Un anno di grandi prove maggio 1924 maggio 1925

 

Il Camin Culturale Cristiano

Le nostre riunioni -al fine di sviluppare il piano che perseguivamo- si tenevano con molta difficoltà per la mancanza di un locale. Essendo tutti poveri, non ci conveniva affittare neppure due camere per iniziare l'organizzazione della gioventù. Le sedute le tenevamo in una baracca di legno che si trovava dal tempo della guerra nel cortile della signora Ghica. Un giorno decidemmo di farci da soli una casa di alcune camere. In qual modo?

Il sei maggio 1924 radunai circa sessanta giovani, studenti e allievi di liceo (i membri della prima Fratzie de cruce1 che s'era formata a Iasi). Ecco come parlai loro:

- Cari camerati, quanto tempo dobbiamo tormentarci ancora, tenendo le nostre sedute in queste baracche? Sinora gli studenti romeni avevano il diritto di riunirsi nella loro Università. Noi ne siamo stati scacciati. Fino a ieri avevamo il diritto di riunirci nelle case studentesche. Ne siamo stati scacciati. Oggi, siamo ridotti alle baracche di legno in rovina nelle quali ci piove addosso. In tutte le città gli studenti ricevono aiuti per i loro nobili scopi. Qui non abbiamo chi ci aiuti, perché la gente intorno a noi e composta da giudeoli ostili e da politicanti dall'anima arida. I nostri romeni sono sospinti alla periferia della città e vivono in una miseria nera. Siamo soli. La forza di darci un altro destino oggi come domani non la troveremo che in noi. Bisogna che ci abituiamo a questa idea, che da Dio sino a noi non c'è più nessuno che ci aiuti.

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Per questo l'unica soluzione è quella di costruirci da soli, con le nostre braccia, la casa di cui abbiamo bisogno. Certamente, nessuno di noi ha mai costruito case e nemmeno ha fabbricato mattoni. Capisco che ci occorre prima di tutto il coraggio di infrangere la mentalità nella quale siamo cresciuti, mentalità secondo la quale il giovane intellettuale si vergogna, il giorno dopo che è divenuto studente, a portare ancora un pacchetto per la strada. Ci occorre il coraggio e la volontà di cominciare dal niente, la volontà di rovesciare gli ostacoli e di vincere le difficoltà.

Olimpiu Lascar, un piccolo imprenditore dall'anima grande, che aveva una casa ad Ungheni, mi rafforzò nella mia idea, dicendo:

- Signori, io propongo che andiate a fabbricare mattoni a Ungheni, sulla riva del Prut. Ho un terreno e ve lo cedo. Metto la mia casa a vostra disposizione.

Accettai la proposta. Ma non avevamo denari per il viaggio fino a Ungheni. Ci occorrevano trecento lei per circa venti persone. Anche questi denari ce li diede Olimpiu Lascar.

 

Il primo campo di lavoro

Il giorno otto maggio partimmo, gli uni in treno, gli altri a piedi: 26 persone in tutto.

Non avevamo niente, né zappe, né alcun genere d'utensili, né denari né viveri. Scendemmo da Lascar, il quale ci aspettava gioioso.

- Benvenuti, signori, perché il villaggio di Ungheni è pieno come un alveare di ebrei. Forse vedendovi perderanno un po' della loro tracotanza. Noi, un pugno di cristiani, siamo terrorizzati da loro.

Infine si formarono parecchi gruppi per andare per le case dei cristiani a chiedere in prestito zappe, vanghe e altri arnesi necessari.

Il secondo giorno andammo sul posto, sulla riva del Prut. Il prete del paese recitò per noi una preghiera.

Lavorammo tutti più di una settimana prima di arrivare alla terra buona, perché per disgrazia nostra in quel luogo, da 50 anni, tutta la città aveva gettato le immondizie che raggiungevano in certi posti sino a due metri di spessore. Aiutati da alcuni fornaciai di mestiere, tra i quali ricordo affettuosamente Mos2 Chirosca, cominciammo a intridere l'argilla e a fare mattoni. Eravamo divisi in squadre di cinque ciascuna, e ogni squadra faceva 600 mattoni, complessivamente 3.000 mattoni al giorno. Più tardi, quando crescemmo di numero, ne facevamo ancora di più, lavorando dalle quattro del mattino fino a sera. Il grande problema erano i pasti. Dapprima ci aiutarono gli uomini di Ungheni, più tardi ci arrivarono alimenti anche da Iasi. I vecchi, tanto il prof. Cuza come il prof. Sumuleanu, consideravano con una certa sfiducia il nostro tentativo. Ritenevano che fosse una cosa puerile e che non saremmo potuti giungere ad alcun risultato. Dopo un certo tempo però cominciarono ad apprezzare quello che facevamo e ad aiutarci.

Quando giunse a Iasi Corneliu Georgescu che si era ritirato dall'Università di Cluj, dove aveva studiato un anno di Farmacia, di comune accordo con gli altri destinammo alla mattonaia i 17.000 lei che avevamo risparmiato dai doni ricevuti in tutto il tempo che eravamo stati a Vacaresti.

Tuttavia, poiché il problema del vitto continuava ad essere difficile, prendemmo a Iasi un orto di un ettaro dalla signora Ghica, per seminarvi con altre squadre di studenti legumi e il necessario per il vitto di Ungheni. Il nostro lavoro era così ripartito: una parte degli studenti lavoravano a Ungheni, un'altra a Iasi, nell'orto. Gli studenti si davano il cambio ogni tre o quattro giorni.

La nostra compagnia di lavoro provocò all'inizio uno sconvolgimento nella mentalità corrente. Tutta la gente del vicinato -contadini, operai e gli intellettuali non meno degli altri- si radunava piena di curiosità a guardarci.

Questa gente era abituata a vedere gli studenti passeggiare eleganti per via Lapusneanu o cantare allegre canzoni intorno ai tavoli delle birrerie o durante le ore libere. Ora li vedeva intridere l'argilla coi piedi, pieni di fango fino alla cintola, [188] trasportare acqua dal Prut coi secchi, star chini sulla zappa sotto il sole ardente. La gente assisteva alla scomparsa di una mentalità sino allora dominante: quella per cui doveva considerarsi vergognoso per un intellettuale lavorare con le braccia, specialmente nei lavori pesanti, riservati in passato agli schiavi o alle classi umili.

I primi a comprendere, da questo punto di vista, il valore del campo furono proprio quelli delle classi tenute in minor conto.

I contadini e gli operai, spiritualmente separati dalle altre categorie e in stato di inferiorità perché il loro lavoro non era tenuto in considerazione, si illuminavano in viso, vedendo sin dai primo momento in questo un segno della rivalutazione della loro estenuante fatica e dell'apprezzamento che se ne faceva. Essi si sentivano onorati e forse intravvedevano nell'avvenire giorni migliori per loro e per i loro figli.

Perciò ci portavano ogni giorno affettuosamente del cibo, prendendolo dal poco che possedevano.

La vita studentesca trascorreva tranquilla: dimostrazioni e incidenti non avvenivano più. Lavoravamo pieni di buon umore, di speranza, col pensiero che presto avremmo avuto la nostra casa.

 

Un nuovo colpo

Un giorno venne a Iasi mio padre e io andai a incontrarlo. Verso le dieci di sera, mentre ritornavo a casa, sentii del chiasso in un ristorante di Piazza Unione. Mi fermai per vedere cosa accadesse: due studenti, i fratelli Tutoveanu di Bîrlad, avevano avuto un contrasto col professor Constantinescu di Iasi. Era arrivato il prefetto di polizia sul posto, aveva messo loro le manette e ora li stava conducendo verso il posto di polizia, percuotendoli. Io osservavo senza dir niente, addoloratissimo, quello spettacolo. Il Commissario Clos, accompagnato da tre o quattro poliziotti, mi si avvicinò, gridandomi in faccia:

- Che fai a quest'ora per la strada, mascalzone?

Rimasi perplesso: mi conosceva da molti anni, e non potevo [189] immaginare che fosse proprio lui a rivolgersi a me in tal modo.

Credetti che mi confondesse con un altro. Ma mi sentii afferrare per il collo e spingere indietro. E di nuovo:

- Mi guardi ancora, vagabondo?... Furfante!

Io non dissi niente, ma rimasi fermo, fissandolo. Allora sempre battendomi, seguito da quei quattro poliziotti, mi trascinò per oltre 30 metri, fino all'angolo di Smirnov. Qui mi tolsi il cappello, li salutai e dissi loro:

- Vi ringrazio, signori.

Ferito nell'anima, soffocato dal dolore e dalla vergogna, tornai i casa dove trascorsi una notte tormentosa. Per la seconda volta in vita mia ero picchiato, nello spazio d'un mese. Mi dominai. Ma, voi, oppressori di tutto il mondo, non contate troppo sulla forza di contenersi di un uomo perché ciò che è compresso alla fine scoppia spaventosamente.

Il giorno dopo raccontai a mio padre quello che avevo subito.

- Lascia correre -mi disse.- Non far niente. Dare due schiaffi a un individuo simile significa sporcarsi le mani. Arriverà il momento del giudizio anche per lui. Probabilmente hanno l'incarico di provocarti. Ma tu devi conservare la calma e guardarti dall'andare in giro da solo.

Seguii il suo consiglio, ma a un uomo quando viene battuto gli sembra di non essere più uomo. Si sente pieno di vergogna, disonorato. Portavo quest'offesa come una pietra sul cuore.

Alcuni giorni dopo doveva capitare anche di peggio.

 

Coperto di percosse

Avevo terminato di zappare l'orto. Eravamo venuti da Ungheni per piantare i pomidoro. La mattina del 31 maggio, alle ore 5, erano allineati, pronti per cominciare il lavoro, 50 studenti. Avevamo fatto l'appello. Non l'avevamo ancora terminato quando notai alcuni soldati dietro l'orto. Poi oltre 200 di loro invasero il cortile caricando le armi e ci circondarono. Dissi ai ragazzi:

- State tutti fermi e non fate niente. Nello stesso attimo vidi venire a passo di corsa verso la porta una quarantina di persone, come una nuvola nera, con le [190] rivoltelle in pugno, lanciando grida e bestemmiando. Era il prefetto Manciu con la polizia. Arrivati vicino a noi, due commissari e il prefetto di polizia mi puntarono tre rivoltelle in fronte. Guardandomi con occhi iniettati di sangue e insultandomi, Manciu ordinò:

- Legatelo con le mani al dorso!

Mi percosse. Altri due si precipitarono su di me, mi tolsero a forza la cintura, mi legarono le mani al dorso, più strettamente possibile. Poi sentii un colpo tirato da dietro, un pugno alla mascella destra. Un altro, Vasiliu Voinea, s'avvicino e mi bisbigliò all'orecchio:

- Prima di sera t'ammazziamo. Non riuscirai a mandar via gli ebrei!

M'insultò, mi diede un calcio. Mi percossero in faccia, mi sputarono in viso. Tutta la nostra squadra, bloccata anch'essa da armi e rivoltelle, stava immobile e mi guardava senza potermi venire in aiuto. Era scesa di sopra la signora Ghica domandando:

- Ma che è questo, signor prefetto?

- Arresto anche lei!

In disparte vidi il procuratore Buzea, che assisteva a questo spettacolo. Poi, con le rivoltelle in pugno, perquisirono uno per volta tutti i miei camerati allineati: chi si muoveva era percosso e gettato a terra.

Dopo questo, mi misero dieci metri avanti, circondato da 8 gendarmi con le baionette in canna; gli altri li inquadrarono allo stesso modo tra 200 gendarmi. Così ci costrinsero a camminare. Io precedevo legato con le mani alle spalle e sputacchiato in viso, e gli altri mi seguivano. Percorremmo tutta la via Carol, passammo di fronte all'Università, per via Lapusneanu, Piazza dell'Unione e Cuza-Voda, sino alla prefettura di Polizia.

Il prefetto e i poliziotti camminavano sul marciapiede fregandosi le mani. Gli ebrei uscivano tutti soddisfatti fuori dalle botteghe e li salutavano rispettosamente. Era tanto il mio dolore che non vedevo quasi più niente davanti a me; avevo l'impressione che ormai tutto fosse finito. Alcuni allievi di liceo del corso superiore, passandomi accanto, si fermarono e mi salutarono: [191] furono arrestati immediatamente, percossi e inquadrati con gli altri.

Dopo averci condotto per circa due chilometri attraverso le vie centrali della città, sotto gli occhi della popolazione ebraica, in quell'atroce stato di umiliazione, ci cacciarono dentro la prefettura di polizia. Così legato venni gettato in una sordida stanza, mentre gli altri restavano nel cortile.

 

Nel gabinetto del prefetto

Sopra, nel gabinetto del prefetto, i giovani prigionieri del cortile erano chiamati uno alla volta per l'interrogatorio. Il prefetto stava alla scrivania, e gli altri -più di 30- erano seduti intorno a lui.

- Che cosa v'ha detto Codreanu?

- Non ci ha detto niente, signor prefetto -rispondeva il giovane studente o allievo.

- Te lo faremo dichiarare adesso, tutto quello che vi ha detto!

All'interrogato venivano tolte le scarpe ed egli era legato con catene ai piedi; in mezzo a questi s'introduceva un'arma e poi egli veniva sollevato con le piante in su, l'arma poggiando sulle spalle di due soldati. Manciu, in maniche di camicia, cominciava a battere sulle piante con un nerbo di bue. I poveri ragazzi, sospesi con la testa in giù e colpiti sulle piante dei piedi, non potendo più sopportare il dolore gridavano disperatamente.

Di fronte a quei carnefici di commissari che sghignazzavano, lieti dell'orribile spettacolo offerto dai figli della stirpe romena torturati da canaglie pagate dai nemici, lontani da ogni cuore pietoso che intervenisse in loro favore, essi invocavano aiuto!

Allora il commissario Vasiliu li ficcava col capo in un secchio d'acqua, perché non si sentissero dal di fuori le grida di dolore e di disperazione.

Quando alla fine lo spasimo diventava intollerabile ed essi sentivano che il loro corpo non poteva sopportare più altre percosse, soltanto allora urlavano che erano pronti a dichiarare tutto.

Il prefetto passava al tavolo in attesa delle confessioni ed essi, slegati dalle catene, si guardavano intorno storditi.

Poi scoppiavano in pianto e cadevano in ginocchio:

- Ci scusi signore, ma non sappiamo che cosa dichiarare.

- No? Non sapete? Sollevatelo ancora una volta -gridava il prefetto ai commissari e ai gendarmi.

E il povero ragazzo, agghiacciato dal terrore, assisteva di nuovo ai preparativi del suo supplizio. Ancora una volta essi venivano sollevati e sospesi con la testa in giù e i piedi in su: ancora percosse sui piedi, ancora le nerbate dello spietato Prefetto cadevano, una dopo l'altra, sulle loro piante che diventavano nere, mentre i piedi si gonfiavano. Tra quelli torturati in tal modo, ricordo il figlio dell'attuale procuratore di Ilfov, Dumitriu, il figlio del Maggiore Ambrosie, al quale venne rotto il timpano ed altri.

Dopo essere stati percossi in questo modo, venivano portati a braccia in una camera separata. Io fui chiamato verso le nove. Mi accompagnarono sopra due gendarmi. Avevo le mani legate e intorpidite. Alla scrivania stava il Prefetto e intorno a lui, sulle seggiole, altre 30 persone, commissari, sotto-commissari ed agenti.

Li guardai negli occhi: forse, fra tutti, poteva essercene qualcuno di addolorato. Niente! Una soddisfazione generale. Sorridevano: il capo della Sicurezza, Botez, Dimitriu, il direttore della prefettura, i commissari Vasiliu, Clos, e gli altri.

Il Prefetto prese un foglio di carta.

Scrisse il mio nome. Poi:

- Come ti chiami esattamente?

- Sono Corneliu Codreanu, studente in giurisprudenza e avvocato nel suo stesso foro.

- Mettetelo giù!

Tre, con animo servile, mi si precipitarono addosso e mi gettarono a terra davanti alla scrivania.

- Levategli le scarpe!

Due mi tolsero le scarpe, uno per parte.

- Mettetegli le catene! Mi legarono i piedi con le catene.

Gli dissi:

- Signor Prefetto ora lei è il più forte e dispone della mia [193] vita e della mia morte, ma domani, quando uscirò di qui, mi vendicherò di lei e di chi mi ha insultato.

In quel momento udii rumori e voci in anticamera. Erano venuti il prof. Cuza, il prof. Sumuleanu e i genitori dei ragazzi: il Col. Nadejde, il Maggiore Durnitriu, Butnariu, il Maggiore Ambrosie e altri, col procuratore e col medico legale, il professore universitario Bogdan.

Il prefetto e tutti gli altri balzarono dalle seggiole e uscirono nell'anticamera.

Udii il Prefetto dire:

- Che cosa cercate qui? Vi invito ad uscire.

Poi la voce del prof. Cuza:

- Come può mandarci fuori? Siamo venuti proprio da lei, col procuratore, per protestare.

- Gendarmi, mandateli fuori!

Il prof. Sumuleanu si mise davanti all'uscio della stanza nella quale erano rinchiusi gli arrestati e disse:

- Signor procuratore, non ci muoveremo di qui finché non ci verrà aperta questa stanza!

Allora parecchi dei commissari:

- Non c'è nessuno in questa camera. È vuota. E il professor Sumuleanu:

- Si apra subito questa camera!

Con l'intervento del Procuratore la camera venne aperta e sei giovani furono presi quasi in braccio dai loro genitori e introdotti nel gabinetto del Prefetto. Il medico legale, prof. Bogdan, li esamino tutti e redasse i certificati medici. Dopo alcune ore furono liberati anche quelli del cortile. Io però venni trattenuto, e due giorni dopo mi inviarono avanti al giudice istruttore.

Mi dichiarò libero. Gli dissi:

- Signor Giudice Istruttore, se non mi verrà resa giustizia, me la farò da solo.

Tornai a casa. Venne il prof. Cuza con Liviu Sadoveanu.

- Ho sentito che hai affermato di voler farti giustizia da solo. Non fare una cosa simile. Inoltreremo rapporto al Ministero e chiederemo un'inchiesta. È impossibile che non ci venga data soddisfazione.

Io ero moralmente annientato: vedevo crollare tutti i miei [194] piani. Abbandonando al loro destino la mattonaia e l'orto, partii col primo treno per la Bucovina, per Cîmpul-Lung. Di là, pei sentieri verdeggianti, salii lentamente sulla montagna, sentendo pesare sull'anima i dolori dell'umiliazione trascorsa e i tormenti dell'incertezza per l'avvenire. Mi pareva di non avere più nessun amico al mondo all'infuori di quel monte: il Rarau, col suo eremo sulla vetta. Mi fermai a quasi 1.500 m. d'altezza, spaziando con lo sguardo oltre i monti e oltre i colli, a centinaia di chilometri di distanza, ma nessun paesaggio poteva scacciare la visione dell'infame umiliazione subita insieme coi miei giovani camerati. Sentivo ancora il loro pianto e ne soffrivo.

Calava la sera: non un'anima viva. Solo alberi e aquile che gridavano sulle rocce.

Avevo con me solo il pastrano e un pane; mangiai un po' di pane e bevvi l'acqua di una sorgente che serpeggiava fra le pietre.

Poi cominciai a raccogliere legna su legna, e mi costruii una capannuccia nella quale vissi un mese e mezzo. Il poco nutrimento di cui avevo bisogno me lo portavano i pastori dell'ovile di Mos Piticaru. Esitavo, posseduto da un senso di vergogna a scendere fra gli uomini.

Quali colpe avevo commesso perché Dio mi punisse così, proprio quando volevo iniziare l'attuazione di un piano così grande, così bello?

Scrissi a Motza: «Non so che cosa io abbia; mi sembra di non essere più io! La fortuna m'ha abbandonato! Da qualche tempo la sfortuna mi segue passo passo; tutto quello che intraprendo va male e quando nella lotta non ci assiste più la fortuna cominciano ad abbandonarci tutti coloro che abbiamo intorno. Ci vogliono trenta vittorie a radunarli, ma basta una sola sconfitta perché ci abbandonino».

Avevo l'anima assalita dal dubbio; ero a un crocevia. Lottavamo per il paese ed eravamo trattati come nemici della nostra stirpe. Eravamo perseguitati senza pietà dal governo, dalla polizia, dai gendarmi, dall'esercito.

Avremmo dovuto ricorrere alla forza anche noi? Ma quelli rappresentavano lo stato: erano decine di migliaia, centinaia di migliaia e noi eravamo un piccolo manipolo di giovani, sfiniti dalle difficoltà, dalla fame, dal freddo, dalla prigione. Che forza [195] eravamo noi per poter avere la minima probabilità di vittoria? Se avessimo tentato, saremmo stati schiacciati. E dopo, il paese, suggestionato dalla stampa ebraica, ci avrebbe considerati pazzi.

Meglio forse non adoperare la violenza e la forza? Gli altri ci provocavano, torturavano i nostri, li disperdevano, li ammazzavano; e noi dovevamo lasciarci ammazzare? Nulla ancora avevamo potuto scrivere, e la gente non avrebbe saputo nemmeno il perché ci avessero ammazzati.

Meglio andarcene tutti: partire maledicendo e vagare per il mondo. Meglio mendicare di paese in paese, piuttosto che essere umiliati qui, nella nostra terra, fino all'estremo dell'umiliazione.

Meglio allora per me scendere di lì a mano armata e far giustizia. Scacciare la belva che attraversa il cammino e la vita di tutta una gente. Ma dopo, che ne sarebbe stato dei nostri piani? Sarei morto subito o sarei morto in prigione; perché al regime del carcere non avrei più potuto resistere.

A me piace la libertà: se non l'ho, muoio. E Motza? Perché un simile tentativo avrebbe significato il sacrificio mio e quello di Motza, le cui probabilità d'assoluzione sarebbero cadute definitivamente. Tutto il nostro gruppo sarebbe stato distrutto: inutili tutti i nostri pensieri, i nostri piani d'organizzazione; tutto sarebbe finito.

Per un mese e mezzo, la sulla cima del monte, questi pensieri mi tormentavano, senza che io giungessi a una soluzione. Il petto mi doleva per l'angustia tormentosa: sentivo che le mie forze si esaurivano.

Io ero stato un uomo impetuoso, che non era secondo a nessuno, avevo sicurezza e fiducia nelle mie forze; dovunque andavo, vincevo. Ora mi piegavo sotto il peso del tempo.

Scesi dalla montagna lasciando tutto in balia della sorte, perché non potevo trovare alcuna soluzione. Andavo però sempre armato di rivoltella deciso a sparare alla minima provocazione: da questo proposito nessuno avrebbe potuto rimuovermi.

Partii per la mattonaia, dove Grigore Ghica, rimastone a capo, aveva fatto il suo dovere in modo esemplare. Il numero dei mattoni era aumentato in modo sensibile: erano state costruite due fornaci da 40.000 mattoni. Era il 15 luglio. I ragazzi mi accolsero con affetto. Nel cantiere non era accaduto niente di speciale.

[196]

A Iasi trovai due cambiamenti. I commissari che prima non avevano scarpe ai piedi ora erano rimessi a nuovo da capo a piedi, rivestiti dal giudeame. La Prefettura di Polizia aveva l'automobile, messa a sua disposizione dagli ebrei. Costoro si sentivano padroni assoluti. Erano d'una tracotanza quale non avevamo mai riscontrata dopo il 1919, al tempo dei movimenti comunisti, quando essi si credevano alla vigilia della rivoluzione e ogni giudeolo d'oltre Prust o di Iasi si dava le arie di un commissario del popolo.

 

Il tentativo di spezzare il nostro blocco

La potenza giudeo-liberale venne a sapere del nostro blocco, del patto fatto a Vacaresti.

Essa si rendeva conto che intorno a questo blocco la massa studentesca si sarebbe levata unitaria. Niente spaventa gli ebrei più dell'unità perfetta: il blocco spirituale di un movimento, di un popolo. Per questo essi saranno sempre per la democrazia, che ha un solo vantaggio -per i nemici della nazione- che essa spezza l'unità ed il blocco spirituale di una stirpe, e di fronte all'unità e alla solidarietà perfetta del giudaismo nel paese e nel mondo intero, la nazione, divisa nei partiti della democrazia, si presenterà disunita e sarà sconfitta.

Così era accaduto anche nel movimento studentesco: finora, non essendovi un'unità perfetta, gli ebrei avevano incontrato frazioni o capi che convincevano massonicamente, suggerendo loro cioè certe idee, che avevano il solo scopo di provocare la disunione.

Ora, il nostro gruppo si presentava di un'unità incrollabile e con la possibilità di stringere intorno a sé l'intero movimento studentesco.

Ci trovammo allora improvvisamente di fronte a una serie interminabile di menzogne e d'intrighi orditi con cura, allo scopo di staccare Motza da me, e gli altri l'uno dall'altro.

Gli ebrei trovavano in mezzo agli studenti degli elementi deboli di cui si servivano -senza che quelli se ne rendessero conto- come di strumenti. Fingendo di confidare loro grandi segreti, [197] annodavano intrighi. Arrivarono a far presa perfino sui genitori, alcuni dei quali erano diventati irremovibili nell'esigere che i loro figli rompessero ogni legame col nostro gruppo.

Come potemmo resistere? Soltanto grazie alle nostre previsioni di Vacaresti. Ci eravamo resi conto, sin dal primo momento, che contro di noi si sarebbe sferrato questo classico attacco della massoneria e del giudaismo. E ci mettemmo in guardia, cosicché, al momento buono, potemmo resistere perfino contro i più stretti parenti. Immediatamente, quando un intrigo era segnalato, ci riunivamo e lo comunicavamo all'intero gruppo.

Colgo quest'occasione per dare un consiglio a tutte le organizzazioni, attirando la loro attenzione sopra questo sistema che si adopera frequentemente dappertutto. Per parare l'attacco: a) non prestare fede all'informazione da qualunque parte essa venga; b) comunicare immediatamente il tentativo d'intrigo al rispettivo gruppo, alle persone segnalate e ai capi. In questo modo l'attacco sarà respinto.

 

Il fidanzamento

Alla mattonaia di Ungheni, il 10 agosto 1924, alla presenza dei camerati e dei genitori, celebrai il mio fidanzamento con Elena Ilinoiu, figlia di Constantin Ilinoiu, controllore delle ferrovie, uomo di grande bontà e di grande sensibilità di animo. Dopo mi recai a casa sua e vi fui accolto a braccia aperte, come fossi un altro figlio oltre ai cinque che essi avevano. Questa famiglia fu per me un sostegno permanente nella lotta che combattevo, mi colmò di cure e provvide al mio mantenimento.

Il 13 settembre andai a Husi e festeggiai nella casa paterna il mio onomastico e il compleanno.

Compivo 25 anni.

 

Il processo Motza-Vlad

Era stato fissato per il 26 settembre 1924 il dibattimento del processo di Motza e dello studente Leonida Vlad che gli aveva procurato la rivoltella. Questi si era costituito alcuni giorni dopo ed era rimasto poi sempre in carcere con Motza.

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Partii per Bucarest, ove il processo iniziò alla Corte d'Assise. Motza sostenne con forza la sua tesi, che il tradimento dev'essere punito. L'opinione pubblica, stanca di traditori, seguiva con vivo interesse e con entusiasmo la discussione, e vedeva nel gesto di Motza un principio di reazione contro i traditori e una prova di sanità morale. Il suo gesto appariva come una luce in mezzo alla vita romena, in cui, di secolo in secolo, i difensori della stirpe erano stati abbattuti dal tradimento.

L'intera massa studentesca di tutte le università organizzava grandi dimostrazioni per ottenerne l'assoluzione. A Bucarest, intorno al Tribunale si accalcavano ancora migliaia di persone che desideravano ardentemente una vita nuova per il loro paese e chiedevano la liberazione di Motza.

All'alba, la giuria popolare emise un verdetto d'assoluzione che fu accolto con grande entusiasmo da tutto il paese.

Motza, dopo aver rivisto i suoi genitori, lasciò Cluj e si stabilì a Iasi, conforme al nostro patto.

 

Intorno agli avvenimenti del giardino

Le iniquità del 31 maggio ci avevano moralmente fiaccati per le percosse, le umiliazioni e il disonore al quale eravamo stati esposti. Una ferita aperta, che si faceva sempre più profonda, ci logorava la vita e pareva trarci alla tomba.

L'umiliazione che si prova quando si è stati disonorati, con tutti i nostri, provoca un sentimento di profondo dolore, che ci induce a evitare la gente come se ci vergognassimo di incontrarci ancora con essa. Sembra che essa ci disprezzi, che ci rida in faccia, perché non siamo stati capaci di difendere il nostro onore, perché compromettiamo la stessa società, lasciando credere con la nostra vigliaccheria che uno sbirro abbia la possibilità di disonorarla e di colpirla a suo piacimento -rimanendo impunito.

Questi dolori crescevano di mano in mano che i nostri tentativi di ottenere legalmente una soddisfazione venivano respinti con un cinismo che ci portava alla disperazione. Durante i processi promossi dagli offesi, costoro rischiavano di essere picchiati di nuovo dalla polizia e questa volta proprio in Pretura e davanti [199] ai giudici, e in conclusione essi ne uscivano sempre condannati.

Il fatto accaduto il 31 maggio non era però rimasto senza risonanza. Riporto qui dai giornali l'eco avuta da questi episodi nel mondo romeno e i tentativi fatti per ottenere soddisfazione.

Universul dell'8 giugno 1924 pubblicava sotto il titolo:

La polizia di Iasi

Gli studenti sono stati picchiati dallo stesso Prefetto di Polizia «Ci immaginiamo il sig. Manciu, prefetto di Polizia di Iasi, come uno dei più brillanti poliziotti del secolo passato, reso illustre dalla violenza e dalla brutalità.

«Il sig. Manciu, sebbene poliziotto dal 1924 e in una città di intellettuali come Iasi, ha inaugurato il suo sistema di anacronistiche violenze poliziesche l'anno scorso, al congresso dei professori universitari. Egli è stato capace di proibire un congresso di insegnanti universitari, perché così gli dettavano i suoi istinti polizieschi.

«Si è poi protestato -ma inutilmente, poiché il sig. Prefetto della Polizia di Iasi aveva validi appoggi politici- contro l'offesa arrecata alla più eletta categoria d'intellettuali.

«E da allora il sig. Manciu ha proseguito con zelo nei suoi metodi polizieschi, che ha manifestato specialmente i giorni scorsi quando ha picchiato vigorosamente, ha picchiato con tenacia, ha ferito malvagiamente gli studenti e ha ordinato ai suoi subalterni di imitarlo con lo stesso zelo brutale.

«Qualunque cosa avessero fatto gli studenti di Iasi, fossero stati anche assassini, non dovevano essere percossi.

«Prima si doveva svolgere l'inchiesta, darne comunicazione al Pubblico Ministero, arrestarli, metterli alle catene, ma non bastonarli a sangue.

«Il sig. Prefetto Manciu è certamente obbligato -perché ciò rientra nelle sue mansioni- ad applicare anche certi regolamenti relativi alla "protezione degli animali". Crediamo anzi che li applichi;

«Per conseguenza questo signore sorveglia che non siano picchiati i cani, che non siano torturati i porci.

«E tuttavia il Sig. Manciu, che quando era studente avrà compiuti gli studi di diritto penale e avrà letto qualche testo di [200] diritto penale, sotto la guida dell'egregio penalista Iulian Teodorescu, che sostiene l'abolizione delle pene corporali e detentive, ha picchiato personalmente gli studenti, li ha torturati, lasciandoli pesti e sanguinanti.

«E se gli studenti non fossero colpevoli di nessuna delle assurdità che si imputano loro?

«Allora la bastonatura si potrebbe restituire?

«È assolutamente necessaria un'inchiesta giudiziaria.

«Ma c'è anche bisogno d'una sanzione che metta il sig. Manciu nell'impossibilità di irrobustire ancora i propri muscoli sulle teste degli studenti.

B. Cecropide».

Universul del 9 giugno 1924, continuava sotto il titolo:

Gli studenti di Iasi sono stati picchiati

«Essi sono stati provocati dalla polizia e torturati senza avere nessuna colpa. Un prefetto di Polizia violento, Manciu deve essere sostituito.

«Ho scritto in un numero precedente sulle gesta brigantesche compiute dal sig. Manciu, il prefetto di polizia di Iasi, contro gli studenti.

«Per oggi riprodurremo alcuni passi del memoriale che gli studenti hanno presentato al Ministro dell'Interno.

Gli studenti muratori

«Nel memoriale si dice:

Gli studenti cristiani dell'Università di Iasi hanno già da un mese preso la risoluzione di costruire col loro lavoro un "camin" culturale.

La provocazione del Prefetto di Polizia

«Appena riuniti, ci siamo visti circondare da una compagnia di gendarmi e dall'intero apparato di polizia guidato dal prefetto Manciu.

«Mentre noi ci mantenevamo tutti calmissimi, essi con le armi spianate si sono precipitati su di noi cominciando a insultarci [201] e a colpirci nel modo più barbaro. Credendo di rinvenire armi su di noi, ci hanno perquisiti tutti, senza però trovare nulla. Durante la perquisizione hanno tentato di introdurre addosso al collega Corneliu Zelea-Codreanu una rivoltella e delle carte, fatto contro il quale egli ha protestato. Per questo è stato battuto dal questore Manciu, dall'ispettore Clos, dal commissario Vasiliu che insieme con tutti gli altri agenti e gendarmi l'hanno legato come l'ultimo dei borsaioli. Lo stesso è capitato a buona parte di quelli che si trovavano là. Siamo stati dichiarati in arresto e, circondati da cordoni di soldati, tradotti alla Prefettura di Polizia.

Anche i ragazzi incontrati per strada sono stati picchiati

«Per la strada abbiamo incontrati parecchi allievi dei diversi licei locali che andavano al campo sportivo per esercitarsi nel gioco della palla, dopo essere stati convocati dai direttori dei rispettivi licei. Tutti costoro sono stati arrestati e portati insieme con noi studenti alla polizia, beninteso dopo essere stati picchiati in presenza di tutti dallo stesso questore Manciu e dagli altri poliziotti. Alla polizia sono stati trattenuti per l'intera giornata. Alcuni di noi sono stati percossi sino a perdere i sensi, e poi rilasciati; altri hanno reso dichiarazioni estorte con le minacce, altri ancora sono stati rilasciati senza che sia stata chiesta loro nessuna dichiarazione.

E, per concludere, Universul aggiungeva:

«I fatti di cui sopra non possono restare impuniti. Il prefetto di polizia Manciu, convinto agente provocatore e colpevole della tortura degli studenti e degli allievi del liceo di Iasi, deve ricevere la punizione dei suoi misfatti».

Tra l'altro, Universul del 10 giugno 1924 pubblicava sotto il titolo Iasi sotto il terrore del Prefetto di Polizia:

... «Trasportati nelle cantine della polizia, questi studenti sono stati sottoposti alle più spaventose torture.

«Alcuni di essi sono stati sospesi con la testa in giù, e battuti sulle piante con un nerbo di bue. Lo studente Corneliu Zelea-Codreanu è stato legato, poi schiaffeggiato e torturato dallo stesso Prefetto di Polizia.

«La sua salute ne è rimasta scossa.

[202]

«Gli altri studenti arrestati presentano gravi lesioni personali.

«Trecento studenti hanno reclamato per i fatti di cui sopra al procuratore generale, chiedendo che il medico legale esamini lo stato dei colleghi torturati».

La parola del prof. A. C. Cuza

Nell'edizione speciale del giornale Unirea del 1 giugno l924, il prof. A. C. Cuza pubblicava un esauriente articolo dal quale estraggo i passi seguenti:

«Ma di fronte a queste continue brutalità e a queste gratuite, innumerevoli prepotenze, commesse appositamente per stroncare col terrore gli studenti cristiani, si impongono due domande decisive: Cosa vuole il Governo che sostiene un simile questore a capo d'una città come Iasi?

«Che cosa vuole il questore stesso?

«Vogliono che questo continuo stato di tensione determini reazioni sconsiderate, cui gli studenti sembrano essere a bella posta spinti ogni giorno?

«Questa provocazione è tanto più indegna e più irritante, in quanto il questore Manciu contemporaneamente si reca alle riunioni della associazione ebraica "Macabi" e si mette a capo di questi maccabei sportivi coi quali partecipa ostentatamente a escursioni dietro la bandiera bicolore bianca e azzurra.

«E quotidianamente lo si vede sdraiato in automobile -non in quella su cui ha viaggiato l'altro ieri per Ciurea- ma in quella nuova che pare gli sia stata regalata tramite una sottoscrizione dalla comunità israelitica di Iasi, che incoraggia in ogni occasione, anche per mezzo dei giornali, la sua ostilità contro gli studenti cristiani.

«Protestando con tutta la nostra indignazione contro questa provocazione, chiediamo che le autorità superiori intervengano perché si ponga fine a uno stato di cose indegno e pericoloso, che Iasi e i suoi studenti cristiani non possono più tollerare.

A. C. Cuza».

[203]

Riunioni di protesta contro Manciu

Furono spediti i seguenti telegrammi:

A Sua Maestà il Re

«Contro le illegalità del questore Manciu verso gli studenti e i figli nostri colpiti e insultati quotidianamente. Volendoci riunire, ne siamo stati impediti dalla polizia e dai gendarmi, nonostante che il procuratore avesse approvata la riunione.

Sottoponiamo rispettosamente alla Maestà Vostra la nostra protesta e preghiamo di essere protetti». (Seguono 1.200 firme).

Al Ministro degli Interni

«Essendo i nostri figli stati aggrediti per la strada e selvaggiamente maltrattati dal prefetto Manciu, chiediamo inchiesta immediata, seguita da severe sanzioni.

«Colpiti nei nostri sentimenti paterni e al limite ormai della nostra pazienza, attendiamo senz'indugio giustizia.

F.to: Maggiore I. Dimitriu, Maggiore Ambrosie, D. Butnaru, Elena Olanescu, Capitano Oarza, Gheorghiu, ecc.».

Un avvertimento vano

In Tzara nostra -n. 24 del 15 giugno 1924- il noto scrittore Al. O. Teodoreanu pubblicava un articolo del quale riproduciamo gli ultimi passi:

«La giustizia chiamata a dire la sua parola dichiara innocenti tutti gli "studenti arrestati" e dispone che siano posti immediatamente in libertà.

«Lo studente Corneliu Zelea-Codreanu è tuttavia trattenuto in arresto, e rinviato a giudizio dal questore Manciu -che è anche avvocato- per complotto. I più elementari manuali di legge e il semplice buon senso ci dicono che nel matrimonio, nel duello, nel complotto, non può figurare una sola persona.

«Per contestare un reato come quello di cui sopra, colui che lo contesta deve trovarsi in un particolare stato di ebbrezza che gli faccia per lo meno veder doppio.

«Per conseguenza con lui non possiamo parlare.

«È il caso però, in nome di tutto il popolo romeno oltraggiato, dal quale siamo lieti di escludere, senza danno per nessuno, i timidi rappresentanti del parlamento e della stampa, di [204] domandare al governo se crede utile lasciare l'incarico della sanzione (inevitabile) agli offesi o se non trova opportuno di prevenirla.

«Confortati dalla parola decisiva della giustizia, non esitiamo a qualificare il "complotto" di Iasi un'infame messa in scena.

Al. O. Teodoreanu»

Actziunea romaneasca, anno 1, n. 2, 15 novembre 1924, a firma del noto pubblicista dr. Ion Istrate, scriveva:

«Il giorno 8 giugno 1924, si è tenuta nella sala Bejan una grandiosa manifestazione pubblica di protesta sotto la presidenza onoraria del generale Tarnowschi. Hanno deplorato i metodi di Manciu i signori: prof. A. C. Cuza, lo studente Grigorescu a nome degli studenti cristiani, l'artigiano Artur Rus, il metallurgico C. Pancu, il prof. Sumuleanu della facoltà di medicina, che ha fatto un quadro impressionante di quanto ha visto alla polizia: timpani rotti, orecchie gonfie, occhi sanguinanti, mani spezzate e gambe livide per i colpi selvaggi dei nerbi di bue di Manciu.

Egli ha dichiarato che, se avesse avuto un figlio che fosse stato storpiato da quel barbaro capo di polizia, non avrebbe esitato un secondo a bruciare le cervella di quella canaglia. Ha parlato poi il maggiore I. Dimitriu, che ha concluso: "Ho fede che la legge del paese ci renderà giustizia. Altrimenti, giuro qui davanti a loro, e saprò rispettare il mio giuramento, che mi farò giustizia da solo».

Hanno parlato ancora l'avvocato Bacaloglu, l'artigiano Cristea, l'avvocato Nelu Ionescu e il professor Ion Zelea Codreanu. Infine è stata avanzata una mozione di protesta in cui alla giustizia è stata chiesta soddisfazione, e al governo la destituzione di Manciu».

 

Si dispone un'inchiesta amministrativa.
Il memoriale del maggiore Ambrosie

In seguito all'accaduto, l'ispettore amministrativo Vararu venne incaricato di procedere a un'inchiesta. Ecco il memoriale presentatogli dal Maggiore Ambrosie.

«Signor Ispettore;

«È certo che Ella è stata inviata dal sig. Ministro degli interni, desideroso di sapere la verità vera su quello che abbiamo riferito telegraficamente circa le torture subite dai nostri figli; e siccome crediamo che Ella desideri fare piena luce, abbiamo redatto questo memoriale con la narrazione dei fatti.

«Ecco come questi si sano svolti.

«Era cosa risaputa a Iasi dai direttori delle scuole e dai genitori degli allievi che costoro fabbricavano mattoni a Ungheni, per costruirsi una casa propria in Iasi e che lavoravano un orto in via Carol messo a loro disposizione dalla signora Ghica. Una parte degli studenti e degli allievi si riuniva una volta alla settimana sotto la direzione dello studente Zelea Codreanu quando si assegnava il lavoro, cioè 40 studenti erano invitati a Ungheni a preparare i mattoni, e 20-25 allievi avevano l'incarico di innaffiare l'orto.

«Delle cose suesposte era informato anche il prefetto di polizia. Perché dunque non inventare qualcosa di sensazionale a Iasi, per esempio un "complotto", dal momento che i giornali di Iasi erano considerati come proprietà del Prefetto e lo avrebbero sostenuto anche in questo caso? Detto fatto. Il giorno 31 maggio 1924, tra le 4,30 e le 5 del mattino, sapendo che nell'orto della signora Ghica erano riuniti circa 65 studenti e allievi, egli si precipitò contro di loro con l'intero apparato di polizia e molti soldati, in proporzione alla gravità del fatto immaginato. La mente umana rifiuta di comprendere che cosa sia accaduto allora, quando gli studenti e gli allievi vennero circondati come i più volgari criminali e barbaramente percossi sul posto dagli agenti, dai soldati e perfino dal questore Manciu.

Dopo mezz'ora tutti, con lo studente Zelea-Codreanu in testa, bene inquadrati e scortati, percorrevano la via principale verso il comando di polizia, quando incontrarono un altro gruppo di allievi di liceo che per ordine dei professori andava a giocare a pallone al Copou. Costoro, che si erano permessi di salutare quelli che si trovavano in catene, vennero immediatamente arrestati, picchiati e portati al posto di polizia, come complici dei primi.

«Arrivati, senza darne avviso al Pubblico Ministero come avrebbe richiesto la gravità del fatto, il Prefetto inizio da solo [206] l'interrogatorio, cui seguirono le bastonature, i maltrattamenti e le torture degli studenti e degli allievi, allo scopo di far loro dichiarare d'aver preso parte al complotto e di rivelare quello che sapevano. Ma che cosa potevano dire, dal momento che non sapevano nulla? Quasi tutti gli studenti e gli allievi sono stati picchiati, e più gravemente degli altri:

«1. Mio figlio, Cesar Ambrosie, allievo della classe VIII del seminario pedagogico, al quale il Prefetto in persona ha dato colpi in testa col nerbo di bue, e alla fine, poiché non aveva risposto come voleva lui, un pugno sull'orecchio sinistro, rompendogli il timpano.

«2. L'allievo Dimitriu Spintzi, figlio del maggiore Dimitriu: questi è stato legato con catene a entrambi i piedi e rovesciato con la testa in giù; dopo di che gli è stata messa un'arma tra i piedi (tenuta dal sergente Cojocaru e dal caporale Teodoroiu), ed egli è stato picchiato dal Prefetto in persona sulle piante col nerbo sinché non è svenuto.

«3. L'allievo Gurgutza Ch. è stato legato mani e piedi e messo a faccia in giù sul pavimento, quindi picchiato col nerbo; e perché non venissero udite le sue grida gli si è messo davanti alla bocca un catino pieno d'acqua, contro il quale un agente aveva cura di premergli il capo quando gridava più forte.

«A tutte queste torture sono stati presenti anche due ufficiali dell'esercito: il capitano Velciu e il tenente Tomida, ai quali non credo che la dignità di soldato permetta di negare la verità, sebbene non sia stato dignitoso per loro assistere a torture impiegando per esse uomini di truppa, il cui compito è ovviamente ben diverso.

«Secondo quel che dicono gli studenti e gli allievi, mentre il poliziotto Manciu era così occupato, entrarono nel suo gabinetto i sigg. procuratori Culianu e Buzea. Credo che costoro diranno la verità.

«Le percosse ed i vari tormenti cessarono solo quando giunse alla polizia il Primo Procuratore Catzichi, dietro richiesta di una commissione composta dai signori: professori Cuza e Sumuleanu, avvocato Bacaloglu, colonnello Nadejde e medico legale Bogdan, che ha constatato quanto risulta dalla copia dell'atto allegato nello stesso locale della Prefettura.

«Come vede, sig. Ispettore, noi fino ad oggi abbiamo proceduto legalmente, cioè:

«l. Abbiamo chiamato il Primo Procuratore e il medico legale proprio alla Prefettura, per far constatare i maltrattamenti subiti dagli studenti universitari e dagli allievi.

«2. Abbiamo promosso un procedimento penale contro coloro che li hanno torturati, presso il tribunale della 2° circoscrizione.

«3. Abbiamo messo al corrente il Pubblico Ministero, cui è stato trasmesso anche l'elaborato medico legale, essendo stato il procedimento assegnato al sig. Giudice Istruttore Esanu.

«4. Come uomini d'onore e ufficiali, avremmo potuto chiedere al sig. Manciu soddisfazione a mezzo delle armi, ma egli è squalificato da quando ha rifiutato di battersi a duello col capitano Ciulei.

«Onestamente questa è la verità.

«La preghiamo di notare che tra noi genitori offesi vi sono due ufficiali superiori che, avendo proceduto legalmente sino ad oggi, si trovano in posizione critica, non avendo ricevuto soddisfazione da parte di nessuno. Siamo convinti che tale soddisfazione ci verrà data dal Ministero degli interni processando il Prefetto Manciu pei fatti accertati e intervenendo presso il Ministero della Guerra perché il prefetto Manciu, essendo ufficiale inferiore della riserva3 ha deliberatamente torturato i figli del camerata superiore di grado.

f.to Maggiore Ambrosie»

l. Il prefetto Manciu fu decorato con la «Stella di Romania», col grado di commendatore.

2. Tutti i commissari che ci maltrattarono ebbero una promozione.

3. Incoraggiati da queste misure essi scatenarono una nuova persecuzione contro di noi, estendendola questa volta alla intera Moldavia. Ogni commissario, allo scopo di crearsi una [208] fonte di guadagno da parte degli ebrei e di ottenere un avanzamento di grado, metteva le mani addosso agli studenti, li batteva a sangue per la strada o nella sede di polizia, senza essere obbligato a rispondere delle sue azioni.

 

Il giorno fatale: 25 ottobre 1924

Con un simile stato d'animo il sabato mattina mi presentai al Tribunale della 2° circoscrizione di Iasi, come avvocato a fianco del collega Dumbrava, nel processo dello studente Comirzan torturato da Manciu.

Il prefetto si presentò con la polizia al completo e in piena udienza, di fronte agli avvocati e al giudice Spirodeanu, che presiedeva il dibattimento, si precipitò contro di noi.

In tali circostanze, a rischio di rovinarmi, sopraffatto da quei 20 poliziotti armati, estrassi la rivoltella e sparai, prendendo di mira chi mi si avvicinava. Cadde per primo Manciu, poi l'ispettore Clos e per terzo un uomo molto meno colpevole, il commissario Husanu.

Gli altri sparirono.

Pochi minuti dopo, davanti al tribunale si erano raccolte alcune migliaia di ebrei che, con le mani alzate e le dita contratte dall'odio, aspettavano che io uscissi per linciarmi.

Io impugnai nella destra la pistola, carica ancora di cinque proiettili, e con la sinistra presi il braccio del signor Victor Climescu, avvocato di Iasi, pregandolo di accompagnarmi fuori del tribunale.

Così uscii e passai in mezzo alla feccia del giudeame urlante che di fronte alla rivoltella ebbe il buon senso di lasciarmi passare.

Per la strada i gendarmi mi separarono dal sig. Climescu e mi accompagnarono sino al cortile della prefettura di polizia.

Qui i commissari mi saltarono addosso per prendermi la rivoltella, il solo amico che mi restasse in quel frangente. Radunai tutte le mie forze opponendo, per cinque minuti, una disperata resistenza, ma alla fine dovetti cedere. Con le mani incatenate alle spalle, fui messo in mezzo a quattro soldati con la baionetta in canna.

[209]

Poco dopo mi fecero uscire dall'uscio in cui ero e mi condussero in fondo al cortile, collocandomi vicino a un'alta palizzata, dove i gendarmi mi lasciarono solo. Sospettai che mi volessero fucilare. E così rimasi fino a tarda sera aspettando di essere fucilato; ma questa attesa non mi turbava affatto.

La notizia della tragica vendetta si diffuse con rapidità davvero fulminea, provocando una vera esplosione nelle case degli studenti. Da tutte le locande, da tutte le case, studenti e studentesse si precipitarono per le strade verso piazza dell'Unione, dove organizzarono imponenti dimostrazioni cantando; poi tentarono di dirigersi verso la Prefettura di Polizia. Ma le truppe, ch'erano nel frattempo arrivate, a gran fatica riuscirono a trattenerli. Io sentivo il canto degli studenti e, sebbene fossi in catene, mi rallegravo che essi fossero stati rilasciati.

Sul tardi fui chiamato di sopra, nello stesso gabinetto delle torture, al cui tavolo era seduto il Giudice istruttore Esanu -lo stesso al quale avevo indirizzato il mio ricorso quattro mesi prima, per chiedergli che mi fosse resa giustizia. Dopo avermi sommariamente interrogato, mi dichiarò in arresto. Così venni fatto salire sul furgone carcerario e trasportato a Galata, sul colle sopra Iasi, presso il monastero costruito da Petre Schiopul4 Signore di Moldavia.

Fui introdotto in una stanza in cui si trovavano altri 10 arrestati, e là mi vennero tolte le catene. I compagni di cella mi dettero del té, dopo di che mi coricai.

Il giorno dopo fui messo in una segreta: da solo, in una stanza col pavimento di cemento, con un letto d'assi, senza coperta, senza cuscino e rinchiuso col lucchetto.

La stanza aveva due vetri imbrattati di calce dal di fuori, di modo che io non vedevo niente. Una parete era così umida che vi scorreva sopra l'acqua. Il primo giorno il guardiano -Mos Matei- mi porto un pane nero, passandomelo dalla soglia dell'uscio perché nemmeno lui aveva il permesso d'entrare. Non avevo affatto fame. La notte [210] mi coricai sulle assi avvolgendomi col pastrano. Sotto la testa non potei metter niente. Avevo freddo.

La mattina mi fecero uscire per due minuti, poi venni rinchiuso di nuovo. Durante il giorno lo studente Milutza Popovici, che era stato arrestato, poté avvicinarsi alla finestra, e con la punta di un dito pulì il vetro perché potessi vedere fuori. Poi, alla distanza di venti metri, cominciò a farmi dei cenni con le dita.

Capii che mi faceva dei segnali Morse. In tal modo potei sapere che erano stati arrestati tutti quelli di Vacaresti: Motza, Gîrneatza, Tudose Popescu, Radu Mironovici, tranne Corneliu Georgescu che non erano riusciti a prendere. Essi erano stati trasferiti nella stessa prigione e messi tutti in una cella. Seppi che c'era anche mio padre. La seconda notte andò peggio; il freddo non mi permise neppure di assopirmi. Passeggiai quasi tutta la notte per la cella.

La mattina mi fecero di nuovo uscire due minuti e di nuovo mi rinchiusero. Mos Matei mi diede un pane. Alle 12 mi misero le manette chiuse con un lucchetto, e mi fecero salire sul furgone carcerario con cui venni portato in Tribunale per la convalida del mandato. Riportato a Galata dopo la convalida, mi ritrovai nella stessa cella oscura. Fuori era cominciato il cattivo tempo: senza fuoco, il freddo mi tormentava. Cercai di addormentarmi sulle assi, mi assopii per circa mezz'ora ma mi dolevano le ossa.

Per il freddo che saliva dal pavimento di cemento, cominciai ad avere anche dolori alle reni; allora, vedendo che le mie forze diminuivano, feci appello a tutta la mia volontà e alla ginnastica: nel corso della notte, ogni ora mi alzavo, e facevo dieci minuti di ginnastica, cercando disperatamente di mantenermi in forze.

Il giorno seguente non mi sentivo bene. Mi indebolivo a vista d'occhio, nonostante la lotta che sostenevo con volontà ostinata.

La notte successiva il freddo si fece più forte e le mie forze cedettero; mi si oscurà la vista e caddi.

Finché mi sosteneva la volontà non avevo nessuna preoccupazione; ma ormai mi rendevo conto che le cose sarebbero andate sempre peggio. Tremavo in tutto il corpo e non potevo dominare quel tremito continuo.

[211]

Com'erano pesanti quelle notti che pareva non dovessero finire mai!...

Il giorno dopo il procuratore entrò nella mia cella. Io cercai di nascondere lo stato in cui mi trovavo.

- Come stai qui?

- Benissimo!... Signor procuratore.

- Non devi metterti a rapporto per nulla?

- Per nulla.

Così rimasi per 13 giorni; poi mi accesero un po' di fuoco, mi diedero delle coperte e delle stuoie per coprire le pareti. Mi venne concesso di rimanere fuori un'ora al giorno. Un giorno vidi Motza e Tudose Popescu, lontano, in fondo al cortile, e feci loro segno. Seppi allora che mio padre era stato rilasciato, e così pure Liviu Sadoveanu, Ion Sava e un'altro studente ch'erano stati arrestati.

 

Due articoli intorno al caso Manciu

Il giorno dopo i fatti di Tîrgul-Cucului, comparve sul Cuvîntul Iasuliu5 del 27 ottobre 1924 un articolo di Nelu Ionescu, avvocato, ex presidente della Associazione degli Studenti di Legge, dal quale estraggo i seguenti brani:

«I commenti fatti dalla stampa liberale ebraica sulla morte di E Manciu sono in malafede e interessati: essi partono da grossolane falsificazioni dei fatti, per rendere a qualunque costo un eroe chi è stato solo uno strumento, e per ascrivere a pretesi complotti fascisti antisemiti, quella che è stata soltanto la ragione inevitabile d'un regime d'ineguaglianza e di abusi.

«Agli studenti è stato impedito con la forza d'entrare a pregare nella Cattedrale, è stato impedito di prendere i pasti in comune al ristorante; essi sono stati trattati duramente ed è stato loro impedito di circolare per strada, impedito di riunirsi all'Università, impedito di riunirsi alla sede della loro Associazione, impedito di lavorare all'orto della loro casa studentesca; essi sono stati picchiati per la strada, nelle cantine della polizia e nelle pubbliche piazze dall'ultimo sbirro fino a quello che sino all'altro ieri è stato il prefetto di polizia di questa città.

«Gli studenti, con un dominio su di loro degno d'ammirazione e una fiducia nella giustizia che fa loro onore, hanno promosso una serie di processi contro il Prefetto Manciu e i suoi subalterni, per lesioni gravi, abuso di potere e attentati contro la libertà individuale -fiduciosi nelle decisioni della giustizia.

«Questo gesto degli studenti non è stato compreso. E con rammarico diciamo che la giustizia non ha risposto alle speranze che tutta la gioventù, animata dal più intenso sentimento di legalità e di ordine, aveva in essa riposto.

«La studentessa Silvia Teodorescu, colpita da Manciu con un calcio sulla schiena in piena strada, in via Carol, il giorno 11 dicembre 1923, di fronte alla casa del colonnello Velsa -circostanza confermata sotto giuramento da parecchi testimoni- non soltanto non è riuscita a far condannare Manciu dal Tribunale della 1° Circoscrizione urbana, ma la querelante è stata condannata per oltraggio, poiché al processo è risultato che mentre veniva percossa avrebbe rivolto a Manciu le parole: "Questa è una barbarie".

«La sera del 14 Dicembre 1923, lo studente in legge Lefter di Galatzi, mentre entrava nell'albergo Bejan, dove abita, senza nessun motivo è stato circondato da una banda di poliziotti e di gendarmi che insieme con Manciu e per ordine suo l'hanno colpito con sciabole, baionette, bastoni, calci di fucile, l'hanno preso a pedate e a pugni, finché egli è caduto a terra svenuto, dopo di che trascinato da tutti costoro è stato gettato in una strada laterale.

«Lo studente Lefter ha promosso un processo contro Manciu e Manciu è stato assolto senza aver bisogno di produrre alcun testimonio a discarico.

«E che dire della barbarie e della crudeltà di quest'estate verso gli studenti che lavoravano nell'orto di casa Ghica?

«25 studenti picchiati come ladri sulle piante dei piedi per una intera giornata, come venne constatato dal primo Procuratore e dal medico legale del Tribunale, per fatti immaginari per i quali non fu neppur possibile aprire un'istruttoria.

[213]

«Ma non basta! Gli studenti hanno richiesto anche un'indagine amministrativa. Essa ha avuto luogo quest'estate ed è stata effettuata dal sig. Vararu, il quale è rimasto profondamente indignato degli abusi verificati; ma in seguito al suo rapporto il Ministero competente ha emesso l'ordine di decorare Manciu con la corona di Romania.

«Ecco l'uomo che è morto: dei morti non si dice che bene, ma questo non ci impedisce di affermare la verità.

«Manciu reprimeva riunioni, Manciu impediva d'entrare nella Cattedrale, Manciu picchiava per la strada, al posto di polizia e sulle piazze, insultava quelli che reclamavano, minacciava i loro difensori; Manciu colpiva con una bestialità da ossesso stando al riparo dietro ai cordoni delle guardie e dei gendarmi, mentre gli studenti, legati mani e piedi, non potevano, attraverso la pioggia di pugni e di percosse dei suoi incoscienti subalterni, che gettargli sguardi di disprezzo e di momentanea rassegnazione.

«Ecco l'uomo del dovere, ecco che genere d'ordine tutelava questo uomo!

«L'opinione pubblica è a fianco di Corneliu Codreanu. Essa ama i gesti risoluti e, apprezzando il movente superiore di questo gesto che ammonisce un regime e serve un'idea, lo proscioglie dai capi di imputazione consueti per simili fatti, lo giustifica completamente e lo approva in modo particolare.

«Personalmente saluto il gesto eroico di Corneliu Zelea Codreanu, che anche questa volta si mostra intransigente nelle questioni d'onore e risoluto quando si tratta di dignità».

Dopo alcuni giorni, sul giornale Unirea dell'ottobre 1923 apparve l'articolo del prof. Cuza:

«La morte del prefetto Manciu, il sistema fatale e le sue conseguenze.

«La polizia di Iasi da un anno a questa parte vive una vera tragedia che è culminata nell'ultimo atto, dovuto a un fatale concatenamento di fatti dei quali sono caduti vittime:

«Il prefetto Manciu, l'ispettore Clos, il sottocommissario Husanu e, non meno di essi, il laureando Corneliu Zelea-Codreanu.

«Il prefetto Manciu è morto, il sottocommissario Husanu lotta con la morte; l'ispettore Clos ha riportato una profonda ferita; Corneliu Zelea-Codreanu giace in prigione.

[214]

«Cos'è questa tragedia che fa tante vittime? In che modo possiamo parlare di concatenamento fatale dei fatti? Chi sono i colpevoli?

«Manciu è stato il prefetto di polizia del sig. G. C. Mîrzescu.

«Soltanto in virtù di questa qualifica è stato messo a capo e mantenuto sino all'ultimo -nonostante tutti gli eccessi di cui s'è reso colpevole- alla Prefettura di Polizia. La prova migliore che egli godeva dell'approvazione, che lavorava secondo un piano prestabilito su diretta ispirazione del sig. Mîrzescu che lo sosteneva, è data dalle onorificenze che gli sono state riconosciute, dai suoi meriti di servizio e dalle promozioni concesse al suo personale.

«Il sistema fatale imposto a Manciu è stato quello di terrorizzare gli studenti cristiani e di dare soddisfazione agli ebrei e di dimostrare che l'"ordine" si può mantenere con "mezzi energici ".

Questo sistema fatale l'infelice Manciu, privo di particolari qualità, l'ha applicato con particolare brutalità proprio contro i professori universitari: debuttando nella sua carriera in occasione dell'Assemblea generale dell'Associazione dei professori universitari di Romania, tenuta a Iasi sotto la presidenza del nostro eminente collega prof. Gavanescul nei giorni 23, 24 e 25 settembre 1923.

«Il prefetto Manciu ha insultato le università e ha brutalizzato e arrestato degli studenti non rei di alcuna colpa, provocando la protesta dei loro professori, che hanno chiesto soddisfazione.

«La commissione delle quattro università (composta dai prof. dott Hurmuzescu - Bucarest; dott. Sumuleanu - Iasi; M. Stefanescu - Cluj; Haeman - Cernautzi) ha redatto immediatamente, nella seduta stessa, il seguente telegramma, indirizzato: I. AI Presidente del Consiglio dei Ministri; 2. Al Ministro degli Interni; 3. Al Ministro della Pubblica Istruzione, e firmato dal sig. I. Gavanescul.

«L'associazione generale dei Professori universitari della Romania, nella sua seduta iniziale biasima l'intervento provocatorio [215] della polizia di Iasi, e, strettamente unita intorno al Presidente, chiede alle superiori autorità di ordinare le necessarie inchieste e di dare completa soddisfazione».

Il Presidente dell'Associazione
f.to
I. Gavanescul

«La stessa commissione ha redatto e inviato al Sindaco di Iasi la seguente lettera:

«Signor Sindaco,

«L'Associazione generale dei Professori universitari, nella seduta iniziale, preso atto delle misure provocatorie adottate dal Prefetto di Polizia contro il congresso, e dolente, dato il suo stato d'animo, di non poter partecipare al banchetto offerto dal Municipio e dalla Città e La ringrazia per le sue buone intenzioni.

Il Presidente dell'Associazione
f.to
I. Gavanescul

«Sostenuto nell'esecuzione del suo mandato di terrorizzare gli studenti, Manciu ha lavorato conforme agli scopi perseguiti e secondo il piano prestabilito -camminando sulle vie della fatalità. Per enumerare brevemente i fatti avvenuti:

1) L'irruzione della polizia e dell'esercito nell'Università il 10 dicembre 1923. Col pretesto delle dimostrazioni studentesche, lo studente G. Manoliu è stato così malamente percosso dalla polizia che, ammalatosi di itterizia, è morto pochi giorni dopo.

2) I maltrattamenti della stazione. In occasione dell'arrivo del prof. Ion Zelea-Codreanu a Iasi dopo la sua liberazione dal carcere, il prefetto Manciu con la polizia e l'esercito ha aggredito ancora una volta i cittadini e gli studenti che erano andati alla stazione per riceverlo, maltrattandoli e dando loro la caccia per le strade come a dei malfattori.

3) La visita del Principe Carol. In occasione di questa visita Manciu ha provocato della bagarre che ha costretto gli studenti a dolersi con sua Altezza Reale.

4) Lo scandalo del teatro Sidoli. In occasione della venuta a Iasi degli artisti romeni ritirati dall'Opera, gli studenti hanno organizzato loro una dimostrazione di simpatia. Questa manifestazione assolutamente pacifica ha dato modo al prefetto Manciu di provocare gli studenti che sono stati picchiati e dispersi con odiosi maltrattamenti.

[216]

5) Il complotto di via Carol. Nell'orto di via Carol, concesso per cortesia della signora Costanza Ghica, gli studenti hanno seminato a verdure un pezzo di terreno per provvedere al loro mantenimento. Il giorno 31 maggio di quest'anno, quando gli studenti si radunavano al lavoro, è comparso il Prefetto Manciu con tutta la polizia e i gendarmi con le baionette in canna, e gli studenti sono stati arrestati. A Corneliu Zelea-Codreanu è stata tolta la cintura e, legato con essa con le mani alle spalle, egli è stato condotto per le strade insieme con altri 25 studenti e allievi fino al posto di polizia dove tutti sono stati brutalmente percossi.

«Corneliu Zelea-Codreanu, ufficiale della riserva, laureando in legge, è stato colpito sul viso e insultato trivialmente con le ingiurie più degradanti.

«L'allievo Ambrosie, figlio del Maggiore veterano Ambrosie, è stato colpito in viso così da provocargli la rottura del timpano -lesione constatata con certificato medico legale del prof. dott Gh. Bogdan.

«Gli altri studenti universitari e allievi sono stati percossi sulle piante dei piedi con nerbi di bue, tenuti col capo in giù e, perché non potessero gridare, la loro testa è stata immersa in secchi pieni d'acqua.

«I genitori dei ragazzi picchiati -Maggiore Ambrosie, Dimitriu, Butnaru- hanno rivolto un'istanza al Ministero contro il Prefetto Manciu e gli hanno poi intentato un processo, nel corso del quale Manciu ha mantenuto un contegno rivoltante.

«Non soltanto il Prefetto Manciu è stato mantenuto in servizio, ma è stato ricompensato e incoraggiato ad applicare ancora il sistema fatale.

«La stampa ebraica gli tributa giornalmente i più grandi elogi, osannandolo come un salvatore dell'ordine e come un uomo superiore.

«Il governo, che ha come suo rappresentante a Iasi G. G. Mîrzescu, invece di dar corso a quanto ha accertato l'ispettore Vararu, ha decorato Manciu con la corona di Romania e concesso promozioni al personale di cui questi s'è servito per compiere le sue iniquità.

[217]

«Così il Commissario Clos, uno dei più colpevoli, è stato promosso ispettore.

«La Giustizia, che ha come suo ministro lo stesso G. G. Mîrzescu, sostenitore di Manciu, invece di intervenire rapidamente ed energicamente contro gli abusi perpetrati, ha condannato le sue vittime.

«Il giudeame di Iasi soddisfatto ha regalato alla prefettura un'automobile che Manciu ha accettato, con grave scandalo di tutti i Romeni, esasperando così sempre di più il loro risentimento -soprattutto negli studenti, che lo vedono sfidarli dall'automobile degli ebrei, su cui egli si aggira arrogante per le strade.

«Sostenuto e incoraggiato a questo modo, il prefetto Manciu, impulsivo per temperamento, privo di qualsiasi autocontrollo, s'è immaginato d'aver raggiunto l'apogeo della sua gloria mediante l'applicazione del suo sistema.

«Il concatenamento fatale dei fatti ha portato il Prefetto Manciu all'ultimo atto della tragedia.

Corneliu Zelea-Codreanu ha agito per legittima difesa.

La responsabilità della morte del Prefetto Manciu ricade in primo luogo su colui che l'ha messo a capo della polizia e ve l'ha sostenuto: il Ministro della Giustizia G. G. Mîrzescu. La responsabilità è anche della stampa ebraica e di tutti coloro che, congratulandosi con lui, l'hanno spronato e incoraggiato ad applicare il sistema fatale».

 

Lo sciopero della fame

Dieci giorni prima di Natale, Motza, Gîrneatza, Tudose Popescu e Radu Mironovici proclamarono lo sciopero della fame e della sete, essendo stati arrestati ormai da 60 giorni senza avere nessuna colpa. Essi dicevano: o la liberazione, o la morte.

Il tentativo delle autorità di parlare con loro falliva, perché essi s'erano barricati nella loro cella, non lasciandovi più entrare nessuno.

Questi giovani erano già da molto tempo divenuti per tutta la massa studentesca una cosa sacra, un simbolo. Quando fuori si [216] seppe del loro sciopero, tutti compresero la gravita del fatto, conoscendo la loro forza di volontà.

Avrebbero dovuto morire dunque, questi giovani, morire tra le mura di Galata? Gli animi erano tanto agitati a Iasi e a Cluj, che era prevedibile una vendetta in massa sopra coloro che la folla riteneva colpevoli. Non soltanto gli studenti, ma gli uomini anziani e di elevata condizione sociale gridavano a gran voce:

- Se questi ragazzi muoiono tutti là dentro, noi mettiamo mano alle rivoltelle. Il Governo allora cominciò a capire che si trovava di fronte a una determinazione e a una tensione generale: che la nazione cominciava ad avere la sua volontà e la sua dignità.

Mio padre diffuse a Iasi un manifesto dal quale estraggo.

Appello

«Fratelli Romeni,

«Gli studenti Ion I. Motza, Ilie Gîrneatza, Tudose Popescu, e Radu Mironovici, trattenuti da due mesi nella prigione di Galata, hanno deciso martedì, alle ore 1 pomeridiana, lo sciopero della fame e della sete.

«Hanno preso questa grave decisione perché sono innocenti, perché ugualmente innocenti sono rimasti nel carcere di Vacaresti e perché hanno visto che certi uomini politici vogliono con una ingiusta detenzione rovinar loro poco per volta la salute e la vita.

«Questi giovani, il fior fiore dell'avvenire del paese, Dio li ha dotati tra l'altro di una volontà d'acciaio. Perciò la loro decisione di morire di fame e di sete per protestare contro le ingiustizie che si commettono contro di loro e contro la soggezione della nostra stirpe agli ebrei -colla mediazione di certi politicanti- non è uno scherzo, ma una grave risoluzione.

«O liberazione, o morte!

«Fratelli Romeni

«Aspetteremo dunque di vedere fra due o tre giorni passare su quattro feretri i corpi di questi eroi?

«Vecchi è giovani, pensate, in quelle quattro bare non vi sarebbero i corpi di quattro studenti, ma i corpi dei vostri propri figli.

[219]

«È dovere di tutti noi prendere urgenti misure di protesta contro il governo e, con una protesta legale e pacifica ma energica e irriducibile, impedire il misfatto, impedire l'assassinio dei nostri figli».

Durante le feste di Natale, dopo undici giorni di sciopero della fame e della sete, essi furono rilasciati. Erano però così indeboliti che si dovette dalla prigione trasportarli in barella all'ospedale.

Alcuni di loro erano appena da qualche mese -e Motza soltanto da un mese- usciti da una dura prigionia, e dopo un anno di carcere ininterrotto, cosicché le loro forze erano esaurite. Le conseguenze di quello sciopero si fanno sentire per alcuni di loro anche oggi, dopo dieci anni e il povero Tudose le ha portate con sé nella tomba.

 

Solo a Galata

Nella cella umida e oscura, seduto sul margine duro del letto, con le braccia conserte e il capo piegato sotto il peso dei pensieri lasciavo passare il tempo un minuto dopo l'altro.

È spaventosa la solitudine!

Mi tormentavano i versi:

Gaudeamus igitur
Juvenes dum sumus.

Versi che hanno riscaldato, rallegrato, incoronato col serto della gioia la giovinezza di tutte le generazioni di studenti.

È un diritto dei giovani quello di essere allegri, di divertirsi prima che arrivi l'età in cui la vita umana, per effetto delle difficoltà e delle preoccupazioni sempre più numerose e gravi, diventa un peso opprimente.

A me non è stato concesso questo diritto. Non avevo avuto tempo di divertirmi. La vita universitaria, durante la quale tutti si divertono e cantano, era finita per me.

Nemmeno sapevo quando fosse trascorsa. Sulla mia giovinezza avevano prima del tempo gravato preoccupazioni, difficoltà e colpi che me l'avevano distrutta. Quello che m'era rimasto ancora, me lo logoravano quelle quattro pareti tristi e fredde. Ora [220] mi avevano tolto anche il sole: da tante settimane stavo in questa oscurità e non potevo godere la luce che un'ora al giorno.

Avevo le ginocchia sempre gelate, sentivo il freddo del cemento salirmi su per le ossa.

Le ore passavano penosamente, tanto penosamente! A mezzogiorno e alla sera mangiavo qualche boccone, di più non potevo. La notte cominciava il vero tormento: non riuscivo ad addormentarmi che verso le 2 o le 3. Fuori infuriavano la neve e il vento; lì, sulla cima del colle, la tormenta era più forte. Dalle fessure dell'uscio il vento spingeva dentro la neve che diventava più spessa, occupando un quarto della superficie della cella: la mattina ne trovavo sempre uno strato d'un certo spessore. Il silenzio opprimente della notte era interrotto solo dal grido delle civette, annidate sulle torri della Chiesa e, di tanto in tanto, dalla voce delle sentinelle che ci custodivano, -le quali gridavano a squarciagola:

- Numero uno! - Bene!

- Numero due! - Bene!

Stavo così in balia dell'incertezza tormentosa: un mese? due? Un anno? due? Quanto? Una vita? Tutta la vita che ancora mi restava?

Sì: il mandato d'arresto mi preannunziava i lavori forzati a vita.

Si sarebbe celebrato il processo? Certamente: ma sarebbe stato un processo difficile! Contro di me si erano coalizzate tre forze.

Il governo, che avrebbe cercato con la mia punizione di dare un esempio, tanto più che questo era il primo caso in Romania in cui uno si fosse messo con la rivoltella in pugno di fronte allo sbirro che calpestava la sua dignità, offendeva il suo onore e, in nome del principio dell'autorità dello Stato, gli tormentava le carni.

La potenza ebraica nel paese, che avrebbe fatto il possibile perché io non le sfuggissi di mano.

La potenza ebraica all'estero coi suoi denari, coi suoi prestiti, con le sue pressioni.

Tutte e tre queste forze erano interessate a far sì che io non uscissi più di prigione. Contro di loro si levava la massa studentesca e il movimento nazionale romeno. Chi avrebbe vinto?

[221]

Mi rendevo conto che il mio processo era più che altro un processo di forze Per quanta ragione avessi potuto avere, se le forze avverse fossero state di un'oncia sola più forti delle nostre, non avrebbero esitato nemmeno un momento ad annientarmi.

Da tanti anni aspettavano di prendermi, dal momento che io mi ero posto in mezzo a tutti i loro piani e certo avrebbero fatto di tutto perché non sfuggissi loro.

A casa mia madre, apprendendo di anno in anno tante notizie dolorose per lei, con la casa invasa di notte e perquisita da commissari brutali, riceveva un colpo dopo l'altro nel cuore.

Pensando alla mia sorte così triste, la madre mi aveva mandato l'inno «Acatisto» della Madre del Signore6, esortandomi a leggerlo a mezzanotte per 42 notti di fila.

Così feci regolarmente e a misura che aumentava il numero delle notti, pareva che anche i nostri aumentassero di forze, che gli avversari si ritirassero e i pericoli scomparissero.

 

Il trasferimento del processo a Focsani

In gennaio seppi che il processo era stato trasferito d'ufficio a Focsani.

Focsani era la più potente cittadella liberale del paese. C'erano tre ministri di Focsani al Governo: il Generale Vaitoianu, N. Saveanu e Chirculescu. Era il solo luogo ove il movimento nazionale non avesse attecchito. I nostri tentativi di fare qualcosa erano sempre falliti: là non avevamo nessuno. C'era solo la signora Titza Pavelescu, una vecchia nazionalista, col suo giornale Santinela7, che seminava nel deserto. Questo trasferimento aveva molto preoccupato gli studenti di Iasi.

Squadre innumerevoli, alla partenza d'ogni treno, aspettavano nelle stazioni vicine a Iasi per accompagnarmi fino a Focsani, perché era corsa voce che i miei guardiani avrebbero cercato di [222] spararmi addosso in questa occasione, col pretesto ch'io volessi sfuggire alla scorta.

Dopo quasi due settimane d'attesa, una sera venne Botez, il capo della Sicurezza, assieme ad alcuni agenti e mi portarono via. Partii in un'automobile scortata da un'altra; mi fecero uscire da Iasi dalla barriera Pacurari e mi trasportarono alla stazione di Cucuteni.

Là trovai una squadra di studenti e col treno che arrivava ne giunse un'altra; ma non potei parlare con nessuno di loro. Mentre la polizia mi faceva salire nel vagone carcerario, essi mi fecero dimostrazione di simpatia. Viaggiammo in treno quasi tutta la notte. M'avvicinavo a Focsani con la sicurezza della condanna.

Alla stazione m'aspettavano la polizia e il direttore della prigione per accompagnarmi in carcere.

Dapprima dovetti subire un regime più severo che a Iasi. Il prefetto della Provincia, Gavrilescu, che pareva un uomo d'animo cattivo, voleva impormi senza averne alcun diritto -poiché un prefetto non ha il potere di intromettersi nel regime d'una prigione- un regime molto più aspro. Egli venne anche nella mia cella dove avemmo una discussione non esattamente piacevole.

Il miracolo, ch'io non m'aspettavo e che soprattutto non si aspettavano quelli che mi avevano portato là, fu che il terzo giorno dopo il mio arrivo l'intera popolazione, senza differenza di partito politico, e nonostante tutti i tentativi delle autorità di rendermela ostile, era passata spontaneamente dalla mia parte.

Gli uomini politici liberali furono abbandonati non solo dai loro partigiani, ma anche dai membri della loro famiglia. Così, per esempio, le signorine Chirculescu, allieve del corso superiore di liceo, mi mandarono da mangiare e mi cucirono, insieme con le altre ragazze, una camicia nazionale. Venni a sapere che rifiutavano persino di stare a tavola col padre.

Conobbi allora il Generale Macridescu, la più venerabile figura di Focsani, Hristache Solomon, proprietario non molto ricco, ma uomo dotato di grande autorità morale, di fronte al quale si levavano il cappello anche i nemici, il sig. Georgica Niculescu, il Colonnello Blezu, Il quale per mezzo della sua bambina, Fluturas, mi mandava da mangiare; Vasilache, Stefan e Nicusor Graur; le famiglie Olteanu, Ciudin, Montanu, Son, quelle del Maggiore [223] Cristopol, Caras, Guritza, Stefaniu, Nicolau, Tudoroncescu, ecc. Tutti costoro e altri ebbero per me cure più che paterne.

Tuttavia la mia salute non era delle migliori. Mi dolevano le reni, il petto e le ginocchia.

Il processo venne fissato per il 14 marzo 1925.

In vista di esso in tutti i centri universitari e persino nelle altre città cominciarono a stamparsi migliaia di manifesti: decine di migliaia ne diffuse da Cluj il Capitano Beleutza. La sua casa, aperta giorno e notte ai militanti nazionalisti, s'era trasformata in un vero quartier generale. A Orastie, dal Prete Motza, s'erano stampati migliaia e migliaia di opuscoli, con poesie popolari e centinaia di migliaia di manifesti; e i camerati avevano stampato alcune lettere che avevo scritte dalla prigione di Vacaresti. Queste apparvero raccolte in un opuscolo col titolo Lettere studentesche dalla prigione.

Il Governo pubblicò manifesti contrari e opuscoli, diffondendoli in gran quantità, ma questi non ottennero alcun effetto contro la marea del movimento nazionale che s'alzava imponente e irresistibile. Due giorni prima della data del processo, cominciarono ad arrivare centinaia d'uomini da tutto il paese e studenti da tutte le università. Soltanto da Iasi ne giunsero oltre trecento occupando un treno intero.

Le autorità mi portarono in carrozza al Teatro Nazionale, ove doveva svolgersi il processo. Per ordine superiore, però, questo fu rinviato dopo che i giurati erano stati estratti a sorte e io venni ricondotto in prigione. Fuori però quel rinvio ingiustificato produsse un'indignazione generale che si tradusse in un'enorme manifestazione di piazza, durata tutto il pomeriggio fino a tarda notte.

I tentativi fatti dalla truppa per calmare gli animi riuscivano vani. La manifestazione era diretta contro gli ebrei e contro il governo. Gli ebrei allora si resero conto che tutte le loro pressioni in questo processo si sarebbero ritorte contro di loro. La manifestazione ebbe un'importanza straordinaria per le sorti del processo: eliminò dalla lotta il giudeame, il quale, comprendendo che una condanna avrebbe potuto determinare conseguenze disastrose per esso, se anche non si ritirò del tutto, certo esercitò una pressione molto meno intensa sulle autorità.

[224]

Mi fu suggerito di chiedere che nel frattempo mi mettessero in libertà, ed ebbi assicurazione che sarei stato rilasciato: rifiutai.

Giunsero le feste di Pasqua. Festeggiai la Resurrezione solo, nella mia cella, e quando le campane cominciarono a suonare da tutte le chiese, mi misi in ginocchio e pregai per me, per la mia fidanzata, per mia madre e per quelli di casa, per le anime dei morti e per coloro che lottavano fuori -che Dio li benedicesse, desse loro la forza e li rendesse vittoriosi contro i nemici.

 

A Turnul-Severin

Una notte, verso le due, mi svegliai mentre qualcuno cercava d'aprire il lucchetto. Erano venuti a prendermi perché inaspettatamente il mio processo era stato trasferito, per intervento del governo, a Turnul-Severin, all'altro capo della Romania.

Raccolsi in fretta le poche cose che avevo, poi, circondato dalle guardie, fui fatto salire in una carrozza e trasportato fuori della città di Focsani, vicino a una linea ferroviaria. Poco dopo, davanti a noi si fermava un treno ed io venivo fatto salire sul vagone carcerario. Così lasciavo quella città che a un dato momento aveva saputo sollevarsi fieramente contro le gigantesche pressioni che si esercitavano e i cui uomini avevano spezzato ogni legame, non solo coi partiti, ma persino con le famiglie, per fondersi in una superba, incrollabile unità spirituale.

Durante il viaggio pensavo: che gente ci sarà mai a Turnul-Severin? Non vi ero mai stato e non vi conoscevo nessuno.

Alle stazioni sentivo la gente parlare, ridere, scendere e salire, ma non potevo vedere niente perché il mio vagone non aveva vetri. Due centimetri di parete mi dividevano da tutto il resto del mondo, dalla libertà. Forse, tra quelli che passavano per quelle stazioni c'erano molti conoscenti o amici miei; ma essi non sapevano che io fossi lì.

Ognuno aveva una sua meta, io solo non sapevo dove andassi. Tutti camminavano svelti, agili, mentre io portavo sull'anima, più greve d'una macina di mulino, il peso dell'immensa incognita che mi si parava dinnanzi: sarei stato condannato a vita? A una pena minore? Sarei uscito dalle orrende mura nere della prigione, o la mia sorte sarebbe stata quella di morirvi dentro?

[225]

Mi rendevo conto che il processo non era più un problema di giustizia: era un problema di forze in cui avrebbe avuto ragione la forza maggiore. Sarebbe stata più forte la nostra corrente o la pressione giudeo-governativa? Ma non era possibile: il più forte doveva essere quello che aveva ragione e che quindi avrebbe fatto prevalere anche con la forza la sua ragione.

E più il treno andava, più mi sentivo l'anima stretta dal dolore; l'anima che mi pareva legata a ogni pietra della Moldavia, e in cui qualcosa sembrava spezzarsi di mano in mano che me ne allontanavo.

Così viaggiai tutto il giorno, solo, chiuso in un vagone. Verso sera giungemmo in una stazione, credo Balota. Un ufficiale dei gendarmi entrò accompagnato dagli agenti e m'invitò a scendere; poi mi portarono dietro la stazione, mi fecero salire su un'automobile e partirono con me. Mi parvero persone molto corrette; cercarono di attaccare discorso, di scherzare, ma, trascinato dai miei pensieri affannosi, io non mi sentivo di parlare. Rispondevo garbatamente ma con poche parole.

Entrammo in Turnul-Severin, traversammo alcune strade e fu una vera gioia per l'anima mia vedere la gente che passeggiava.

Giunti alla porta della prigione, ancora una volta si aprirono le porte per richiudersi dietro di me.

Il direttore ed i funzionari mi ricevettero come un'ospite di riguardo e mi assegnarono una buona camera, non col pavimento di cemento, ma di legno. Anche qui i detenuti, come nelle altre prigioni, mi si avvicinarono con affetto e io li aiutai in seguito nella loro indicibile miseria materiale e morale.

Il giorno dopo uscii in cortile. C'era un posto dal quale si scorgeva la strada; verso le 12, vidi affollarsi davanti alla prigione oltre 200 bambini, tra i sei e i sette anni, che, quando mi videro passare, cominciarono a farmi segno con le manine, gli uni agitando i fazzoletti e gli altri i berretti. Erano bambini delle scuole elementari, i quali, avendo saputo che ero arrivato a Turnul-Severin e che mi trovavo in prigione, attendevano che io passassi per alzare le mani e manifestarmi la loro simpatia.

Fui portato in Tribunale, dove il Presidente Varlam, uomo di grande bontà, si comportò molto bene con me. Meno bene il [226] Procuratore Constantinescu, del quale la gente diceva che si sarebbe assunto, insieme col Prefetto Marius Vorvoreanu, la responsabilità della condanna. Io però non lo credevo.

Dapprima si comportarono severamente e dietro tale severità scorgevo un po' di cattiveria. Ma poco a poco cedettero all'ondata dell'opinione pubblica, dell'entusiasmo che dilagava dai bambini sino ai vecchi della città.

Ormai tutti sentivano romenamente e vedevano nella nostra lotta una lotta santa per l'avvenire del paese. Conoscevano le mie disgrazie e consideravano il mio gesto come la rivolta del sentimento della dignità umana, gesto che ogni essere libero avrebbe compiuto.

Gli uomini della terra di Iancu Jianu e del Principe Tudor, le cui pistole s'erano puntate in difesa della stirpe e della dignità contro l'umiliazione secolare, compresero facilmente quello che era avvenuto a Iasi.

Nessuna argomentazione poté più smuoverli; i procuratori e i prefetti strillavano invano: in prigione fui circondato dall'affetto e dalle cure di tutte le famiglie della città, perfino di quelle che rivestivano incarichi pubblici, come la famiglia del Sindaco Corneliu Radulescu, per la quale serbo viva ammirazione. Ma specialmente fui circondato in modo particolare, come in nessun'altra parte, dall'amore dei bambini e dalla loro comprensione per le mie sofferenze. Furono essi a fare la prima manifestazione per me a Turnul-Severin. Mi ricordo con tenerezza che i bimbi dei sobborghi -che appena si reggevano in piedi- vedendo i più grandicelli radunarsi regolarmente in gran numero davanti alla prigione tenendosi per mano, cominciavano a venire anche loro ogni giorno. All'ora fissata li vedevo accorrere da tutte le parti, come per un programma stabilito.

Silenziosi e tranquilli, non giocavano, non cantavano, guardavano soltanto, aspettavano di vedermi passare davanti a un'apertura per farmi dei segni con le mani; poi tornavano a casa. Comprendevano che c'era qualcosa di triste in quella prigione e l'innato buon senso diceva loro che quello non era posto per ridere. Un giorno i gendarmi li cacciarono via e dopo non li vidi più. Erano state messe delle sentinelle per impedire che venissero ancora.

[227]

Il processo

Il processo venne fissato per il 20 maggio. Il Presidente del Tribunale ricevette 19.300 iscrizioni di difensori da tutto il paese. Due giorni prima incominciarono ad arrivare treni pieni di studenti. Da Iasi ne vennero 300, e in gran numero ne arrivarono anche da Bucarest, da Cluj, da Cernautzi. C'era anche una delegazione di Focsani, guidata dall'ex primo giurato del 14 marzo, Mihail Caras, che ora s'era iscritto come difensore a nome dei giurati di Focsani. Il dibattimento si aprì nella sala del Teatro Nazionale, sotto la presidenza del Consigliere Varlam.

Sul banco degli imputati, al mio fianco, sedevano Motza, Tudose Popescu, Gîrneatza, Corneliu Georgescu, Radu Mironovici. Sul banco della difesa il prof. Cuza, il prof. Gavanescul, Paul Iliescu, il prof. Sumuleanu, Em. Vasiliu Cluj, Nicusur Graur, il foro di Turnul-Severin al completo, ecc.

La sala era gremita, e fuori, intorno al teatro, aspettavano oltre 10.000 persone.

Si estrassero a sorte i giurati e uscirono: N. Palea, G. N. Grigorescu, J. Caluda, J. Preoteasa, G. N. Grecescu, D. I. Bora, V. B. Jujescu, C. Vargatu, C. Surdulescu, Adolf Petayn, P. I. Zaharia, G. H. Boiangiu, I. Munteanu e G. N. Ispas. Dopo aver prestato giuramento, si sedettero gravi al loro posto.

Fu data lettura dell'atto di accusa, poi seguirono gli interrogatori. Io raccontai come si erano svolti i fatti.

Gli altri cinque risposero pure all'interrogatorio dicendo la verità: che non erano stati immischiati in nessun modo ai fatti che si stavano esaminando.

I testimoni d'accusa erano un ebreo e i poliziotti di Iasi. In dibattimento negarono tutto. Non era vero niente: le percosse, le torture erano pura invenzione. Negarono perfino i certificati medici rilasciati da! prof. Bogdan, medico legale.

Quel contegno, dopo che essi avevano giurato sulla croce di dire la verità e soltanto la verità, provocò l'indignazione di tutto il pubblico.

Uno dei testimoni, il Commissario Vasiliu Spanchiu, che vedevo ora trasformato nella più mite creatura, non aveva visto e [228] non aveva fatto niente. Alzandomi, col permesso del Presidente, lo interrogai, con voce forte e sdegnata:

- Non è stato lei a darmi un pugno in faccia nell'orto della signora Ghica?

- Non sono stato io.

- Non è lei quello che metteva gli studenti con la testa dentro il secchio d'acqua, quando, sospesi a capo in giù, venivano battuti sulle piante dei piedi?

- Non ero nemmeno presente: ero in città.

Dal suo viso, dai suoi gesti, da tutto il suo contegno, si vedeva che mentiva. La folla nella sala fremeva d'indignazione; ad un tratto, come per esprimere questa indignazione collettiva, un signore si scagliò in mezzo alla folla, afferrò il commissario, e lo portò fuori dalla sala, tenendolo sollevato.

Era il sig. Tilica Ioanid. Lo sentimmo spingere giù per le scale il commissario urlando:

- Canaglia, via di qui, o non garantiamo della tua vita!

Poi indirizzandosi a tutti i commissari di Iasi:

- Avete torturato in modo barbaro con le vostre mani questi ragazzi. Se aveste fatto una cosa simile a Turnul-Severin, sareste stati macellati per la strada dalla gente. La vostra presenza qui insudicia questa città, partite col primo treno, altrimenti guai a voi!

Questo gesto, d'altra parte, fu molto efficace: i nervi erano tesi ed esso produsse un senso di sollievo in tutta la sala.

Gli aguzzini erano confusi, salutavano fino a terra, mendicando l'attenzione anche del più umile tra quelli che portavano il nastro tricolore.

- Come se noi non fossimo buoni romeni! Ma che cosa dovevamo fare? Ubbidivamo agli ordini.

- No! Canaglie! Non avete avuto anima di padre e di romeno. Non avete avuto onore d'uomini. Non avete avuto rispetto per la legge. Avete ricevuto un ordine? No! Avete avuto anime di treditori. -Così rispondeva loro la gente per la strada.

Seguì, protraendosi per circa due giorni, l'interrogatorio dei testimoni della difesa, tra i quali il vecchio prof. Ion Gavanescul, dell'Università di Iasi, maltrattato anche lui dal Prefetto Manciu in occasione del congresso dei professori universitari, di cui era [229] presidente, e gli ufficiali, ex comandanti e professori miei al Liceo Militare e alla Scuola di Fanteria.

Vennero a turno i ragazzi torturati e i loro genitori a rievocare dinanzi ai giudici -quasi piangendo- le scene di dolore e di umiliazione cui avevano partecipato.

La parte civile era rappresentata dal sig. Costa-Foru, capo d'una loggia massonica della capitale.

I difensori parlarono nell'ordine seguente: Paul Iliescu, Tache Policrat, Valer Roman, Valer Pop, Sandu Bacaloglu, Em. Vasiliescu Cluj, Cananau, Donca Manea, Mitulescu, Virgil Neta, Neagu, Negrilesti, Henrieta Gavrilescu, Prol. Dott Sumuleanu, prof. Ion Gavanescul, prof. A. C. Cuza.

Seguì una serie di brevi dichiarazioni, fatte dai signori Mihail Caras, Colonnello Vasilescu Lascar, dal vecchio prete Dumitrescu di Bucarest, dal Colonnello Catuneanu, dallo studente Ion Sava a nome degli studenti di Iasi, dal dottor Istrate a nome degli studenti di Cluj, dallo studente I. Rob per gli studenti di Cernautzi, da Dragos a nome degli studenti della capitale, dallo studente Camenitza per Turnul-Severin, da Ion Blanaru per gli studenti di Falciu, dal comandante Manolescu, da Alexandru Ventonic pei mercanti cristiani di Iasi, da Costica Ungureanu, da Petru Vasiliu, da Grecea, dal Capitano invalido Peteu-PIoesti, da M. Negru-Chisinau.

L'ultima parola l'ebbi io; dissi:

- Signori giurati, noi abbiamo lottato e tutto quello che abbiamo fatto, l'abbiamo fatto solo mossi dalla fede e dall'amore per la nostra terra. Ci impegniamo a lottare sino in fondo. Questa è la mia ultima parola!

Era il pomeriggio del sesto giorno del processo, il 26 Maggio 1925.

Fummo introdotti tutti e sei in una stanza. Aspettavamo il risultato fiduciosi, ma tuttavia con emozione. Dopo alcuni minuti, sentimmo nella grande sala applausi fragorosi, grida, evviva; gli usci si spalancarono e la folla ci trascinò nella sala del dibattimento. Il pubblico, quando comparimmo portati sulle spalle, si alzò in piedi, gridando e sventolando fazzoletti.

Il presidente Varlam era preso anche lui dall'onda d'entusiasmo alla quale non aveva potuto resistere. I giurati erano al [230] loro posto, e avevano tutti sul petto un nastro tricolore con svastica.

Mi venne letto il verdetto d'assoluzione, dopo di che fui sollevato a braccia e portato fuori -dove si trovavano oltre diecimila persone. Si formò un corteo e fummo portati in trionfo per le strade, mentre la gente dai marciapiedi gettava fiori. Fui condotto sul balcone del sig. Tilica Ioanid, da dove con poche parole ringraziai tutti i Romeni di Turnul-Severin per il grande affetto dimostratomi in occasione di questo processo.

 

Verso Iasi

Dopo aver ringraziato con alcune visite gli abitanti della città per il loro comportamento verso di me, partii il giorno seguente per Iasi con un treno speciale.

Alla stazione c'erano migliaia di persone con fiori, venute ad accompagnarci e ad ornarci i vagoni. Il treno speciale non era per me: era per quelli di Iasi, più di 300 venuti per il processo, e vi si erano aggiunti i vagoni di quelli di Focsani, di Bîrlad, e di Vaslui.

Partimmo; dietro di noi rimase la folla sventolando i fazzoletti e manifestando il suo affetto ed il suo desiderio di lotta con evviva che salivano al cielo. Stando al finestrino guardavo indietro quella grande massa di gente di cui prima non conoscevo nessuno e che ora si separava da noi con le lagrime agli occhi, come se ci fossimo conosciuti da decine di anni. Recitai mentalmente una preghiera ringraziando Dio per la vittoria che ci aveva concessa.

Solo allora, passando di vagone in vagone, potei rivedere i camerati di Iasi e parlare con ciascuno in particolare. Ci rallegrammo a vicenda che Dio ci avesse fatti vincere e ci avesse salvati dal pericolo dal quale i nostri nemici non credevano che potessimo scampare.

In uno scompartimento c'erano il prof. Cuza e il prof. Sumuleanu con la moglie; erano lieti, circondati dal nostro affetto. Tutti gli scompartimenti erano ornati di fiori e di verde, molto più che alla stazione. Dopo Turnul-Severin, nuovi fasci di fiori ci erano stati portati senza che ce l'aspettassimo dai contadini [231] venuti coi loro preti, coi maestri e coi bambini delle scuole, tutti vestiti del costume nazionale.

A tutte le stazioni, una folla attendeva l'arrivo del treno. Non era un freddo ricevimento ufficiale: la gente non era stata radunata né dal dovere né dalla paura, né dall'interesse. Tra la folla vidi dei vecchi che piangevano: perché mai? Essi non conoscevano nessuno di noi. Era come se una voce sconosciuta li avesse spinti cola sussurrando misteriosamente: - Venite alla stazione, perché fra tutti i treni che passano ce n'é uno che cammina oggi sulla linea del destino romeno. Tutti gli altri vanno per l'interesse di coloro che vi sono sopra, questo va nella direzione della stirpe, per la stirpe.

Le folle hanno talvolta di questi contatti con l'anima della stirpe: un attimo di visione. Le folle vedono la stirpe, con tutti i suoi morti, con tutto il suo passato; sentono i suoi attimi di grandezza come anche quelli di abbattimento; sentono lievitare l'avvenire. Questo contatto con la stirpe è pieno di trepidazione e di entusiasmo. Allora le folle piangono.

Questa dev'essere la mistica nazionale, che gli uni criticano perché non sanno che cos'è e che gli altri non possono definire, perché non la possono vivere.

Se la mistica cristiana col suo fine, l'estasi, è il contatto dell'uomo con Dio, per mezzo di un «salto dalla natura umana nella natura divina» (Crainic), la mistica nazionale non è altro che il contatto dell'uomo o delle folle con l'anima della loro stirpe. Non con la mente, perché questo qualunque storico lo può fare, ma vivendo con l'anima loro.

Quando il treno, addobbato con bandiere e fiori, entrò a Craiova, sotto la tettoia della stazione erano più di diecimila persone che ci sollevarono e ci trasportarono fuori, dove qualcuno ci diede il benvenuto augurandoci la vittoria. Parlo il prof. Cuza e dissi anch'io alcune parole.

Allo stesso modo fummo ricevuti in tutte le stazioni grandi e piccole, ma specialmente a Piatra-Olt, Slatina e Pitesti. Nella maggior parte di queste località situate lungo la linea ferroviaria non esistevano organizzazioni nazionaliste, nessuno aveva affisso manifesti per invitare la gente alle stazioni e tuttavia queste erano gremite.

[232]

A Bucarest arrivammo alle otto di sera. Sollevato a braccia, fui portato fuori dalla stazione. Di là un mare di teste si prolungava per Calea Grivitzei fin oltre il Politecnico. Credo ci fossero più di 50.000 persone prese da un entusiasmo cui niente poteva opporsi. Parlò il prof. Cuza e parlai anch'io.

Tutto il paese era attraversato da una corrente nazionalista così forte che essa avrebbe potuto portare la L. A. N. C. al governo del paese.

Trascorsero in quei giorni inutilizzati i momenti politicamente più favorevoli a questo movimento -momenti che esso non avrebbe mai più incontrato.

Il prof. Cuza non seppe valorizzare uno di quei momenti tattici così raramente incontrati dai movimenti politici.

Per ogni osservatore obiettivo, conoscitore delle lotte politiche, la sorte della L. A. N. C. fu suggellata da quel momento.

Partimmo. Tutta la notte la folla accorse alla stazione per salutarci; a Focsani c'erano più di mille persone alle tre di notte, che aspettavano dal tardo pomeriggio -dalle quattro- e volevano trattenerci con loro almeno un giorno. Ma noi intendevamo proseguire. Salì sul treno una delegazione formata da Hristache Solomon, Aristotel Gheorghiu, Georgica Nicolescu e altri.

Mi dissero:

- Se non abbiamo avuto la gioia che il processo si svolgesse qui, celebra a Focsani le tue nozze. Vieni la mattina del 14 giugno: troverai tutto pronto.

La delegazione scese a Marasesti, dopo aver ricevuto la promessa che il 14 giugno sarei stato a Focsani.

La mattina, indicibilmente stanco, arrivai a Iasi; studenti e cittadini erano alla stazione: ci sollevarono a braccia e ci portarono, attraverso la città, sino all'Università. Attorno a questa erano stati posti cordoni di gendarmi, ma la folla li ruppe e penetrò all'interno trasportandoci -sempre a braccia- nell'Aula Magna. Qui parlò il prof. Cuza; poi la folla si disperse in ordine e andammo ognuno a casa nostra. Rividi con commozione la casetta di Via dei Fiori, dalla quale m'ero allontanato otto mesi prima. Il giorno dopo partii per Husi, dove la madre m'aspettava, piangendo sulla soglia di casa, e dove, alcuni giorni dopo, celebrai in Municipio il mio matrimonio civile.

1- Fratellanza di Croce. torna ^

2- Vecchio. torna ^

3- Il sottotenente della riserva Manciu fa parte del l0° reg.to Cacciatori e in caso di mobilitazione rimane al sicuro all'officina riparazioni del III Corpo d'Armata (n.d.r.). torna ^

4- Lo zoppo. torna ^

5- La parola di Iasi. torna ^

6- Inno liturgico bizantino che si canta stando in piedi (akàthistos = non seduto) nei venerdì di quaresima: celebra il mistero dell'Incarnazione mettendo in risalto l'opera di Maria. torna ^

7- La Sentinella. torna ^

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