[85]
Ero ancora a Jena quando, un bel giorno, fui sorpreso dalla notizia che tutti gli studenti romeni di tutte le università, erano insorti. Questa manifestazione collettiva della gioventù romena, non sospettata da nessuno, fu un'esplosione vulcanica, sorta dalla profondità della nazione. Essa si manifestò prima a Cluj, nel cuore di quella Transilvania che ha preso posizione ogniqualvolta la stirpe s'è trovata in pericolo, per prorompere violenta e quasi simultanea in tutti gli altri centri universitari.
Infatti, il 3-4 dicembre a Bucarest, a Iasi, a Cernautzi, si svolsero grandi manifestazioni di piazza. L'intera classe studentesca romena era in piedi, come in un'ora di grandi responsabilità. Per la millesima volta questa razza contadina, tante volte minacciata nel decorso dei secoli, gettava via la sua giovinezza di fronte al pericolo, per salvare la propria esistenza. Fu un grande momento d'esaltazione collettiva, senza preparazione preliminare, senza discussioni pro e contro, senza decisioni prese in comune, senza che quelli di Cluj almeno conoscessero quelli di Iasi, di Cernautzi, di Bucarest. Fu un grande momento d'illuminazione collettiva come la luce di un fulmine nel mezzo di una notte oscura, nella quale una gioventù intera scorge la direzione della sua vita e della sua stirpe.
Questa linea passa luminosa lungo l'intera nostra storia nazionale e continua virtualmente lungo il nostro avvenire romena indicando la via della vita e dell'onore che dovremo percorrere noi e i nostri discendenti, se vogliamo mantenere la vita e l'onore per la nostra stirpe.
Le generazioni possono collocarsi su questa linea, possono avvicinarsi o allontanarsi da essa, con la possibilità quindi di [86] offrire per la stirpe dal massimo di vita e di onore al massimo di disonore e di vergogna.
Qualche volta su questa linea si ergono soltanto individui isolati, abbandonati dalle loro generazioni. In quel momento essi sono la stirpe. Essi parlano in suo nome. Con loro stanno i milioni di morti e di martiri del passato e la vita avvenire della stirpe.
Qui non interessa la maggioranza, conti essa pure il 99% con le sue opinioni.
Non le opinioni della maggioranza determinano questa linea di vita della stirpe. Esse, le maggioranze, possono soltanto avvicinarsi o allontanarsi da essa, secondo il loro stato di coscienza e di virtù, o d'incoscienza e di decadenza.
La nostra stirpe non è vissuta grazie ai milioni di schiavi che hanno piegato il collo al giogo degli stranicri, ma grazie a Horia ad Avram Iancu, a Tudor, a Iancu Jianu, a tutti gli «Haiduci» che davanti al giogo straniero non si sono sottomessi, ma si sono posti il fucile a tracolla, e sono saliti per i sentieri dei monti, portando con loro l'onore e la scintilla della libertà. Attraverso loro ha parlato la nostra stirpe, non attraverso le maggioranze «vili e assennate».
Essi vincono e muoiono: indifferentemente. Perché quando muoiono la stirpe intera vive della loro morte e si onora dell'onore loro. Essi brillano nella storia come immagini d'oro che, poste sulle vette, sono battute al crepuscolo dalla luce del sole, mentre sulle basse pianure, per grandi e numerose che siano, si stende l'oscurità dell'oblio e della morte. Appartiene alla storia nazionale non chi vivrà o vincerà -sacrificando la linea della vita della stirpe- ma quello che, indifferente alla vittoria o alla sconfitta, si manterrà su questa linea.
Essa e predeterminata dalla saggezza di Dio: essa è stata scorta, nel giorno del 10 dicembre, dagli studenti romeni. E in questo risiede il valore della giornata: un'intera gioventù romena ha visto la luce.
Il 10 dicembre i delegati di tutti i centri si riunirono a Bucarest, fissarono in dieci punti quello che ritenevano formasse l'essenza del loro movimento e proclamarono lo sciopero generale in tutte le Università, chiedendo la realizzazione di questi [87] punti. Non fu grande il 10 dicembre per il valore delle formulazioni che vennero indicate allora, nei limiti di ciò che poterono esprimere i delegati sull'essenza della verità che tormentava l'animo intero della gioventù romena. Fu grande per il miracolo del risveglio di questa gioventù alla luce che la sua anima vide. Fu importante come giorno di decisione, di decisione all'azione, alla dichiarazione di quella guerra santa che avrebbe richiesto alla giovinezza romena tanta forza d'animo, tanto eroismo, tanta maturità, tanti sacrifici conosciuti ed ignorati, tante tombe! Il 10 dicembre 1922 chiamò la giovinezza di questa terra a una grande prova.
Né quelli di Bucarest né io che ero lontano e nemmeno gli altri -i quali forse erano ragazzi di liceo, ma che oggi languono in prigioni profonde o dormono sotto terra- credemmo che quel giorno ci avrebbe portati attraverso tanti pericoli e ci avrebbe procurati tanti colpi e tante ferite nelle lotte per la difesa della nostra terra.
A Bucarest, Cluj, Iasi e Cernautzi, esplosioni formidabili delle masse studentesche che, guidate solo dal loro potere d'intuizione -insisto: non da capi- si muovevano verso il nemico. Esse bollavano in primo luogo la stampa ebraica -Adevarul, Dimineatza, Mîntuirea1, Opinia, Lumea- focolai d'infezione morale, d'avvelenamento e di traviamento dei romeni.
Non lottavano tanto per distruggerli quanto per indicare al popolo romeno il pericolo della prima linea nemica davanti alla quale esso avrebbe dovuto stare in guardia. La manifestazione contro la stampa significava dichiararla nemica degli interessi nazionali, e con ciò richiamare l'attenzione dei romeni perché non si lasciassero trarre in errore, accecare o guidare dalla stampa diretta da ebrei o da romeni giudaizzati.
Questa stampa attacca l'idea religiosa dei romeni, indebolendone così da resistenza morale e spezzandone il contatto con Dio.
Questa stampa dissemina teorie antinazionali, indebolendo la fede nella nazione e sradicando i romeni dalla terra, dall'amore per questa terra che in tutti i tempi è stato lo sprone alla lotta e al sacrificio.
[88]
Questa stampa presenta in modo distorto i nostri interessi romeni, disorientando e indirizzando i romeni verso posizioni opposte agli interessi nazionali.
Questa stampa innalza le mediocrità e gli uomini suscettibili di essere corrotti, perché lo straniero possa soddisfare i propri interessi, e sminuisce i valori morali di chi non si presterà mai a servire il giudaismo e i suoi interessi.
Questa stampa avvelena l'anima della stirpe, dando quotidianamente e sistematicamente pubblicità ai delitti sensazionali, alle relazioni immorali, agli aborti, alle sventure.
Questa stampa uccide la verità e serve la menzogna con perseveranza diabolica, adopera la calunnia come arma di distruzione dei combattenti romeni.
Per questo un romeno deve stare attento quando legge un giornale ebraico, rimanendo in guardia di fronte ad ogni parola che non è gettata a caso e cercando di decifrare il piano giudaico per il quale è stata scritta.
Sopra tali questioni il movimento studentesco voleva attrarre l'attenzione di tutti i romeni, allorché si volgeva contro le redazioni ebraiche, dichiarandole nemiche del popolo romeno.
Ho insistito sulla circostanza che le formidabili esplosioni delle masse studentesche erano guidate dal loro potere d'intuizione e non da capi. Perché è facile che uno diriga alcuni individui verso la casa di qualcuno, per fargli una dimostrazione ostile. Quando però le grandi moltitudini, per suggerimento del loro istinto, si dimostrano ostili verso qualcuno, costui è condannato senza appello come nemico nazionale.
Durante le lotte studentesche passò di bocca in bocca la formula «numerus clausus». Ma non come una formula di salvezza, perché le masse non propongono formule, ma rivelano l'esistenza di pericoli.
«Numerus clausus» significava che il grande pericolo ebraico risiedeva nel numero -specialmente nel numero- che non [89] potevamo più sopportare, né nelle scuole, né nel commercio, né nell'industria, né nelle professioni libere. «Attenzione al numero», voleva dire «numerus clausus», perché esso oltrepassava le nostre forze di resistenza nazionale, e se non prendevamo misure, ciò significava la fine per la stirpe.
Considerato come una formula di salvezza, esso assumeva il significato di pronto soccorso immediato si, ma del tutto insufficiente a risolvere il problema. «Numerus clausus» significava limitazione degli ebrei nelle scuole, nelle professioni libere, nella direzione della nazione. Limitazione sino alla giusta proporzione tra il numero di ebrei e di Romeni viventi in Romania.
Cioè, se in Romania vi erano 15 milioni di Romeni e 3 milioni di ebrei, la proporzione sarebbe stata del 20&. Dalla formula «numerus clausus» derivava che gli ebrei non dovessero superare, nelle scuole, nel foro, nella medicina etc., la proporzione del 20%.
«Numerus clausus» significava limitazione del numero degli ebrei sino alla proporzione esistente tra il loro numero e il numero totale dei Romeni.
«Numerus clausus» valeva però solo come formula di distribuzione degli ebrei in seno alle nazioni, ma non come formula risolutiva del problema.
Questa formula non risolveva quasi niente, perché essa si preoccupava di rispettare le proporzioni, ma non intaccava la proporzione in sé stessa. Se gli ebrei erano 3 milioni, li lasciava 3 milioni. Soprattutto non si preoccupava delle cause di questa proporzione, e non indicava i mezzi con i quali poter diminuire questa proporzione, cioè non comprendeva in sé i mezzi per risolvere il problema ebraico.
Il gran numero di ebrei sollevava una serie di problemi: 1) Il problema della terra romena; 2) Il problema delle città; 3) Il problema della scuola romena e della classe dirigente; 4) Il problema della cultura nazionale.
Tutto questo è stato trattato alla perfezione dal professore [90]
A. C. Cuza nei suoi scritti: La popolazione, La nazionalità nell'arte, Articoli, Discorsi Parlamentari, Corso d'Economia Politica. Ciò che sostengo più sotto appartiene essenzialmente al pensiero del prof. Cuza.Il numero degli ebrei della Romania non si conosce esattamente. Infatti i tentativi di indagini statistiche sono stati iniziati con la massima mancanza d'interesse da parte degli uomini politici romeni, sia per nascondere la loro opera di tradimento nazionale, sia perché gli ebrei rifuggono dalla verità della statistica. Un proverbio dice: «L'ebreo vive di menzogna e muore al contatto della verità». D'altra parte, per lungo tempo, il direttore dell'Ufficio di Stato di Statistica presso il Ministero delle Finanze fu Leon Colescu (Leon Coler).
Essi hanno ragione, dal loro punto di vista, perché i Romeni, posti davanti al numero esatto della popolazione giudaica, si renderebbero conto di trovarsi di fronte a un vero pericolo nazionale e si solleverebbero per difendere la loro patria. Quindi, di fronte alla verità dei dati statistici, la potenza ebraica si spegne, muore. Essa non può vivere che nell'occultamento della verità, nella sua falsificazione, nella menzogna.
Noi crediamo che vi siano in Romania 2-2% milioni di ebrei. Ma anche se ve ne fossero soltanto un milione -così come sostengono essi- il popolo romeno si troverebbe di fronte a un pericolo mortale. Perché non interessa soltanto il numero in sé stesso, la quantità, ma anche la qualità di quelli che lo compongono, e in special modo interessano le posizioni che occupano gli ebrei nella struttura funzionale d'uno stato e nella vita, in tutti i suoi aspetti, di una nazione.
La nostra terra è stata la terra delle invasioni. Essa però non ha conosciuto mai nel corso della storia un esercito che sia arrivato al formidabile numero degli ebrei di oggi. Le invasioni passavano sopra di noi e andavano oltre. Gl'invasori di oggi non se ne vanno più. Si stabiliscono qui sulla nostra terra, in un numero mai riscontrato fino ad oggi, e si attaccano come la rogna al corpo della terra e della nazione.
Quando cominciò l'invasione degli ebrei? Intorno all'anno 1800 troviamo un numero di appena alcune migliaia di ebrei in tutta la Moldavia. Nel 1821, a Bucarest, se ne trovano 120 famiglie.
[91]
Questo tardivo loro insediamento sulla nostra terra si deve al fatto che gli ebrei si sono sempre occupati di commercio. Ora, il commercio, per potersi sviluppare, esige la libertà e la sicurezza del suo esercizio.
Sulla terra romena queste due condizioni mancavano, mancava la libertà di sfruttare il suolo romeno, quindi la prospettiva d'un commercio più grande; e in special modo, mancava la sicurezza. La terra romena è stata la terra più malsicura del mondo. Non aveva il contadino romeno la sicurezza della sua casa, del bestiame, del lavoro e del suo raccolto neppure per un anno. Luogo d'invasioni e di lotte, teatro da secoli di guerre senza fine, dopo le quali spesse volte seguivano dominazioni straniere con tributi rovinosi.
Che cosa poteva cercare il giudeame in questa terra? Di battersi con gli Unni, coi Tartari, coi Turchi? L'invasione ebraica cominciò quindi appena 100 anni or sono. in seguito alla pace di Adrianopoli (1829), si acquistò la libertà di commercio, mentre nello stesso tempo cominciarono a intravvedersi i barlumi d'una vita più tranquilla.
Iniziò allora quell'invasione che sarebbe cresciuta anno dopo anno, premendo sui romeni e specialmente sui Moldavi -esaurendoli economicamente, annientandoli moralmente e minacciandoli mortalmente.
Nel 1848 i commercianti e gli industriali moldavi cominciarono a lamentarsi presso il Signore
Mihail Sturdza, esigendo misure contro i mercanti ebrei e la concorrenza sleale da loro praticata.Da allora l'invasione aumentò di continuo. Forse non è corretto definirla invasione, perché questa presuppone l'idea di violenza, di coraggio morale e fisico. Infiltrazione giudaica è il termine più appropriato, perché comprende meglio l'idea di introduzione furtiva, di penetrazione vile e perfida. non è infatti poca cosa rapire la terra e la ricchezza a una stirpe, senza nemmeno giustificare con la lotta la conquista operata affrontando il pericolo con grande sacrificio.
Essi hanno accaparrato poco a poco il piccolo commercio e la piccola industria romena, poi hanno attaccato, con le stesse manovre fraudolente, il commercio e la grande industria e così si [92] sono impadroniti di tutte le città situate nella metà del nord del paese.
L'attacco alla classe media romena è stato condotto con la precisione che si riscontra soltanto su alcuni insetti da preda che, per paralizzare l'avversario, lo pungono col pungiglione nella spina dorsale.
Non poteva esistere un punto d'attacco meglio scelto. Attaccare con successo la classe media, significa spezzare in due la stirpe romena.
È la sola classe che possegga una duplice connessione: verso il basso, con quella contadina, alla quale sta sovraordinata, esercitando su di essa un potere d'autorità, in virtù di migliori condizioni culturali ed economiche; verso l'alto, con quella dirigente, di cui rappresenta il supporto.
L'assalto riuscito alla classe di mezzo, cioè l'annientamento di questa, determina, come conseguenza fatale, senza alcuno sforzo da parte dell'assalitore:
a) il crollo della classe dirigente (questa classe dirigente finirà col rovinare);
b) l'impossibilità della sua restaurazione;
c) il collasso e l'abbrutimento, la disfatta e la schiavitù del contadinato.
In ultima analisi, l'assalto giudaico alla classe media romena tende a questo: la morte, la rovina del popolo romeno non significano la morte dell'ultimo romeno, come immaginano alcuni. Questa morte significa vita in schiavitù. Riduzione al livello di vita dello schiavo di alcuni milioni di contadini romeni che devono lavorare per il giudeame.
Queste erano le constatazioni del prof.
Nicola Iorga riguardo al numero degli ebrei e al tempo del loro insediamento tra di noi.Il prof.
Iorga, nella Storia degli ebrei delle nostre terre -relazione svolta all'Accademia Romena nella seduta del 13 settembre 1913- esponendo tale questione, precisava tra l'altro:«A Neamtz, alcuni ebrei si dispongono uno vicino all'altro sulle terre del monastero fra il 1746-1766 (p. 18).
«A Botosani nessun atto Signorile -come quello del 1517- menziona gli ebrei fra gli abitanti della città (p. 17).
[93]
«Qualche ebreo compare a Suceava come appaltatore dei terreni della Chiesa Metropolitana e altri ebrei come piccoli negozianti a Ocna, ad Hîrlau, a Siretiu, a Galatzi, a Bîrlad (era il tempo in cui dei birladeani cristiani si poteva scrivere che essi si occupavano più del commercio che d'ogni altro lavoro) (p. 10); poi a Roman, dove nel 1741 non si sapeva che di "moldavi" e di "armeni"; a Tîrgul Frumos, dove nel 1755 si ricordano "due osterie" e la licenza concessa ad ebrei, che esistono in paese (pp. 17-18).
In Bucovina, intorno all'annessione del 1775:
«In queste regioni, di Cernautzi e di Cîmpul-lung, alle quali erano state annesse parti del territorio di Hotin e di Suceava (in tutte queste regioni) non v'erano che 206 famiglie ebraiche prima della dominazione imperiale.
«Nel 1775, in seguito all'afflusso di ebrei dalla Galizia, esse erano aumentate a 780-800 famiglie.
«Il primo governatore del paese, il generale Enzenberg, constata che essi svolgono, in primo luogo, il mestiere di osti vendendo vino, acquavite e birra...
«Sono, dice il generale, " la razza più profondamente corrotta, dedita all'ozio: essa si nutre, senz'essere troppo disturbata, del sudore dei lavoratori cristiani".
«Una commissione che funzionava nel 1781 dimostra che:
"Qui nel paese, gli ebrei usano comperare in anticipo dal contadino a un prezzo irrisorio il pulcino nell'uovo, il miele nel fiore e l'agnello nel ventre della pecora e con questa usura riescono a succhiare completamente gli abitanti e a ridurli in miseria, sicché i contadini, gravati in tal modo di debiti anche per l'avvenire, non trovano altro mezzo di salvezza che fuggire dal paese".
«Vediamo poi nel Divan
2 di questo paese (Moldavia) i Signori, specialmente Constantin Moruzzi, difendersi disperatamente contro di loro.«...Essendo stati offerti ad Enzenberg dai "Cahal" -per iscrito- 500 ducati l'anno perché tollerasse il vecchio stato di [94] cose, venne tentata anche la corruzione del Signore, ma questi respinse i denari piuttosto che esporre il paese alla rovina totale» (p. 20)
3.Ecco inoltre che cosa constatava il professor
Iorga per i periodi successivi (1840-48).«A decine si contano questi locali di sfruttamento e di depravazione, osteria sopra osteria, con bottiglie di acquavite di patate ed altri veleni, in tutto il territorio della Moldavia -con l'obiettivo di provocare l'esaurimento di una razza e il mantenimento dei vizi raffinati della classe dominante» (p. 34).
E scriveva ancora il prof.
Iorga: «Tuttavia le ingerenze straniere, alimentate dall'elemento ebraico del paese, non si arrestarono. Nel 1878 esse dettarono condizioni al riconoscimento dell'indipendenza, guadagnata con sacrifici di sangue dal paese, e imposero umiliazioni alla Romania indipendente, che non poteva suicidarsi dando metà di se stessa -sotto il profilo politico- in mano agli ebrei moldavi... E così, come Kogalniceanu aveva difesi i paesi dall'alcool e dall'usura ebraica, Maiorescu difende la dignità della Romania dall'insulto di accettare degli stranieri, per volontà di altri stranieri...» (p. 39).* * *
Ho riportato tutto questo, per fissare, secondo i criteri formulati da una grande, riconosciuta e incontestata autorità scientifica, l'inizio dell'insediamento degli ebrei sulla terra romena.
È impossibile che esista al mondo una stirpe, sia pure soltanto una tribù di selvaggi, che non si ponga con dolore straziante il problema della sua terra, di fronte a un'invasione straniera. Tutte le stirpi del mondo, dall'inizio della storia sino ad [95] oggi, hanno difesa la terra dei loro padri. La storia di tutti i popoli, come anche la storia romena, è piena di lotte per la difesa della terra. Che rappresenti allora un'anomalia, uno stato morboso -il nostro, della gioventù romena- il fatto che ci solleviamo per difendere la nostra terra minacciata? O sarebbe una anomalia il non difenderla, allorché la vediamo messa in pericolo? Anomalia è non difenderci, cioè non fare quello che tutte le stirpi hanno fatto e fanno. Anomalia è stato morboso significa porci in contrasto con tutto il mondo e l'intera nostra storia.
Perché dunque tutte le stirpi hanno lottato, lottano e lotteranno sempre, per la difesa della loro terra? La terra è la base della esistenza della nazione. La nazione sta, come un albero, con le sue radici infitte nella terra del paese, dalla quale essa trae nutrimento e vita. Non esiste stirpe che possa vivere senza terra, come non esiste albero che viva sospeso nell'aria. Una nazione che non possiede la propria terra non può vivere a meno che non si stabilisca sulla terra di un'altra nazione, o sul corpo di questa, succhiandole ogni energia.
Esistono leggi create da Dio, che regolano la vita dei popoli. Una di queste leggi e la legge del territorio. Dio ha dato un territorio determinato a ogni popolo perché viva, cresca, si sviluppi e possa creare su di esso la propria cultura.
Il problema ebraico, in Romania, come altrove, consiste nella violazione da parte degli ebrei di questa legge naturale del territorio. Sono stati essi a violare il nostro territorio. Sono essi i colpevoli e non deve essere il popolo romeno a sopportare le conseguenze della doro violazione. La logica elementare ci dice che deve il trasgressore sopportare le conseguenze dell'infrazione commessa. Soffrirà? Ebbene egli deve soffrire. Nessuna logica al mondo mi dirà che devo pagare io per l'infrazione commessa da altri. Quindi, il problema ebraico non nasce dall"'odio di razza". Esso nasce da un delitto commesso dagli ebrei nei confronti delle leggi e dell'ordine naturale in cui vivono tutti i popoli del mondo.
La soluzione del problema ebraico? Eccola: rientrino i delinquenti nell'ordine naturale universale e rispettino la legalità naturale.
Anche le leggi del paese proibiscono questa invasione ebraica. L'articolo 3 della Costituzione dice: «Il territorio della Romania [96] non può essere colonizzato da popolazione di razza straniera». Che cosa rappresenta se non una colonizzazione, il fatto dell'insediamento di due milioni di ebrei sul territorio romeno?
Questo territorio è proprietà inalienabile e imprescrittibile del popolo romeno. E, secondo quanto scriveva qualcuno, il popolo romeno, non dopo 50, non dopo 100, ma anche dopo migliaia d'anni, rivendicherà il suo diritto sopra questa terra, come ha riconquistato il suolo della Transilvania dopo 1.000 anni di dominazione magiara.
Tutti i popoli intorno a noi sono venuti da qualche parte, e si sono stabiliti sulla terra sulla quale vivono. La storia ci fornisce le date precise della venuta dei Bulgari, dei Turchi, dei Magiari, ecc. Una sola stirpe non è venuta da nessuna parte. Quella siamo noi. Siamo nati qui nella notte dei tempi, su questa terra, insieme alle querce e agli abeti. A lei siamo legati non soltanto per il pane e l'esistenza che ci offre, se la lavoriamo duramente, ma anche per le ossa degli antenati che dormono sotto di essa. Tutti i nostri genitori sono qui. Tutti i nostri ricordi, tutta la nostra gloria guerriera, l'intera nostra storia sta sepolta qui, in questa terra.
Qui è Sarmisegetuza con le ceneri del
Re Decebal l'immortale, perché chi sa morire come Decebal, non muore mai.Qui riposano i
Musatini e i Basarabi, qui al Ponte Alto, a Razboeni, a Suceava, a Baia, a Hotin, a Soroca, a Tighina, a Cetatea Alba, a Chilia, dormono i Romeni caduti in combattimento, nobili e contadini numerosi come le foglie e come l'erba.A Posada, Calugareni, sull'Olt, sul Jiu, sulla Cerna, a Turda, sui monti degli infelici e dimenticati
Motzi di Vidra, fino a Huedin, e fino ad Alba Julia, luogo di tortura di Horia e dei suoi fratelli d'arme, non vi sono che tracce di combattimenti e tombe d'eroi.In tutti i Carpazi, dai monti Olteni a Dragoslave e a Predeal, da Oituz a Vatra Dornei, sulle vette e in fondo alle valli, dappertutto è corso il sangue romeno a ondate. Spesso a mezzanotte, nelle ore difficili per la nostra stirpe, si ode la voce della terra romena che ci esorta alla lotta.
[97]
Mi chiedo allora: con quale diritto gli ebrei vogliono prenderci questa terra?
Su quale fondamento storico essi pongono le loro pretese e soprattutto l'insolenza, con la quale affrontano noi Romeni, qui in casa nostra? Siamo legati a questa terra da milioni di morti e da milioni di fili invisibili che solo l'anima nostra sente: guai a coloro che cercheranno di strapparci da lei!
Stabilendosi in questi luoghi però, gli ebrei non hanno scelto a caso la loro dimora. Essi si sono accampati nelle città, formando in esse vere isole compatte di popolazione giudaica.
All'inizio sono state invase e conquistate le città e i paesi del Nord della Moldavia: Cernautzi, Hotin, Suceava, Dorohoi, Botosani, Soroca, Burdujeni, Itzcani, Briceni, Secureni, ecc.
Di fronte a loro, il negoziante e l'artigiano romeno sono spariti. Oggi una strada, domani un'altra, dopodomani un quartiere: in meno di cento anni i centri romeni di antica rinomanza hanno perduto totalmente il loro carattere nazionale, assumendo l'aspetto di vere e proprie cittadelle ebraiche.
Rapidamente sono cadute anche le altre città Moldave: Roman, Piatra, Falticeni, Becau, Vaslui, Birlad, Husi, Tecuci, Galatzi, Iasi, seconda capitale della Moldavia da quando la prima, l'antichissima nostra Suceava, è stata trasformata, puramente e semplicemente, in uno sporco nido ebraico che circonda le infelici rovine gloriose della fortezza di
Stefan cel Mare.A Iasi, se percorri strade e quartieri interi, non incontri più nemmeno un romeno, nemmeno una casa romena, nemmeno un negozio romeno. La gente passa accanto alle grandi chiese in rovina e in miseria: la chiesa dei Cuoiai, fatta dall'artigianato dei Cuoiai romeni, la chiesa dei Sellai, fatta da quello dei sellai romeni. Tutto è in rovina. Non v'è più nella grande Iasi nemmeno un cuoiaio romeno, nemmeno un sellaio romeno. La Chiesa di San Nicola il povero, della vecchia aristocrazia moldava, e crollata sino alle fondamenta: e sulle tombe intorno ad essa le [98] botteghe ebraiche gettano anche oggi le lavature dei piatti, la spazzatura e il sudiciume.
La Chiesa di Piazza Grande, nel quartiere ove risiede il maggiore agglomerato di persone, è chiusa per mancanza di parrocchiani. Il quartiere, infatti, è abitato solo da ebrei.
Sulla strada Lapusneanu geme di dolore il palazzo principesco
Cuza-Voda, trasformato in banca ebraica. Nel suo ex-giardino si leva il teatro ebraico in stile levantino. Lo straniero calpesta tutto ciò che abbiamo di più santo.Il nostro cuore geme di dolore. Ci domandiamo, noi giovani, con l'anima straziata: come mai si sono potuti trovare dei Romeni che si comportano in modo così ostile alla loro stirpe? Come si sono potuti trovare tanti traditori? Perché non sono stati messi al muro o bruciati vivi al momento del loro tradimento? Perché tutti si adattano? Perché noi ci adattiamo? Sono problemi di coscienza che ci agitano l'anima, che ci turbano la vita. Sappiamo che in nessun modo potremo ritrovare la tranquillità, se non nelle lotte, nella sofferenza, o nella tomba. Il nostro silenzio ci copre di viltà, e ogni minuto di ritardo sembra che ci uccida.
Non parliamo poi delle città e dei paesi della Bessarabia, che sono come piaghe aperte sul corpo esaurito e sfinito del paese.
Non parliamo del Maramures, dove i Romeni, ridotti allo stato di semi schiavitù, muoiono ogni giorno. Non vi sono parole che possano descrivere la grande tragedia del Maramures.
Ma il male s'è esteso come un cancro: esso ha raggiunto Rîmnicul Sarat, ha raggiunto Buzau, ha raggiunto Ploesti ed è penetrato nella capitale del paese.
In 15 anni è caduto Vacaresti, antico quartiere romeno, è caduto interamente Dudesti, sono caduti i negozianti romeni della via Crivitza. Vanno in rovina, soppiantati dagli ebrei, i rinomati commercianti dell'Obor. È caduta Calea Victoriei
4. Essa oggi non è altro che un vero corso della Sconfitta romena, poiché i 3/4 delle proprietà del Corso della Vittoria sono ebraiche. Da dieci anni essi sono penetrati in Oltenia e sono entrati nella Craiova di Mihai Viteazul, sono entrati in Rîmnicu Vîlcea, sono entrati [99] in Severin, sotto la protezione degli uomini politici romeni che, ben pagati, pretendono che non esista il problema ebraico! A questi uomini politici -il cui tradimento di fronte alla stirpe e così orribile- se rimangono vivi, il popolo dovrà strappare gli occhi; se saranno già morti, dovrà togliere le ossa dalle loro tombe e bruciarle nelle pubbliche piazze. I figli e i nipoti loro, il popolo dovrà perseguitarli con la confisca dei beni e bollarli con l'epiteto di figli di traditori.La perdita delle nostre città romene provoca conseguenze disastrose per noi, perché le città sono i centri economici di una nazione. In esse si accumula tutta la ricchezza della nazione. Di conseguenza, chi è padrone delle città è padrone dei mezzi di sussistenza, della ricchezza nazionale.
Chi siano i padroni della ricchezza nazionale -noi o gli ebrei- tale questione deve proprio lasciarci indifferenti? A nessuna stirpe del mondo può essere indifferente un problema come questo. Perché una popolazione aumenta e si sviluppa entro i limiti dei mezzi di sussistenza di cui dispone.
Quanto minori saranno questi mezzi, tanto minori saranno le possibilità di sviluppo delle relative popolazioni e viceversa. (Queste verità sulle leggi demografiche sono state esaminate da tutti gli economisti e formulate chiaramente dal professore Cuza).
Il passaggio delle ricchezze dalle mani dei Romeni a quelle degli ebrei non significa solo l'asservimento economico dei Romeni, e nemmeno soltanto l'asservimento politico -poiché chi non ha libertà economica, non ha libertà politica-; ma significa più ancora un pericolo nazionale che frantuma la nostra stessa forza numerica. Nella stessa misura in cui ci vengono sottratti i mezzi di sussistenza, noi Romeni ci estingueremo sulla nostra terra, lasciando i nostri posti nelle mani della popolazione ebraica, il cui numero cresce ogni giorno che passa, sia a causa della penetrazione dall'estero, sia a causa dell'accaparramento dei nostri mezzi di sussistenza, delle nostre ricchezze.
Le città rappresentano, in secondo luogo, i centri culturali d'una nazione
5. Nelle città sono situate le scuole, le biblioteche, [100] i teatri, le sale delle conferenze, tutte a portata di mano dei cittadini. Una famiglia ebraica può facilmente mantenere tutti i suoi figli agli studi. La famiglia di un contadino romeno di chissà quale villaggio sperduto, lontano dalla città, raramente può mantenere un solo figlio a scuola sino alla fine. E in questo caso il contadino rimane completamente stremato di forze e di sostanze, tanto che mette in pericolo l'esistenza degli altri 4 o 5 figli rimasti a casa. Conseguentemente, chi possiede le città possiede la possibilità di assorbire la cultura. Ma non soltanto questo: è nelle città e nelle scuole che una nazione compie la sua missione culturale nel mondo. Com'è possibile che i Romeni possano compiere la loro missione culturale, con voci, penne, cuori, menti ebraiche?Infine, le città sono i centri politici d'una nazione. Dalle città si governano le nazioni. Chi è padrone delle città, ha, direttamente o indirettamente, la direzione politica del paese.
Che cosa resta del paese, all'infuori delle città? Una massa di alcuni milioni di contadini, senza mezzi di sussistenza umana, sfiniti e impoveriti, senza cultura, avvelenati dal bere e guidati da ebrei arricchiti, divenuti padroni delle città romene, o da Romeni (prefetti, sindaci, questori, gendarmi, ministri) che governano soltanto formalmente perché non sono altro che umili esecutori dei piani giudaici. Costoro, la potenza economica giudaica li sostiene, li adula, li corrompe, li coopta nei consigli di amministrazione, li paga mensilmente (Giuda è stato pagato una volta solo -qui, invece, si paga mensilmente), eccita i loro bisogni di denaro, spronandoli al lusso e al vizio. Quando essi non si sottomettono alle direttive e alle vedute ebraiche, vengono licenziati puramente e semplicemente; anche se sono ministri, vengono privati degli emolumenti e degli stipendi; vengono accusati di tutte le manovre, dei peculati e degli affari disonesti -che sono stati fatti assieme a loro- per comprometterli.
Ecco cosa e rimasto di questa patria romena: una classe dirigente senza onore, un popolo di contadini senza libertà -e tutti i figli dei Romeni senza paese e senza avvenire.
[101]
Chi è padrone delle città, e padrone delle scuole, e chi è padrone delle scuole, domani sarà padrone del paese.
Ecco che cosa dicono alcune statistiche del 1920:
Facoltà di filosofia:
Facoltà di Giurisprudenza:
Insegnamento primario rurale:
Insegnamento primario urbano:
Maschi: 66.385 Romeni; 2.435 stranieri di cui 1.351 ebrei.
Femmine: 5.501 Romene, 2.435 straniere di cui 2.429 ebree.
Scuole secondarie e professionali:
1.535 ortodossi, 6.302 ebrei.
Scuole secondarie miste: 690 ortodossi, 1.341 ebrei (op. cit., pp. 84-85).
Liceo di Bacau: Romeni 363, Ebrei 198; liceo di Botosani: Romeni 229, Ebrei 127; Liceo femminile di Botosani: Romene 155, Ebree 173; Liceo di Dorohoi: Romeni 177, Ebrei 167; Liceo di Falticeni: Romeni 152, Ebrei 100; Liceo Nazionale di Iasi: Romeni 292, Ebrei 201; Ginnasio Alessandro il Buono di Iasi: Romeni 93, Ebrei 215; Ginnasio Stefano il Grande di Iasi: Romeni 94, Ebrei 120; Liceo di Roman: Romeni 256, Ebrei 157; Liceo di Piatra-Neamtz: Romeni 347, Ebrei 179.
[102]
Bucarest: Romeni 441, Ebrei 781; Iasi: Romeni 37, Ebrei 108; Galatzi: Romeni 190, Ebrei 199 (op. cit., pp. 85-87).
Facoltà di medicina: Romeni 456, Ebrei 831; Facoltà di Farmacia: Romeni 97, Ebrei 299; Facoltà di Lettere: Romeni 351, Ebrei 100; Facoltà di Scienze: Romeni 722, Ebrei 321; Facoltà di Legge: Romeni 1743, Ebrei 370 (op. cit., pp. 87-88).
Poiché la scuola romena è quindi completamente distrutta dagli ebrei, sorgono due gravi problemi.
l. - Il problema della classe dirigente romena: perché la scuola crea i capi della stirpe di domani: non soltanto i capi politici, ma tutti i capi in ogni settore di attività;
2. - Il problema della cultura nazionale: perché la scuola è il laboratorio nel quale si prepara la cultura di un popolo.
Per sottolineare la tragedia di questa scuola romena invasa dagli ebrei, ritengo particolarmente importante riportare più sotto le dolorose constatazioni registrate da uno dei più illustri pedagoghi nella nostra nazione, il prof. Ion Gavanescul dell'Università di Iasi:
«Non vogliamo più assistere allo spettacolo che offre il Liceo Nazionale di Iasi, dove la maggioranza schiacciante degli allievi è costituita dall'elemento ebraico. I pochi allievi romeni si sentono stranieri: negli intervalli fra le ore stanno appartati, annoiati e impacciati negli angoli. Rappresentano la minoranza tollerata.
«Quelli che sono in maggioranza vivono a parte, parlano tra loro delle loro occupazioni, dei loro giuochi, delle loro società Macaby, Hocoah, Macoah, ecc., delle serate e delle conferenze loro, dei loro sports, dei loro piani di lavoro e di divertimento. E quando vogliono guardarsi dall'indiscrezione dei Romeni, bisbigliano tra loro, o parlano addirittura in yddisch.
«Poveri professori romeni, di fronte a siffatte anime di allievi! Pensi involontariamente alla gallina che ha covato uova di anatra. Guardala come sta chiocciando, spaventata sulla riva del lago, come chiama con disperazione i pulcini, figli suoi di altra specie, [104] che sono saltati nell'acqua e scivolano pazzi di gioia per passare sull'altra sponda, dove essa non li può raggiungere.
«Che scuola di nazionalismo puoi fare con simili ascoltatori. Puoi parlare, se senti in te la fiamma del patriottismo, delle aspirazioni e degli ideali romeni? Puoi soltanto aprir bocca. Ti si serrano le mascelle, ti si gelano le parole sulle labbra.
«Il grande Kogalniceanu, davanti a siffatti banchi con scolari stranieri, avrebbe potuto pronunciare il celebre discorso di introduzione alla storia dei Romeni, che ha pronunciato proprio nei luoghi in cui oggi il Liceo Nazionale romeno e diventato Liceo "Nazionale" ebraico?
«Gli si sarebbe spenta l'ispirazione, che trae forza dalla simpatia degli occhi splendenti di comprensione e di fede».
(I. Gavanescul, L'imperativo del momento storico, p. 67).
E ancora:
«Dove s'è mai vista in Inghilterra, in Francia, in Italia, una scuola di qualunque grado, tanto per limitarci a un solo lato della vita nazionale, nella quale il numero preponderante degli scolari appartenga a una stirpe diversa da quella che costituisce la popolazione originaria del paese e che ha fondato il relativo Stato Nazionale?
«Si può immaginare per esempio, che a una Facoltà di Legge di un'università inglese vi siano 547 ebrei e 234 inglesi -la proporzione cioè tra gli ebrei e i romeni all'Università di Cernautzi nell'anno 1920? O che in una Facoltà di Filosofia italiana ci siano 574 ebrei e 174 italiani -la proporzione tra ebrei e romeni nella stessa Università di Cernautzi?
«Sono normali questi rapporti? Non sono abnormità di geografia etnica, inammissibili, inconcepibili? Non sono un segno d'incoscienza criminale della classe dirigente responsabile della stirpe romena?».
(I. Gavanescul, op. cit.).
Ma chi sono gli allievi e gli studenti di oggi? Gli allievi e gli studenti di oggi sono: i professori, i medici, gl'ingegneri, i [104] magistrati, gli avvocati, i prefetti, i deputati, i ministri di domani: in una parola, i futuri dirigenti della stirpe in tutti i settori d'attività.
Se gli allievi di oggi sono, per il 50%, il 60%, il 70% ebrei, domani logicamente avremo il 50%, il 60%, il 70% di dirigenti ebrei di questa stirpe romena.
Si può ancora porre il problema se una stirpe abbia il diritto di limitare il numero degli stranieri nelle sue università?
Ecco che cosa risponde a questa domanda, sul Bollettino della Università di Harvard, citato dal professore
Cuza sul Numerus Clausus, p. 11, Morris Gray, ex studente di quell'Università (laureato nel 1906) studiando il problema ebraico ivi esistente;«Prima di tutto, qual è la funzione di un'Università? quali sono i suoi doveri?
Se il suo è un dovere verso l'individuo, l'ammissione deve essere fondata, in modo franco ed esplicito, sul principio democratico: ogni candidato deve essere ammesso, a condizione di superare gli esami d'ammissione e pagare da prima rata delle tasse scolastiche. E questo, senza alcuna indagine sulla personalità del candidato, né sulle eventuali possibilità di progresso, di qualificazione, di utilità per se stesso o per già altri.
«Se, però, il dovere dell'Università è un dovere verso la nazione, il suo atteggiamento, per ciò che riguarda l'ammissione degli studenti, deve essere fondato naturalmente su di un principio diverso.
«A parer mio, il dovere di un'Università è quello di formare uomini nei diversi campi del pensiero, di modo che una parte di essi possano diventare capi nei loro specifici domini e rendere servizi alla nazione».
Ecco, dunque, un principio rettamente impostato. Il professore
Cuza aggiunge:«Il dovere delle Università è rivolto verso la loro nazione, per la quale esse devono preparare in tutti i domini di attività i capi, che possono essere soltanto nazionali.
Credo infatti che non si possa ammettere che una nazione formi nelle sue Università capi ad essa estranei
».Da quanto ho esposto qui sopra, si può rilevare il grave problema della classe dirigente romena di domani.
[105]
Rimane tuttavia una verità ben precisa: la Romania dev'essere governata dai Romeni.
C'è qualcuno che sostenga che la Romania dev'essere governata dagli ebrei? Se questo non è vero, bisogna ammettere allora che gli studenti hanno ragione e che tutte le campagne, tutte le ingiurie, tutte le infamie, tutte le istigazioni, tutte le trame, tutte le ingiustizie, che si scagliano e si scaglieranno sopra questa gioventù romena, trovano la loro spiegazione nella guerra che gli ebrei conducono per l'eliminazione dei Romeni e di chi meglio combatte per loro.
Un popolo che si pone questo problema -il più grave fra tutti- è come un albero che si ponga il problema dei suoi frutti. Quando vedesse che, a causa dell'invasione dei bruchi, esso non può più svolgere il suo compito nel mondo -quello cioè di fruttificare- si porrebbe allora il più triste dei problemi, quello che è più grande dello stesso problema della vita, perché vedersi distrutto lo scopo della vita sarebbe per lui più doloroso della distruzione della vita stessa. I maggiori dolori sono quelli che derivano dalla coscienza terribile dell'inutilità della vita.
È terribile! Forse che noi Romeni non possiamo più dare i nostri frutti'? Non abbiamo una cultura romena nostra, della nostra stirpe, del nostro sangue, che splenda nel mondo accanto ai frutti delle altre stirpi? Siamo forse condannati oggi a presentarci davanti al mondo come prodotti di essenza ebraica?
Oggi, all'ultimo momento, quando il mondo attende che il popolo romeno si difenda col frutto del sangue e del genio nazionale, noi ci dovremmo presentare con un'infezione di caricatura culturale giudaica?
Consideriamo questo problema col cuore stretto dal dolore e non ci sarà romeno che, vedendo in pericolo l'intero patrimonio storico, non metta mano alle armi per difendersi.
Estraggo da L'imperativo del momento storico del prof.
Ion Gavanescul queste righe immortali.[106]
«La cura principale della stirpe romena, tanto decisiva per la sua esistenza quanto la conservazione fisica, è la sua affermazione nella sfera della vita ideale dell'umanità.
«La creazione d'una cultura con carattere tipicamente romeno.
«Non è possibile che una cultura romena cresca da una scuola, da una organizzazione politica o economica di carattere straniero.
«Un'istituzione in funzione della vita nazionale assume carattere romene allorché il fattore umano, che da la vita, è romeno».
Di fronte alla situazione infelice, di fronte al numero degli invasori che ci sopraffanno, il prof.
Gavanescul si domanda pieno di inquietudine, ponendo il problema della scuola e della cultura nazionale:«Dove possono rifugiarsi le anime romene?
«Dove trovare scampo dalla penosa, ossessionante impressione dello stato d'esilio nella propria patria?
«Oltre la Chiesa, dove entrano per raccogliersi nella quiete, sotto la protezione della croce salvatrice, il loro unico asilo rimane la scuola.
«La scuola è il nido ideale in cui il genio nazionale riunisce la sua progenie, per nutrirla, per crescerla, per insegnarle a volare, per mostrare le vie delle vette che soltanto esso conosce, affinché arrivi là dove soltanto a lui è dato di arrivare.
«La scuola è il luogo di rifugio dove si accordano, si preparano le corde e gli organi spirituali della stirpe, perché intonino una nuova sinfonia, mai udita al mondo: la prima sinfonia dei suoi doni naturali, prescritti al suo essere e soltanto al suo essere.
«La scuola è il santuario, dove si compie il grande mistero della vita d'un popolo, e dove lo spirito etnico distilla, in gocce di luce, la sua essenza immortale, perché sia versata nella forma ideale predestinata a lui, e soltanto a lui, dal pensiero creatore dei mondi.
«Non possono gli strumenti melodici di altri spiriti etnici partecipare armoniosamente alla sinfonia della nostra cultura. [107] Essi non conoscono i ritmi che secondo la loro struttura e non sanno suonare che la nota della loro razza.
«Che sinfonia romena ricaverai da essi? Non può l'essenza del genio nazionale di altri spiriti etnici cristallizzarsi in forme diverse da quelle determinate per loro dalla genesi dei popoli. Ricaverai un tipo di stirpe romena dall'essenza nazionale ebraica, magiara, tedesca'?».
(
I. Gavanescul, L'imperativo del momento storico, pp. 64-68).E gli ebrei non soltanto non possono creare cultura romena, ma essi vogliono falsificare anche quella che già possediamo per offrircela avvelenata.
Massacrata in tal modo la scuola romena, noi siamo posti nella condizione di rinunciare alla missione nostra di stirpe, di rinunciare alla creazione di una cultura romena e di perire avvelenati.
Tutte queste cose noi studenti di Iasi, a differenza dei nostri colleghi delle altre Università, le conoscevamo prima del sorgere del movimento studentesco, dalla cattedra del prof. Cuza, dagli scritti dei professori
Paulescu e Gavanescul, dagli studi e dalle ricerche fatte da noi, alla Associazione degli Studenti di Legge, e da quello che avevamo visto coi nostri stessi occhi è che avevamo sentito con la nostra anima.Era un grave problema di coscienza che ci si poneva davanti. Ogni giorno avevamo dinanzi agli occhi una prova in più: vedevamo la perfidia della stampa ebraica, vedevamo la sua malafede in tutte le circostanze, vedevamo i suoi incitamenti in tutto quello che era antiromeno, vedevamo le promozioni e le adulazioni degli uomini politici, dei funzionari, delle autorità, degli scrittori, dei preti cristiani, che si prestavano a fare il gioco degl'interessi ebraici; vedevamo lo scherno riservato a tutti coloro che avevano una vocazione romena, in ordine, qualificata, o che osavano smascherare il pericolo ebraico; vedevamo l'arroganza con cui venivamo trattati noi, nelle nostre stesse case, come se gli ebrei fossero stati loro i padroni da migliaia d'anni; vedevamo con [108] indignazione crescente l'intromissione insolente di questi ospiti intrusi nei più intimi domini di vita romena: religione, cultura, arte, politica -cercando essi di tracciare le direttrici sulle quali avrebbe dovuto procedere il destino della nostra stirpe.
Io, con la mia mente giovanile, mi sono tormentato molto tempo con questi pensieri alla ricerca di una soluzione.
Gli elementi che mi hanno impressionato di più e mi hanno determinato poi alla lotta, che mi hanno consolato e rafforzato nelle ore di sofferenza, sono stati:
1) La coscienza del pericolo di morte in cui si trovavano la nostra stirpe e il suo avvenire;
2) L'amore per la terra e la pietà per ogni luogo glorioso e santo, schernito e profanato oggi dagli ebrei;
3) La pietà per le ossa di coloro che sono morti per la Patria;
4) Il sentimento di rivolta di fronte alle offese, allo scherno e al vilipendio da parte dello straniero nemico della nostra dignità di uomini e di Romeni.
Per questo, quando nel dicembre 1922 mi raggiunse la grande notizia della vulcanica esplosione del movimento studentesco decisi di ritornare in Patria per lottare anch'io a fianco dei miei camerati.
Poco tempo dopo, il treno mi portava verso casa. Da Cracovia inviai un telegramma agli studenti di Cernautzi che mi attendevano alla Stazione. Qui rimasi due giorni. L'Università era chiusa. Gli studenti che la custodivano sembravano soldati al servizio della loro terra con l'anima illuminata da Dio. Nemmeno una goccia d'interesse personale intorbidiva la loro bella e santa azione. La causa per la quale s'erano uniti e lottavano con un'anima sola, era molto al di sopra di loro, molto al di sopra delle loro infinite necessità e dei loro bisogni.
I principali animatori della lotta di Cernautzi erano: Tudose Popescu, figlio del vecchio prete di Marcesti; Dîmbovitza, studente del terzo anno di teologia, poi Dalineanu, Pavelescu, Cîrteanu, ecc.
Mi informai del piano d'azione. Esso consisteva nello sciopero generale fino alla vittoria, cioè fino all'approvazione da parte [109] del Governo dei punti della mozione del 10 dicembre e, in primo luogo, del «numerus clausus».
Il piano non mi sembrò efficace. Ero propenso invece ad un piano strutturato nel modo seguente:
a) Il movimento universitario avrebbe dovuto estendersi all'intero popolo romeno. Il movimento studentesco oggi limitato nell'ambito dell'Università, si sarebbe trasformato in movimento nazionale dei Romeni poiché, da una parie, il problema ebraico non rappresentava un problema soltanto dell'Università, ma di tutta la nazione romena, e, dall'altra parte, l'Università da sola non lo poteva risolvere.
b) Questo movimento nazionale avrebbe dovuto inquadrarsi in un'organizzazione posta sotto un unico comando.
c) Lo scopo di questa organizzazione avrebbe dovuto essere la lotta per portare al potere il movimento nazionale, il quale avrebbe risolto assieme al «Numerus clausus» tutti i problemi della nazione, dal momento che nessun altro governo costituito dai partiti politici all'infuori di questo movimento, sarebbe stato in grado di risolvere la situazione.
d) Con questo obiettivo, gli studenti avrebbero organizzato una grande assemblea nazionale dei Romeni di ogni classe sociale, che segnasse anche l'inizio della nuova organizzazione.
e) Per l'organizzazione dell'assemblea, ogni Università avrebbe confezionato tante bandiere quanti circondari aveva la relativa regione. La tela di queste bandiere sarebbe stata portata e consegnata da una delegazione di studenti a un conosciuto nazionalista, che la delegazione avesse giudicato il più qualificato per questo compito. Questi avrebbe stretto intorno a sé un gruppo di notabili della città e dell'intero circondario e, appena ricevuto il telegramma, avrebbe dovuto annunciare con preavviso di una settimana il giorno e il luogo del raduno e dirigersi con la tela della bandiera e con tutti i suoi uomini verso il luogo indicato.
f) Perché l'assemblea non fosse ostacolata dal governo, tutti i preparativi si sarebbero svolti in silenzio, mantenendo la discrezione sulla data. In una sala della Casa degli Studenti esposi questo piano, davanti a un gruppo di 50 militanti.
Il piano fu giudicato buono. Venne effettuata una colletta per [110] comprare la tela necessaria: subito, in quella stessa sala, le studentesse confezionarono le bandiere per i circondari della Bucovina.
A Iasi incontrai tutti i miei ex camerati. Esposi anche a loro il piano. Furono anche qui confezionate le bandiere il primo giorno, dalle studentesse, per tutte le città della Moldavia e della Bessarabia.
Il professore
Cuza non lo trovai. Era partito per Bucarest col prof. Sumuleanu e con mio padre, in vista d'una manifestazione nella capitale.
II giorno dopo partii per Bucarest. Qui mi presentai al prof. Cuza, al prof. Sumuleanu e a mio padre, i quali da oltre un quarto di secolo lottavano insieme contro il pericolo ebraico, ricoperti li scherno, di colpi e anche di ferite e che ora vivevano la grande soddisfazione di vedere tutta la gioventù studentesca del paese (oltre 30.000 giovani) alzare le bandiere di guerra, in nome di una fede che essi avevano servito per una vita intera.
A Bucarest però, i miei pensieri non furono accolti con lo stesso entusiasmo. Innanzi tutto incontrai una certa resistenza da parte del prof. Cuza. Esponendogli il piano, che prevedeva la costituzione di un movimento nazionale di cui porlo a capo nel coro della manifestazione che si sarebbe tenuta, il prof.
Cuza giudicò inutile il mio piano, perché, diceva lui: «Non abbiamo bisogno di organizzazione: il nostro movimento si fonda su di una formidabile corrente di masse».Io insistetti, paragonando un movimento di masse a un pozzo di petrolio che, non venendo imprigionato in un sistema di condutture, anche se esplode non produce alcuna utilità, perché il petrolio si disperde in tutte le direzioni. Me ne andai perciò senza risultato. Il giorno seguente il prof. Sumuleanu e mio padre lo convinsero.
[111]
Ma urtai contro una difficoltà che non m'aspettavo. Era il principio del mese di febbraio. La grande massa degli studenti era animata da profondo entusiasmo. Sebbene fossero state chiuse tutte le locande, sebbene fossero state chiuse le porte di tutti i circoli degli studenti, i quali rimanevano per la strada in pieno inverno, senza vitto e alloggio, tuttavia il loro morale era altissimo sotto l'ammirevole protezione di tutti i Romeni della capitale, che, sin dal secondo giorno spalancarono le porte delle case, offrendo vitto e alloggio a più di 8.000 studenti militanti. Tutto questo significava un'approvazione, una esortazione alla lotta, una solidarietà, un conforto per quelli che ricevevano ferite.
Io, però, non avevo nessun contatto con questa massa. Non conoscevo nessuno. Per mezzo dello studente Fanica Anastasescu, che era l'amministratore della rivista Apararea Natzionala, cominciai a conoscere qualcuno. I capi del movimento studentesco a Bucarest avevo l'impressione che non fossero sufficientemente orientati, perché, sebbene elementi scelti, dotati di chiare qualità intellettuali (fatto questo confermato dalle posizioni che occuparono più tardi nella società), si trovarono inaspettatamente a capo di un movimento al quale non avevano sinora pensato. D'altra parte, essendo in molti, ognuno aveva opinioni diverse. Tra gli elementi valorosi del direttivo figuravano in prima linea: Crezu, Danulescu, Simionescu, Rîpeanu, Roventza e altri. La massa era battagliera; una parte dei capi, però, credeva che fosse più prudente calmare gli animi.
D'altra parte, anche la loro mancanza di preparazione in questo senso e l'inopportuno contatto con gli uomini politici, fecero sì che -almeno alcuni- cercassero in una certa misura di trasferire il movimento su di un piano di rivendicazioni materiali -cosa inammissibile, a parer mio. Poiché questo era come dire:
1) Lottiamo per conquistare il paese strappandolo dalle mani degli ebrei.
2) Lottiamo perché ci venga dato un pane bianco a tavola.
3) Lottiamo per due pietanze.
4) Lottiamo per un buon letto.
5) Lottiamo per apparecchi di laboratorio, per istrumenti di dissezione ecc.
6) Lottiamo per le «Case degli Studenti».
[112]
Tutto questo perché all'ultimo si dicesse, a gran voce, da parte delle autorità: «le richieste degli studenti sono state soddisfatte».
Il Governo riconobbe la situazione deplorevole degli studenti e la loro grande miseria, ecc. Delle sei richieste formulate dagli studenti, cinque vennero accolte e cioè quelle relative agli apparecchi per dissezione, apparecchi pei laboratori, due pani bianchi al giorno, due pietanze, tre case studentesche con buoni letti, ecc.
Ma, per quanto riguardava il primo punto -la liberazione del paese dalle mani degli ebrei- non si fece nulla. E il governo, che aveva accettato 5 punti, ne rifiutò il sesto.
Del resto, fin dal principio del movimento studentesco l'intera stampa ebraica fece di tutto per trasferire il movimento su questo piano di rivendicazioni materiali. L'obiettivo del movimento doveva essere «un pane».
Questo perché il vero obiettivo -l'ebreo- passasse inosservato. D'altra parte, chi rileggerà i giornali del tempo, potrà osservare che anche i politicanti romeni ponevano il problema negli stessi termini: bisogna dare agli studenti case, nutrimento, ecc.
Come già ho ricordato, una parte del direttivo di Bucarest scivolava su questa china, e se tutti gli studenti vi si fossero diretti avrebbero deviato dalla loro missione.
Il mio parere è stato sempre contrario a questo punto di vista: contrario a ogni mescolanza di motivi d'ordine materiale con le rivendicazioni formulate dagli studenti.
Perché -dicevo io, e lo dico anche oggi- non i bisogni, non le privazioni avevano determinato il grande movimento studentesco: anzi, al contrario, era stato l'abbandono della preoccupazione di qualunque bisogno e di qualsiasi privazione, di qualunque interesse, di qualunque sofferenza personale o anche familiare, l'oblio di tutto questo da parte degli studenti romeni e l'identificarsi con tutto il loro essere nelle preoccupazioni, nei bisogni e nelle aspirazioni della loro stirpe. Questo, e soltanto questo, dava loro la luce santa che avevano negli occhi. Il movimento studentesco non è stato un movimento di rivendicazioni materiali. Esso si elevava al di là dei bisogni di una generazione, innestandosi nelle grandi linee della stirpe.
[113]
D'altra parte, a Bucarest predominava l'idea che il movimento si sarebbe dovuto mantenere nell'ambito dell'Università, che avrebbe dovuto rimanere un movimento universitario e non trasformarsi in un movimento di carattere politico. Quest'opinione, però, era completamente errata, perché coincideva con gli interessi degli ebrei e dei partiti che avevano tutta la convenienza a limitare la questione all'Università e la, con un mezzo qualunque, spegnerla.
Il nostro parere era non di creare il movimento per il movimento, ma il movimento per la vittoria. Ora, le forze studentesche non erano sufficienti per la vittoria. Ci occorrevano le forze degli studenti, unite a quelle degli altri Romeni.
I capi di Bucarest erano anche contrari alla nomina del prof.
Cuza a presidente d'una eventuale organizzazione. Essi sostenevano che il prof. Cuza non era l'elemento adatto per tale azione. Io sostenevo che bisognava collaborare con lui così com'era.Infine, quelli di Bucarest si mantenevano riservatissimi di fronte a me. Questo mi dispiaceva perché io ero venuto con tutto ciò che può avere un uomo di più puro e di più santo nel cuore, col vivo desiderio di collaborare nel modo migliore per il paese. Forse, non conoscendomi, avevano il diritto di essere riservati. Per questi motivi a Bucarest incontrai resistenza. Iniziai perciò a lavorare al di fuori del comitato, e preparammo solo tre o quattro bandiere.
A Cluj mi recai con Alexandru Ghica, uno dei tre figli della signora Costanza Ghica di Iasi -discendenti di Principi- i quali durante il periodo delle lotte del movimento studentesco si erano comportati perfettamente.
Alla presidenza del centro studentesco c'era Alexa, elemento moderato e capace. Mi venne incontro con le stesse riserve in relazione alla nomina del prof.
Cuza a presidente del movimento. La massa studentesca era intransigente e piena di slancio.Fu allora che conobbi Motza: un giovane vivace e di talento. Era dello stesso parere di Alexa. Cercai di convincerlo, ma senza [114] risultato. Tutto mi era molto difficile. Non conoscevo nessuno. Trovai tuttavia alcuni studenti: Corneliu Georgescu, studente di Farmacia, Isac Mocanu, di Lettere, Crîsmaru, di Medicina, Iustin Iliescu, ecc. Preparammo una bandiera e in casa del capitano Siancu, che sin dal primo momento aveva fedelmente aderito alla nostra azione, giurammo tutti su questa bandiera.
Ritornato a Iasi, mi trovavo davanti a due strade su cui agire parallelamente:
1) La organizzazione della manifestazione per la quale si erano preparate le bandiere di tutte le Università;
2) La espansione del movimento studentesco ed il mantenimento dello sciopero generale.
Per il primo punto la maggiore difficoltà non era rappresentata né dalla mancanza d'uomini, né dalle carenze organizzative, né dalle misure prese dal governo. La maggiore difficoltà la incontravamo questa volta non nella disapprovazione di questo piano, ma nella mancanza di entusiasmo per esso da parte del prof. Cuza.
Il prof. Cuza non era sufficientemente convinto della necessità di una organizzazione, e, d'altra parte, non credeva nella possibilità di riuscita della manifestazione che doveva aver luogo. Riguardo al secondo punto, noi incontravamo delle difficoltà nel direttivo dei centri di Bucarest e di Cluj -difficoltà che ostacolavano la formazione di un punto di vista unitario, come piano di lotta intorno a cui si potesse realizzare una perfetta unità di questo mondo nuovo, eretto con tutte le sue forze ad affrontare il nemico e tutti gli errori passati.
I dirigenti e le masse di questi centri:
a) Non conoscevano il problema ebraico e specialmente non conoscevano l'ebreo. Non conoscevano la forza giudaica, il suo modo di pensare e di agire. Avevano dato inizio alla guerra e non conoscevano l'avversario.
[115]
b) Credevano che il governo d'allora, liberale, o eventualmente un altro che succedesse a quello, al quale noi avessimo promesso il nostro appoggio, avrebbe soddisfatto le nostre richieste.
Per questo essi si ponevano più che altro sul terreno dell'intesa diplomatica. Credevano che alla fine essi sarebbero riusciti a convincere gli uomini della giustezza della causa studentesca. Credo che niente sia più penoso che il discutere un problema con uomini che non ne conoscono nemmeno le linee più elementari.
Di fronte alla situazione relativa al II punto adottai le seguenti misure:
1) Alcuni delegati qualificati del centro di Iasi avrebbero regolarmente preso parte alle sedute del comitato centrale di Bucarest. (Le sedute di questo comitato si tenevano regolarmente due o tre volte alla settimana. Cominciavano verso le 9 di sera e continuavano fino alle 3 di notte, alle 4, alle 5, e anche alle 7 del mattino, e si discuteva in contradditorio. Per molti partecipanti di quei tempi i soli ricordi del movimento studentesco sono rimaste le sedute e i dibattiti retorici in seno al comitato).
2) La creazione a Bucarest e a Cluj d'un gruppo formato dai migliori militanti della massa studentesca, che lavorassero fuori delle direttive del rispettivo centro.
A Cluj e a Bucarest questi gruppi si costituirono molto rapidamente. A Bucarest, essi erano inseriti nel comitato stesso dove il direttivo urtava in ogni seduta contro una ferma opposizione. A Bucarest, Ibraileanu, delegato di Iasi, fu d'una effettiva utilità. Come anche il contegno inflessibile di Simionescu, capo degli studenti di medicina, valse a rafforzare gli studenti nel loro vero spirito.
Sulla questione della preparazione della manifestazione, la situazione era, secondo le notizie ricevute da Iasi, la seguente.
In due settimane si erano distribuite a uomini di fiducia più di 40 bandiere in 40 circondari. Era anche naturale che, dopo due mesi di agitazioni studentesche, di sciopero generale in tutte le Università, l'anima dei romeni ribollisse ed essi si sollevassero, in attesa di una parola d'ordine. Le bandiere e la notizia della manifestazione erano arrivate a tempo.
Il prof. Cuza voleva fissare la data della manifestazione per il mese di maggio, affinché, essendo primavera, potesse partecipare [116] più gente. Era mia opinione però che la manifestazione si dovesse tenere il più presto possibile per le seguenti ragioni:
1) Tutta la gente serrata attorno al movimento studentesco attendeva una parola d'ordine da qualche parte per potersi radunare, per capire e per poter agire secondo un piano stabilito.
2) Temevo che il giudeame e la massoneria, rendendosi conto della situazione, prendessero l'iniziativa di costituire una organizzazione pseudo-nazionalista, per assorbire elementi, e avviare così il movimento su di un binario morto. In ogni caso, questo avrebbe fatto sorgere confusione nelle menti dei Romeni, cosa che non era affatto desiderabile.
3) Era necessario lo stesso mantenimento del fronte del movimento studentesco, perché la battaglia non era facile da sostenere: colpi da parte del governo, colpi da parte delle autorità, colpi da parte dei genitori, colpi da parte dei professori, miseria, fame, freddo. Una sollevazione di masse romene, che prendesse la difesa della loro causa, che desse loro una buona parola di incitamento, di incoraggiamento, avrebbe rianimato interamente il fronte di questo movimento.
4) Infine, perché migliaia di studenti aspettavano e non sapevano cosa fare. Avevano fatto una, due, tre manifestazioni: una, due, tre riunioni... Ma erano già trascorsi due mesi! La gente doveva avere qualcosa da fare. Una volta sorta la nuova organizzazione, per tutta questa moltitudine giunta all'esaurimento dei mezzi d'azione si sarebbe aperto un vasto campo di lotta.
Essi avrebbero avuto modo di lavorare sin dal secondo giorno, rivolgendosi ai villaggi per organizzarli e per ispirare loro la nuova fede.
Il prof.
Cuza fissò il giorno di Domenica 4 marzo: luogo della manifestazione, Iasi.Ero stato invitato a pranzo dal professore. Là venne posto il problema del nome da dare all'organizzazione che doveva sorgere. Il capitano Lefter diceva: Partito della Difesa Nazionale, come in Francia. A me sembrò appropriato. Il prof.
Cuza [117] soggiunse: -Non partito, lega: Lega della Difesa Nazionale Cristiana. Così rimase.Inviai allora a Cernautzi, Bucarest e Cluj telegrammi del seguente tenore: «Le nozze a Iasi, il 4 marzo».
Poi mi occupai sin nei più minuti particolari della preparazione della manifestazione. Il piano venne fissato dal prof. Cuza, d'accordo col prof. Sumulcanu e con mio padre: alla Chiesa Metropolitana, preghiera; all'Università, omaggio a
Simion Barnutziu e Gh. Mîrzescu; nella sala Bejan, pubblica riunione.Furono affissi manifesti, annuncianti la grande manifestazione nazionale. La notizia d'una grande manifestazione romena a Iasi, allo scopo di fondare un'organizzazione di lotta corse come un fulmine tra gli studenti delle quattro Università, e da loro in mezzo ai Romeni.
Già alla sera del 3 marzo cominciarono ad arrivare vagoni interi, coi gruppi preceduti dai capi che portavano la tela delle bandiere.
Sino al mattino, arrivarono 42 gruppi con 42 bandiere. La tela di questa bandiere era nera, in segno di lutto: nel mezzo una macchia bianca, rotonda, significava le nostre speranze, circondate dalle tenebre, che esse avrebbero dovuto vincere: in mezzo al bianco, una croce uncinata, segno della lotta antisemita del mondo intero e, tutto intorno, il tricolore romeno. Il prof.
Cuza aveva approvata a Bucarest anche la forma di queste bandiere. Ora le avevamo attaccate alle aste e, dopo averle avvolte in giornali, andammo tutti alla Chiesa Metropolitana, dove venne officiata la funzione religiosa alla presenza di oltre 10.000 persone.Nel momento in cui dovevano essere benedette, le 42 bandiere nere vennero spiegate davanti all'altare. Una volta benedette, esse sarebbero andate per tutto il paese, e intorno a ogni bandiera si sarebbe levata una vera fortezza di anime romene. Queste bandiere, alzate in ogni provincia, avrebbero costituito i centri di cristallizzazione di tutti coloro che erano animati da un solo pensiero e da un solo sentimento.
Con la benedizione festiva, col loro aspetto suggestivo e con la consegna a ogni provincia, un grande problema d'organizzazione e d'orientamento popolare veniva risolto.
Dalla Cattedrale Metropolitana migliaia di uomini in corteo, [118] con le bandiere spiegate, si diressero per Piazza dell'Unione, via Lapsuneanu e Carol, verso l'Università. Qui furono deposte corone d'omaggio e di venerazione alla memoria di Mihail Kogalnieanu,
Simion Barnutziu e Gheorghe Mîrzescu, difensore quest'ultimo dell'art. 7 della Costituzione del 1879 e padre del ministro liberale George Mîrzescu, difensore degli ebrei.Qui, nell'Aula Magna dell'Università, venne sottoscritto l'atto di fondazione della «Lega della Difesa Nazionale Cristiana».
Dopo pranzo ebbe luogo la riunione nella sala Bejan, presieduta dal Generale Ion Tarnowschi. Molta gente che non aveva trovato posto dentro la sala aspettava nella strada. Con grande entusiasmo il prof.
Cuza fu proclamato presidente della «Lega della Difesa Nazionale Cristiana». Parlarono: il prof. Cuza, il prof. Sumuleanu, il Generale Tarnowschi, mio padre, i rappresentanti i centri studenteschi di tutti i circondari: Tudose Popescu, Prelipceanu, Alex Ventonic, Donca Manea, Novitzchi, Sofron Robota e assieme a costoro anch'io. All'ultimo, dopo da lettura della mozione, il prof. Cuza concluse affidandomi un incarico:«Incarico dell'organizzazione della L. A. N. C. in tutto il paese, sotto la mia guida diretta, il giovane avvocato Corneliu Z. Codreanu».
Poi nominò i capi di circondario. La manifestazione terminò in ordine perfetto e con grande entusiasmo.
Piccole organizzazioni antisemite di carattere politico e di difesa economica erano sorte anche prima del 1900 e dopo. Esse rappresentavano deboli tentativi di uomini previdenti, amanti del paese, d'opporsi alla invasione ebraica sempre crescente. La più seria organizzazione antisemita era stata, però, «Il Partito nazionalista-democratico», fondato il 23 aprile 1910, sotto la direzione i professori
N. Iorga e A. Cuza. Questo partito aveva un programma politico organico. All'art. 45 si proponeva la soluzione del problema ebraico:«La soluzione del problema ebraico mediante l'allontanamento degli ebrei, sviluppando le forze produttive dei Romeni proteggendo le loro imprese».
[119]
Dopo questi punti programmatici si apriva la seguente dichiarazione solenne:
«Questo programma lo conserveremo, lo diffonderemo e lo difenderemo con tutta la nostra forza e tutta la nostra costanza, considerando ciò come nostro primo dovere d'onore».
A. C. Cuza - N. Iorga.Quest'organizzazione accoglieva tutti i militanti che si erano formati col decorso del tempo, dal 1900 -e poi quelli formati dopo il 1910.
Fra i principali si contavano: il professore universitario Sumuleanu, il prof. Ion Zelea-Codreanu, Butzureanu a Dorohoi, Tzoni a Galati, E N. Ifrim e più tardi Stefan Petrovici, C. C. Coroiu e altri.
Tutti costoro nel 1914 si trovavano a capo del movimento che chiedeva l'entrata dei Romeni in guerra per la conquista e la liberazione dalla schiavitù della Transilvania, e nel 1916 la maggior parte di essi erano stati in prima linea al fronte, compiendo magnificamente il loro dovere.
Già dal 1910-11, Dorohoi -sotto la guida dell'avvocato Butzureanu- Iasi -sotto quella del prof. Cuza- e Succava -sotto la guida di mio padre- erano diventate cittadelle della rinascita romena.
Nel 1912 la corrente era divenuta così forte in queste provincie, che alle elezioni il regime poté evitare una grande sconfitta solo ricorrendo al terrore. In questa occasione mio padre venne gravemente ferito.
Immediatamente dopo la guerra, quando i contadini ritornavano dal fronte, col desiderio ardente e la volontà di una vita nuova, alle prime elezioni entrarono in parlamento il prof.
Cuza a Iasi, e mio padre a Suceava. Qui essi sostennero un'accanita lotta parlamentare, tra gli applausi dell'intero paese. La battaglia veniva sostenuta specialmente contro la pace che cercavano di imporci i Tedeschi, i cui eserciti nemici avevano calpestato il paese.L'eco di queste lotte veramente splendide raccolse intorno al Partito nazionalista-democratico» le speranze del paese, tanto che alle elezioni che seguirono si poterono ottenere vittorie veramente formidabili. A Suceava la vittoria fu senza pari. Di sette deputati il Governo ne ebbe uno, già altri gruppi niente, e la lista [120] di mio padre sei. A Dorohoi, a Iasi, ciò avveniva quasi nella stessa misura. I treni portarono a Bucarest 34 deputati nazionalisti.
Ma per disgrazia della stirpe romena questo esercito vero e proprio che si sollevava da tutte le parti del paese finì per essere sconfitto. La sconfitta cadeva come un fulmine sulla testa dei Romeni. Le forze giudeo-massoniche riuscivano a dividere i due capi del partito: il prof.
Nicola Iorga da A. C. Cuza. Nicola Iorga non combatteva il trattato che ci imponeva «la clausola delle minoranze» e si dichiarava per la firma di esso. Il prof. Cuza, sulla barricata opposta, dimostrava che questa infame clausola delle minoranze rappresentava una sfida per tutto il sangue versato dai Romeni, una inammissibile intromissione nei nostri affari interni e un principio di sventura per noi. Ci veniva imposto di accordare i diritti politici in massa agli ebrei.Da qualche tempo
N. Iorga non era più antisemita; si capisce il motivo per cui la rottura fosse divenuta irreparabile.E a questa stirpe afflitta si erano nuovamente spezzate nel cuore le speranze di salvezza. La maggioranza dei membri e dei deputati si unirono al prof.
Nicola Iorga, credendo che le posizioni del prof. Cuza li allontanassero dalle prospettive del potere. Col prof. Cuza rimasero il prof. Sumuleanu e mio padre.
Nel 1923, nel periodo del movimento studentesco, sotto l'impulso della corrente nazionalista apparve a Bucarest il Fascio Nazionale Romeno, diretto da Vifor, Lungulescu, Bagulescu; a Cluj L'Azione Romena, coi professori universitari Catuneanu, Ciortea, Juliu Hatziegan, l'avvocato Vasiliu Cluj e un gruppo di studenti guidati da Ion Motza.
I primi pubblicavano il periodico settimanale Fascismul
6 ben scritto, efficace. Erano però all'oscuro dei termini del problema ebraico. I secondi pubblicavano la rivista quindicinale Acziunea Româneasca7 e poi Infratzirea Romaneasca8, [121] egualmente ben scritte, ma si limitavano solo a questo. Non potevano determinare l'azione, e non potevano creare un'organizzazione solida. In questo periodo lo studente Ion Motza traduceva dal francese I protocolli, che furono commentati dal prof. Catuneanu e da Em. Vasiliu Cluj e pubblicati in volume. Sempre in questo periodo Em. Vasiliu Cluj pubblicava la sua opera La situazione demografica della Romania nella quale esponeva con dati statistici la spaventosa situazione delle città romene.Queste due formazioni non avevano né la forza di azione, né quella d'organizzazione, né quella dottrinaria della «Lega della Difesa Nazionale» e avrebbero finito nel 1925 per fondersi con questa.
Dopo la fondazione della «Lega della Difesa Nazionale Cristiana» la mia attività doveva procedere in due direzioni: in quella del movimento studentesco, che rimaneva, con la sua organizzazione in centri, una unità a parte avente come obiettivi immediati i problemi e le battaglie in cui era impegnato da tre mesi; e in quella della «Lega della Difesa Nazionale Cristiana» nella quale avevo assunto la funzione di organizzatore, sotto la direzione del prof. Cuza.
Dal lato studentesco dovevo lottare per:
a) Il mantenimento delle posizioni sul fronte dello sciopero generale, nel quale gli studenti romeni erano impegnati col loro onore: cosa abbastanza difficile di fronte agli assalti, ai colpi, alle pressioni, alle lusinghe che piovevano sul capo degli studenti da tutte le parti. Per di più vi erano anche gruppi di studenti defezionisti, partigiani della tesi della sconfitta, che bisognava non sottovalutare;
b) L'utilizzazione sistematica degli elementi studenteschi disponibili per l'estensione del movimento a tutte le masse romene e la loro organizzazione in un solo esercito: «La Lega della Difesa Nazionale Cristiana».
Dal lato della L. A. N. C. avevamo capi e bandiere in circa 40 circondari. Ci occorreva:
1) Il loro completamento nei rimanenti circondari;
2) Rapporti più stretti possibile coi rispettivi capi;
3) La determinazione senza alcun indugio di alcune norme precise d'orientamento in materia organizzativa -che non esistevano [122] e che tutti i capi provinciali richiedevano, non sapendo secondo quali criteri agire.
In sintesi: difesa sul fronte studentesco, offensiva sul fronte della L. A. N. C.
La grande massa studentesca marciava, guidata dall'istinto sano della razza e dalle ombre dei morti. Marciava su questa direzione gloriosa superando infinite difficoltà.
Con la «Lega» i problemi che si ponevano erano un po' più difficili. I capi dei circondari esigevano chiarimenti e criteri organizzativi. Gli uomini sollevati dalla corrente dovevano essere rafforzati nella fede, indottrinati, pienamente delucidati sopra la organizzazione e gli obiettivi che essi avrebbero dovuto raggiungere nella loro lotta. Bisognava educarli alla disciplina e alla fiducia nel capo.
Noi non davamo vita ora a un movimento, ma avevamo già disponibile un movimento che occorreva inquadrare, disciplinare, indottrinare e condurre alla lotta.
Quando mi recavo dal prof.
Cuza con le lettere e le richieste pervenute, egli si trovava disorientato di fronte a queste richieste, che lo introducevano in un mondo per lui sconosciuto.Splendente come un sole e imbattibile sulle vette del mondo della teoria, quando scendeva sulla terra, sul campo di battaglia, egli diventava impotente:
- Non abbiamo bisogno di nessun regolamento. Si organizzino da soli -.
Oppure:
- Non abbiamo bisogno di disciplina, poiché non siamo in caserma -ci diceva spesso.
Allora mi impegnai personalmente a redigere -sino ai minimi parficolari- alcune norme organizzative. Rendendomi conto, però, che per la mia età questo era un problema difficile, mi rivolsi a mio padre, e in alcuni giorni di lavoro vi apportammo le necessarie modifiche di forma e di contenuto.
Il sistema organizzativo era semplice, ma diverso da quello dei partiti politici sino allora esistenti. La differenza derivava da questo, che, oltre all'organizzazione politica propriamente detta -basata su comitati provinciali, comunali e sui singoli membri- avevo formato un corpo giovanile a parte, organizzato in [123] decurie e centurie. Questo non era esistito sino allora nelle altre organizzazioni politiche. Più tardi se ne appropriarono anch'esse e diedero vita alle formazioni della gioventù liberale, contadina, ecc.
Quando presentai il programma al prof. Cuza, la questione assunse gli aspetti di una guerra vera e propria. Egli non voleva nemmeno sentir parlare d'una cosa simile.
Si accese allora una discussione di alcune ore, penosa, tra il prof.
Cuza e mio padre, discussione che mi fece restare di sasso. Io, sospettando che essa avrebbe nuovamente portato a chissà quale disgraziato conflitto, mi rammaricavo di averla provocata. Mio padre, uomo violento e aspro, prese il programma per andare in tipografia e farlo stampare senza l'approvazione del prof. Cuza.Questi però, con molto più tatto, più calmo -per quanto ostinato sotto certi riguardi, egli era altrettanto malleabile in casi come quello- seppe aggiustare le cose. Lo richiamò indietro dicendogli:
- Sì, stampiamolo, ma desidero esaminarlo anch'io -.
Lo corresse, ne aggiusto lo stile, e aggiuntavi la parte dottrinaria, gli inviti e i manifesti, lo fece stampare. Esso costituì «La guida del buon Romeno» e poi, «La guida della L. A. N. C.» il libro fondamentale della «Lega» fino al 1935.
Io ero contento che si fosse potuto fare qualche cosa di veramente buono e assolutamente necessario per l'organizzazione, ma in cuor mio dicevo:
- Le cose si volgeranno male se già per simili questioni elementari occorrono tante discussioni. In un'organizzazione non vanno bene né le incertezze del capo, né le discussioni.
Da molto tempo correva voce che il Parlamento liberale, il quale sedeva come Assemblea Costituente -col compito, quindi, di riformare la Costiturione- avesse intenzione di modificare l'art. 7 della Costituzione, nel senso di accordare la cittadinanza e i diritti politici a tutti gli ebrei residenti in Romania. Questo articolo della vecchia Costituzione aveva finora [124] impedito l'acquisto della cittadinanza agli stranieri, e costituiva così un vero scudo a difesa del paese contro l'invasione e l'intromissione degli ebrei nella direzione dei destini romeni. La concessione di questo diritto di intromissione negli affari pubblici della Romania a un numero di due milioni di ebrei, la concessione di un diritto di eguaglianza tra l'ebreo venuto per caso recentemente, e il romeno piantato da millenni in questa terra, era un'ingiustizia che gridava vendetta e al tempo stesso un grande pericolo nazionale, che non poteva non preoccupare e non scuotere ogni romeno amante del suo paese.
Il prof. Cuza, di fronte a questa situazione, scrisse una serie d'articoli immortali, indicando il pericolo che minacciava l'avvenire della nazione; e la «Lega» diffuse in tutto il paese delle petizioni perché fossero firmate da tutti i romeni -con le quali si chiedeva il mantenimento dell'art. 7 della Costituzione. Le petizioni furono sottoscritte da centinaia di migliaia di Romeni e presentate all'Assemblea Costituente.
Io decisi che noi studenti durante la discussione di questa grave questione partissimo da tutti i centri per Bucarest, e là, insieme con gli studenti della città e la popolazione, organizzassimo una dimostrazione per impedire l'emanazione dell'atto che avrebbe asservito il nostro avvenire. Partii per Cernautzi, Cluj e Bucarest.
Gli studenti accolsero la proposta e cominciò l'organizzazione, in vista della partenza. Per fissare questo momento (della partenza) dovevo mandare un telegramma convenzionale, Il piano però falli. Perché noi ci aspettavamo che i dibattiti sulla questione durassero almeno tre giorni, nel quale tempo avremmo potuto spostarci a Bucarest.
Ora, il 26 marzo, le discussioni non durarono nemmeno mezz'ora. Il Governo liberale e l'Assemblea -come se fossero coscienti dell'atto estremamente vergognoso che commettevano- cercarono di nasconderlo, facendolo passare il più possibile inosservato.
Il giorno successivo a questo atto di enorme tradimento nazionale, la stampa cosiddetta romena e quella ebraica passarono sotto silenzio l'infamia.
[125]
Dimineatza
, Lupta9, Adevarul, pubblicavano ogni giorno pagine intere a caratteri cubitali sulla controversia tra proprietari e inquilini a Bucarest, e ora solo alcune parole, in un angolo, annunciavano semplicemente e perfidamente:«L'articolo 7 della vecchia Costituzione è stato sostituito dall'art. 133».
Il partito liberale e l'ignobile Assemblea del 1923 ponevano e suggellavano la pietra tombale sull'avvenire di questo popolo.
Nessuna maledizione dei figli, delle madri, dei vecchi, di tutti i Romeni che soffrono su questa terra, ora e nei secoli dei secoli, sarà sufficiente per ripagare questi traditori della stirpe.
Così, in silenzio, e in un'atmosfera di viltà generale, si consumava questo atto di alto tradimento nazionale.
Si udiva soltanto la voce del Prof. Cuza, la personalità che si levava ora su tutta la nazione romena:
«Romeni!
La Costituzione del 28 marzo 1923 dev'essere immediatamente abrogata. Protestate contro la sua approvazione. Chiedete elezioni libere. Organizzatevi per assicurarvi la vittoria. Una nuova costituzione deve garantire i diritti della stirpe romena come stirpe dominante dello Stato».
Quando seppi dell'accaduto a Iasi, scoppiai in pianto e mi dissi:
- Non è possibile, bisogna almeno che si sappia che abbiamo protestato: perché una stirpe alla quale si impone un simile giogo sul collo, e che nemmeno protesta, e una stirpe di imbecilli-.
Preparai allora un manifesto, diretto agli abitanti di Iasi, chiamando tutti i romeni a una manifestazione di protesta alla Università. La notizia della concessione dei diritti agli ebrei si diffuse per tutte le case come un fulmine. La città ribolliva.
Le autorità, per ordine del governo, misero in moto l'esercito, i gendarmi, la polizia: cominciarono le provocazioni e il divieto di circolazione. Allora il piano venne modificato. La manifestazione non si fece più all'Università, ma in 14 punti della città.
[125]
Qui iniziarono dimostrazioni e conflitti che durarono tutta la notte.
Le autorità, l'esercito e le forze di polizia erano completamente disorientate per il brusco mutamento del piano di lotta e del luogo della manifestazione che li costringeva a spostarsi da un capo all'altro della città, in relazione alla comparsa dei dimostranti, che spuntavano di mezz'ora in mezz'ora in punti opposti.
Il gruppo al mio comando si riunì nel punto più difficile: Podul Rosu (Socola) e Tîrgul Cucului: là dove l'arroganza ebraica sosteneva che non sarebbe potuto entrare mai nessun dimostrante antisemita senza essere punito con la morte.
Là non abitava nessun romeno. Migliaia di giudei si erano svegliati e brulicavano come un nido di vermi. Quando fummo ricevuti a colpi di arma da fuoco, rispondemmo con colpi di arma da fuoco.
Noi facevamo il nostro dovere, rovesciando tutto quello che ci impediva il passo, dimostrando al giudeame che Iasi, l'antichissima capitale della Moldavia, era ancora romena, e che là era il nostro braccio a comandare, a tollerare o meno, a detenere la pace o la guerra, a punire o perdonare.
Il giorno dopo arrivo a Iasi, in aiuto dei due reggimenti, della polizia, della gendarmeria e del giudeame, la cavalleria di Birlad e i giornali della Capitale uscirono in edizione speciale: «Iasi ha vissuto una notte e un giorno di rivoluzione».
Tanto siamo riusciti a fare noi ragazzi; di tanto siamo stati capaci, nel momento in cui ci è stato imposto il giogo sulle spalle! Non l'abbiamo subito con umiltà, con rassegnazione da schiavi, con vigliaccheria. E questo vale come un giuramento sacro per tutta la vita: infrangere questo giogo, per quante lotte e sacrifici ci venissero richiesti.
Il giorno dopo mi recai alla prefettura di polizia per portare da mangiare agli arrestati. Là veniva interrogato e trattenuto Julian Sîrbu, sotto l'accusa di essere stato l'autore del manifesto. Vedendo questo, mi presentai all'inquirente e gli dissi:
- Non è Sirbu l'autore del manifesto. Sono io.
[127]
Alla polizia mi fu detto:
- Signor Codreanu, bisogna che Lei vada in Tribunale con l'agente.
- Perché con l'agente? -risposi- Vado solo.
Era la prima volta che si metteva in dubbio la mia parola. Mi sentivo offeso.
- No, io con l'agente non ci vado. Non ha che da camminare 20 metri dietro di me. Io vado solo: la mia parola vale più di 20 agenti di polizia.
Andai, con l'agente a venti passi dietro di me.
Arrivai in Tribunale. L'agente entrò e introdusse anche me avanti al sig. giudice istruttore Catzichi. Il giudice mi disse queste parole:
- Sei in arresto e devo mandarti al carcere giudiziario.
A queste parole mi si annebbiarono gli occhi. A quel tempo «essere arrestato» significava qualcosa d'infamante. Nessuno tra i cittadini di Iasi era mai stato arrestato, e non s'era ancora sentito che uno studente nazionalista fosse arrestato. E dovevo essete proprio io col mio passato di combattente?
- Signor Giudice, io non tollero d'essere arrestato, e nessuno potrà levarmi di qui, per portarmi al carcere giudiziario.
Il pover'uomo per non provocare altre discussioni diede ordine all'agente di condurmi al carcere giudiziario e mi consigliò di non oppormi. Poi se ne andò. L'agente tentò di condurmi via.
Gli dissi:
- Vada a casa, buon uomo, e mi lasci con Dio, poiché lei non potrà portarmi via di qui.
Vennero anche altri. Io rimasi là dalle 11 del mattino fino alle 8 di sera. Tutti gli interventi per togliermi di là furono vani.
Pensavo tra me:
- Non sono colpevole di niente. Ho fatto il mio dovere verso la mia stirpe. Se vi è qualcuno di colpevole, e che deve essere arrestato, sono coloro che hanno nociuto alla stirpe: il Parlamento che ha concesso i diritti politici agli ebrei.
Alla fine se ne andarono tutti gli impiegati del Tribunale, via via fino agli uscieri. Io rimasi con gli agenti accanto a me.
[128]
Alle 8 arrivarono 3 ufficiali.
- Signor Codreanu, abbiamo l'ordine di evacuare questo Tribunale.
- Bene, Signori Ufficiali, andrò fuori.
Scesi le scale e uscii. Con mia sorpresa vidi la una compagnia di gendarmi in semicerchio, procuratori, giudici e polizia.
Allora io camminai diritto e mi sedetti in terra in mezzo al cortile. Arrivarono le autorità dicendomi:
- Bisogna che vada al carcere giudiziario.
- Non vado. Mi sollevarono di peso, mi misero nel cellulare e mi portarono al carcere giudiziario sotto la scorta della compagnia di polizia. Mentre stavo per entrare nel carcere giudiziario i ragazzi tentarono di liberarmi, ma le pistole dei gendarmi li fermarono.
Era contro le leggi la protesta? No, era contro il giogo dell'ingiustizia.
Questo mio rifiuto di subire l'arresto pareva quasi un presentimento delle molte sofferenze che avrei dovuto sopportare, una volta incamminato per questa strada, tra le fredde mura delle prigioni.
Rimasi la una settimana, sino alla vigilia di Pasqua. I miei primi giorni di prigione! Nel morale li sopportai molto penosamente, perché non potevo comprendere come uno potesse essere arrestato quando lottava per la propria stirpe -e su ordine di coloro che lottavano contro la stirpe.
Uscito dal carcere andai a casa. Molti Romeni mi vennero incontro alle stazioni facendomi dimostrazioni di simpatia e spronandomi a condurre la lotta più lontano, perché la lotta era per la stirpe e la stirpe avrebbe finito per vincere.
La stirpe intera, nelle sue componenti migliori, dal contadino sino all'intellettuale, accolse con indicibile dolore la triste notizia della modificazione dell'art. 7: ma essa non poteva fare niente, perché s'era trovata venduta e tradita dai suoi capi. Ora, quale maledizione era caduta sul nostro capo e quali errori avevano potuto condannare noi Romeni ad avere simili canaglie per capi?
[129]
Ecco, uno di fronte all'altro, due momenti storici in due diverse Romanie, con due generazioni di uomini e con lo stesso problema.
La Costituente del 1879, della piccola, anzi piccolissima Romania, che aveva il coraggio di sopportare le pressioni dell'Europa: e la Costituente del 1923, della Grande Romania, creata col sacrificio del nostro sangue -che per servilismo interessato, sotto le pressioni della stessa Europa, non esitava ad umiliare e a mettere in pericolo la vita di una nazione intera.
Nelle pagine che seguono i lettori di questo libro troveranno con una certa sorpresa una serie di estratti dalle opere di alcuni eminenti patrioti romeni, i quali nel 1879 lottarono strenuamente per il diritto alla vita del popolo romeno, affrontando coraggiosamente i fulmini minacciosi dell'Europa intera.
Sebbene l'inserimento di questi frammenti appesantisca e renda involuto il piano di sviluppo normale di questo volume, deviando dalle regole imposte in questa materia, ho riportato questi estratti, non tanto per il desiderio di utilizzarli come argomenti storici, quanto -piuttosto- per portare nuovamente alla luce queste luminose espressioni del pensiero di quegli illustri predecessori, che la cospirazione occulta giudeo-massonica ha perseguitati, serrandoli con pesanti suggelli sotto le pietre dell'oblio, proprio perché essi hanno scritto, pensato e lottato come veri giganti del romenismo.
La nostra generazione, superando i cinquant'anni di abdicazione accettata dagli uomini politici di fronte al pericolo ebraico, si ritrovava sulla stessa linea di fede, di sentimento e di carattere seguita da quelli del 1879, e nel momento di questo sacro incontro si inchinava con riconoscenza e devozione di fronte alle loro grandi ombre.
[130]
Ecco il comportamento che tenne alla Camera nel 1879 il grande Vasile Conta.
Cinquant'anni prima, il filosofo romeno dimostrava con argomenti incrollabili, inquadrati in un sistema di logica rigorosissima, la solidità di quei principi di razza che devono stare alla base dello stato nazionale. Teoria questa accolta cinquant'anni dopo da quella stessa Berlino che nel 1879 ci imponeva d'accordare i diritti agli ebrei.
Di qui si può vedere la fragilità delle argomentazioni di coloro che attaccano il movimento nazionale, come ispirato alla nuova ideologia germanica, quando -in realtà- era Berlino che parecchie decine d'anni dopo entrava nella linea indicata da Vasile Conta, Mihail Eminescu e da altri.
«Noi, se non lotteremo contro l'elemento ebraico, periremo come nazione.
«È riconosciuto, proprio da parte di coloro che ci attaccano oggi, che la prima condizione perché uno Stato possa esistere e prosperare, è che i cittadini di quello Stato siano della stessa razza, dello stesso sangue -e questo risulta facile da comprendere. Prima di tutto gli individui della stessa razza si sposano tra di loro: poiché soltanto col matrimonio tra di loro si mantiene l'unità di una razza per tutti quegli individui; e poi il matrimonio dà origine ai sentimenti di famiglia, che sono i vincoli più possenti e più durevoli tra quanti possano mai legare gli individui fra di loro; e quando consideriamo che questi vincoli familiari si stendono da individuo a individuo, sino a comprendere l'intera popolazione d'uno stato, vediamo come tutti i cittadini che costituiscono uno stato siano attratti l'uno verso l'altro dal sentimento generale dell'amore -da quella che si chiama la simpatia di razza. Oltre a questo: se teniamo conto che lo stesso sangue scorre nelle vene di tutti i membri di un popolo, comprendiamo che tutti questi membri avranno per effetto dell'ereditarietà quasi gli stessi sentimenti, quasi le stesse tendenze e perfino quasi le stesse idee; cosicché nel momento del bisogno, nelle grandi occasioni, il cuore di tutti batterà nello stesso modo, la mente di tutti adotterà le stesse opinioni, l'azione di tutti perseguirà lo [131] stesso scopo. In altre parole, la nazione che sarà composta d'una sola razza avrà un solo centro di gravitazione e lo Stato che sarà costituito da una simile nazione si troverà nelle migliori condizioni di resistenza, solidità e progresso. Per conseguenza, proprio secondo le necessità di natura la prima condizione per l'esistenza d'uno stato, è che il popolo sia della stessa razza. Ebbene, questa verità e quella su cui si fonda il principio delle nazionalità, di cui tanto si parla nel mondo civile. Questo principio delle nazionalità, s'intende, si riferisce solo alla razza e niente affatto a quelli che si chiamano «sudditi dello Stato, senza differenza di razza», perché allora il principio non troverebbe più alcuna applicazione.
«Ebbene, questo principio è tanto profondamente radicato oggi nella coscienza di tutti gli uomini -siano essi uomini di Stato, siano semplici cittadini- che tutte le costituzioni e revisioni costituzionali si operano ormai nel mondo civile solo sulla base del principio delle nazionalità. E allora, non si venga più a dire da parte dei pubblicisti ebrei o ebreofili, che a fondamento dello Stato vi sarebbe soltanto il semplice interesse materiale comune ai cittadini, perché vediamo al contrario che proprio il nostro secolo è quello che ha fatto sorgere il principio della nazionalità, proprio questo principio prevale oggi sempre più... È vero che questo non impedisce la concessione agli stranieri della cittadinanza di uno Stato, ma a una condizione: che tutti gli stranieri si fondino con la nazione dominante, in altre parole, che si mescolino completamente, sì che alla fine rimanga nello stato sempre un medesimo sangue.
«Questi sono i soli principi scientifici della naturalizzazione. Per conseguenza, perché la naturalizzazione sia utile, razionale e conforme alla scienza, essa deve essere accordata solo agli stranieri che si fondono o si preparano a fondersi per mezzo del matrimonio con gli indigeni. Altrimenti, capirete bene che se venisse concessa la cittadinanza agli individui che non hanno alcuna disposizione, e nemmeno possono averla, a fondersi col sangue della razza dominante, allora sarebbe come esporre quel paese a una lotta perpetua tra opposte tendenze.
«Non dico che sia impossibile che le diverse razze che esistono in un paese abbiano qualche volta un interesse comune; [132] che le tendenze ereditarie dell'una siano ugualmente favorite, come le tendenze ereditarie delle altre, dalle medesime circostanze. Finché durasse questo stato di cose, gli indigeni e i naturalizzati vivrebbero indubbiamente in pace.
«Ma le circostanze mutano, e con esse può mutare anche l'interesse delle diverse razze; e, se non oggi, domani, se non domani, dopodomani, le tendenze dei naturalizzati si troveranno in conflitto con le tendenze degli indigeni e allora l'interesse degli uni non si concilierà più con l'interesse degli altri e allora gli interessi degli uni non potranno essere soddisfatti senza sacrificio degli interessi degli altri: e interverrà allora la lotta per l'esistenza tra una razza e l'altra, si svolgeranno conflitti accaniti, che potranno terminare o nell'ipotesi della completa dissoluzione dello Stato, o nell'ipotesi in cui una delle razze venga completamente schiacciata, perché rimanga di nuovo una sola razza dominante nello Stato... Orbene, la storia nazionale e le esperienze d'ogni giorno ci hanno dimostrato e ci dimostrano che, fra tutti gli stranieri che vengono da noi, i turchi e specialmente gli ebrei sono quelli che non si mescolano mai con noi per mezzo del matrimonio, mentre gli altri stranieri, russi, greci, italiani, tedeschi, si mescolano con noi per mezzo del matrimonio e si fondono con noi -se non alla prima generazione, alla seconda o alla terza, giungendo alla fine il momento in cui non rimane più alcuna differenza tra questi stranieri e noi né riguardo al sangue, né riguardo all'amore di patria.
«Non così avviene con gli ebrei...
«... Comunque si ponga la questione, comunque la si interpreti, noi, se non lotteremo contro l'elemento ebraico, periremo come nazione».
(Dal Discorso contro la revisione dell'art. 7 della Costituzione, tenuto alla Camera dei Deputati, sessione straordinaria, seduta del 4 settembre 1879 e pubblicato nel Monitorul Oficial, n. 201, mercoledì 5 settembre 1879, pp. 5755-5756).
Mentre alla Camera Vasile Conta teneva il discorso sopra riportato, al Senato, il poeta dell'Unione, Vasile Alecsandri, [133] esprimeva il sentimento dei Romeni nei termini seguenti:
«Oggi la Romania si presenta a noi con la sua storia in mano perché noi scriviamo nelle sue pagine: o l'umiliazione e la perdita della sua stirpe, o la sua dignità e la sua salvezza...
«Di fronte a questa situazione senza pari negli annali della storia del mondo, occorre saperci elevare col cuore e col pensiero all'altezza del nostro dovere, senza passioni, senza violenza, ma con lo spirito calmo, con il patriottismo illuminato e con il nobile coraggio che si richiede agli uomini chiamati a decidere della sorte del loro paese...
«Che cos'è questa nuova prova? Che cos'è questa nuova invasione? Chi sono gl'invasori, da dove vengono, che cosa vogliono? E chi è il nuovo Mosè, che li conduce alla nuova terra promessa, situata questa volta sulle rive del Danubio?
«Chi sono gli invasori? Sono un popolo attivo, intelligente, instancabile nell'adempimento della sua missione; sono gli adepti del più cieco fanatismo religioso; i più esclusivisti di tutti gli abitanti del; globo, i meno assimilabili con gli altri popoli del mondo...
«Che cosa vogliono da noi?
«Diventare proprietari della terra di questo popolo, e fare degli antichi padroni del paese degli iloti, così come sono oggi i contadini della Galizia e d'una parte della Bucovina.
«Il paese è bello, ricco: ha grandi città, strade ferrate, istituzioni sviluppate, e un popolo alquanto imprevidente, come tutti i popoli di razza latina...
«Cosa c'è di più facile che sostituirsi agli abitanti di questo paese, e fare del paese intero una proprietà israelitica?
«Se è questo il piano degli invasori di oggi, così come tutto c'induce a credere, esso prova ancora una volta lo spirito intraprendente della razza ebraica, e, invece di meritare biasimo, esso è di natura tale d'attirarsi la lode e l'ammirazione degli uomini pratici.
«Il biasimo ricadrebbe invece su noi romeni, se con la indifferenza e con l'applicazione di certe fatali e assurde teorie umanitarie, fossimo noi stessi a tendere una mano per favorire il compimento di questo piano. Il biasimo ricadrebbe su di noi, se, ingannati dalle stesse teorie -comprese a rovescio- [134] o posseduti da un timore immaginario, sotto la influenza di minacce immaginarie, dimenticassimo che la patria romena è una custodia sacra, affidata a noi dai nostri padri perché la trasmettessimo intera e incontaminata ai nostri figli...
«Ma che cosa direbbe il paese intero se gli creassimo una simile situazione nella storia'? Che cosa direbbe il romeno che ha combattuto gioioso per l'indipendenza della terra avita?
«Il paese distoglierebbe con dolore gli occhi da noi...
«Il Romeno direbbe: non chiedetemi più da oggi in poi il mio sangue, se quel sangue versato serve solo a stroncare il paese e ad avvilire la dignità nazionale.
«Per questi motivi, quando oggi la Romania viene con la sua storia in mano perché noi scriviamo sulle sue pagine il nostro veto, io stesso strappo la pagina destinata alla iscrizione dell'umiliazione del paese e sull'altra pagina scrivo col mio cuore: la sua dignità e la sua salvezza!».
(Dal Discorso contro la revisione dell'art. 7 della Costituzione pronunciato nel Senato di Romania, sessione straordinaria, seduta del 10 ottobre 1879 e pubblicato nel Monitorul Oficial n. 230 di giovedì 11-23 ottobre 1879, pp. 6552-6558).
Ecco la posizione di fiero stile nazionale sulla quale intendeva porsi, in ordine al problema ebraico e alle pressioni esercitate all'estero, il ministro degli Interni Mihail Kogalniceanu, titolare di quel ministero che oggi è diventato il luogo dal quale partono gli ordini di tortura contro coloro che ancora lottano per difendere la nostra stirpe:
«Tutti coloro che nutrono vivo interesse per il loro paese si sono preoccupati di impedire lo sfruttamento del popolo da parte degli ebrei. In Romania la questione ebraica non è una questione religiosa: essa è una questione nazionale, e al tempo stesso una questione economica.
«In Romania gli ebrei non costituiscono soltanto una diversa comunità religiosa; essi costituiscono, nel senso proprio del [135] termine, una nazionalità, straniera ai Romeni per l'origine, per la lingua, per il modo di vestire, per i costumi e perfino per i sentimenti.
«Di conseguenza, non c'è di mezzo la persecuzione religiosa: poiché, se così fosse, gli israeliti incontrerebbero la proibizione o la restrizione nell'esercizio del loro culto, mentre ciò non avviene affatto. Le loro sinagoghe non si leverebbero libere accanto alle chiese cristiane. Il loro insegnamento religioso, il loro culto pubblico non sarebbero ugualmente consentiti.
«Tutti coloro che hanno visitato i Principati e specialmente la Moldavia, si sono spaventati dall'aspetto tristo -per non dire di più- che presentano gli israeliti polacchi che popolano le nostre città. Quando poi hanno studiato più a fondo il commercio, l'industria e i mezzi di sussistenza di questa moltitudine, questi viaggiatori si sono spaventati ancor di più, vedendo come gli ebrei siano consumatori senz'essere produttori e come la loro industria principale -l'unica si può dire- sia lo spaccio delle bevande.
«... Io non ho cacciato nessun ebreo dalla sua residenza, per la semplice ragione che, secondo le leggi del paese, gli israeliti di Romania non hanno diritto di risiedere nei villaggi così come avviene anche in Serbia.
«... Io ho posto limiti alla concessione, per l'avvenire, di bettole e affini agli israeliti, e specialmente a quelli che si chiamano Galiziani e Podoliani. Questa misura, che si fonda sul Regolamento organico e sulla legge votata dall'Assemblea Generale e sanzionala da Mihail Sturdza, non è stata sino ad oggi abrogata da alcuna legge posteriore, anzi proprio tutti i ministri degli interni, prima e dopo la Convenzione, hanno ordinato e ribadito la sua applicazione. Prova ne siano le ordinanze dei miei predecessori e cioè del 17 giugno e 28 giugno 1861 -al tempo del ministro Costa Foru- del 5 febbraio 1866 -sottoscritte dal generale Florescu- e dell'11 marzo e dell'11 aprile 1866 dirette alla Prefettura di Rîmnicul Sarat -sottoscritte dal principe Dimitri Ghica ecc. ecc.
«In questa situazione, non un ministro, ma dieci ministri, che si succedano al potere uno dopo l'altro, non potrebbero fare diversamente da quello che abbiamo fatto io e i miei predecessori.
«Noi ministri della Romania, di un paese cioè con un regime [136] costituzionale, possiamo governare solo conforme alla volontà della nazione.
«Abbiamo il dovere di tenere conto delle sue necessità, delle sue pene e, fino a un certo punto, anche dei suoi pregiudizi...
«... Questo dimostra la grande irritazione delle popolazioni romene, prodotta da grandi sofferenze e da una legittima preoccupazione, perché è la voce d'una nazione che si sente minacciata nella sua nazionalità e nei suoi interessi economici. Questa voce gli stranieri possono soffocarla, ma non è consentito a nessun ministro romeno, di qualunque partito, di non ascoltarla.
«Per questo, non da oggi, ma da sempre, in tutti i tempi e sotto tutti i regimi, tutti i Signori, tutti gli uomini di Stato della Romania, tutti coloro che nutrono un vivo interesse per il loro paese si sono preoccupati della necessità d'impedire lo sfruttamento del popolo romeno da parte d'un altro popolo a lui straniero, da parte cioè degli ebrei».
(Dalla Comunicazione del Ministro dell'Interno, Mihail Kogalniceanu, al Ministero degli Esteri, nel giugno 1869, riguardo alla questione ebraica. Pubblicata nella Collezione dei provvedimenti legislativi della Romania Antica e nuova, promulgati sino alla fine dell'anno 1870 da Ioan M. Bujoreanu, Bucarest 1873, Nuova tipografia dei laboratori romeni, Disposizioni e circolari, capitolo X, pp. 813-816).
«Se già oggi quanti non godono la pienezza né dei diritti civili né di quelli politici hanno messo mano su tutto il commercio e su tutta la piccola industria della Moldavia; se già oggi essi fanno spaventosamente il loro comodo sulla pianura romena, se oggi si annidano nel focolare dei laboriosi olteni, che cosa sarà domani, quando essi avranno ottenuta l'uguaglianza dei diritti, quando avranno la possibilità di dirsi romeni, quando avranno il diritto -formalmente riconosciuto dalla legge così come avviene per noi- di considerare questa patria come la loro!».
(Opere complete. La questione israelitica, p. 489. Iasi, Libreria romena Ionescu-Georgescu, 1914, citato da Alex Naum).
[137]
«Con quale lavoro o quali sacrifici hanno acquistato il diritto d'aspirare all'uguaglianza coi cittadini romeni? Hanno essi combattuto coi Turchi, coi Tartari, coi Polacchi è gli Ungheresi? Quando mai a loro i Turchi hanno infranto i vecchi trattati, hanno tagliato la testa? S'è elevato forse col loro lavoro il prestigio di questo paese, s'è dissepolta dai vincoli del passato questa lingua? Per merito d'uno solo di essi la stirpe romena s'è guadagnata il diritto al sole?».
(Op. cit., p. 841).
«Non vedete che le piattole ebraiche d'Inghilterra e di Francia non chiedono diritto di cittadinanza in Romania, ma privilegi, supremazia e mirano a fondare un'aristocrazia del denaro, del Vitello d'Oro?
«Chiedono quello che noi, fino all'ultimo romeno, non potremo dare.
«Credono forse, le piattole ebraiche d'Inghilterra e di Francia, credete forse anche voi, insieme a loro, che i Romeni guarderanno a sangue freddo lo stabilirsi tra loro della più sordida ed immonda, della più plebea delle oligarchie, la dominazione di furfanti, di ebrei, di ruffiani di Mammona?
«Su quale parola però, e su quale diritto, si potrà stabilire tale abominevole dominazione all'atrio, alle soglie del secolo ventesimo, dove l'umanità intera, all'infuori dei figli della perdizione, si presenterà come una sposa al suo Divino Sposo?
«Vengono le piattole ebraiche d'Inghilterra e di Francia in nome dei diritti dell'uomo fondati sull'uguaglianza, a pretendere esse soltanto privilegi e supremazia?
«E poiché non possono invocare questi diritti, osano, dal momento che è scoppiato loro in testa il paradosso del Romeno di rito israelita, spingere il loro ardire ultragiudaico sino a minacciarci in nome dei Sovrani d'Europa!...
«Con che cosa dunque ci conquisteranno i giudei?
«Con la quantità? Col numero? Con la forza?
«Per il bene che desideriamo e abbiamo desiderato per [138] loro, in nome della palingenesi dei popoli e degli stessi ebrei sulla terra di Palestina, li compiangiamo per compassione e diamo loro il consiglio che può dare un cristiano -fiducioso nella salvezza dell'intera umanità per merito delle ferite di Cristo che dall'alto della Croce perdona i suoi stessi carnefici- di non tentare mai una di queste cose e di non osare nemmeno pensarla e tanto meno pretenderla in quest'epoca di agitazione provocata dagli angeli di Satana che li hanno indotti in tentazione; di non provocare mai una di queste cose, perché solo Dio sa dove arriveranno i romeni nella più sacra e legittima delle collere, difendendo i propri diritti, come ogni nazione che abbia l'istinto di conservazione!».
(Da L'equilibrio fra le antitesi dello spirito e della materia di Heliade R., pubblicato dal 1859 fino al 1869; parte III, titolo Israeliti e Giudei, capitolo IX, pp. 380-383).
«Così dunque il Talmud prevede per gli ebrei due modi di comportamento nei nostri confronti.
«Se siete più forti dei cristiani, sterminateli.
«Se siete più deboli dei cristiani, adulateli...
«Però, perché un uomo più debole di me possa arrivare ad essere più forte di me, deve prima passare per un gradino di mezzo, su cui egli sarà uguale a me.
«Adesso capite dunque che cosa vuol dire concedere agli ebrei i cosiddetti diritti politici?
(Da Studi sul giudaismo. Il Talmud come professione di fede del popolo ebraico di B. P. Hasdeu, direttore dell'«Archivio storico della Romania», presidente della sezione di scienze morali e politiche dell'Ateneo Romeno, Bucarest - Tipografia Teodoro Vaidescu, Casa Ed. Bossel, n. 34, 1866, pp. 30-31).
«Il giudeame, cioè la settima parte della nostra popolazione totale, è la più triste lebbra a cui ci ha condannato la debolezza, l'imprevidenza e la nostra venalità».
[139]
(Dalla Lettera a Lupascu, spedita da Ocna in data 12 gennaio 1869 e pubblicata nel volume di C. Negri, Versi, prosa, lettere, con uno studio sulla vita e i suoi scritti di E. Garleanu, Edizione «Minerva», viale dell'Accademia 3, Bucarest, 1909, p. 116).
Ci permettiamo di inserire in questa raccolta di citazioni, l'opinione di colui che fu il grande storico A. D. Xenopol, professore all'Università di Iasi -in considerazione dell'incontestata autorità scientifica di un maestro che ha vissuto e ha visto coi propri occhi le dolorose realtà registrate.
«Se un Romeno si decidesse ad aprire un negozio, nemmeno un ebreo ne varcherebbe la soglia, rimanendo così schivato da una numerosa clientela -mentre i Romeni non si trattengono affatto dal comprare dagli ebrei. Si capisce che, anche senza cartello dei prezzi, la resistenza del negoziante e dell'artigiano romeno può essere vinta.
«Nessun ebreo accoglierà mai nella sua impresa un Romeno se questo ultimo può imparare qualche cosa da lui: poiché i Romeni non sono accolti nelle case ebraiche se non come servi o facchini. Questo sistema esclusivistico persiste in tutta la sua intensità. Non si trova, negli innumerevoli laboratori o negozi degli ebrei che hanno invaso la Moldavia da un capo all'altro, nemmeno un cristiano -o romeno- come apprendista, lavorante, sottomaestro, contabile, cassiere, commesso.
«Gli ebrei praticano dunque riguardo ai Romeni il più rigoroso esclusivismo economico, e non possono rinunciare ad esso, poiché è prescritto dalla loro stessa religione».
(Da: La question israélite en Roumanie di A. D. Xenopol, studio comparso su La renaissance latine, Rue Boissy d'Anglas 25, Paris, 1902, p. 17).
Dopo Pasqua riprese la lotta.
Sul fronte della L. A. N. C. il prof.
Cuza proseguiva l'azione attraverso la stampa, e noi ci occupavamo dell'organizzazione. [140] Cominciò così la serie delle riunioni nelle città e nei paesi.Sul fronte studentesco la modifica dell'art. 7 della Costituzione produsse dei cambiamenti. I capi di Bucarest e di Cluj, i quali avevano creduto che un movimento studentesco avesse potuto convincere, alla fine, il governo ad accogliere le giuste richieste degli studenti, vedendo che questo non solo non aderiva, ma accordava i diritti politici agli ebrei, si scoraggiavano amareggiati e cominciavano a ventilare sempre più l'idea della capitolazione.
A Cluj, il presidente stesso convocò una riunione nella quale espose la tesi della ripresa delle lezioni. La massa studentesca respinse la proposta e dichiarò che essa lottava per l'onore, e che la lotta doveva essere continuata sino al limite della resistenza. Sostenitori di questa tesi erano Ion Motza, Corneliu Georgescu, Isac Mocanu, insieme con tutto il nostro gruppo.
Alexa diede le dimissioni e fu eletto al suo posto come presidente del centro studentesco «
Petru Maior» Ion Motza, con un nuovo comitato.L'offensiva governativa per indurre gli studenti a riprendere le lezioni riuscì vana anche questa volta, ma col sacrificio dei capi: Ion Motza e altri sei furono espulsi per sempre da tutte le università per il loro fiero contegno. A Bucarest un gruppo guidato da Simionescu e Danulescu cominciò a sostituirsi al direttivo sempre più indeciso e debole. Nemmeno qui il governo riuscì ad aprire i corsi dopo Pasqua.
Trascorsero ancora due mesi di resistenza eroica, di miseria, di pressioni. Gli studenti erano spossati. A Bucarest venne fissata la riapertura dell'Università in vista degli esami -non fosse altro per gli studenti ebrei e per i rinnegati-. Il giorno della riapertura entrarono nell'Università reparti dell'esercito. I deboli conflitti dinanzi all'Università non riuscivano più a provocarne la chiusura.
Era proposito del governo riaprirle una dopo l'altra, lasciando Iasi per ultima, e mettendola di fronte al fatto compiuto di tre Università riaperte. Dopo una settimana Cluj, e dopo pochi altri [141] giorni Cernautzi, le Università vennero riaperte con l'intervento dell'esercito, nelle stesse condizioni di Bucarest Dopo un'altra settimana, venne anche la volta di Iasi, che, rimasta isolata in seguito alle misure governative, era rimasta sola e con forze molto ridotte.
Alla vigilia della riapertura, sapendo che l'indomani mattina. i soldati sarebbero entrati nell'Università, decidemmo d'occuparla noi durante la notte.
Fin dall'alba mandai uno studente di fiducia, il quale entrò nella «sala dei passi perduti» e aprì i paletti posti sulle due grandi vetrate senza farsene accorgere, in modo che fosse sufficiente una semplice spinta dalla strada per aprirle. Senza comunicare il piano, convocai alle ore 9 cento studenti alla sala Bejan. Alle dieci l'Università venne occupata da noi. Sul frontone era stata inalberata la bandiera con svastica.
Poco dopo arrivò anche il rettore dell'Università, prof. Simionescu, al quale aprimmo. Egli ci parlò, esortandoci ad abbandonare l'Università. Noi replicammo, spiegandogli la nostra causa. Dopo alcune ore se ne andò. Ci organizzammo per la guardia, e rimanemmo la tutta la notte vegliando.
L'indomani mattina gli studenti giunsero in gran numero all'Università. Rianimati, decisero all'unanimità di continuare la lotta.
I giornali ebraici ci attaccarono furibondi.
Due giorni dopo Cluj, con uno scontro, cercò di riprendere l'Università dalle mani dei gendarmi. Dopo altri due giorni, Bucarest e Cernautzi ne imitarono l'esempio. Queste lotte provocarono nuovamente l'insurrezione di tutti gli studenti e la conseguente chiusura di tutte le Università. L'anno scolastico era terminato. La gioventù romena aveva dato una prova unica di resistenza, di carattere e di solidarietà.
* * *
Onore agli studenti che, con la loro fede, affrontando tanti colpi, hanno dato un esempio di volontà collettiva, non riscontrato mai nella storia delle Università del mondo intero. In nessun paese si sono mai visti gli studenti, uniti in un'anima sola, assumersi tutte le responsabilità e tutti i rischi e resistere in uno [142] sciopero generale per un anno intero, allo scopo di imporre le loro convinzioni, mirando con le loro dimostrazioni a svegliare la coscienza di tutta la nazione di fronte al più grave problema della sua esistenza.
È stata una pagina bella, una pagina eroica, scritta con la sofferenza da questa gioventù sul libro della stirpe romena.
Chi immagina che gli ebrei siano dei poveri disgraziati, venuti qui per caso, portati dal vento, condotti dalla sorte ecc., s'inganna. Tutti gli ebrei che esistono sulla faccia della terra formano una grande comunità, legata dal sangue e dalla religione talmudica. Essi sono inquadrati in un vero e proprio regime severissimo, con leggi, piani, e capi che formulano questi piani e li guidano. Alla base di tutto questo sta il Cahal. Cosicché noi non ci troviamo di fronte a ebrei isolati, ma di fronte a una forza costituita: la comunità israelitica.
In ogni città o villaggio dove si riunisce un determinato numero d'ebrei, si forma immediatamente il Cahal, ossia la comunità israelitica. Questo Cahal ha propri capi, giustizia separata, imposte ecc., e tiene strettamente unità intorno a lui l'intera popolazione ebraica del luogo.
E in questo ristretto Cahal, di città o di villaggio, si impostano tutti i piani: la maniera di accattivarsi gli uomini politici locali e le autorità; di introdursi nei diversi circoli dove sarebbe utile entrare -per esempio tra i magistrati, gli ufficiali, i funzionari superiori; quali piani debbano porsi in atto per togliere un certo ramo del commercio dalle mani d'un romeno; come si potrebbe eliminare un antisemita locale; come si potrebbe eliminare un rappresentante onesto di un'autorità che si opponga agli interessi giudaici; quali metodi applicare quando, oppressa, la popolazione si ribella ed esplode in tumulti antisemiti.
Non approfondiremo qui questi piani. In generale vengono adottati i seguenti sistemi:
[143]
1) Regali; 2) Servizi personali; 3) Il finanziamento di organizzazioni politiche per la propaganda, la stampa di manifesti, i trasferimenti a mezzo di automobili, ecc. Se in loco esistono più banchieri e ricchi ebrei, costoro si distribuiscono in tutti i partiti politici.
1) La corruzione, le mance. Un commissario di polizia della più piccola città della Moldavia oltre allo stipendio dello Stato riceve mensilmente uno o due stipendi. Quando ha accettato il dono diventa schiavo degli ebrei, perché in caso contrario si adopera una seconda arma: 2) Il ricatto: se non si sottomette gli si rinfaccia la mancia; 3) La terza arma è la distruzione. Se vedono che non ti possono persuadere e sottomettere, allora cercheranno di distruggerti. Studiando bene le tue debolezze, se bevi cercheranno l'occasione di comprometterti con questo; se sei donnaiolo, ti manderanno una donna che ti comprometterà o ti colpirà negli affetti, distruggendoti la famiglia; se sei violento metteranno sulla tua strada un altro violento, che ti ammazzerà, oppure sarai tu ad ammazzarlo, e andrai in prigione; 4) Se non avrai questi difetti, allora useranno la menzogna, la calunnia diffusa «capillarmente» o a mezzo della stampa, l'accusa di fronte ai superiori.
Nei villaggi e nelle città invase dagli ebrei non esiste autorità che non si trovi in stato di corruzione, in stato di ricatto o in stato di distruzione.
1) Il servilismo; 2) I consigli d'amministrazione; 3) Umili servizi personali; 4) Adulazioni.
In questo modo tutti gli uomini politici hanno segretari ebrei, perché costoro fanno la spesa, puliscono le scarpe, cullano i bambini, portano la borsa, ecc., adulano, si insinuano dappertutto.
Il Romeno non sarà mai così servizievole, perché è meno raffinato, non è perfido e proviene dall'aratro; soprattutto poi [144] perché egli vuole essere un soldato fedele, che ambisce all'onore, e non un servo.
IV. Piani per la distruzione d'un commerciante romeno:
1) Affiancare un commerciante giudeo a un Romeno, oppure inquadrare quest'ultimo tra due commercianti ebrei; 2) Vendere le merci al di sotto del prezzo di costo, dal momento che la perdita viene coperta con fondi speciali forniti dal «Cahal».
Così sono caduti, sopra6atti uno dopo l'altro, i commercianti romeni.
A tutto questo aggiungiamo ancora: a) La superiorità commerciale dell'ebreo, risultante da una prassi mercantile molto più antica di quella del romeno;
b) La superiorità dell'ebreo che lotta sotto la protezione del Cahal, mentre il Romeno non gode di alcuna protezione da parte dello Stato Romeno, ma ha soltanto noie dalle autorità corrotte dagli ebrei. Il Romeno non lotta contro l'ebreo che ha vicino, ma contro il Cahal e per questo motivo si capisce che l'individuo sarà sconfitto nella lotta contro la coalizione. Il Romeno non ha nessuno, non ha uno Stato padre che lo educhi, lo diriga, lo aiuti. Egli è lasciato solo, in balia della sorte, di fronte alla coalizione giudaica.
È facile ripetere la formula di tutti i politicanti della risma del sig.
Mihalache:«Il Romeno si faccia commerciante!». Ci mostrino, però, questi uomini politici romeni, un solo commerciante romeno aiutato dallo Stato romeno, una sola scuola da esso istituita che prepari veri commercianti, e non impiegati di banca o di uffici. Ci venga indicata una sola istituzione fondata da loro, che abbia aiutato con un piccolo capitale e avviato il giovane diplomato della scuola commerciale sulla strada del commercio.
No, il Romeno ha disertato dalla direzione del commercio; ma questi uomini politici hanno disertato dal loro dovere di capi e di dirigenti della nazione.
Il Romeno, abbandonato dai suoi capi, e rimasto solo, di fronte alla coalizione ebraica organizzata, alle manovre fraudolente e alla concorrenza sleale, ed è caduto sconfitto.
[1454]
Verrà però il giorno in cui questi dovranno rispondere delle loro azioni.
Ripeto dunque e insisto: non ci troviamo di fronte a poveri individui venuti per caso, di loro iniziativa, in cerca di ricovero presso di noi.
Ci troviamo di fronte a uno stato giudaico, a un esercito che viene in mezzo a noi con piani di conquista. Le direttrici di popolamento giudaico sono orientate verso la Romania secondo un piano prestabilito. Probabilmente, il gran consiglio giudaico persegue l'obiettivo della creazione di una nuova Palestina su di una fascia di terra che parte dal Mar Baltico, comprende una parte della Polonia e della Cecoslovacchia, metà della Romania fino al Mar Nero, dove potrebbe avere facilmente contatto per mare con l'altra Palestina. Chi è tanto ingenuo da credere che le migrazioni delle masse giudaiche si svolgono per caso?
Esse avvengono secondo un piano predeterminato, ma non col coraggio delle armi, del rischio, del sangue versato -il che costituirebbe per loro un fondamento per avanzare diritti su questa terra.
* * *
Come conosciamo questi piani? Li conosciamo con sicurezza, traendo le conclusioni dai movimenti dell'avversario. Ogni comandante di truppa seguendo con attenzione l'azione del nemico si rende conto dei piani che questo persegue. È una cosa elementare. In tutte le guerre del mondo c'è mai stato un solo condottiero che abbia conosciuto i piani dell'avversario per aver assistito alla loro elaborazione? No. Li ha conosciuti perfettamente dai movimenti del suo avversario.
* * *
[146]
Perché il popolo romeno perda ogni forza di resistenza, gli ebrei applicheranno un piano unitario e veramente diabolico:
1) Cercheranno di spezzare i legami spirituali della stirpe col Cielo e con la terra.
Per spezzare i legami col Cielo, utilizzeranno la diffusione su larga scala di teorie atee riducendo il popolo romeno, o magari soltanto i suoi capi, al livello di un popolo separato da Dio e dai suoi morti: lo uccideranno, non con la spada, ma recidendo le sue radici di vita spirituale.
Per spezzare i le ami con la terra, sorgente materiale di esistenza d'una stirpe, attaccheranno il nazionalismo come idea anacronistica e tutto ciò che inerisce all'idea di patria e di terra, al fine di spezzare il filo dell'amore che unisce il popolo romeno al suo solco;
2) Perché questo riesca cercheranno di impadronirsi della stampa;
3) Sfrutteranno ogni pretesto, perché nel campo del popolo romeno vi siano discordie, contese e, se possibile, frazioneranno il popolo in più partiti che si combattano fra di loro;
4) Cercheranno d'accaparrarsi sempre più i mezzi di esistenza dei Romeni;
5) Li spingeranno sistematicamente per la via della dissolutezza, annientandone la famiglia e la forza morale;
6) Li avveleneranno e li stordiranno con tutti i generi di bevande e di veleni.
Chiunque vorrà uccidere e conquistare una stirpe, potrà farlo adottando questo sistema.
Spezzare i legami col Cielo e con la terra, introdurre contese e lotte fratricide, introdurre la immoralità e la dissolutezza, la coercizione materiale mediante la limitazione al massimo dei mezzi di sussistenza, l'avvelenamento fisico, l'abitudine all'ubriachezza: tutte queste cose annientano una nazione più che se questa venisse colpita da migliaia di cannoni e migliaia di aeroplani.
Guardino un po' indietro i Romeni, e vedano se contro di loro non è stato adoperato con precisione e con tenacia questo sistema veramente micidiale.
Aprano li occhi i Romeni e leggano la stampa, da 40 anni a questa parte -da quando cioè essa è posta sotto la direzione [147] ebraica. Rileggano l'Adevarul, Dimineatza, Lupta, Opinia, Lumea, ecc. e vedano se da ogni pagina non affiori senza soluzione di continuità questo piano.
Aprano gli occhi i Romeni e li gettino sulla agitata vita pubblica romena, li aprano e guardino bene.
Questi piani sono però come i gas di guerra. Devi adoperarli per l'avversario, ma guai se toccano te!
Gli ebrei predicano l'ateismo per i Romeni, ma essi non sono atei, anzi si attengono con bigottismo al rispetto dei minimi precetti religiosi. Vogliono togliere ai romeni l'amore della terra, ma essi si accaparrano le terre. Si levano contro l'idea nazionale, ma essi rimangono nazionalisti sciovinisti.
Chi ritenga che de forze della potenza giudaica siano rimaste prive di piani d'azione di fronte al movimento studentesco, s'inganna.
Sul momento il giudeame, colpito nella sua strategia consueta, rimase disorientato.
Cercarono di opporre agli studenti gli operai del movimento comunista, cioè sempre Romeni, ma senza risultato, perché i lavoratori erano da una parte esausti, dall'altra cominciavano anch'essi a vedere che noi lottavamo e soffrivamo per i diritti loro e della stirpe. Molti di loro erano a noi vicini con l'anima.
Vedendo che non riuscivano a metterci contro i lavoratori, mobilitarono contro gli studenti il Governo e l'intera massa dei politicanti.
Con quali mezzi?
I partiti hanno bisogno di denaro, di prestiti all'estero -quando sono al governo- di voti e di buona stampa -quando sono all'opposizione.
Gli ebrei minacciarono allora di tagliare i fondi necessari alla propaganda elettorale dei relativi partiti. Minacciarono che la finanza ebraica internazionale avrebbe cessato di concedere prestiti. Specularono, giocando su una grande massa di voti per mezzo della quale essi potevano determinare la vittoria o la sconfitta, [148] nel sistema democratico, godendo ora dei diritti politici. Minacciarono con la stampa, di cui erano quasi interamente padroni, e senza la quale un partito o un governo può cadere sconfitto.
I denari, la stampa e i voti
decidono della vita e della morte in un sistema democratico. Gli ebrei posseggono tutto e perciò i partiti politici romeni diventano semplici strumenti nelle mani del potere giudaico.Di modo che noi che avevamo cominciata la lotta contro gli ebrei, dovevamo a un certo momento lottare col governo, coi partiti, con le autorità, con l'esercito, mentre gli ebrei se ne stavano tranquilli in disparte.
Cosa diranno all'estero del movimento antisemita della Romania: che essa è ritornata alla barbarie?
Cosa diranno gli uomini di cultura, cosa dirà la civiltà?
I nostri uomini politici ci ripetevano a ogni passo questi argomenti tipicamente giudaici, stampati quotidianamente su ogni giornale. Quando finalmente, 8 anni dopo, la Germania, con tutto il prestigio della sua civiltà e della sua cultura, si sollevò contro il giudeame e vinse l'idra per merito di Adolf Hitler, queste argomentazioni vennero a cadere. Allora ne comparvero altre: - Siete al servizio della Germania, pagati dai Tedeschi per fare dell'antisemitismo.
Da dove ricevete i fondi?
E di nuovo i politicanti romeni senz'anima, senza carattere e senza onore facevano eco alla stampa ebraica: - Da dove ricevete i denari? Siete al soldo della Germania.
Nel 1919, '20, '21, l'intera stampa ebraica dava l'assalto allo stato romeno scatenando dappertutto il disordine ed esortando alla violenza contro il regime, la struttura del governo, la Chiesa, l'ordine romeno, l'idea nazionale, il patriottismo.
Ora, come per incanto, la stessa stampa -condotta esattamente dagli stessi uomini- s'era trasformata in protettrice dell'ordine dello stato, delle leggi, si dichiarava contro la violenza [149] e noi eravamo diventati «i nemici del paese», «gli estremisti di destra», «al soldo dei nemici del romenismo» ecc. E, per finire, avremmo sentito anche questa: che eravamo sovvenzionati perfino dagli ebrei.
Quando mai verrà il giorno in cui il Romeno capirà quanto siano false e perfide le argomentazioni degli ebrei e le respingerà come qualche cosa di origine satanica?
Quando mai verrà il momento in cui comprenderà il carattere sporco di questa genia ebraica'?
Ecco ora un esempio del modo con cui erano trattati tre professori universitari romeni:
A. C. Cuza, Paulescu e Sumuleanu.Curierul Israelit
(organo dell'«Unione degli ebrei romeni») del 23 aprile 1922, pubblicava sull'articolo di fondo -sotto il titolo «Gli spettri»- quanto segue:«Una cricca di buffoni e di pubblici calunniatori si è riunita per formare una banda di malfattori. E a vergogna del paese in questa cricca si trovano tre professori delle nostre università.
«E questi delinquenti, questi spettri del passato vogliono resuscitare l'antisemitismo... e riusciranno a farlo dei buffoni in ritardo, ora che l'antisemitismo ufficiale scompare e che il suffragio universale porterà fatalmente dietro a sé la democratizzazione della nostra vita pubblica e sociale? No! È lavoro vano, gli spettri non fermeranno l'umanità nella sua marcia in avanti, e non ci sarà nemmeno bisogno di conficcare loro un palo in petto: li finirà definitivamente il ridicolo della loro infamia...
«Ci siamo occupati dell'azione selvaggia iniziata dalla cosiddetta «Unione Nazionale Cristiana», composta da cinque buffoni e mezzo, per bollare una volta per sempre costoro nel loro infame atteggiamento, per avvertire gli ebrei che esistono ancora dei malfattori contro i quali essi dovranno difendersi».
Così dunque: cricca di buffoni, pubblici calunniatori, banda di malfattori, delinquenti, spettri del passato, infamia, azione selvaggia, infame atteggiamento: ecco che cosa sono i professori di romenismo -Cuza,
Paulescu e Sumuleanu- ed ecco che cos'è la loro azione redentrice della stirpe.* * *
[150]
Riceviamo sul volto e sulle nostre anime romene scherno sopra scherno, schiaffi sopra schiaffi, fino a trovarci in questa situazione veramente terribile: gli ebrei difensori del romenismo, al riparo di ogni noia, vivono nella tranquillità e nell'abbondanza, e noi, nemici del romenismo, con la libertà e la vita in pericolo, perseguitati come cani idrofobi da tutte le autorità romene.
Io ho visto coi miei occhi è ho vissuto queste ore, amareggiato sin nel profondo dell'anima. Metterti a lottare per la tua terra, puro nell'anima come la lagrima degli occhi, e lottare per anni e anni nella povertà e nella fame -nascosta ma straziante- per vederti poi, a un dato momento, confinato nelle file dei nemici del paese, perseguitato dai Romeni, con l'accusa che lotti perché sei pagato dagli stranieri, e per vedere l'intero giudeame padrone della tua terra, elevato a protettore e custode del romenismo e dello stato Romeno minacciato da te, gioventù del paese -tutto ciò è qualche cosa di terribile!
Per intere notti questi pensieri ci angustiavano in certe ore in cui eravamo disgustati e pieni di vergogna oltre misura, ci assaliva la tristezza, e pensavamo che sarebbe stato meglio che ce ne fossimo andati per il mondo, o che sarebbe stato più opportuno provocare una vendetta nella quale trovassimo tutti la morte: noi e i Romeni infami e le teste dell'idra giudaica.
A Bucarest si decise in un comitato ristretto di tenere il primo congresso dei capi e dei delegati del movimento studentesco, dopo un anno di lotta.
Questo congresso doveva aver luogo a Cluj, nei giorni 22, 23, 24 e 25 agosto 1923. Motza, presidente del centro «
Petru Maior», ci fece sapere con una lettera che le autorità gli avevano comunicato il divieto di tenere questo congresso. Noi di Iasi rispondemmo a Cluj, come anche agli altri centri, che ci assumevamo la responsabilità di tenere questo congresso a Iasi anche se il governo lo avesse voluto impedire. I centri approvarono e [151] noi facemmo il nostro dovere, provvedendo al soggiorno dei 40 delegati annunciati.La mattina del giorno 22, ricevemmo alla stazione, una dopo l'altra: la delegazione di Cluj guidata da don Motza; di Cernautzi, guidata da Tudose Popescu e Cîrsteanu; di Bucarest, guidata da Napoleon Cretzu, Simionescu e Rîpeanu.
Alle ore 10, andammo «in corpore» alla Chiesa Metropolitana per recitare una preghiera e un requiem in memoria degli studenti caduti in guerra, tra i quali anche il capitano Stefan Petrovici, ex presidente del Centro Studentesco di Iasi.
Con nostro grande rammarico trovammo le porte della Chiesa Metropolitana chiuse con catene e vigilate da gendarmi.
Nel frattempo arrivò anche il vecchio professore
Gavanescul. Allora ci mettemmo tutti in ginocchio e, a capo scoperto, recitammo la preghiera in mezzo alla strada, di fronte a quella Chiesa che nemmeno i Turchi chiusero mai a coloro che volevano pregare. Il prete Stiubei, che passava per caso, appena ci vide inginocchiati si avvicino a noi e ci lesse le preghiere.Poi, a capo scoperto, silenziosi e pieni di dolore percorremmo in mezzo alla strada il cammino sino all'Università, sotto gli sguardi del giudeame -che ci parevano frecciate scoccate dalle porte e dalle finestre dei negozi.
Sulle scale dell'Università si trovavano le autorità, affiancate da numerose forze di polizia, le quali ci comunicarono che il Ministro dell'Interno aveva proibito il congresso. Il procuratore ci fermò, intimandoci di disperderci. Indispettito, risposi:
- Signor Procuratore, io so che siamo in un paese retto da leggi. La Costituzione garantisce il diritto di riunione, e Lei sa meglio di me che un ministro non può calpestare i diritti che ci sono garantiti dalla Costituzione. Per questo, in nome di quella legge che non noi, ma Lei trasgredisce, le intimiamo di ritirarsi.
Esasperati dal sacrilegio ch'era stato commesso un'ora prima, quando ci erano state chiuse con catene le porte della chiesa, privandoci così del diritto di pregare, ci trovavamo ora di fronte a un secondo tentativo ingiusto, provocatorio e umiliante -quello di sbarrarci l'entrata nella nostra casa, l'Università- e, rendendoci conto che queste misure costituivano una sfrontata violazione della legge, rovesciammo tutto quello che ci impediva il [152] cammino sicché, dopo una lotta, occupammo con la forza l'Università.
Il 13° reggimento, intervenuto alcuni momenti più tardi, circondò l'Università. Noi ci eravamo barricati difendendo le entrate. Davanti a ogni finestra erano appostati tre soldati con le baionette in canna.
Data questa situazione, il congresso si aprì in un'atmosfera opprimente, nell'anfiteatro della Facoltà di Legge, alle ore 12. I congressisti, pallidi di rabbia e muti di dolore per quanto era accaduto nella Chiesa Metropolitana e all'Università, diffusero per le aule deserte un'aria di profonda tristezza. Regnava in tutti la preoccupazione dell'assalto dell'esercito, della sua entrata nell'Università contro di noi e delle conseguenze che ne sarebbero derivate.
Non tenemmo discorsi, ma il congresso comprendeva la tragedia della situazione, e aveva il presentimento che sarebbero accadute cose gravi.
Per il primo giorno fui eletto presidente io. Si cominciò con il denunciare l'accaduto. Alcuni chiesero la parola e protestarono. Poi inizio la discussione sul movimento.
Come comportarci alla riapertura dell'anno accademico? Capitolare? Sarebbe stato penoso dopo un anno di lotta senza risultato diverso da quello di essere stati coperti di vergogna, umiliati, battuti! Continuare le agitazioni? Gli studenti erano allo stremo della resistenza: essi non potevano più iniziare un secondo anno di lotte.
Tuttavia Motza, Tudose Popescu, Simionescu e io sostenemmo la tesi del proseguimento della lotta: per il sacrificio. Dalla nostra capitolazione non sarebbe derivato altro che vergogna ed umiliazioni. Dal nostro sacrificio doveva necessariamente sorgere qualche cosa di migliore per questa stirpe.
Verso le 8 imbruniva. Udimmo strepito e tumulto in strada. Constantin Pancu, il vecchio militante del 1919, con gli studenti rimasti fuori e con gran numero di cittadini, si erano adunati a Tufli e con le fiaccole accese in mano cercavano d'avanzare su, verso l'Università, per portarci alcuni sacchi di pane.
Noi balzammo dalle finestre e guardammo. I dimostranti ruppero il cordone di Tufli e salirono il colle a passo di corsa. Il [153] secondo cordone in direzione di strada Coroiu venne sfondato dopo un'aspra lotta. Il terzo cordone venne egualmente sfondato. Noi ci preparammo ad attaccare dall'interno, per uscire, ma al quarto cordone i nostri non poterono più aprirsi il varco.
Si sentì la voce di Pancu che stava col sacco di pane ai piedi:
- Sono i nostri figlioli!
A noi scorsero lacrime di gioia. Per questa stirpe noi lottavamo ed essa non ci abbandonava.
Alle 9 cominciarono le trattative fra noi e le autorità attraverso Napoleon Cretzu. Esse promisero l'immediata liberazione di tutti gli studenti assediati nell'Università, a condizione che essi consegnassero me. Gli studenti rifiutarono. Verso le 11 ci annunciarono che veniva permesso di uscire a gruppi di tre per volta -certamente con l'intenzione di prendermi all'uscita.
Noi accettammo.
Ogni 5 minuti uscivano gruppi di tre ciascuno. Alla porta erano osservati attentamente da quattro commissari e da agenti. Io mi spogliai rapidamente del mio costume nazionale, lo diedi ad un camerata, e mi vestii coi suoi vestiti. Uscii con Simionescu e un altro. All'apertura della porta lasciai cadere di tasca alcuni soldi. Al loro rumore tutti i commissari guardarono a terra e domandarono:
- Cos'hanno perduto, Signori? Noi, tutti con le teste chine per cercare insieme con loro, rispondemmo:
- Dei soldi.
Simionescu si trattenne con loro, cercando e accendendo fiammiferi, e io mi posi in salvo.
* * *
Nel più gran segreto decidemmo di continuare il congresso il giorno dopo, fuori della città, a Manastirea Cetatzuia.
Riuscii a raggiungere il luogo vestito con gli abiti d'un fochista ed ebbi la fortuna di non essere riconosciuto nemmeno dai congressisti. Presiedeva Ion Motza. Con militanti dislocati in buoni posti di osservazione lavorammo tranquilli, perché sul colle ogni avvicinarsi d'uomo si scorgeva da 2 Km.
[154]
Rimanemmo fino a tarda sera. Vennero formulate proposte e prese decisioni.
Sempre in questa seduta si proclamò il giorno 10 dicembre festa nazionale degli studenti romeni.
* * *
II terzo giorno il congresso continuò in un boschetto del colle di Galata. Si decise in maggioranza di continuare la lotta. Si nominò un comitato d'azione di cinque persone, che impartisse direttive d'azione all'intero movimento studentesco di tutte le università. Il comitato era composto da Ion Motza di Cluj, Tudose Popescu di Cernautzi, Ilie Gîrneatza di Iasi, Simionescu di Bucarest ed io.
Con la costituzione di questo comitato, il vecchio direttivo studentesco di Bucarest, poco risoluto e incerto nei programmi, cadde per sempre. Rimase solo formalmente e non ebbe più la guida effettiva.
Allora venne per la prima volta deciso ufficialmente un nuovo orientamento: la lotta contro i partiti politici, considerati come estranei alla stirpe, e la fede in un nuovo movimento rumeno, con cui gli studenti dovevano collaborare ufficialmente per vincere: «La Lega della Difesa Nazionale Cristiana».
Il quarto giorno il congresso chiuse i suoi lavori nelle case della signora Ghica in Via Carol.
La sera gli studenti partirono ognuno per il proprio centro e io partii per Cîmpul-Lung, per organizzare il congresso della «L. A. N. C.» della Bucovina, al quale prendeva parte il prof.
Cuza coi notabili del movimento. Mi allontanai a stento perché mi era stato spiccato un mandato d'arresto.In viaggio mi rallegravo per tutte le decisioni di questo congresso che aderiva allo spirito delle nostre vedute -ma soprattutto perché nel nostro gruppo avevamo guadagnato un uomo: Ion Motza, il presidente del centro «
Petru Maior» di Cluj.
Il congresso di Cîmpul-Lung ebbe luogo nel giorno di lunedì 17 settembre 1923.
[155]
Poté tenersi soltanto dopo un'aspra lotta, perché il governo l'aveva vietato e aveva inviato per impedirlo truppe da Cernautzi al comando d'un colonnello. Tutte le vie d'accesso erano presidiate da potenti cordoni.
Noi concentrammo tutte le nostre forze alla barriera occidentale della città, Sadova, Pojorîta. Là rompemmo i cordoni per merito degli arcieri di Vatra-Dornei e Cîndreni, assicurando per un'ora il passaggio all'intero convoglio, composto di parecchie centinaia di carri.
Il congresso si tenne nel cortile della Chiesa della città. Parlarono: il prof. Cuza, mio padre, il dott. Catalin, presidente della Bucovina, Tudose Popescu, i fratelli Ottavio e Valerio Danieleanu, i quali con l'anima piena di fede avevano organizzato insieme a1 dott. Catalin questo imponente congresso.
I fieri contadini dei monti, con le chiome lunghe, vestiti con le camicie bianche ed i pastrani, si riunirono al suono della buccina dei monti, nella loro città, numerosi e marziali come non mai.
Credevano che fosse arrivata l'ora, da secoli attesa, in cui il Romeno avrebbe calpestato l'idra che lo succhiava, si sarebbe sollevato nel suo diritto di padrone del paese, dei suoi monti, delle sue acque, delle sue città.
La guerra l'avevano combattuta duramente. È stato il loro sacrificio di sangue su tutti i fronti che ha creato la Grande Romania. Ma, con loro grande dolore e delusione, la Grande Romania non ha portato tutto quello che essi attendevano, perché la grande Romania ha rifiutato di spezzare le catene della schiavitù ebraica, che li ha tormentati per tanto tempo.
La Grande Romania ha permesso che venissero ancora sfruttati dagli ebrei, e ha imposto sulle loro spalle la piaga dei politicanti, che li batteranno con la frusta e li manderanno in prigione quando essi cercheranno di reclamare i diritti storici di cui sono stati defraudati.
Tutti i boschi della Bucovina, tutti quei monti ricoperti di abeti, appartenenti alla Chiesa ortodossa asservita ai politicanti e anch'essa alienatasi dal popolo, erano dati da sfruttare all'ebreo Anhauch all'incredibile prezzo di 10 lei al mq., mentre il contadino romeno lo pagava 350 lei.
[156]
Cadevano i boschi dei monti sotto la spietata ascia ebraica. Si stendeva la miseria e la tristezza sui villaggi romeni, rimaneva dei monti soltanto la pietra nuda, mentre Anhauch e tutti i suoi parenti trasferivano sempre, trasferivano senza posa le valigie piene d'oro oltre frontiera.
E di questo favoloso guadagno godeva il politicante romeno, compagno dell'ebreo nello sfruttamento della miseria di migliaia di contadini.
* * *
Il congresso delegò un numero di 30 notabili contadini perché si recassero Bucarest, guidati dal dott. Catalin e da Valerio Danieleanu, per presentarsi al Primo Ministro e pregarlo di prendere misure contro la devastazione dei monti, annullando il contratto Anhauch - Fondo della Chiesa, e inoltre per chiedergli il «numerus clausus» nelle scuole -questo per dimostrare affetto e riconoscenza agli studenti che li avevano incitati alla lotta.
L'assemblea scelse anche noi, Tudose Popescu e me, per andare a Bucarest, come suoi rappresentanti assieme agli altri 30 contadini.
Io partii prima, per far in modo che questi contadini che venivano per la prima volta nella capitale del loro paese con tanta purezza nei cuori, con tanto dolore, e con tante speranze, che venivano anche per noi studenti, sostenendo spese colossali rispetto alla loro povera borsa, fossero ben ricevuti dagli studenti romeni.
Il giorno dell'arrivo, sul marciapiede della stazione di Bucarest gli studenti ricevettero regalmente questi re di tutti i tempi della terra romena ed essi, con gli occhi pieni di lagrime, scesero dai vagoni nella loro santa capitale.
All'uscita della stazione attendevano il procuratore Rascanu, commissari di polizia e cordoni di gendarmi che impedivano il passaggio. Venne dato ordine ai gendarmi e ai commissari di colpire. I calci di fucile e i bastoni di caucciù caddero uno dopo l'altro sulle chiome bianche dei contadini e sui loro volti miti. Noi studenti ponemmo in mezzo i vecchi è rompemmo il primo cordone Al Politecnico rompemmo il secondo, poi il terzo, e ci mettemmo in salvo in piazza Matache Macelaru. I contadini piangevano. [157] Uno, preso dall'indignazione che non poteva dominare, si strappò la camicia di dosso.
Il giorno dopo, andammo tutti insieme per essere ricevuti dal Primo Ministro al Consiglio dei Ministri in via Gogu Cantacuzino. Ci rinviarono al giorno successivo: finalmente ci annunciarono che saremmo stati ricevuti il terzo giorno. Andammo.
Entrammo in una sala e aspettammo. Aspettammo per circa un'ora silenziosi, bisbigliando e camminando in punta di piedi. Comparve il Capo di Gabinetto:
- Signori, andatevene perché il sig. Primo Ministro non vi può ricevere. Si riunisce ora il Consiglio dei Ministri.
- Ma veniamo da lontano -cercammo di dire noi.
Ci chiusero la porta in faccia. Io pensai: ogni uomo ha speso 1.000 lei soltanto per il treno. Torneremo indietro senza risultato? I contadini non possono trattenersi di più.
Afferrai la porta con tutte e due le mani e cominciai a scuoterla violentemente con tutte le mie forze e gridai quanto più potevo:
- Aprite, se no spacco la porta ed entro con la forza.
Presi a calci la porta. I contadini cominciarono a vociferare e presero a spallate l'uscio.
Si aprì la porta e comparvero una decina d'individui spaventati, coi capelli arruffati e gialli in viso. Credo che fossero giornalisti.
- Che volete signori, domandavano essi
- Dite al Primo Ministro che se non ci lascia entrare rompiamo tutto qui ed entriamo con la forza.
Pochi minuti dopo ci vennero spalancate le porte ed entrammo. Salimmo una scala, arrivammo di sopra. Là, in una sala, in piedi, alto e diritto come un fuso,
Ion Bratianu, alle sue spalle il Ministro Angeleseu, Florescu, Constantinescu, Vintila Bratianu e altri.- Cosa volete buona gente? -domandò 1ui.
Noi eravamo ancora dominati dalla ribellione e avremmo voluto apparire più risoluti, mostrando la vera nota del nostro stato d'animo, ma i contadini, camminando coi sandali sulle scale di marmo e sui tappeti preziosi, avevano ceduto.
[158]
- Eccellenza, signor Primo Ministro, baciamo le mani e ci prosterniamo ai piedi di Vostra Eccellenza. Cosa vogliamo? Vogliamo giustizia, perché già ebrei ci hanno sopraffatto. Essi trasportano i legnami a centinaia di vagoni, e a noi piove in casa, perché non abbiamo nemmeno un'assicella per ricoprirla.
Non possiamo più mantenere i bambini a scuola. Essi ci hanno riempite le scuole ed i nostri figli diverranno loro servi.
Parlarono poi altri contadini.
Ionel Bratianu ascoltò, non fece nessuna allusione alla nostra chiassata precedente all'udienza e finalmente, dopo che i contadini ebbero aggiunto:
- Chiediamo anche per gli studenti, figliuoli nostri, che venga concesso, così come hanno chiesto loro, il «numerus clausus». Ionel Bratianu rispose:
- Andate a casa ed abbiate pazienza, perché ordinerò d'esaminare la questione dei boschi; per quello che riguarda il «numerus clausus» è impossibile. Mostratemi un solo stato d'Europa che abbia introdotto questa misura, e l'introdurrò anch'io.
* * *
L'Europa appena 10 anni dopo si ridesterà e introdurrà il «numerus clausus», dando ragione alla nostra fede, ma Ionel Bratianu non ci sarà più per poter mantenere la sua parola, e i suoi discendenti si saranno trasformati in servi volgari del giudaismo, che alzeranno il pugno per colpirci e ci ammazzeranno per ordine dei padroni stranieri.
Ce ne andammo senza nessuna speranza. Non si sarebbe fatto nulla.
* * *
Come effetto immediato dell'udienza, dopo alcune ore vennero arrestati il dott. Catalin, capo della delegazione e Valerio Danieleanu.
Con un gruppo di studenti organizzai alla sera una dimostrazione ostile davanti alla casa del Ministro degli Interni.
Lo studente Vladimir Frimu venne preso e incarcerato a Vacaresti.
Io partii poi per Cîmpul-Lung.
[159]
A Cîmpul-Lung venne anche Motza per andare all'eremo di Petru Rares sul Rarau, il monte che io amo in modo particolare. Salendo il Rarau, Motza comincio a parlarmi dei suoi tormenti spirituali:
- Gli studenti non possono più resistere quest'autunno, e piuttosto che una capitolazione vergognosa, nostra, di tutti, dopo un anno di lotta è meglio che li consigliamo a tornare ai corsi, e noi che li abbiamo guidati terminiamo bene il movimento: sacrificandoci, ma facendo cadere con noi tutti quelli che giudicheremo più colpevoli del tradimento degli interessi romeni. Ci procureremo le rivoltelle e spareremo su di loro, dando un esempio terribile che rimarrà nella nostra storia romena. Quel che avverrà di noi dopo questo -se moriremo o rimarremo tutta la vita in prigione- non interessa affatto.
Io fui d'accordo che l'atto finale della nostra lotta, a prezzo della nostra stessa rovina, assumesse il significato di atto di punizione dei pigmei che, disertando dai posti di grande responsabilità che occupavano, avevano umiliato ed esposto a tutti i pericoli la nazione romena.
Sentivamo in quel momento ribollire in noi il sangue che chiedeva vendetta delle ingiustizie e della lunga catena di umiliazioni sopportate dalla nostra stirpe.
Poco tempo dopo, si trovavano adunati a Iasi, nella casa del sig. Butnaru di Via Savescu 12: Ion Motza, Corneliu Georgescu e Vernischescu di Cluj, Ilie Gîrneatza, Radu Mironovici, Leonida Bandac, io di Iasi e Tudose Popescu di Cernautzi.
Il primo problema che ci si poneva era questo: chi deve rispondere per primo? Chi sono più colpevoli dello stato d'infelicità in cui si dibatte il paese: i Romeni o gli ebrei? Fummo tutti d'accordo che i primi e maggiori colpevoli erano quei romeni infami che per l'argento di Giuda avevano tradito la loro razza. Gli ebrei ci erano nemici ed in questa qualità ci odiavano, ci avvelenavano, ci sterminavano. I capi romeni che si mettevano sulla stessa linea con loro erano più che nemici: erano traditori. La prima e più atroce punizione conveniva in primo luogo al traditore, e in secondo luogo al nemico.
[160]
Se avessi un solo proiettile e di fronte a me stessero un nemico e un traditore, il proiettile io lo serberei per il traditore.
Ci mettemmo d'accordo su alcuni elementi segnalatisi nelle file del tradimento, e ne scegliemmo sei da giustiziare, con George Mirzescu in testa. Era giunta finalmente l'ora in cui le canaglie che non si erano mai immaginate di dover rispondere delle loro azioni -in un paese in cui esse si consideravano padrone assolute- verso un popolo incapace d'ogni reazione, avrebbero risposto con la loro vita.
Questa volta la nazione inviava attraverso gli invisibili fili dell'anima i suoi vendicatori.
Passammo poi alla seconda categoria: gli ebrei. Chi dovevamo colpire tra quei due milioni?
Dopo aver pensato e discusso, finalmente convenimmo che i veri capi dell'attacco giudaico alla Romania erano i rabbini, tutti i rabbini di tutti i paesi e di tutte le città. Essi guidano la massa ebraica all'attacco, e ovunque cade un Romeno, non è caduto per caso. Egli cade, preso di mira dal rispettivo rabbino. Dietro ogni uomo politico comprato, esiste una testa di rabbino che ha studiato e ha ordinato al Cahal, o al relativo banchiere ebreo di pagare. Dietro ogni giornale ebraico e a ogni metodo di calunnia, menzogna, istigazione, esiste il piano di un rabbino.
Noi però eravamo pochi e scegliemmo solo i grandi di Bucarest Sc avessimo avuta, però, la possibilità numerica, li avremmo presi assolutamente tutti.
Poi cercammo i banchieri: Aristide e Mauritziu Blank, che avevano corrotto tutti i partiti e tutti gli uomini politici romeni, nominandoli membri dei consigli di amministrazione e ricoprendoli di denari; Bercovici, che finanziava il Partito liberale (Blank si era assunto l'onere specialmente per i nazional-contadini, ma si sentiva in grado di comperare anche i liberali).
Poi, gli ebrei della stampa. I più sfacciati, gli avvelenatori d'anime: Rosenthal, Filderman, Honigman, (Fagure), direttori dei giornali Dimineatza, Adevarul, Lupta, tutti questi nemici del romenismo.
Partimmo a gruppi per Bucarest, dando addio per sempre a Iasi. Io lasciai una lettera agli studenti, nella quale spiegavo il [161] nostro gesto, mi congedavo da loro e li esortavo a ritornare alle lezioni, conservando però intatta la fede sino alla vittoria finale. Ognuno di noi lasciava lettere indirizzate ai genitori e ai compagni di lotta.
A Bucarest ci incontrammo nuovamente. Andammo da Danulescu, che conoscevamo da qualche tempo e che ci aveva fatto una buona impressione. Egli non rientrava nel nostro gruppo, ma lo pregammo di offrirci ospitalità, cosa che egli fece molto volentieri.
Da Danulescu andammo, verso le 8 di sera, a casa di Dragos, in Via 13 Settembre 41, ove dovevamo precisare alcuni particolari incerti, e discutere per stabilire la data in cui dovevamo cominciare l'azione.
Ci eravamo appena riuniti, quando Dragos entrò pallido dalla porta dicendo:
- Fratelli, la polizia ha circondato la casa.
Era la sera del giorno 8 ottobre 1923, alle ore 9.
Un secondo d'incertezza, in cui non avemmo il tempo nemmeno di parlare. Incrociammo gli sguardi ciascuno negli occhi degli altri.
Un attimo dopo, io uscii sull'ingresso e dal vetro della porta vidi le figure del generale Nicoleanu e dei commissari che forzavano la porta. Tre secondi dopo le porte si aprirono e la casa si riempì di commissari.
Il generale Nicoleanu gridò:
- Mani in alto!
Non ne trovammo il tempo, perché fummo presi, ognuno da due commissari e messi in fila: al fianco destro ero io, poi Motza, Corneliu Georgescu, Tudose Popescu, Radu Mironovici, Vernichescu, Dragos.
- Fuori le rivoltelle!
- Non ne abbiamo, rispondemmo noi. Ne avevano soltanto Motza (una Browning 6,35) e Vernichescu (un'altra).
Poi ci fecero uscire di casa, uno dopo l'altro, afferrati ciascuno da due commissari e fummo messi ognuno dentro una macchina che attendeva in strada.
Dalla casa si sentiva piangere la vecchia madre di Dragos.
Le macchine partirono. Dove ci avrebbero portati? Non [162] pronunciavamo nemmeno una parola, non domandavamo niente a quelli di cui eravamo prigionieri. Nemmeno loro ci interrogavano. Dopo aver percorse parecchie strade, entrammo in Questura. Ci fecero scendere e ci introdussero in una stanza. Là ci frugarono nelle tasche. Ci presero tutto quello che avevamo addosso, compreso il colletto e la cravatta. Questo frugarci nelle tasche, questo spogliarci dei colletti, questo trattamento riservato a borsaioli, ci umiliava estremamente. Ma eravamo appena al principio della strada dell'umiliazione. Messi poi in piedi col viso contro la parete, senza avere il diritto di voltare la testa e tenuti parecchio tempo in questa posizione, pensavamo: -Uomini liberi sino ad alcune ore fa, fieri e decisi a spezzare le catene della nostra stirpe, ecco cosa siamo diventati: dei poveri impotenti che stanno immobili con le facce contro la parete su ordine di alcuni disgraziati agenti di polizia, frugati nelle tasche come borsaioli, spogliati di colletti e cravatte, fazzoletti e anelli.
Sarebbe iniziata da allora la nostra grande sofferenza, che poco a poco ci avrebbe straziato il cuore. Essa cominciava con la nostra umiliazione.
Credo che non esista sofferenza più grande per un uomo d'azione che vive di fierezza e d'onore, di essere disarmato e poi umiliato. In ogni caso, la morte e molto più dolce di questo.
Fummo introdotti poi in una stanza con panche, e messi a cinque metri l'uno dall'altro, con gli agenti vicini a noi, senza il permesso di guardarci l'un l'altro. Così rimanemmo ore intere, finché cominciarono a chiamarci per l'interrogatorio. Subivamo queste ore lunghe, opprimenti: Motza, Tudose Popescu, Radu Mironovici, Corneliu Georgescu, Vernichescu, Dragos ed io.
Dopo un certo tempo venimmo chiamati uno per volta all'interrogatorio. Questo si svolgeva in una grande stanza alla presenza del procuratore, del giudice istruttore, del generale Nicoleanu e di alcuni rappresentanti dei ministri. Il mio turno arrivò verso il mattino. Là mi furono messe davanti alcune lettere mie, e due cesti nei quali erano tutte le nostre rivoltelle che avevamo nascoste in un posto sicuro. Io non sapevo come fossero arrivate fin la. Mi domandavo: ci hanno presi, ma chi ha detto dove erano le rivoltelle?
[163]
Cominciò il mio interrogatorio. Io non sapevo cosa avessero dichiarato gli altri, e nemmeno vi era stata un'intesa preliminare tra di noi sulle dichiarazioni da rendere, perché non ci eravamo immaginati di poter giungere a una situazione simile. Per questo considerai da solo la situazione e presi la decisione che reputai migliore.
Un minuto d'esitazione.
Quando mi fecero la prima domanda, sebbene fossero trascorsi più di tre minuti dalla mia entrata in sala, non ero ancora arrivato a giudicare la situazione in cui mi trovavo e a poter prendere una decisione. Ero sopraffatto dalla stanchezza e tormentato spiritualmente.
Per questo, quando mi fu chiesto di rispondere, dissi:
- Signori! Vi prego, concedetemi di pensare un minuto prima di rispondere.
Si poneva il problema: negare o non negare. In quel minuto radunai tutte le forze della mente e dell'anima e arrivai alla determinazione di non negare. Di affermare la verità. E non con timidezza e con rimpianti, anzi esagerando le nostre intenzioni.
- Sì, le rivoltelle sono nostre, volevamo giustiziare i ministri, i rabbini e i grandi banchieri ebrei.
Mi chiesero il nome di costoro. Quando cominciai a dir loro i nomi, iniziando con Alexandru Constantinescu, e terminando con gli ebrei Blank, Filderman, Bercovici, Honigman, tutti i presenti sgranarono gli occhi sempre più grandi, atterriti. Da questo sospettai che gli altri compagni interrogati prima di me avessero negato.
- E per quale motivo, Signore, giustiziarli?
- I primi perché hanno venduto il loro paese. I secondi come nemici e corruttori.
- E non vi rammaricate?
- Non ci rammarichiamo... se siamo caduti noi, non è niente: dietro di noi ve ne sono ancora decine di migliaia che la pensano come noi!
Dicendo questo mi pareva di liberarmi dal macigno dell'umiliazione, sotto il quale un comportamento negativo mi avrebbe sprofondato ancor di più. Ora poggiavo sulla fede che mi aveva portato sino a quel punto e affrontavo con fierezza la sorte [164] penosa che m'attendeva e quelli che parevano i miei padroni di vita e di morte.
Negando, avrei dovuto rimanere sulle difensive, difendermi dalle accuse che mi muovevano, chieder indulgenza, accattivarmi la loro benevolenza. Al processo che sarebbe seguito, in base alle prove scritte che essi possedevano, noi avremmo dovuto subire una vergognosa e dolorosa situazione, negando i nostri propri scritti e la nostra propria fede, negando la verità. Questo era contro la nostra coscienza e l'onore dell'intero nostro movimento. Rappresentanti d'un grande movimento studentesco, non avremmo dovuto forse avere il coraggio e la responsabilità delle nostre azioni e convinzioni?
E, oltre a questo, i nostri e il paese non avrebbero conosciuto i nostri pensieri ed il solo frutto della nostra sofferenza, per quanto lunga, sarebbe stato questo: un paese disorientato che non conosceva bene nemmeno i suoi nemici.
All'ultimo, mi fecero sottoscrivere queste dichiarazioni di mio pugno. Le sottoscrissi.
Alla fine però aggiunsi che il termine non era fissato. Noi eravamo stati presi mentre discutevamo: io sostenevo di fissare la data tra una settimana o due. Allora gli investigatori si fermarono, insistendo sempre più per farmi rinunciare a questa precisazione.
Più tardi mi resi conto del motivo per cui essi insistevano. Perché quest'ultima affermazione distruggeva sotto il profilo giuridico il valore dell'intera accusa, e costituiva la nostra linea difensiva. Un complotto richiede infatti quattro elementi.
1. Una organizzazione destinata a questo scopo. 2. Che siano designate le vittime. 3. La raccolta delle armi. 4. Che sia fissato il momento dell'azione.
Noi non avevamo fissato la data e ci trovavamo nella fase di progettazione.
Il termine era d'una importanza capitale, perché in due settimane poteva accadere, o che ci ammalassimo o che morissero le persone da noi designate, o che cadesse il governo, che cedesse, ecc. ecc.
L'intera nostra linea difensiva si sarebbe basata su questo punto.
[165]
Dopo questa dichiarazione fui condotto dagli agenti in una cantina, messo in cella da solo, e chiuso con un lucchetto dal di fuori. Capii che i miei camerati erano nelle celle vicine. Battei col pugno sulla parete e domandai chi c'era. Attraverso il muro sentii rispondere: Motza. Mi misi sul tavolaccio per dormire, poiché ero distrutto dalla stanchezza, ma, non avendo il cappotto, mi prese il freddo e cominciai a tremare. Poi cominciarono a mangiarmi i pidocchi. Brulicavano a decine. Voltai le assi dall'altra parte: essi vi si arrampicavano sopra. Eseguii più volte questa operazione, finché compresi che s'era fatto giorno.
Sentii rumore alla porta. Aperta, fummo tirati tutti fuori, poi condotti separatamente e fatti salire su una macchina, accompagnati ognuno da due gendarmi e due commissari. Le automobili si mossero una dopo l'altra. La domanda era la stessa: dove andiamo?
Percorremmo parecchie strade sconosciute, con uomini che guardavano dietro a noi. Usciti dalla Capitale le automobili si fermarono davanti a una grande porta, al di sopra della quale era scritto: «Prigione Vacaresti».
Venimmo fatti scendere e posti in mezzo alle baionette a distanza di dieci metri l'uno dall'altro. Si udiva uno stridore di lucchetti e di catene e le grandi porte che si aprivano. Uno per uno ci facemmo il segno della croce ed entrammo. Condotti sopra, alla direzione ci vennero notificati i mandati di arresto. Ci rendemmo conto di essere stati arrestati per complotto contro la sicurezza dello Stato -pena prevista: i lavori forzati.
Fummo introdotti in un altro cortile, dominato da un'alta chiesa posta a1 centro. Tutto intorno vi erano mura, e accanto ad esse, celle e camere. Venni assegnato a una cella del fondo, larga un metro e lunga due e rinchiuso dal di fuori coi lucchetti. Dentro vi era soltanto un letto di tavole, vicino all'uscio, e una finestrella con grate di ferro. Mi domandavo dove fossero già altri. Mi coricai poi con la testa sulle tavole e m'addormentai. Dopo circa due ore mi svegliai tremando. Era freddo e nella cella non entrava nemmeno un raggio di sole. Guardai stordito intorno a me e non potevo credere dove mi trovavo. Guardai bene e vidi la miseria che mi circondava. Mi dissi: in che stato penoso sei giunto! Un'onda di dolore mi scese al cuore. Ma mi consolai da [166] solo:
- È per la nostra stirpe.
Poi cominciai a fare esercizi di ginnastica con le braccia, per riscaldarmi.
Verso le undici sentii dei passi. Un guardiano aprì la mia porta. Lo guardai. Forse lo avevo conosciuto nella mia vita. Era un uomo scostante e burbero. Mi guardò con occhi cattivi. Mi diede un pane nero e una scodella di minestra.
Gli domandai:
- Signor guardiano, non ha per caso una sigaretta da darmi?
- Non ne ho.
Mi rinchiuse di nuovo col lucchetto e se ne andò. Io spezzai il pane nero e sorbii alcune cucchiaiate di minestra dalla fondina. La misi poi per terra sul cemento della cella e cominciai a raccogliere i miei pensieri. Non riuscivo a capire come la polizia ci avesse presi.
Qualcuno di noi per isbaglio aveva parlato can qualcuno? Ci aveva traditi qualcuno? Come avevano potuto trovare le rivoltelle?
Udivo nuovamente dei passi, Guardai dalla finestrella. Un prete e parecchi signori si avvicinarono alla mia porta e cominciarono a dirmi:
- Ebbene, Signori, è possibile che voi, giovani istruiti, abbiate fatto una cosa del genere?
- Se è possibile che il popolo romeno perisca, invaso dal giudeame e sopraffatto dal tradimento, dalla dissolutezza e dallo scherno dei suoi capi, è possibile anche quello che abbiamo fatto noi!
- Ma avevate tante vie legali!
- Abbiamo battute tutte le vie legali, finché siamo arrivati qui. E se ne fosse rimasta aperta una, forse non saremmo arrivati nemmeno noi in queste celle.
- E ora state bene? Dovrete soffrire per quello che avete fatto!
- Forse dalla nostra sofferenza sorgerà qualcosa di migliore per questa stirpe.
Se ne andarono.
[167]
Verso le quattro venne un guardiano e mi portò una coperta corrosa dai vermi e un gran sacco pieno di paglia, invece d'un materasso. Me li riassettai come meglio riuscii. Mangiai ancora un po' di pane e mi coricai.
Pensavo alla discussione col prete e mi dicevo:
- Dai divertimenti e dalla vita tranquilla dei suoi figli una stirpe non ha guadagnato mai niente. Dalla sofferenza è sempre sorto per essa qualcosa di migliore.
Ero riuscito a trovare un significato alla nostra sofferenza e nello stesso tempo un sostegno morale per quelle ore tristi.
Allora mi alzai, mi misi in ginocchio e pregai:
- O Signore! Prendiamo sopra di noi tutti i peccati di questa stirpe. Accetta la sofferenza nostra di oggi. Fa che da questa sofferenza sorga un giorno migliore per essa.
Pensai poi a mia madre e a quelli di casa, che forse avevano saputo della mia sorte e si preoccupavano per me. Pregai anche per loro, e mi coricai.
Sebbene mi fossi coricato vestito e avvolto nella coperta, avevo freddo e dormivo male a causa del materasso di paglia. Mi svegliai alle otto, mentre un guardiano apriva la porta domandandomi se non volessi uscire per alcuni minuti. Uscii, e cominciai a fare ginnastica per riscaldarmi.
La mia fila di celle era più elevata, e avevo modo di scorgere tutto il cortile. Ad un dato momento vidi qualcuno in costume nazionale che passeggiava in mezzo ai ladri. Era mio padre. Non lo potevo credere: che cosa poteva cercare qui? Avevano forse arrestato anche lui? Feci alcuni segni ed egli mi vide. Il guardiano me lo proibì:
- Signore, non le è permesso di fare nessun segno!
- È mio padre, gli risposi io.
- Può essere, ma non le è permesso di fare nessun segno!
Lo guardai e gli dissi:
- Camerata, lasciaci con Dio e con le sofferenze che ci ha date Lui; non ne aggiungere anche tu.
Ed entrai nella cella.
Dopo pranzo mi fecero uscire di nuovo dalla cella, conducendomi -in mezzo alle baionette- fuori della prigione. Là, sulla strada erano disposti tutti, in fila, uno per uno, a dieci metri [168] di distanza, ognuno tra due baionette. In testa c'era mio padre, tra due soldati con la baionetta in canna. Erano venuti anche altri: Traian Breazu di Cluj, Leonida Bandac di Iasi, Danulescu.
Non ci era consentito di volgere il capo o di farci segni l'un l'altro. In un secondo, però, potei cogliere con lo sguardo i visi smagriti dei miei poveri compagni di sofferenza.
Quello che mi rodeva il cuore era la situazione ingiusta in cui si trovava mio padre. Non era colpevole di nulla. Combattente di tutta una vita per questa stirpe, professore di liceo, maggiore ex comandante di battaglione in prima linea sul fronte per tutta la durata della guerra, più volte deputato e non tra i mediocri, era condotto ora tra le baionette per le vie della capitale.
Partimmo in colonna per il tribunale. I Romeni ci guardavano indifferenti. Quando arrivammo, però, nel quartiere ebraico, gli ebrei uscirono sulle porte e si misero alle finestre. Certuni ci lanciavano occhiate di scherno e ridevano, altri facevano commenti ad alta voce, altri sputavano. Continuammo a procedere a capo chino, andando sempre col cuore gravato di dolore. Il Tribunale confermò i nostri mandati e venimmo difesi dall'avvocato Paul Iliescu, che si era offerto di patrocinarci per primo. Fummo poi ricondotti in cella nello stesso ordine e seguendo la medesima strada. Per strada vedevamo i titoli a caratteri cubitali del giornale Dimineatza e degli altri giornali ebrei:
«Il complotto studentesco. L'arresto dei cospiratori». Tornai di nuovo in cella.
Per due settimane rimasi là solo, al freddo, senza sapere nulla degli altri e senza ricevere alcuna notizia dall'esterno.
* * *
Dopo due settimane lunghe come due secoli, fummo tolti dalla cella e messi in camere con stufe, tre per ogni camera. Ci era permesso cucinare in comune e mangiare insieme.
Quando ci rivedemmo fu una vera festa.
Io fui lasciato in una stessa camera con Dragos e Danulescu. Nel frattempo si era costituito anche Gîrneatza, il presidente dell'Associazione degli studenti cristiani di Iasi, sicché il nostro numero era arrivato a tredici. Mio padre senza nessuna colpa, [169] Motza, Gîrneatza, Tudose Popescu, Corneliu Georgescu, Radu Mironovici, Leonida Bandac, Vernichescu, Traian Breazu ed io, accusati di complotto; Dragos e Danulescu, trattenuti perché eravamo stati in casa loro. Oltre a questi trovammo anche Vladimir Frimu, arrestato in occasione della dimostrazione davanti alla casa del Ministro degli Interni.
Ottenemmo un fornello a petrolio e con i generi alimentari che avevano cominciato a mandarci da fuori i parenti e i conoscenti ci preparavamo da soli il mangiare. Il vitto che veniva dato ai detenuti era qualche cosa di veramente spaventoso e la miseria in cui essi vivevano era indescrivibile.
Mio padre aveva ottenuto dalla direzione il permesso che ogni mattina alle sette andassimo a pregare alla chiesa del cortile della prigione. Ci mettevamo tutti in ginocchio davanti all'altare e recitavamo il «Padre Nostro» e Tudose Popescu cantava la «Santissima Genitrice di Dio».
Là trovavamo conforto per la nostra triste vita di prigione e speranza per il domani.
Ci eravamo poi fatti ciascuno un programma di lavoro. Motza si occupava del processo, Danulescu si preparava agli esami di medicina. Io lavoravo a un piano di organizzazione della gioventù, in vista della lotta nazionale: l'organizzazione dei centri studenteschi, dei giovani dei villaggi e degli allievi di liceo. Lavorai sino a Natale e lo misi a punto sin nei minimi particolari, attendendo di metterlo in pratica dopo che fossimo usciti di prigione, oppure di trovare qualcuno all'esterno che ne iniziasse l'attuazione.
Questa doveva svolgersi nell'ambito della «Lega». La «Lega» era la nostra organizzazione e formazione politica, un'organizzazione di educazione e di lotta della gioventù.
Il giorno 8 novembre, Santi Arcangeli Michele e Gabriele, discutevamo sul nome da dare a questa organizzazione giovanile. Io proposi «Arcangelo Michele». Mio padre disse:
- C'è in chiesa un'icona di S. Michele, sulla porta alla sinistra dell'altare.
- Andiamo a vederla! -Andai con Motza, Girneatza, Corneliu Georgescu, Radu Mironovici e Tudose.
[168]
La guardammo e restammo veramente meravigliati. L'icona ci apparve d'una bellezza incomparabile. Io non ero mai stato attratto dalla bellezza di un'icona, ora però mi sentivo legato a questa con tutta l'anima, e avevo l'impressione che il Santo Arcangelo fosse vivo. Da allora cominciai ad amare l'icona. Ogni qualvolta trovavamo la chiesa aperta, entravamo e ci inginocchiavamo davanti all'icona e l'anima si riempiva di calma e di gioia. Cominciava ora il tormento dei viaggi al Tribunale, a piedi, tra le baionette, nel fango, con le scarpe rotte e i piedi bagnati.
Dei sensali ebrei che avevano derubato lo Stato di alcune centinaia di milioni erano condotti in automobile, e noi a piedi! Spesse volte questi viaggi erano fatti inutilmente, soltanto per tormentarci. Io fui chiamato dal giudice istruttore venticinque volte, per essere interrogato solo due volte. Nelle dichiarazioni rese all'inizio non avevamo introdotto alcuna modifica.
* * *
Un pensiero ci tormentava continuamente: chi ci aveva traditi. Stavamo notti intere a cercare di risolvere questo enigma. Eravamo arrivati a sospettarci l'un dell'altro.
Un mattino andai in chiesa e pregai l'icona di rivelarci quello che ci aveva traditi. La sera dello stesso giorno, mentre ci mettevamo a tavola, mi rivolsi ai camerati:
- Sono costretto a darvi una cattiva notizia. Il traditore è stato scoperto. Egli si trova in mezzo a noi e siede a tavola con noi.
Tutti si guardavano l'un l'altro. Io e Motza osservavamo le figure di ciascuno, cercando di sorprendere un gesto che avesse potuto offrirci una benché debole indicazione. Portai la mano alla tasca del petto e dissi:
- Ora vi mostro anche le prove.
In quel momento Vernichescu si alzò in piedi, rimase un attimo indeciso, poi diede la chiave della cassetta dei viveri a Bandac e disse:
- Io vado. A noi sembrò strana la partenza di Vernichescu, ma continuammo la discussione sul tema delle prove, che io rifiutavo di mostrare perché non le avevo.
[171]
Quando ci alzammo da tavola trovammo Vernichescu solo. Si rivolse verso di noi:
- Codreanu sospetta di me. Gli dissi che non sospettavo di nessuno e ci riconciliammo.
* * *
Passarono settimane e settimane e la nostra vita trascorreva penosamente in prigione. Sulla parete di fronte al letto segnavamo ogni giorno che passava, con una lineetta fatta a matita.
La vita della prigione e penosa, estenuante per l'uomo che è nato libero e ha vissuto fieramente. È spaventoso sentirsi incatenato, tra mura alte e odiose, lontano dai tuoi, dei quali non sai più niente. E nemmeno qui, tra queste mura, non sei libero: tre quarti del tempo rimani sotto lucchetto, in cella o in camera.
Ogni sera, il rumore sinistro dei catenacci che si chiudono alla tua porta ti getta in un'atmosfera di tristezza. Fuori, i nemici di questa stirpe stanno liberi, godono dell'onore, di tutto il benessere, e noi, oltre alle sofferenze morali, spesso ci corichiamo affamati e tremiamo tutta la notte di freddo sui letti di assi e sulla paglia.
Ma sopraggiunsero anche giorni di gioia. Dopo due mesi di prigione, ci venne comunicata la notizia che era arrivato l'ordine di scarcerazione per mio padre e Danulescu.
Fu una grande gioia per noi. Li aiutammo a prepararsi i pacchi è in breve tempo essi non rimasero più in mezzo a noi. Li guardammo partire, seguendoli con gli occhi, finché uscirono dalla prima porta. Pregai mio padre di dire alla madre e a quelli di casa di non stare affatto in pena.
Ogni liberazione è un'occasione di grande gioia per quelli che restano. Tutti si rallegrano. Probabilmente, con la liberazione di uno ciascuno si rafforza nella speranza della propria liberazione.
Poco tempo dopo partirono: Dragos, Bandac, Breazu e Vernichescu, essendo stati prosciolti anch'essi come mio padre e Danulescu dalle accuse. Rimanemmo soltanto in sei, imputati di «complotto contro la sicurezza dello Stato».
Dragos, dopo alcuni giorni, ci comunicò la notizia che era stato Vernichescu a denunciarci. Egli copiò anche le dichiarazioni di [172] costui che risultavano dal fascicolo processuale. Ricevemmo questa notizia con l'anima colma di amarezza. Sempre la nostra stirpe ha avuto dei traditori.
In tutte le università gli studenti erano tornati alle lezioni. Pareva che ci trovassimo di fronte a un momento di disorientamento. Da due mesi essi vivevano sotto il terrore della stampa ebraica. Questa esagerava continuamente la gravità del nostro tentativo di vendetta e le sue conseguenze «disastrose» per il paese. Essa strillava che avevamo perduto ogni prestigio di fronte al «mondo civile», che eravamo uno stato balcanico. Continuamente proponeva la questione: «cosa dirà Berlino, cosa dirà Vienna, cosa dirà Parigi?». E così, trasformati in difensori «degli interessi permanenti dello Stato», gli ebrei esortavano ogni giorno i capi a prendere misure radicali contro il movimento nazionale, che doveva essere represso con «drastiche misure».
Un anno prima, quando Max Goldstein aveva messo una bomba in senato e la polizia arrestava gli ebrei comunisti, la stessa stampa gridava:
«Uno stato non si può mantenere con la violenza contro la volontà popolare. Dov'è la costituzione'? Dove sono le leggi? Dove sono le libertà garantite dalla costituzione? Cosa diranno all'estero di uno Stato che prende simili misure restrittive? Non si può mantenere un regime con gli arresti, le prigioni, le baionette, il terrore. Perché alla violenza dello Stato, la folla e gli individui isolati risponderanno con la violenza. Alla forza con la forza, al terrore col terrore. E non saranno essi i colpevoli, colpevole sarà lo Stato che li avrà provocati».
E ora, con una spudoratezza che soltanto chi aveva gli occhi bendati non vedeva, sempre la medesima stampa scriveva:
«Non è sufficiente che questi terroristi siano stati arrestati: essi devono essere condannati in modo esemplare.
«E nemmeno questo basta: bisogna arrestare tutti quelli che diffondono simili "idee" antisemite, che tanto male arrecano al nostro paese. Questa mal'erba antisemita dev'essere estirpata dalle radici. E occorre procedere senza riguardo e senza pietà».
[173]
A questo torrente d'ostilità la stampa nazionale oppose una fiera resistenza. Oltre al giornale Universul
10 che ha sempre mantenuto un atteggiamento corretto di fronte alle manifestazioni della coscienza nazionale, il movimento nazionalista aveva allora i seguenti fogli:Cuvîntul Studentzesc
11, foglio curato dagli studenti di Bucarest, che appena allora era stato posto sotto la direzione dei nostri instancabili camerati: Simionescu, Rîpeanu, Fanica Anastasescu, Danulescu e altri il cui nome mi sfugge.Dacia Noua
12, organo degli studenti di Cluj, con Suiaga, Mocanu, il poeta Iustin Iliesu, autore dell'«Inno studentesco», ecc.Cuvîntul Iasului
13, organo degli studenti di Iasi.Desteaptate Române14, organo degli studenti di Cernautzi, trasferito recentemente a Cîmpul-Lung, sotto la direzione del dott. Catalin e di Danieleanu.
Apurarea Natzionala, organo della L. A. N. C. di Bucarest, con i magnifici articoli del prof. Paulescu, dai quali stralcio le righe seguenti:
«... S'è applicata la costrizione col freddo, la fame e il terrore, adoperati con successo dagli ebrei bolscevichi.
«Chi avrebbe mai potuto immaginare che sarebbe venuto un tempo in cui i nostri figli, il fiore della nazione romena, sarebbero stati costretti a festeggiare, rinchiusi nelle cantine di una prigione, o cacciati nella tormenta senza riparo e senza nutrimento, la festa dell'unione di tutti i romeni?
«È probabile che vi siate resi conto che state vendicandovi contro l'intera nazione romena».
Unirea15, organo della L. A. N. C. di Iasi, sotto la direzione del prof. Cuza (con articoli di logica lucidissima).
Natzionalistul16, organo popolare della Lega di Iasi.
[174]
Libertatea17, foglio popolare di Orastie, del prete Motza, che poneva il nostro gesto nella sua vera luce, fendendo per primo, senza nessuna esitazione, la barriera di silenzio che ci circondava in quei primi momenti.
Gli studenti comprendevano il nostro sacrificio. Per questo il movimento studentesco si sarebbe sempre più stretto intorno alle mura della prigione Vacaresti, dove ogni centro studentesco aveva i suoi rappresentanti.
I contadini cominciavano a occuparsi di noi. Essi ci mandavano denari e partecipavano alle funzioni nelle chiese per noi, specialmente sui monti della Bucovina e in Transilvania dove penetrava Libertatea.
Ecco un piccolo esempio: Obolo dei
Motzi per gli studenti di Vacaresti.
(Cuvîntul Studentzesc, N. 7 - Anno II - 4 marzo 1924).
«Tra i doni in denaro che hanno ricevuto gli studenti reclusi a Vacaresti dai contadini di molti villaggi di tutto il paese, se ne trova uno più splendido e più prezioso di tutti. È il dono mandato dai Motzi dei monti occidentali. Due, tre, quattro, cinque lei hanno tolto anch'essi da un angolo del cinturone o del fazzoletto, e li hanno avviati a valle pei sentieri battuti da Iancu. Li hanno mandati, insieme con l'anima loro, là, lontanissimo, a Vacaresti d'oltre monte, dove hanno sentito che stavano imprigionati i loro figli che avevano voluto salvarli dal bisogno e dall'ingiustizia, dalla miseria e dalla pena.
«Dal più povero angolo del paese, di cui la canzone dice, con tanta amara tristezza...
«Muntzii nostri aur poarta
Noi cersim din poarta 'n poarta»18
[175]
Si è inviato agli studenti di Vacaresti il più prezioso regalo: un pugno di soldarelli e un brandello d'anima di mendicante «famelico e nudo senza riparo», anima che nasconde sotto un cencio il tesoro più prezioso: la salute, la sorgente inesausta di forza dalla quale muove, in tempo di pericolo di morte, la salvezza della Stirpe!
«I Motzi pensano agli studenti! Il loro cuore comincia a comprendere, a battere, a formarsi un nuovo ideale.
«È il segno migliore e più significativo!
«Vi indichiamo alcuni dei loro norni:
«Da Risca. vicino a Baia de Cris, hanno inviato: Nicolae Oprea, 2 lei; Nicolae Florea, 3 lei; N. Haragus, Aron Grecu, Tigan Adam, A. Hentziu, X. Bulg, Ion Asileu, Al. Vlad, N. Borza, N. Leucian, Antonie Florea, A. Leucian, tutti 5 lei ciascuno; N. Ciscutz, A. Riscutza; Ion Ancu, Salim Faur, 10 lei ciascuno; il prete N. Florea e K. Risu, 15 lei ciascuno; il notaio N. Baia e Dutzu Ruscutza, 20 lei ciascuno. Totale 210 lei».
I contadini avrebbero compreso e si sarebbero legati a noi con la loro anima forte e lungamente tenace, nell'attesa di un'ora di giustizia.
Sopraggiunsero anche le feste di Natale. Noi, rimasti là da soli, pensavamo a quelli di casa e nelle lunghe notti in cui non potevamo dormire ci tormentavano sempre i pensieri. Quando mai avremmo visto i nostri? Quando saremmo usciti di galera? Se fossimo stati condannati a 10-15 anni, avremmo potuto resistere sino alla fine, o la sofferenza e le preoccupazioni ci avrebbero minato la salute, giorno dopo giorno, e saremmo morti in prigione? Fluttuavamo nell'ignoto. Questo stato d'incertezza ci consumava. Avremmo desiderato che si fissasse una buona volta il termine del processo per sapere che cosa sarebbe avvenuto di noi, e quale morte ci avrebbe atteso.
La sofferenza e la sorte comune che ci attendeva ci legavano sempre di più l'uno all'altro e le discussioni sopra gli innumerevoli problemi che ci ponevamo ci portavano alla medesima [176] conclusione: ci formavamo poco per volta lo stesso modo di pensare. Le più piccole questioni interessanti il movimento nazionale ci occupavano ore e giorni interi. Là imparammo a riflettere e a seguire un problema sin nei più minuti particolari. Riprendemmo lo studio del problema ebraico, delle sue cause, delle possibilità di risoluzione Preparammo piani d'organizzazione e d'azione. Dopo un certo tempo esaurimmo le discussioni. Eravamo arrivati alle leggi, alle verità indiscutibili, agli assiomi.
Consideravamo i brancolamenti di coloro che tentavano di occuparsi del problema nazionale -dando vita a un giornale o ad una parodia d'organizzazione- le conclusioni false cui giungevano per via dottrinaria, le incertezze in materia d'organizzazione, la mancanza di punti di riferimento in materia d'azione.
Ora, ci rendevamo ancor di più conto, in seguito a una profonda meditazione che:
1. Il problema ebraico non è un'utopia, ma un grave problema di vita e di morte per il popolo romeno. I capi del paese, riuniti in partiti politici, diventavano via via sempre più dei giocattoli in mano alla potenza ebraica.
2. Questi politicanti, con la loro concezione di vita, con la loro morale, col sistema democratico dal quale prendevano vita, costituivano una vera maledizione caduta sulla testa del paese.
3. Il popolo romeno non avrebbe potuto risolvere il problema ebraico prima d'aver risolto il problema dei suoi politicanti.
La prima meta che il popolo romeno dovrà raggiungere nella sua marcia verso la distruzione del potere ebraico che lo opprime e lo strangola, sarà necessariamente la distruzione di questa piaga dei politicanti. Un paese ha gli ebrei e i capi che si merita. Come le zanzare non possono stabilirsi e non possono vivere che nelle paludi, così anche costoro non possono vivere altro che confitti nella palude dei nostri errori romeni. Perciò, per vincerli, dovremo sradicare prima i nostri errori. Il problema è ancor più profondo di quanto ce l'abbia mostrato il prof. Cuza. La missione di questa lotta è affidata alla gioventù romena, che, se vuole rispondere a questa missione storica, se vuol vivere, se vuol continuare ad avere una terra, è necessario che si prepari e che raccolga tutte le sue forze per combattere e vincere. Decidemmo che, [177] quando fossimo usciti di lì, se Dio ci avesse aiutati a non dividerci più, saremmo rimasti uniti e avremmo dedicato la vita a questo scopo.
Ma, in attesa di occuparci dei difetti della stirpe, cominciammo a occuparci dei nostri personali. Ci riunivamo a discutere per ore ed ore; ognuno comunicava all'altro i difetti che aveva osservato e facevamo di tutto per correggerci. Era un problema delicato perché l'uomo per sua natura non ascolta volentieri la critica dei suoi errori, dato che ognuno crede di essere perfetto o vuol mostrarsi tale. Ma noi dicevamo: prima dobbiamo conoscere e correggere i nostri difetti, e poi vedremo se abbiamo o no il diritto di occuparci anche di quelli altrui.
Così passarono le feste e dopo le feste anche l'inverno. Giunse la primavera e della nostra futura sorte non sapevamo ancora niente. Sapevamo soltanto che fuori si era determinata una grande corrente di favore popolare verso di noi e la nostra causa, nonostante i tentativi disperati della stampa ebraica di porvi riparo. Questa corrente cresceva sempre tra gli studenti delle città e delle campagne, tanto nella Transilvania che in Bessarabia, in Bucovina o nel Vecchio Regno. Ora, da tutte le parti ricevevamo lettere di incoraggiamento e di sprone.
La primavera ci portò finalmente una grande gioia. Il processo venne fissato per il 29 marzo, alla Corte d'Assise di Ilfov. Cominciammo a prepararci; ma quale preparazione quando già avevamo dichiarato tutto? S'era detto tutto quello che si doveva dire. Gli avvocati non ci nascosero che la nostra situazione era difficile per le dichiarazioni rese, che sarebbe stato bene che avessimo rinunciato ad esse ed al contegno tenuto fino allora, ponendoci invece sulla negativa. Noi rifiutammo categoricamente, chiedendo che essi ci difendessero possibilmente sulla base delle dichiarazioni rese da noi -che non intendevamo assolutamente modificare, qualunque avesse a rivelarsi il risultato del processo.
Se per caso ci avessero assolto, come avremmo potuto separarci dalla nostra icona, davanti alla quale avevamo pregato ogni mattina?
Tra i detenuti avevamo trovato un pittore che in tre settimane ci aveva dipinto una grande icona, alta più di due metri, che riproduceva esattamente quella della chiesa, poi una piccola da [178] portar con me, e una media da dare a mia madre. Motza se ne fece fare una anche lui per i suoi genitori.
Calcolammo che, considerate le nostre dichiarazioni, ci avrebbero condannato almeno a cinque anni.
- Signore -pregavamo davanti all'icona.- Noi, tanto, consideriamo perduti questi cinque anni. Se ci salveremo, ci impegniamo a impiegarli nella lotta.
E decidemmo che nel caso fossimo stati assolti ci saremmo trasferiti tutti a Iasi, dove avremmo costituito il nostro centro d'azione. Di la avremmo iniziato secondo i piani stabiliti l'organizzazione di tutta la gioventù del paese: allievi e allieve del corso superiore del liceo, e anche del corso inferiore, scuole medie, scuole di mestieri, seminari, scuole commerciali e rurali. Infine veniva l'organizzazione dei centri studenteschi. Tutti questi dovevano essere educati nello spirito della fede che ci animava, affinché i giovani -divenuti adulti- potessero entrare nel campo politico e decidervi le sorti della nostra lotta, una serie dopo l'altra, come ondate d'assalto che si susseguono senza interruzione.
La piaga dei politicanti infetta la nostra vita nazionale. L'organizzazione di questa gioventù, oltre ad essere necessaria per suscitarne l'autoeducazione, lo è anche per difenderla e isolarla dalla piaga dei politicanti e dalla sua infezione.
Il dilagare dell'infezione tra la gioventù romena significa l'annientamento e la piena vittoria d'Israele.
Più ancora! Il sistema dei politicanti, non ricevendo più l'elemento giovanile, sarà condannato a morire per esaurimento, per mancanza di alimento.
È necessario che il motto di tutte le giovani generazioni sia: nessun giovane varcherà più la soglia di un partito politico.
Quello che vi entrerà sarà un traditore della sua generazione e della stirpe, perché il partito con la sua presenza, col suo nome, col suo danaro, col suo lavoro, contribuisce ad aumentare la potenza dei politicanti. Quel giovane è un traditore, così come è un [179] traditore colui che abbandona il fronte dei suoi fratelli e passa alle posizioni del nemico. Anche se non sparerà con la propria arma, se porterà soltanto acqua per rinfrescare quelli che sparano, egli sarà sempre complice nell'uccisione di quanti cadono nelle file dei suoi camerati e quindi traditore della causa.
La teoria che ci esorta ad entrare tutti nei partiti per renderli buoni, se riteniamo che siano cattivi, è una teoria falsa e perfida. Così come da che mondo è mondo, giorno e notte, continuamente, attraverso mille ruscelli, attraverso i fiumi, l'acqua dolce fluisce nel Mar nero, eppure essa non riesce ad addolcire le sue acque -anzi al contrario diventano salate anche quelle dolci- così anche noi, inseriti nella cloaca dei partiti politici, non soltanto non riusciremo a correggerli, ma ci guasteremo pure noi.
Questi erano i nostri pensieri e le nostre decisioni nella ipotesi in cui venissimo assolti. Il sistema organizzativo era pronto. Il nostro piano d'azione era fissato. Il giornale che doveva apparire, avrebbe avuto per titolo: Generatzia Noua
19 e l'intera nostra organizzazione si sarebbe chiamata Arhanghelul Mihail20. Tutte le bandiere dovevano portare la figura del Santo Arcangelo Michele della Chiesa di Vacaresti. Questa organizzazione di tutte le giovani generazioni romene doveva costituire -così come la vedevamo noi- la sezione giovanile dell'organizzazione politica L. A. N. C., a livello altamente formativo.Per noi questa concezione sorta tra le mura della prigione di Vacaresti rappresentava un principio di vita. Era qualche cosa di nuovo, qualcosa di completo come dottrina, come organizzazione e come piano d'azione, diverso da tutto quello che avevamo pensato prima. Era il principio di un mondo, una base sulla quale avremmo costruito per anni e anni di seguito.
All'uscita dal carcere avremmo dovuto andare in tutti i centri universitari e comunicare agli studenti le nostre decisioni, dimostrando loro che 1e manifestazioni di strada, i conflitti, non avevano più nessuna ragione d'essere di fronte al nuovo piano. Non sconfessavamo le manifestazioni del passato, non negavamo [180] che esse erano state nostre, non ce ne vergognavano, ma il loro tempo era passato. Dovevamo iniziare tutti insieme una grande organizzazione che doveva condurci alla vittoria.
Vedevamo Motza sempre pensieroso; ci diceva che se fossimo usciti di lì non avremmo potuto fare nessun passo avanti prima di aver punito il traditore.
Il tradimento aveva consumato le forze della nostra stirpe. Noi Romeni non ci eravamo mai posti con l'arma in pugno di fronte ad esso: per questo metteva radici, per questo i traditori si moltiplicavano per tutti i sentieri, per questo tutta la nostra vita politica era solo un permanente tradimento della stirpe. Se non risolvevamo il problema del tradimento l'opera nostra sarebbe stata compromessa.
L'indomani c'era il processo. L'aspettavamo con emozione: finalmente la nostra sorte si sarebbe decisa.
Eravamo nella cancelleria dove dovevamo vedere le nostre famiglie. Vi erano i genitori di Corneliu Georgescu, venuti da Poiana di Sibiu. A un dato momento entrò anche Vernichescu; Motza lo prese per un braccio come se volesse dirgli qualcosa e passò con lui nella stanza vicina, negli uffici degli impiegati. Dopo alcuni minuti udimmo sette colpi di rivoltella e delle grida. Uscimmo nel corridoio: Motza aveva sparato su Vernichescu per punire il tradimento.
Io mi slanciai verso di lui per difenderlo, perché era circondato da guardie e da funzionari che lo minacciavano. Il nervosismo della gente si calmò; noi fummo immediatamente presi e incarcerati ciascuno in una cella. Dal finestrino osservammo che Vernichescu era stato tolto dall'infermeria e portato all'ospedale sopra una barella. Cominciammo a fischiare tutti insieme dalle celle il nostro inno di battaglia «Studenti cristiani della Grande Romania» e lo salutammo con questo canto finché uscì dalla porta di prigione.
Dopo due ore arrivò il giudice istruttore Papadopol e ci fece chiamare a turno. Noi eravamo tutti solidali con Motza.
L'indomani, dopo una notte trascorsa sulla nuda terra, fummo condotti in Tribunale. La nostra situazione s'era fatta difficilissima. Noi però, durante la detenzione nei sotterranei del Tribunale, cantammo sempre i nostri canti di battaglia.
Il processo iniziò all'una. Sin dalle dieci, migliaia di studenti e di cittadini cominciarono a radunarsi intorno al Tribunale. Verso le 12 uscirono tutti i reggimenti della capitale per poter tenere a bada la folla.
All'una fummo introdotti nell'Aula della corte d'Assise. Presidente della corte era il Sig. Davidoglu, Procuratore il Sig. Racoviceanu. Al banco della difesa sedevano: il prof.
Paulescu, Paul Iliescu, Nelu Ionescu, Teodorescu, Donca Manea, Tache Policrat, Naum, ecc. Vennero estratti a sorte i giurati. Tra un silenzio profondo ci venne letta l'ordinanza definitiva. Noi ascoltavamo, ci rendevamo conto che si giocava la nostra sorte. Poi venne il nostro turno di parlare. Cominciò l'interrogatorio. Noi ammettemmo tutto tranne d'aver preso la decisione finale: la data non era stata fissata. Esponemmo i motivi che ci avevano spinti su questa via, prospettando il pericolo ebraico e accusando gli uomini politici di tradimento della stirpe e di corruzione.Nonostante le numerose interruzioni del presidente, continuammo sino in fondo le nostre dichiarazioni.
Seguì un'aspra ed in molti punti ingiusta requisitoria del procuratore. Sentivamo che la bilancia piegava dalla sua parte. Il successo dell'accusa non duro però molto, perché il prof.
Paulescu lesse la sua dichiarazione in un'atmosfera «religiosa» creata dal suo grande prestigio e dalla sua figura ascetica. La dichiarazione fu breve, ma annientò la requisitoria del procuratore che, impacciato, parve ritirarsi ancora più in fondo alla sedia.Seguì una pausa: erano le otto di sera. Fuori la folla aspettava sempre più numerosa.
Intervennero splendidamente: Nelu Ionescu, Tache Policrat, ecc. e, per ultimo, Paul Iliescu.
Le cinque del mattino. Il procuratore tentò, con una nuova requisitoria, di riconquistare le posizioni e di accattivarsi la corte. Seguì la replica della difesa. Alle sei avemmo l'ultima parola. Poi ci fecero uscire e i giurati si ritirarono per la decisione. Noi aspettammo più di una mezz'ora che ci sembrò lunga come la metà di [182] un anno. Poco dopo udimmo degli evviva. Un ufficiale ci comunico la notizia:
- Siete assolti.
Subito dopo fummo introdotti nell'aula dove ci venne letto il verdetto d'assoluzione. La gente aspettava ancora fuori; sentendo il verdetto di assoluzione scoppiò in evviva e canti.
Fummo fatti salire in automobile e condotti per vie sconosciute a Vacaresti, per l'adempimento delle formalità di scarcerazione.
Prendemmo i nostri bagagli e le icone e ci disponemmo ad uscire da quella tomba, con le sue lunghe ore di tormento e con le sue sofferenze. Ma il povero Motza vi rimaneva ancora chissà fino a quando, a tormentarsi d'ora in poi da solo.
Dovevamo congedarci da lui. Lo abbracciammo con le lacrime agli occhi e ci separammo con profondo dolore. Noi uscimmo, ma egli rientrava in cella, in segreta. E quante settimane doveva stare là, solo, su quel cemento.
Andammo poi da Danulescu e da Dragos, a chiedere scusa alle famiglie per le inquietudini cagionate loro e a ringraziarle per le cure avute per noi, durante tutto il tempo della nostra reclusione. Poi andammo a casa dove le nostri madri, con l'intera famiglia, accolsero ciascuno di noi con lacrime di gioia negli occhi.
A Iasi m'aspettavano impazienti i camerati più giovani. Dei miei coetanei non trovai più nessuno. A partire dall'autunno si erano dispersi tutti tornando alle loro città.
Portai l'icona nella Chiesa di S. Spiridione collocandola sull'altare.
Incontrai via via tutti i conoscenti e gli studenti; ma la gioia di rivederci fu presto turbata. Un giorno, mentre passeggiavo per via Lapusneanu con due sorelle e una decina di studenti, la polizia si lanciò, senza nessun motivo, su di noi e comincio a picchiarci sulla testa con i bastoni di caucciù e coi calci dei fucili. [183] Provocati a questo modo e colpiti senza avere nessuna colpa nella Iasi in cui avevamo tanto lottato? Nella Iasi nella quale avevamo vinto il giudeo-comunismo all'Università, nel 1919, 1920 e 1922? Nella Iasi in cui avevamo rimesso al suo posto e tenuto a distanza per anni e anni il giudeame invadente e la sua stampa? Picchiato in casa mia?
L'indignazione sembrava darmi una forza da leone e sarei stato in grado di lottare contro tutta la polizia. Ma gli studenti e le studentesse con cui ero assieme mi trattennero afferrandomi le mani e immobilizzandomi le gambe. Così trattenuto ricevetti ancora alcuni colpi coi calci di fucile.
La gente che era sui marciapiedi comincio a ingiuriare la polizia e a gridare. Io tornai a casa amareggiato contro coloro che mi avevano trattenuto. Essi, però mi dicevano: «Hanno l'ordine di provocarti e, se reagisci, di spararti addosso per liberarsi di te».
Dopo pranzo, con Gîrneatza e Radu Mironovici andai in un «
Camin», dove in una vasta stanza erano riuniti gli studenti più coraggiosi. Essi ci raccontarono come avevano lottato e che cosa avevano dovuto sopportare durante i sei mesi in cui non c'eravamo più visti; come erano rientrati ai corsi e come si erano comportati per non essere umiliati; come il 1° Novembre, giorno della riapertura, si erano radunati nell'Aula Magna tutti gli studenti con tutti i professori ed era stata celebrata la funzione religiosa, e che cosa aveva detto lo studente Lazareanu in quell'occasione:- Noi rientreremo a frequentare i corsi, ma non ora. Prima indirizzeremo un memoriale ai nostri professori, al senato accademico e aspetteremo una risposta favorevole.
Ci narrarono poi come avessero presentato il memoriale e come i professori universitari, guidati dal rettore Bacaloglu, avessero ritenuto opportuno accettare la massima parte dei punti di esso.
Il 6 novembre gli studenti ricominciarono a frequentare i corsi. I professori avevano saputo risparmiare un'ingiusta umiliazione agli studenti che avevano lottato un anno intero per la loro fede. Ci dissero ancora che il Ministro Mirzescu aveva nominato un suo uomo prefetto di polizia, con l'incarico di annientare il [184] movimento studentesco e il movimento nazionale di Iasi e che costui s'era messo a perseguitarli con l'intera polizia.
Ma siccome gli studenti erano rientrati ai corsi e la calma s'era ristabilita, il prefetto, non sapendo in che modo raccogliere gli allori a ottenere il denaro aveva iniziato le provocazioni.
Ci raccontarono ancora come il dieci dicembre le studentesse che andavano verso la Cattedrale, incontrati dei poliziotti ubriachi, fossero state colpite da loro con i bastoni di caucciù, afferrate per i capelli sotto gli occhi dei professori universitari e trascinate nel fango delle strade. Uno per uno gli studenti erano stati picchiati. Il dieci dicembre lo studente Gheorghe Manoliu, dirigente del coro, era stato bastonato e poi arrestato e in seguito agli stenti e ai patimenti era morto all'ospedale.
Gli studenti di Iasi avevano passato sei mesi tra gravi difficoltà.
Dal canto nostro, noi raccontammo loro tutto quello che avevamo sofferto, insistendo sul dovere ai liberare Motza dalla prigione.
Infine esponemmo il nostro piano per l'avvenire: come avremmo dovuto organizzare l'intera nostra generazione, crescerla ed educarla in uno spirito eroico. Come avremmo dovuto isolare la piaga dei politicanti, affinché nessun giovane potesse penetrare più nelle loro file. Come questa sarebbe stata vinta e il governo assunto dalla L. A. N. C. col professor Cuza. Come soltanto con un governo nazionalista espressione della coscienza, della forza e della integrità romena, si sarebbe potuto risolvere il problema ebraico, adottando misure legali per proteggere l'elemento romeno e frenare l'invadenza degli ebrei; come la creazione di questa coscienza, di questa forza e di questa salute rappresentasse il grande e sacro compito della nostra generazione. Che noi, «quelli di Vacaresti», avevamo deciso di venire tutti a Iasi per stabilirvi il centro di questa azione che ponevamo sotto la protezione del Santo Arcangelo Michele.
I nostri camerati ascoltarono e accolsero con grande gioia i nostri piani per l'avvenire.
Ci recammo successivamente dai professori Cuza,
Gavanescul, Sumuleanu. ecc, a comunicare anche loro le nostre idee. torna ^2- Consiglio di Stato. torna ^
3- Una domanda: quanto danno oggi i «Cahal» ai governanti della Romania? (nota di Codreanu) torna ^
4- Corso della Vittoria. torna ^
5- Vedi A. C. Cuza, Apararea Natzionala, n. 3, 1 maggio 1922. (nota di Codreanu). torna ^
8- La Fratellanza Romena. torna ^
11- La parola studentesca. torna ^
13- La parola di Iasi. torna ^
14- Risvegliati, Romeno. torna ^
18- I nostri monti portano oro / Noi mendichiamo di porta in porta. torna ^
19- La Nuova Generazione. torna ^
20- L'Arcangelo Michele. torna ^