.

[237]

In un'organizzazione non entra «chi vuole», entra chi deve, e vi rimane chi è, e finché lo è, un uomo leale, attivo, disciplinato, fedele.

Pochi mesi erano passati e la povera Lega era diventata una fucina d'intrighi, un vero inferno.

La convinzione che mi formai allora e che conservo ancora oggi e questa:

Quando in un'organizzazione compaiono questi principi di cancrena, essi devono essere immediatamente circoscritti e poi estirpati con la massima energia. Se non si possono circoscrivere e si estendono come un cancro all'intero organismo del movimento, la causa è perduta, l'avvenire e la missione dell'organizzazione sono compromesse. Essa morirà o trascinerà i suoi giorni tra la vita e la morte senza nulla realizzare.

I nostri tentativi presso il Prof. Cuza per indurlo a raddrizzare la situazione fallirono perché da una parte egli ignorava del tutto questi principi elementari della direzione di un movimento e dall'altra gli intrighi avevano isolato anche noi e avevano cominciato a paralizzare anche il nostro potere d'intervento.

Noi, il gruppo di Vacaresti, vedendo tutto ciò e vedendo anche gli assalti disperati, le ondate d'intrighi che si scatenavano su di noi e s'interponevano tra noi e il prof. Cuza, andammo a casa sua, giurandogli di nuovo fedeltà e pregandolo d'aver fiducia in noi: perché avremmo fatto tutto quanto era possibile per rettificare il movimento.

Il tentativo riuscì vano, perché egli riteneva che noi vedessimo le cose in modo troppo diverso da lui in termini di organizzazione, di azione, e perfino di fondamento dottrinario del movimento: noi partivamo dall'idea di uomo inteso come valore etico, e non come valore numerico, elettorale, democratico.

Egli credeva però che noi sostenessimo queste idee perché eravamo vittime di intrighi.

 

La critica del capo

Chi era il colpevole di tale stato di cose?

La causa di questa infelice situazione risiedeva nel capo.

[238]

Un simile movimento aveva bisogno d'un grande capo, non d'un grande dottrinario sulla testa del quale passasse l'onda del movimento; egli doveva dominare il movimento ed esserne padrone.

Non tutti possono compiere questa funzione: occorre un uomo che sappia svolgerla, un uomo con qualità innate, conoscitore delle leggi di organizzazione, di sviluppo e di lotta d'un movimento popolare. Non è sufficiente essere professore universitario per prendere il comando d'un simile movimento.

Occorrono marinai o comandanti di navi, che ci conducano sulle onde, che conoscano le leggi e siano pratici del segreto di questo governo, che conoscano i venti, le profondità del mare, i luoghi pericolosi per gli scogli, e che, infine, siano padroni delle loro braccia.

Non basta che uno sappia dimostrare che la Transilvania è dei romeni, perché possa prendere il comando delle truppe e andare a liberare la Transilvania. Così pure, non è sufficiente che uno dimostri l'esistenza del pericolo ebraico perché possa prendere il comando d'un movimento politico popolare diretto a risolvere tale problema.

Ci troviamo su due piani d'azione assolutamente diversi, che richiedono persone con attitudini e qualità straordinarie.

Il primo piano ce lo possiamo immaginare situato a mille metri d'altezza: il mondo della teoria, il dominio astratto delle leggi. Là, l'uomo dotato di qualità particolari si occupa della ricerca del vero e della sua formulazione teorica. Parte dal basso, dalle realtà concrete, dalla terra, e sale su, fino alle leggi. La, su quel piano, risiede il suo dominio di creazione.

L'altro piano è situato sulla terra. Qui l'uomo dotato di qualità particolari si occupa dell'arte d'imporre il vero col giuoco delle forze. Egli si solleva in alto per mettersi d'accordo colle leggi, ma il suo dominio di creazione è quaggiù, sul campo di battaglia, sul campo strategico e tattico.

I primi delineano gli obiettivi, creano gl'ideali, i secondi li raggiungono, li realizzano.

Per il principio naturale della divisione del lavoro, sono estremamente rare le eccezioni che riuniscano in un solo uomo le qualità di queste due forme di interessi.

[239]

Il prof. Cuza si trovava sul primo piano, dove egli risplendeva come il sole. L'opera del prof. Cuza era questa:

a) studiare e formulare la verità della legge della nazionalità;

b) scoprire e identificare perfettamente il nemico della nazionalità: l'ebreo;

c) creare dei postulati per la soluzione del problema ebraico.

Questo! Ma è colossale: perché, sebbene tutta la scienza fosse con lui, tutti gli uomini di scienza erano contro di lui. Lo colpivano da tutte le parti e tentavano di capovolgere le sue verità. Egli resisteva.

Questo primo piano non richiede l'impegno di uomini, di forze umane; al contrario, l'uomo del primo piano rifugge dagli uomini.

Il secondo piano richiede in primo luogo: uomini. Ma semplici uomini? No! Bensì uomini trasformati in forze umane.

Questo significa:

l. Organizzazione (con tutte le sue leggi).

2. Educazione tecnica ed eroica per l'aumento di potere, cioè per la trasformazione dell'uomo in forza umana.

3. Direzione di queste forze, organizzate ed educate, sul campo strategico e tattico, in lotta con altre forze umane o con la natura.

Se al dottrinario viene richiesto che egli sia padrone della scienza per la ricerca e la formulazione del vero, al capo di un movimento viene richiesto che egli sia padrone della scienza e dell'arte dell'organizzazione, della scienza e dell'arte dell'educazione, della scienza e dell'arte del comando.

Il prof. Cuza, magnifico ed invincibile sul primo piano, disceso sul secondo piano diventava ignorante, maldestro, ingenuo come un bambino, incapace d'organizzare, incapace di educare tecnicamente ed eroicamente, incapace di condurre delle forze.

Sul secondo piano il vincitore del primo non potrà riportare nessuna vittoria. Egli sarà un vinto o, nel migliore dei casi, s'accontenterà dei piccoli successi che gli procureranno quelli che gli stanno intorno.

[239]

Quali sono le dimensioni spirituali del capo di un movimento politico? Secondo la mia opinione sono le seguenti:

I) Un potere interiore di attrazione. Al mondo non esistono uomini liberi e indipendenti. Come nel sistema solare ogni astro si trova in un'orbita nell'ambito della quale esso si muove per effetto di una forza di attrazione più intensa, così anche gli uomini, specialmente nel campo dell'azione politica, gravitano intorno a una forza d'attrazione. Lo stesso avviene anche nel mondo del pensiero. Restano beninteso fuori quelli che non vogliono né muoversi né pensare.

Un capo deve avere un simile potere di attrazione. Alcuni lo hanno per dieci uomini, essendo la loro capacità limitata a questo numero; altri per un villaggio intero, altri per una provincia, altri per una nazione, altri oltrepassano anche i confini di una nazione.

Il dominio di un capo è limitato dalla sua forza interiore di attrazione, una specie di forza magnetica, senza la quale non si può essere capi.

II) Capacità d'amore. Un capo deve amare tutti i suoi compagni di lotta: il fluido del suo amore deve penetrare fino ai limiti della comunità di un movimento.

III) Scienza e senso dell'organizzazione. La gente attratta nell'orbita di un movimento deve essere organizzata.

IV) Conoscenza degli uomini. Nell'organizzazione occorre tener conto del principio della divisione del lavoro, dando a ciascuno il suo posto, secondo le attitudini che possiede, e non ammettendo quelli che non ne posseggono affatto.

V) Facoltà di educare e d'ispirare l'eroismo.

VI) Padronanza delle leggi del comando. Un capo che ha una truppa organizzata e formata deve saperla condurre sul campo della lotta politica in concorrenza con le altre forze.

VII) Senso del combattimento. Un capo deve avere un senso speciale che gli indica quando deve dare battaglia. c'è qualcosa d'interiore che gli dice: Adesso! In questo stesso minuto, né dopo, né prima.

VIII) Coraggio. Un capo, quando ode questo comando interiore, deve avere il coraggio di snudare la spada.

[241]

IX) Coscienza degli obiettivi morali e dei mezzi leali. Non esiste vittoria duratura fuori di queste direttrici.

Infine, un condottiero deve avere tutte le virtù d'un combattente: sacrificio, resistenza, devozione, ecc.

 

Un processo di coscienza

Il prof. Cuza non era colpevole dello stato in cui si trovava la Lega. Credo che nel momento in cui si opponeva alla struttura organizzativa, egli avesse la chiara coscienza del piano su cui agire e della sua inefficienza sull'altro piano. Siamo noi i colpevoli e in modo speciale io, perché tutti lo abbiamo forzato, contro la sua volontà, a mettersi su una strada per la quale non si sentiva agguerrito. D'altra parte egli non partecipò a nessuno degli avvenimenti di quei due anni di lotta. Le agitazioni che sconvolsero il paese e sollevarono le masse romene non ebbero il contributo iniziale del prof. Cuza. In tutte, egli fu di grande utilità, ma giungendo sempre in un secondo tempo: l'iniziativa non partì mai da lui.

Avevamo sbagliato; e siccome non esiste errore che non ricada su coloro che lo commettono, anche questo errore doveva presto ricadere su di noi. Ma sarebbe ricaduto anche sul movimento. E questo, nel momento in cui il prof. Cuza, non potendoci comprendere, avrebbe agito da solo senza il nostro appoggio.

* * *

Quello fu un anno difficile anche per lui.

Dopo 30 anni d'apostolato all'università di Iasi, il governo commise l'incredibile iniquità di togliergli la sua cattedra.

Nel corso dell'inchiesta sommaria che venne condotta, il prof. Cuza, accusato di istigare gli animi, rispose:

- Sono un istigatore dell'energia nazionale.

Così, una vita di lotta e di splendide lezioni a servizio della nazione romena terminava con questa ricompensa da parte della stirpe guidata dai giudei e dai politicanti romeni.

[242]

A questo colpo un altro se ne aggiunse: un giorno che egli si trovava solo per la strada, fu provocato da un ebreo che lo colpi con un pugno in faccia.

Appena diffusasi la notizia di questa infame audacia, gli studenti penetrarono in tutti i locali colpendo allo stesso modo in faccia ogni ebreo che incontravano. Prendendo a pretesto la manifestazione, dieci studenti, a capo dei quali erano Motza, Julian Sirbu, ecc., furono arrestati e condannati a un mese di prigione che scontarono a Galata. Lo studente Urziceanu sparò parecchi colpi di rivoltella, ma senza risultato, contro il presunto autore morale dell'aggressione.

 

In Francia, per gli studi

Dopo aver posto, il 13 settembre 1925, la prima pietra alle fondamenta del «Camin» e dopo che i muri già s'erano alzati di un metro, avendo ormai dato al movimento tutto quello che la mia età mi consentiva, ritenni opportuno ritornare all'estero, per completare i miei studi, dato anche che le mie condizioni di salute non erano troppo buone, in conseguenza delle dure prove attraverso cui ero passato. A questa decisione mi induceva anche il fatto che nelle mie idee relative ai criteri di organizzazione e di lotta mi sentivo alquanto isolato.

Può darsi -pensavo- che io abbia errato, ed è molto meglio, allora, che non ostacoli una linea di condotta che può risultare buona. Negli ultimi tempi, infatti, la Lega aveva acquistato nuove forze in seguito alla sua fusione con Actziunea Româneasca2, diretta dal prof. Catuneanu, alla quale appartenevano molti insigni intellettuali di Transilvania -primi tra i quali Valer Pop e il prete Titus Malai- e all'unione col Fascia Matzionala Româna3, movimento più modesto ma sano. Alle incolpevoli manchevolezze della direzione, si sarebbe ora forse posto rimedio [243] con la presenza di tanti uomini qualificati, quali il nostro avvocato Paul Iliescu di Bucarest, attorno al quale si raggruppavano molti intellettuali, il generale Macridescu con un altro gruppo d'élite di Focsani; il valente professore di sociologia Traian Braileanu dell'Università di Cernautzi, vecchio nazionalista, e l'illustre pedagogista Ion Gavanescul dell'Università di Iasi che, sebbene non ancora entrato nelle file del movimento, pure aveva anche lui durante tutta la sua vita predicato l'idea nazionale.

Non parlo poi di Bucarest, in cui brillava illuminando il movimento nazionale il dotto professore di fisiologia Nicola Paulescu, insuperabile conoscitore delle manovre della giudeo-massoneria.

A queste figure, che nobilitavano il movimento e gli davano un prestigio insuperabile, si aggiungeva anche l'appoggio prezioso di Libertatea, il più diffuso e apprezzato giornale della Romania. redatto dal reverendo Motza.

Motza, che era stato espulso dall'Università di Cluj, ove frequentava il secondo anno, aveva deciso di venire via anche lui per terminare i suoi studi. Decidemmo di andare tutti e due in Francia, in una piccola città, e scegliemmo Grenoble. Io, tra i doni di nozze e la vendita dell'opuscolo «Lettere studentesche dalla prigione», avevo messo insieme 60.000 lei; Motza riceveva mensilmente aiuti da casa. Dopo essere andati a casa dai nostri genitori ed esserci accomiatati dal prof. Cuza e dai camerati, ci recammo all'eremo di Rarau a pregare, e poi partimmo -prima io con mia moglie, e due settimane dopo Motza.

 

A Grenoble

Dopo un lungo viaggio attraverso la Cecoslovacchia e la Germania, interrotto da una sosta di pochi giorni a Berlino e a Iena, entrammo in Francia e sostammo a Strasburgo. Quello che mi impressionò straordinariamente, fu di trovare, contro tutte le mie aspettative, la città trasformata in un vero covo d'infezione ebraica. Scendendo dal treno, aspettavo di vedermi comparire davanti il tipo della razza gallica, che ha illuminato col suo eroismo senza pari i secoli della storia. Mi apparve, invece il tipo rapace e avido dell'ebreo che mi tirava per la manica perché entrassi nel suo negozio, nel suo ristorante. La maggioranza dei ristoranti [234] della strada della stazione erano gestiti da ebrei. Nella Francia degli ebrei assimilati, tutte le cose erano kosher (secondo i costumi degli ebrei). Girammo di ristorante in ristorante, per trovarne uno cristiano; ma in tutti trovammo la targhetta scritta in yddish «Ristorante kosher»4. Con grande difficoltà ne scovammo finalmente uno francese, dove ci fermammo a mangiare.

Fra gli ebrei di Tîrgul-Cucului e quelli di Strasburgo non ho notato nessuna differenza: la stessa figura, le stesse maniere, lo stesso gergo, gli stessi occhi satanici in cui si leggeva e si scopriva sotto lo sguardo cortese la voglia di depredare. Dopo un'altra notte di viaggio, arrivammo la mattina a Grenoble. Che meraviglia mi si spiegò davanti agli occhi! Che paesaggio! Una città posta dalla notte dei tempi alle falde delle Alpi; una roccia gigantesca protesa verso il centro della città come a tagliarla al di sopra delle case, che, sebbene di molti piani, sembrano accanto ad essa povere cellette di formiche.

Più lontano, ma sempre vicino alla città, un altro monte, pieno di vecchie fortificazioni, di trincee, di parapetti, era trasformato in un immenso forte. E sullo sfondo, immacolato come l'onore, splendeva di neve -inverno ed estate- il massiccio imponente delle Alpi.

Estasiato da quella visione, camminando come in una città di sogno, mi dicevo: questa città è la città dell'eroismo.

Avanzando ancora, mi convinsi di non essermi sbagliato, perché, fermandomi davanti ad una statua, lessi «Bayard, chevalier sans peur et sans réproche». il grande eroe dell'epopea del secolo XV, il quale, dopo una intera vita di battaglie, divenuto vecchio, moriva ferito in un combattimento, tenendo in mano la sua spada -la cui elsa s'era trasformata in croce e dalla quale il vecchio eroe riceveva nell'ora della morte l'ultima benedizione.

Affittammo una camera nella vecchia Grenoble. Esiste anche una Grenoble nuova, moderna; mi è piaciuta di più la vecchia.

Presto arrivò anche Motza e ci iscrivemmo all'Università, lui per laurearsi e io per addottorarmi in Economia.

Cominciai a frequentare i corsi del I e del Il anno, ma non [245] capivo assolutamente nulla. Erano le prime lezioni; non potevo afferrare che parole isolate. Continuando però ad ascoltare con tenacia, verso Natale cominciai a seguire abbastanza bene le lezioni. Al corso per il dottorato non eravamo che otto, quindi i corsi avevano un carattere familiare, di stretta intimità fra studenti e professori. Questi ultimi, molto buoni, facevano soltanto i professori, non anche i deputati.

I pasti li preparava mia moglie per me e per Motza.

Nei giorni di festa facevo piccole escursioni intorno alla città. M'impressionavano le rovine dei castelli e delle antiche torri: chi mai vi aveva abitato al tempo dei tempi? Saranno stati dimenticati da tutti... Andavo a far loro visita, entravo sotto le rovine e stavo là per qualche ora, nella quiete, indisturbato, a colloquio coi morti.

Al margine della città visitai una chiesetta antichissima del IV secolo, San Lorenzo, e con mio grande stupore, trovai sul soffitto di colore azzurro oltre 50 croci uncinate dorate.

In città, sulla Prefettura, sul Palazzo di Giustizia, e sugli edifici di altri istituti c'era la stella massonica, simbolo del predominio assoluto di questa idra ebraica sulla Francia. Per questo mi ero ritirato nella vecchia Grenoble, la dove c'erano le chiese e le loro croci, annerite dal tempo e dall'oblio. Rifiutavo i moderni cinematografi, i teatri e i caffè, trovando il mio svago sotto le rovine delle mura, dove supponevo che avesse vissuto Bayard. Mi sprofondavo nel passato e là, con grande gioia della mia anima, vivevo nella Francia storica, nella Francia cristiana, nella Francia nazionalista, non nella Francia giudeo-massonica, atea e cosmopolita: nella Francia di Bayard, non in quella di Léon Blum!

La piazza «Marche des puces», come la chiamavano i francesi, era piena d'ebrei, dai quali prendeva anche il nome.

D'altra parte anche l'Università stessa era invasa da loro. Dalla sola Romania venivano a seguire qui i loro studi 60 studenti ebrei, accanto a cinque romeni.

Visitai anche il vecchio monastero della «Grande Chartreuse», i mille monaci del quale ne erano stati espulsi dal governo ateo. Sulle varie immagini vidi tracce delle pietre con le quali la folla, durante la rivoluzione, aveva colpito Iddio.

[246]

Dopo qualche tempo cominciarono per noi le preoccupazioni materiali. I miei denari s'avvicinavano alla fine e quanto riceveva Motza non poteva bastare per tutti e tre, nonostante le più rigide economie. Pensammo allora di trovare il modo di guadagnare qualcosa, senza per questo trascurare i corsi. Sapendo che in Francia erano apprezzati e ben pagati i ricami a mano, decidemmo d'imparare da mia moglie a eseguire i ricami nazionali romeni, e di cercare poi di venderli.

In alcune settimane imparammo il mestiere e nelle ore libere lavoravamo ai ricami, che poi esponevamo nelle vetrine d'un negozio. Si vendevano e col poco che si guadagnava, unito a quello che riceveva Motza, potevamo condurre una vita modestissima.

 

Elezioni generali in patria

Verso Pasqua i giornali del paese, che ricevevo regolarmente, e le lettere mi recarono la notizia della caduta dei liberali e della formazione del governo del generale Averescu. Le nuove elezioni generali dovevano aver luogo verso la meta del mese di maggio; la Lega entrava per la prima volta in una grande competizione.

Pensai allora:

- È necessario che torni a casa e che prenda parte alla lotta, poi riprenderò gli studi.

Scrissi al prof. Cuza, pregandolo di mandarmi i denari del viaggio; non ricevendo risposta, scrissi a Focsani al signor Hristache Solomon, che mi invio diecimila lei, una parte dei quali lasciai a mia moglie; con gli altri partii per la mia terra.

Arrivai a Bucarest all'inizio di Maggio, in piena battaglia elettorale. Mi presentai al prof. Cuza che non si rallegrò troppo della mia presenza; egli mi disse che non avrei dovuto muovermi perché il movimento andava bene anche senza di me. Ne provai dolore, ma non me l'ebbi a male.

In un'organizzazione nessun malumore deve sorgere per una osservazione del capo; essa può essere giusta, può essere ingiusta, ma il malumore non deve intervenire; questo è il principio cui bisogna uniformarsi quando si è inseriti in un'organizzazione.

[247]

Partii per il circondario di Dorohoi per recare il mio contributo al professor Sumuleanu. Di là passai anche in altri circondari: a Cîmpul-Lung, a Iasi, a Braila, ecc.

Nel frattempo, in seguito a una lettera del prof. Paulescu e all'intervento del Generale Macridescu, mi decisi a lasciar presentare la mia candidatura a Focsani. Eccomi dunque nella situazione più disgustosa e meno desiderabile: quella di andare a mendicare i voti per me. Dove? In mezzo alla folla, la quale, proprio nel momento in cui dovrebbe essere dominata dai più puri sentimenti, trattandosi del paese e del suo avvenire, e stordita dal bere, offerto in abbondanza dagli agenti elettorali, e in balia delle passioni scatenate dallo spirito maligno dei politicanti. Sono i momenti in cui, sulla vita tranquilla dei villaggi, si diffonde l'infezione del parlamentarismo.

È l'inferno che si scatena; e da questo inferno, per un anno, per due, per tre, esce il governo del paese.

Da che oceano di peccati la democrazia, la «santa» democrazia, trae il governo d'un paese!

* * *

Eccomi a Focsani, dove vigeva ancora lo stato d'assedio proclamato per il battesimo di Ciorasti. Per poter andare in giro a fare la propaganda elettorale, occorreva il lasciapassare rilasciato dal comandante della guarnigione. Mi presentai e lo ebbi. Verso le 10 del mattino, io, il sig. Hristache Solomon e altri partimmo su due automobili. Ma a 500 metri dalla città ci trovammo il cammino sbarrato da due carri messi di traverso alla strada e affiancati da alcuni gendarmi. Ci fermammo. I gendarmi si avvicinarono e ci dissero che non potevamo passare. Allora io estrassi l'ordine del generale e lo mostrai loro, ma essi dopo averlo letto, ripeterono:

- Non si passa lo stesso.

Detti ordine a quelli che m'accompagnavano di tirare i carri da parte, e dopo una piccola scaramuccia la strada rimase libera; ma i gendarmi, ritiratisi ad alcuni metri di distanza, imbracciarono i fucili e cominciarono a sparare.

Ordinai: - Andate avanti, perché sparano in aria.

[248]

Un proiettile colpì il parafango della macchina, un altro cadde vicino a noi. Continuammo il cammino, ma due proiettili ci immobilizzarono. Uno aveva perforato il serbatoio della benzina e l'altro una gomma; era impossibile proseguire. Scendemmo dalla macchina e tornammo indietro a piedi.

Recatici dal generale che aveva concesso il nulla osta, raccontammo l'accaduto, in presenza anche del Generale Macridescu. Ci rispose:

- Siete liberi d'andare. Io non ho dato ordine di fermarvi. Forse lo hanno dato le autorità amministrative.

Allora andai alla Prefettura col Generale Macridescu. Il prefetto era Nitzulescu, un uomo burbero e brutale. Entrammo tranquillamente nel suo gabinetto e il Generale Macridescu raccontò l'accaduto, ma il prefetto ci trattò sin dal primo momento in modo scortese.

Cominciò a tenerci dall'alto un discorso interminabile:

- Signori, gli interessi superiori dello Stato richiedono...

- Ci sono le leggi: noi siamo nell'ambito delle leggi. Abbiamo il diritto - cercava di spiegare il Generale Macridescu. Ma il Prefetto continuava:

- Il paese chiede in questi difficili momenti...

Di nuovo il Generale Macridescu tentava di fornire delle spiegazioni.

Il prefetto in modo autoritario:

- La volontà del paese è...

- Senta, signor Prefetto, vedo che lei non vuol intendere ragioni colle buone -intervenni io irritato- domani mattina partirò per la propaganda, e se i gendarmi spareranno nuovamente su di me, io verro qui nel suo gabinetto e sparerò su di lei.

E senza aspettare risposta, voltai le spalle e me ne andai lasciando gli altri. Dopo alcune ore fui invitato al Consiglio di Guerra. Andai.

Un commissario regio mi fece l'interrogatorio. Dichiarai per iscritto esattamente quello che era avvenuto.

Fui arrestato. Dissi:

- Bene signori, a chi spara su di me non fate niente; ma arrestate me, che ho soltanto minacciato di sparare!

[249]

Così ero di nuovo nella cella di una prigione nella caserma d'un reggimento.

Dopo tre giorni, fui chiamato dal Generale.

Un ufficiale mi condusse nel suo gabinetto:

- Signor Codreanu, lei deve abbandonare la città di Focsani.

- Signor Generale, sono candidato qui. E quello che lei mi chiede è contro la legge. Certamente non mi opporrò alla misura perché non posso, ma la prego di darmi il suo ordine per iscritto.

- Non posso darlo per iscritto.

- Allora andrò a Bucarest a reclamare contro di lei. - Il Generale mi congedò chiedendomi la parola d'onore che sarei partito col primo treno. Col primo treno partii per Bucarest Il giorno dopo mi presentai al Ministro dell'Interno, Ottaviano Goga, il quale m'accolse bene. Gli raccontai quello che mi era capitato e gli chiesi che mi fosse resa giustizia.

Mi assicurò che avrebbe mandato un ispettore amministrativo a svolgere le indagini del caso, e mi invitò a tornare il giorno dopo. Il giorno dopo mi rinviò al successivo; e così i giorni passavano e ne mancavano ormai pochi alle elezioni. Finalmente, dopo quattro giorni, potei partire.

Di nuovo ebbi il nulla osta dal generale e di nuovo ci mettemmo in cammino con le macchine. Non rimanevano che due giorni prima delle elezioni.

Arrivammo nel primo villaggio. C'erano alcuni uomini riuniti, come avviene di solito all'approssimarsi delle elezioni, ma erano spaventati per il terrore che veniva esercitato. Intervennero i gendarmi:

- Vi e consentito parlare ma soltanto per un minuto. Questo e l'ordine che abbiamo ricevuto!

Parlammo un minuto e procedemmo oltre; in ogni villaggio, un minuto. Povera giustizia e povera legalità di questa nostra terra! Mi danno il diritto di voto, mi chiamano a votare, se non vado mi condannano a una multa e se vado mi bastonano di santa ragione! I politicanti romeni, siano liberali, avereschiani, o nazional-contadini, sono soltanto una banda di tiranni i quali, al riparo della «legalità», della «libertà», dei «diritti [250] dell'uomo», calpestano senza vergogna e senza paura un paese con tutte le sue leggi, con tutte le sue libertà, con tutti i suoi diritti. Che strada ci rimarrà mai da seguire in avvenive?

* * *

Il giorno delle elezioni i nostri delegati furono picchiati, feriti e fu loro impedito di presentarsi alle urne; villaggi interi non poterono presentarsi. Risultato: non venni eletto, sebbene in città avessi battuto tutti i partiti.

- Non è niente -mi dissi.- Un successo avrebbe guastato i miei progetti di continuare gli studi.

Due giorni dopo appresi, con grande gioia, i risultati elettorali nell'intero paese. La Lega aveva ricevuto 120.000 voti ed era entrata in parlamento con 10 deputati: il prof. Cuza, a Iasi; il prof. Gavanescul, a Iasi; il prof. Sumuleanu, a Dorohoi; mio padre a Radautzi; Paul Iliescu a Cîmpul-Lung; il prof. Cirlan a Suceava; il dott Haralamb-Vasiliu a Botosani; Valev Pop a Satul-Mare; l'ing. Misu Florescu a Piatra-Neamtz; luniu Lecca a Bacau.

Era risultato eletto un gruppo d'uomini veramente qualificati, che facevano onore al movimento nazionale, e verso i quali la gente guardava con illimitato amore e con vive speranze. Quei 120.000 voti rappresentavano tutto quello che esisteva di migliore e di più puro nel popolo romeno. Gli elettori avevano sfidato tutte le minacce, tutti gli allettamenti, tutti gli ostacoli, per giungere alle sezioni elettorali; ma molti furono coloro che non poterono giungere, assai più di quelli che vi riuscirono. Almeno altri 120.000 voti furono bloccati o sottratti alle urne.

Tornai in Francia, contento del risultato, ma assillato da una domanda:

- Come potremo vincere, se tutti i governi organizzeranno le elezioni a questo modo, adoperando la corruzione, il furto e la forza dello stato contro la volontà popolare?

 

Sulle Alpi

Arrivato in Francia, non potei più presentarmi agli esami della sessione di luglio.

[251]

Mi si prospettava ora un difficile problema: Motza stava per tornare in Romania, perché in autunno doveva compiere il servizio militare. Come avrei potuto vivere, dal momento che il ricavato dei ricami permetteva a mala pena il mantenimento di una persona sola, ma non certo di due? Cercai lavoro in città, qualunque cosa: impossibile! Pensando che forse in campagna, nei dintorni della città, avrei trovato qualcosa da fare, partii insieme con Motza e girai in cerca di lavoro, ma ritornammo senza avere ottenuto nulla.

Un giorno prendemmo il tramvai, e scendemmo a circa 10 Km. da Grenoble, a «Uriages les Bains». (I tramvai non circolavano solo in città, ma fino a 20 Km. da essa in tutte le direzioni, data l'abbondanza dell'energia elettrica, prodotta dalle cascate).

Ci dirigemmo, seguendo dei sentieri, su per la montagna. Dopo circa mezz'ora, eravamo a Saint Martin, un comune abbastanza grande, con una strada ben lastricata che lo attraversava, con comode case di pietra, alcuni negozi e una chiesa alta e bella. Passammo oltre. Dopo un'altra ora di cammino, salendo sempre con un caldo che ci stremava, arrivammo a una piccola frazione, «Pinet d'Uriage».

Eravamo a circa 800-900 metri d'altezza; s'apriva dinanzi a noi la meravigliosa visione delle Alpi coperte di neve. Il limite delle nevi pareva essere a qualche chilometro da noi. A sinistra si apriva una valle meravigliosa verso Château de Vizile, e a destra un'altra, verso Grenoble. Sull'orlo della valle serpeggiava la strada asfaltata, lucente come l'acqua d'un torrente battuto dal sole.

Gli uomini erano al lavoro per i campi. Ci stupivamo che là, sul fianco d'un monte, ad alcuni chilometri dalle nevi perenni, crescesse il grano alto fino alla spalla, e avena e orzo e ogni genere di legumi -probabilmente, grazie al clima più mite e al terreno non roccioso. Terreno di qualità non troppo buona, povero, ma i contadini l'ingrassavano sempre col letame o con concimi chimici.

Vedevamo gli uomini nei campi, ma ci bloccava sempre lo stesso problema, come negli altri villaggi: in che modo attaccare discorso, in che modo dire che avremmo voluto trovar lavoro? Passammo loro accanto e non osammo parlare. Più su c'erano ancora cinque o sei case; arrivammo sino all'ultima. Al di là non [252] c'era più niente; era l'ultima abitazione umana prima del massiccio di Beldona, tranne le capanne pei turisti. Nelle vicinanze un vecchio falciava: bisognava parlare con lui. Lo salutammo ed attaccammo discorso. Vide che eravamo stranieri e ci domandò chi eravamo; gli dicemmo che eravamo romeni, che ci piaceva molto il posto e che avremmo voluto cercare una camera per rimanere alcuni mesi all'aria buona. Il vecchio era loquace, e probabilmente, pensando di avere trovato qualcuno da cui venire a sapere molte notizie, ci invitò ad una tavola collocata fuori, portò una bottiglia di vino nero e tre bicchieri e poi cominciò a interrogarci, seguendo con grande curiosità le nostre risposte:

- Dunque, siete romeni.

- Sì, romeni, romeni di Romania.

- E lontana di qui la Romania?

- Circa 3.000 chilometri.

- Vi sono anche dalle vostre parti i contadini, come da noi?

- Ce ne sono molti, père Trük -così si chiamava.

- Cresce anche la il fieno? Ma i buoi ci sono? Le vacche? I cavalli? Rispondemmo a tutto e facemmo presto amicizia.

Non gli dicemmo però niente di quello che ci stava a cuore, perché il vecchio aveva visto che eravamo degli uomini colti, dei «signori» ed avrebbe perduto tutte le illusioni se avesse saputo che cercavamo lavoro da lui.

Gli domandammo soltanto se non sapesse di una camera da affittare. Ci diede un indirizzo sicuro, raccomandandoci di dire che era lui che ci mandava, «pere Trük».

Separandoci, lo ringraziammo e gli promettemmo che lo avremmo aiutato a falciare. Alcune case più su, trovammo l'indirizzo fornitoci da lui.

Paul Chenevas, pensionato, era un altro vecchio di circa 70 anni, vestito bene, ex-sottufficiale in pensione. (Si vantava d'essere il solo pensionato di tutto il villaggio). Era proprietario di due case, una accanto all'altra, nelle quali abitava lui solo perché non aveva più nessuno, tutti i suoi essendo morti. Ci affittò la casa piccola, composta al pian terreno d'una camera e d'una cameretta, e su, al primo piano, di un'altra camera. (Là tutte le case sono d'un piano). Nella camera in basso vi erano i fornelli, in quella di sopra, un letto con semplici coltri. Aveva un aspetto [253] squallido, si vedeva che da molto tempo non c'era più entrato nessuno. Ci accordammo per 400 franchi fino a Natale (per sei mesi); in città pagavamo 150 franchi al mese. Pagammo tre mesi anticipati, rimanendo d'accordo che fra alcuni giorni avremmo portato i bagagli e ci saremmo trasferiti nella nuova abitazione.

Tornammo contenti a Grenoble. Pensavo che, avendo la frequenza per tutti e due gli anni del dottorato, avrei preparato gli esami e sarei sceso soltanto per presentarmi ad essi.

Dopo alcuni giorni salivamo per gli stessi sentieri coi bagagli in spalla, io, mia moglie e Motza, verso la nostra nuova abitazione. Finalmente, eccoci alloggiati. Motza si accomiatò da noi e partì per il nostro paese. Noi restammo con gli ultimi denari: qualche franco. Difficile situazione! Come mangiare?

La mattina del giorno dopo, pensieroso, andai da pere Trük. Lo aiutai fino a sera a falciare e a caricare il fieno. A mezzogiorno m'invitò a pranzo e mangiai con lui. La sera lo stesso. Se avessi potuto portare qualcosa anche a mia moglie la cosa sarebbe stata perfetta, ma ritornai senza niente.

La mattina seguente, scesi di nuovo. Il vecchio aveva un altro uomo a lavorare: piccolo di statura, coi capelli rossicci, trasandato, con certi occhi sfavillanti e mobilissimi, nella luce dei quali non potevo sorprendere un raggio di bontà. Aveva un'aria maligna; si chiamava Corbelà. Probabilmente, nella lingua letteraria e ufficiale, Corbelle. Ma i contadini della regione parlano tutti il «patois», cioè un dialetto contadinesco che differisce molto dalla lingua ufficiale, sia per la pronuncia, come per la struttura sintattica. La differenza è così grande che un francese della città non può comprendere un francese di paese che parli il «patois». Quest'ultimo, però, conosce anche la lingua ufficiale.

All'ora di pranzo fummo chiamati tutti e tre a tavola dalla massaia, la moglie di pere Trück, una vecchia come quelle delle nostre parti. Là i contadini a mezzogiorno non mangiano polenta con la cipolla come da noi. Il loro pasto abituale comprende prima un piatto di legumi, poi un piatto di carne, per ultimo il formaggio sempre con un bicchiere di vino. Io mi avvicinai e ringraziai, dicendo che non mangiavo. Quelli credevano che facessi complimenti, e insistettero. Allora spiegai che essendo venerdì digiunavo e che non avrei mangiato niente sino a sera. Era una vecchia [254] abitudine che da tre anni, dal tempo della prima prigionia a Vacaresti, avevo mantenuto regolarmente.

Corbelà, quando senti che digiunavo, domando sgarbatamente:

- E perché digiuna?

- Perché credo in Dio.

- Come sa che esiste Dio? L'ha visto lei Gesu Cristo?

- Non l'ho visto, ma io son fatto così: non credo a lei che mi dice che non esiste, ma credo a tutti i martiri che quando erano inchiodati sulla croce e nelle loro mani venivano battuti i chiodi, affermavano: «Potete ammazzarci, ma l'abbiamo visto».

- Ah! I preti! Ciarlatani! Io li schiaccio sotto il tallone e premeva e girava il tallone in terra, come se schiacciasse uno scarafaggio.

Vedendolo disposto in tal modo, troncai la discussione.

La sera andai a casa; questa volta con un cesto di patate e con un pezzo di lardo che mi aveva dato il vecchio. Il sabato lavorai allo stesso modo; la domenica andai in chiesa: c'era gente venuta da tutto il paese; in uno stallo, vicino all'altare, solenne come un santo, stava un uomo che pareva assomigliasse a Corbelà. A un dato momento s'avvicino al prete e molto rispettosamente lo aiutò. Era lui, Corbelà; cantore, aiuto del prete, e campanaro della chiesa!

Più tardi, quando ebbi fatto amicizia con gli uomini del paese, raccontai loro il mio incidente con Corbelà e ci divertimmo tutti molto.

- Ci sono anche qui di questi matti, -mi dicevano- hanno imparato dai grandi, che sono contro la chiesa. Ma noi, contadini francesi, crediamo in Dio così come abbiamo imparato dai nostri padri.

Il prete, un uomo di vasta cultura, dottore in filosofia e teologia, viveva in grande miseria, senza percepire stipendio dallo stato ateo che perseguitava i preti come nemici. Essi vivevano soltanto dell'aiuto dei pochi uomini del villaggio.

La settimana seguente lavorai da un altro contadino a levare patate; guadagnai una quantità maggiore di patate, che rappresentarono la base del nostro sostentamento per parecchio tempo; poi passai da un altro, a legare covoni di grano, e dopo a trebbiare. [255] Là, in tutti i paesi, gli abitanti hanno una macchina trebbiatrice, che passa di casa in casa, trebbiando da ciascuno. Il raccolto è ricco e bello come l'oro.

Non c'è contadino che non sia abbonato a una rivista agricola settimanale, piena di consigli utili per l'agricoltura, l'orticoltura, l'allevamento del bestiame e la sua cura, l'apicultura ecc. Essi leggono questa rivista con molta attenzione, dalla prima all'ultima pagina, facendo a gara per applicare ognuno nel modo migliore dei consigli e trarne maggior profitto. Le loro stalle sono tenute bene come le case, il bestiame è ben riparato dal freddo e dalla fame, strigliato ogni giorno; perciò è bello, lavora e rende molto.

Dopo circa un mese, il paese s'era abituato a me. Ero conosciuto sotto il nome di «Le Roumain». Avevano saputo che ero laureando e la sera conversavo con loro. Li interessavano i problemi di filosofia, le questioni politiche, la situazione internazionale, e, sull'economia politica, specialmente il problema dei prezzi, la legge della domanda e dell'offerta e le altre sulla stabilità dei prezzi, le cause della diminuzione o dell'aumento dei prezzi e il tempo opportuno per la vendita dei loro prodotti. I contadini dai 25 ai 40 anni si orientavano benissimo in tutte queste questioni e si potevano discutere con loro problemi di qualunque difficoltà: li comprendevano.

A suo tempo, cominciai a prepararmi agli esami. Motza li aveva dati a giugno, prima di partire, con un ottimo risultato. Di giorno lavoravo, e la sera e la notte studiavo quel che potevo. Per il primo anno avevo quattro materie: Economia Politica, Storia delle Dottrine Economiche, Legislazione Finanziaria e Legislazione Industriale.

Dopo due mesi però le mie forze cominciarono a diminuire. L'alimentazione non era sufficiente; gli ultimi giorni mangiavamo soltanto patate bollite; ogni due o tre giorni un litro di latte per ciascuno e la carne una volta la settimana; qualche volta formaggio. Era quanto potevo guadagnare col mio lavoro; peggio di me, però, stava mia moglie, colpita da una fortissima anemia. In ottobre mi presentai agli esami. Non li superai, sebbene nella materia principale, Economia Politica, avessi riportato il massimo dei voti e nelle altre materie votazioni sufficienti; ma in Legislazione Finanziaria ottenni soltanto nove e il limite per [256] superarla era dieci. Sul momento rimasi disorientato. Non ero mai stato d'una capacità eccezionale negli studi, ma non ero mai stato respinto in nessun esame, essendo sempre stato quotato tra gli elementi abbastanza preparati.

Nella difficile situazione finanziaria in cui mi trovavo, questo rappresentava un colpo. La difficoltà stava nel fatto che potevo presentarmi agli esami solo dopo tre mesi e dovevo nuovamente sostenere tutte le materie. Ostinato decisi di ricominciare dal principio. Intanto il lavoro dei campi era finito ed era caduta la neve. Potevo andare solo a tagliare legna nel bosco; in cambio dell'aiuto che davo, ebbi anch'io un carro di legna.

Cominciarono però a arrivare aiuti dal mio paese, da casa e dal reverendo Motza -in seguito a un prestito che aveva ottenuto a mio nome da una banca.

Passammo l'inverno e le feste di Natale in mezzo ai contadini e specialmente con la famiglia Belmain-David.

Nella sessione di febbraio mi presentai di nuovo e superai gli esami del primo anno; poi subito cominciai a prepararmi a quelli del secondo: Diritto Amministrativo, Filosofia del Diritto, Storia del Diritto Francese e Diritto Pubblico Internazionale. In primavera mi presi anch'io un orto e cominciai a lavorarlo per conto mio.

Ma nel mese di Maggio 1927 ricevetti una lettera disperata da Motza e poi altre da Focsani e dagli studenti, con le quali mi richiamavano d'urgenza in patria perché la Lega s'era spezzata in due. Da Motza e da Hristache Solomon ricevetti anche i denari pel viaggio. Mancava però ancora un mese agli esami. Mi presentai allora al Decano della Facoltà, dicendogli che dovevo tornare d'urgenza in patria e gli chiesi che mi venisse concesso di anticipare la data degli esami. La mia richiesta fu accolta; il 16 maggio diedi gli esami e li superai; il 18 partii per il mio paese, accomiatandomi dagli abitanti di Pinet, in mezzo ai quali ero vissuto quasi un anno. Alcuni di loro, i più vecchi, piangevano, altri mi accompagnarono fino alla stazione di Grenoble.

Ero venuto in Francia con la prevenzione d'incontrare un popolo immorale, guasto e degenerato, come si andava dicendo da molto tempo nel mondo. Mi convinsi invece che il popolo francese, in campagna e in città, è un popolo d'una severa moralità. [257] Le immoralità sono proprie agli stranieri pieni di vizi, ai ricchi di tutte le stirpi, attratti da Parigi e dalle altre grandi città.

La classe dirigente, però, a parer mio, è irrimediabilmente compromessa, vivendo, pensando e agendo sotto l'influenza, e soltanto sotto l'influenza, della giudeo-massoneria e dei suoi banchieri. La giudeo-massoneria ha fatto di Parigi la sua sede per il mondo intero (Londra, col rito scozzese, è soltanto una filiale). Questa classe dirigente è staccata dall'intera storia della Francia e dalla nazione francese. Per questo, lasciando la Francia, ponevo una grande differenza tra il popolo Francese e lo stato massonico francese.

Mi è rimasto in cuore non soltanto l'amore per il popolo francese, ma anche la fede incrollabile nella resurrezione e nella vittoria di questa stirpe contro l'idra che la soffoca, ottenebrandone il pensiero, succhiandone il vigore, e compromettendone l'onore e l'avvenire.

 

A Bucarest, la Lega della Difesa Nazionale Cristiana si spaccò in due

Arrivai a Bucarest: un disastro! La «Lega della difesa nazionale Cristiana» s'era spezzata in due e le speranze della nazione crollavano. Una stirpe che aveva raccolto le sue forze esaurite in un difficile momento della storia, nella lotta col più grande pericolo che l'avesse mai minacciata nella sua esistenza, cadeva ora a terra, con tutte le sue speranze infrante.

Questo sfacelo per i cuori eroici di milioni di uomini che avevano lottato e vedevano distrutti in un istante tutti i sacrifici del passato e tutte le speranze, ispirava un sentimento di pena perfino a coloro che s'erano tenuti lontani dal movimento.

Non m'era mai capitato prima di vedere maggior dolore collettivo. Tutte le ondate d'entusiasmo, da Severin a Focsani, da Cîmpul-Lung a Cluj, s'erano trasformate in ondate di dolore e di disperazione.

Mi recai al Parlamento e mi presentai al prof. Cuza. Con mia grande sorpresa, trovai in lui il solo uomo allegro in mezzo al dolore generale. Il prof. Cuza era fatto così. Riferisco testualmente e con coscienziosità il colloquio avuto:

[257]

- Benvenuto, Corneliu caro -avvicinandosi a me e stendendomi la mano. Tu sei un bravo ragazzo. Bada, come hai fatto finora, ai fatti tuoi e tutto andrà benissimo.

- Signor professore, sono afflitto sino in fondo al cuore per la disgrazia che ci colpisce.

- Ma non è accaduta nessuna disgrazia; la Lega è più forte che mai. Ecco, sono venuto da Braila ieri; non s'era mai vista una cosa simile. Il popolo m'ha ricevuto con musiche, con tamburi, con interminabili applausi. Vedrai che cosa c'è in paese. Tu non sai che cosa c'è. Tutto il paese è con noi.

Dopo poche altre parole, me ne andai. Mi domandavo sbalordito:

- Come può un capo, che vede la sua truppa sconvolta dal dolore, spezzata in due e presa dalla disperazione, essere del migliore umore del mondo? Può non rendersi conto del disastro? O se ne rende conto, e allora com'è possibile che sia contento?

 

Che cosa era avvenuto?

I dieci deputati della Lega avevano lasciato a desiderare, a parer mio, nella loro attività parlamentare ed extra-parlamentare durante l'anno che era trascorso. Erano elementi deboli? Assolutamente no. Erano in malafede? Assolutamente no. Erano assolutamente in buonafede, ma con piccole lacune, i più giovani, nella loro conoscenza del problema ebraico; con deficienze più gravi, i più anziani, nell'organizzazione e nell'azione politica.

Ma sono cose inerenti a tutti gli uomini riuniti in un'organizzazione; tocca alla direzione plasmare, integrare, rettificare con molto amore. Allora quali erano le cause di questa situazione?

A parer mio, esse erano le seguenti:

1) La mancanza di coordinamento fra l'attività parlamentare e quella extra-parlamentare.

2) La mancanza d'unità spirituale, assolutamente necessaria in una simile organizzazione, circondata da tutte le parti da occhi nemici, pronti ad approfittare d'ogni disaccordo interno.

Queste due però avevano come fondamento un'altra causa, e cioè:

[259]

Le manchevolezze del capo, i suoi errori. Un capo deve fare ininterrottamente scuola con le sue vedute a tutti coloro che lottano intorno a lui, per assicurare l'unità di pensiero del blocco. Deve elaborare un piano di lotta e dare direttive in materia d'attività; essere un permanente servitore dell'unità del movimento, cercando col suo amore, coi suoi richiami, con le sue osservazioni, con le punizioni, di risolvere i malintesi e i contrasti inevitabili in qualunque organizzazione. Deve spronare tutti al compimento del loro dovere, procedere giustamente, rispettando le norme direttive che si è imposto e sulla base delle quali ha riunito i suoi uomini.

Di tutto questo il prof. Cuza non aveva fatto niente. Non aveva fatto scuola ai suoi uomini e non aveva nemmeno tenuto delle riunioni.

- Teniamo un'assemblea, sig. Cuza -gli dicevano alcuni di loro- per sapere anche noi quale comportamento assumere e come presentarci in parlamento.

- Non abbiamo bisogno di nessuna assemblea, perché noi non siamo un partito politico.

Egli non diede mai nessuna direttiva a nessuno.

Troverete volumi di valore, decine d'opuscoli scritti dal prof. Cuza; troverete centinaia di articoli, ma sfido chiunque a portarmi dieci circolari o ordini di organizzazione o di attività destinati alla più tormentata organizzazione politica, dal 4 marzo 1924 data della sua fondazione, fino al 20 maggio 1927, quando essa si sciolse.

Non dieci, ma nemmeno cinque -ne troverete- nemmeno tre !

Il prof. Cuza ha spronato, ma non è stato un animatore. Il prof. Cuza ha punito, ma quando ha punito ha provocato dei veri disastri, poiché ha proceduto senza moderazione.

A causa della situazione che ho esposta, si capisce come nel frattempo una parte dei deputati, vedendo e sentendo che le cose non andavano come dovevano, manifestassero il loro malcontento. Essi si rendevano conto che, un po' per volta, il movimento si avvicinava alla rovina, tanto più che, oltre alla mancanza di direttive, intervenivano anche certe dichiarazioni del prof. Cuza sui banchi del Parlamento, che producevano un effetto sconcertante e [260] scoraggiante per l'intero movimento. Così, per esempio, quando immediatamente dopo l'apertura del Parlamento uno dei deputati della Lega protestò contro lo stato d'assedio e le prepotenze senza precedenti verificatesi a Focsani, il prof. Cuza si alzò e disse che il Governo aveva fatto bene a ordinare lo stato d'assedio e che anche lui avrebbe fatto altrettanto, poiché gli animi erano agitati per colpa degli ebrei.

Un'altra volta disse in Parlamento, in polemica col partito dei contadini (che del resto era all'opposizione) che il partito del popolo avrebbe potuto diventare una componente dell'equilibrio governativo mediante il sistema della rotazione col partito liberale, se il Generale Averescu avesse fatto sua la dottrina della «Lega della Difesa Nazionale Cristiana».

Queste idee, lanciate dalla tribuna parlamentare proprio nel momento in cui migliaia di uomini colpiti, torturati e perseguitati, attendevano trepidanti, come lieve conforto alle loro sofferenze, almeno una parola che denunciasse l'operato di quel governo del quale erano vittime, diffondevano ovunque un'atmosfera di scoraggiamento.

Riporto dal Monitorul Oficial un brano del discorso ricordato.

«Restano quindi nel momento attuale al servizio dello Stato due partiti maturi, partiti dell'ordine, dell'ordine attuale, partiti di governo, che si integrano a vicenda assicurando il funzionamento normale del meccanismo costituzionale: il Partito del Popolo e il Partito Liberale.

«Essi hanno solide basi, poggiando sopra interessi materiali di produzione, che, sebbene differenti, sono entrambi generali, reali e permanenti ed assicurano la durata e l'efficacia della loro azione. La nuova opera d'organizzazione costituzionale e politica del paese è l'opera alla quale questi partiti hanno lavorato insieme ciascuno proporzionalmente alla propria responsabilità e alla parte che ha avuto: di governo e di opposizione. Il Partito del Popolo continuerà l'opera iniziata, alla quale apporterà tutti i miglioramenti che una pratica sincera e in buona fede dimostrerà necessari per il duraturo consolidamento dello Stato e l'unione perfetta del paese.

«Il Partito Liberale è l'esponente degli interessi della borghesia [261] romena, degli interessi finanziari, commerciali e industriali legittimi e indispensabili al buon andamento del paese.

«Il Partito del Popolo, chiamato a perfezionare l'organizzazione economica dello Stato, fornendo le basi reali, preoccupato dei bisogni di tutti nell'ambito degli interessi superiori del paese, si fonda specialmente sugli interessi generali, reali e permanenti della produzione agricola, fattore preponderante della nostra vita economica.

«Il Partito del Popolo, che ha radici più profonde e più vaste su tutta l'estensione del paese, nel quadro dell'armonia sociale... vuol riconoscere agli agricoltori proprietari di terre il posto che loro spetta nell'economia statale, adeguato al loro lavoro e al loro numero».

(Monitorul Oficial, 30 luglio 1926, p. 395).

Questo contegno, da parte d'un capo di movimento nazionale, è inqualificabile. Fare l'apologia dei partiti che il movimento nazionale denuncia come una sventura per la Romania e contro i quali combatte con dolorosi sacrifici, per dare al paese un destino diverso da quello preparatogli dai politicanti dei partiti, equivale a condannare a morte il proprio movimento.

Portare al settimo ciclo il sistema della rotazione di governo rappresentato dal Partito Liberale e Avereschiano, quando uno li ha denunciati come nemici della stirpe durante tutta la sua vita, significa allontanare ogni possibilità di vittoria per il movimento nazionale da lui guidato, dimostrando nello stesso tempo, con questo fatto, di non credere in esso.

Che direbbe la gente di un comandante di soldati eroici, che combattono, compiono sacrifici supremi, credono nella loro vittoria, vivono e sono pronti a morire per essa -se in un discorso tenuto durante la battaglia e dinanzi a migliaia di feriti egli elogiasse oltre misura le truppe nemiche predicendo la loro vittoria?

Che cosa succederebbe di questo povero esercito che, invece di udire una parola d'incoraggiamento e di speranza, sentisse il suo stesso comandante parlare delle belle prospettive di vittoria delle truppe nemiche?

[262]

Che cosa accadrebbe? Quell'esercito si disperderebbe demoralizzato.

Così avvenne. Molti campioni del fronte del movimento nazionale si dispersero delusi.

A causa di questo strano contegno, i deputati della Lega cominciarono a manifestare il loro malcontento. Essi, a parer mio, sbagliavano: non avevano il diritto di manifestare questo loro malcontento se non avanti al presidente ed entro la cerchia ristretta del direttivo, e invece andarono oltre a questa cerchia. In tali condizioni ogni parola avventata significava una ulteriore disgrazia, oltre quella provocata dallo stesso presidente.

Poco per volta, gli errori degli uni e degli altri determinarono il reciproco raffreddamento delle relazioni, finché un giorno il deputato Paul Iliescu, senza motivo plausibile e senza giudizio preliminare, e quindi contro le norme e lo statuto dell'organizzazione, venne espulso dalla Lega della Difesa Nazionale Cristiana. E questo, senza che il presidente avesse detto nulla a nessuno dei deputati, essendosi egli limitato ad annunziare puramente e semplicemente dalla tribuna parlamentare di aver espulso Paul Iliescu dalla L. A. N. C., e a richiedere in pari tempo la sua espulsione dal Parlamento, e che il seggio di Cîmpul-Lung fosse dichiarato vacante.

Fu come un fulmine sulla testa dei poveri deputati della Lega. Due giorni dopo, il prof. Sumuleanu, che nel frattempo era venuto da Iasi, fece una comunicazione alla Camera, firmata anche dagli altri deputati, Ion Zelea-Codreanu, Valer Pop, dott. Haralamb Vasiliu, pvof, Cîrlan, affermando che la dichiarazione del prof. Cuza era in ogni caso prematura, dato che secondo lo statuto le espulsioni dovevano essere pronunciate dal comitato. Ora, nel caso in esame, il comitato nulla sapeva di tale questione e non riconosceva alcuna colpa in Paul Iliescu. Non chiedeva già che egli non venisse espulso, ma chiedeva che prima fosse giudicato perché potesse difendersi: chiedeva cioè che fosse rispettato lo statuto e rispettate le norme che tutti avevano giurate.

Contemporaneamente si intervenne in questo senso anche presso il prof. Cuza.

Il risultato fu il seguente:

Tutti i firmatari furono espulsi dalla «Lega della Difesa Nazionale Cristiana» con il prof. Sumuleanu e mio padre in testa. Alcuni di costoro avevano lavorato e si erano sacrificati per la formazione della Lega più dello stesso prof. Cuza. Il prof. Sumuleanu era vice-presidente della Lega. E anche costoro furono espulsi dalla Lega senza alcun processo: senza che nulla fosse loro detto, senza essere stati interrogati.

A parer mio, la condotta del prof. Cuza come presidente dell'organizzazione -cui incombeva il dovere d'avere la massima cura della vita dell'organizzazione e di evitare ogni misura suscettibile di metterne in pericolo l'esistenza- fu fondamentalmente sbagliata, ingiusta e del tutto fuori di luogo, specialmente se si consideravano le persone che costituivano lo stesso comitato dirigente della Lega ed erano stati i creatori di questa organizzazione. La misura era sconsiderata perché il prof. Cuza non aveva tenuto conto delle conseguenze che ne sarebbero derivate per il movimento.

Subito dopo questa espulsione, nell'Apararea Natzionala si affermò che questi uomini, con a capo il prof. Sumuleanu e Ion Zelea-Codreanu, si erano venduti agli ebrei, e venne in tal modo diffusa in tutta la massa dei romeni quest'insinuazione.

Il prof. Sumuleanu, amico indivisibile del presidente da un quarto di secolo, uomo d'una lealtà esemplare, fu orribilmente e inqualificabilmente attaccato dall'Apararea Natzionala, che era sotto la guida e la direzione del signor Cuza.

Oppresso dal dolore, accusato di tradimento, il professore Sumuleanu, stampò, come risposta, un opuscolo intitolato: «La viltà di certi amici».

Quella volta il prof. Cuza, a parer mio, non fu soltanto ingiusto, fu molto più che ingiusto.

Gli espulsi, a loro volta, sbagliarono, stampando manifesti con attacchi altrettanto ingiusti, ma il loro errore era conseguenza dell'errore del prof. Cuza.

Tutte queste cose accadevano con atroce dolore di quanti lottavano per la causa e con grande soddisfazione e derisione da parte del giudeame. Io arrivai allora, mentre nel Parlamento si discuteva se i deputati espulsi dalla Lega dovessero essere privati dei loro mandati parlamentari.

[264]

Mi domando anche ora: il prof. Cuza, quando prese queste misure, era vittima di suggestioni e d'intrighi oppure giudicava da solo che così dovesse farsi?

Dopo alcuni giorni, essendo intervenuti anche gli altri di fuori -sbalorditi dalle misure del prof. Cuza- a chiedere che venisse normalizzata la situazione, revocando le espulsioni fatte e rispettando le disposizioni dello statuto, ci colpì all'improvviso una terza misura, in forza della quale anche questi ultimi venivano espulsi. Vi erano tra gli altri: il Generale Macridescu, il prof. Traian Braileanu, Hristache Solomon, il prof. Catuneanu, ecc.

Fra la gente veniva sistematicamente diffusa la voce che tutti gli espulsi si fossero venduti agli ebrei. Agenti attivi nella diffusione di queste voci erano il Colonnello Neculcea e Liviu Sadoveanu, uno il braccio destro e l'altro il sinistro del prof. Cuza.

Gli espulsi si costituirono nella «Lega della Difesa Nazionale Cristiana-Statutaria» volendo indicare in tal modo che si mantenevano nell'ambito statutario. Fu allora che il prof. Cuza convocò a Iasi, nella sala Bejan, una grande assemblea nazionale, alla quale parteciparono un migliaio di persone, che ratificò le espulsioni, basandole sul fatto che gli accusati si erano venduti agli ebrei.

Mi fermo qui, tralasciando ogni osservazione su quello che allora si scriveva, sia in un campo come nell'altro, poiché considero quanto ho esposto sufficiente a far comprendere quale fosse allora la situazione del movimento.

Questo però vorrei aggiungere: che il tempo (sono trascorsi nove anni) ha dimostrato l'errore del prof. Cuza, perché né il prof. Sumuleanu, così atrocemente colpito nel suo onore, né mio padre, che subì colpi quasi mortali dalla potenza ebraica, ne il Generale Macridescu, né il prof. Gavanescul, né il prof. Traian Braileanu, né il prof. Catuneanu, né il dottor Vasiliu, né il prof. Cîrlan, né il reverendo Motza, ecc. si vendettero agli ebrei.

Qualche anno dopo, quando ormai il disastro aveva rovinata tutta la Lega, il prof. Cuza si recò dal suo vecchio amico prof. Sumuleanu, che egli aveva colpito tanto atrocemente, e gli disse:

- Caro Sumuleanu, io non ho niente contro di te. Su, facciamo la pace.

[265]

Il prof. Sumuleanu, però, gli volto le spalle e andandosene rispose:

- È troppo tardi.

E questo non perché il prof. Sumuleanu non volesse perdonare il crudele colpo ricevuto, ma perché vedeva a terra le sorti del movimento e delle speranze romene.

 

Come mi comportai di fronte a questa situazione

Arrivai dalla Francia, in mezzo a questo disastro del movimento nazionale, con l'intenzione di tentare di salvare quello che si poteva ancora salvare.

Convocai d'urgenza a Iasi il gruppo «Vacaresti» e parte dei capi della gioventù universitaria dei quattro centri.

La mia intenzione era di circoscrivere il disaccordo intervenuto, realizzando un blocco della gioventù e impedendo che giungesse sino a questa l'atmosfera d'ostilità che minava le file dei vecchi. Com'era naturale, volevo fondare il blocco sulla coscienza che la disunione e l'odio tra di noi significavano la morte per il movimento nazionale.

Una volta costituito questo blocco, intendevo rivolgermi alle file degli anziani e, con efficaci interventi, con le più risolute pressioni, ristabilire l'unità, tentando di salvare la situazione.

Il mio piano non riuscì. La gioventù era già diventata preda delle fiamme divoratrici della discordia, tanto che a Iasi la mia proposta, nonostante tutti i vincoli che esistevano tra me e i giovani, non trovò alcuna risonanza nei loro cuori; tanto più che a capo degli studenti di Iasi, che avrebbero potuto dare allora l'esempio di una direttiva salvatrice, s'erano imposti degli elementi con tendenze spirituali negative.

Fra tutti, avevano aderito alla mia proposta solo il vecchio gruppo di Vacaresti e alcuni giovani studenti di Iasi -10 o 12 di numero- tra i quali, dei vecchi, Ion Blanaru, Ion Sava, Ion Bordeianu, Victor Silaghi, e, dei recenti, un gruppo di Transilvani con a capo Ion Banea, Emil Eremeiu, Misu Crisan. Di tutta la gioventù, ecco quanto era rimasto intorno a noi.

Io non abbandonai il mio piano.

[266]

Andai a Bucarest con l'intero gruppo. Prima ci presentammo agli «Statutari», chiedendo loro di fare qualunque sacrificio pur di ristabilire l'unità del movimento. Dopo alcune ore, essi consentirono a riunirsi, disposti a molte concessioni, ma chiedevano che per l'avvenire fosse rispettato lo statuto.

Dopo andammo dal prof. Cuza. Egli però alle nostre preghiere ed argomentazioni oppose un rifiuto. Credo opportuno non riferire la discussione avvenuta allora.

Ce ne andammo desolati.

Tutto quello che s'era costruito, tutto il passato splendore del nostro movimento non era stato un dono della fortuna; era stato un prodotto del terreno conquistato lottando, passo per passo, metro per metro. Avevamo preso difficili decisioni su decisioni, avevamo affrontato pericoli su pericoli, rischi su rischi, dolori fisici e morali, uno più lancinante dell'altro, salute della salute nostra, sangue del nostro sangue, lotta e sacrificio ogni giorno. Ora tutto si riduceva in cenere.

1- Danza popolare romena ballata da un gruppo di danzatori stretti per mano in cerchio e procedenti ora verso destra, ora verso sinistra, ora avanti, ora indietro. torna ^

2- L'Azione Romena. torna ^

3- Fascio nazionale Romeno. torna ^

4- Termine ebraico (letteralmente: puro) con cui viene indicato il cibo ritualmente preparato secondo le prescrizioni della Legge ebraica. torna ^

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