[27]

Entrando nella vita

 

Nel bosco di Dobrina

Nella primavera dell'anno 1919, circa 20 allievi del corso superiore di liceo si erano radunati, un pomeriggio, nel bosco di Dobrina che monta la guardia sulle alture intorno a Husci. Avevo convocato quei giovani camerati per decidere cosa fare in caso di invasione bolscevica. Il mio parere, che poi venne condiviso da tutti, era di organizzare un centro di resistenza nella foresta e da lì iniziare un'azione di guerriglia. Giurammo nel bosco secolare. Era questo bosco un angolo di quella famosa selva di Tigheciu, pei sentieri della quale, nel corso della storia della Moldavia, molti nemici trovarono la morte.

Decidemmo di armarci e di organizzarci e di trovare una copertura per le nostre attività. Fondammo infatti una organizzazione culturale nazionale degli allievi del liceo di Husci che intitolammo a «Mihail Kogalniceanu».

Essa venne autorizzata dalla direzione del liceo. Così, mentre cominciavano l'attività e le conferenze, noi trattavamo in pubblico i soliti problemi e contemporaneamente ci esercitavamo militarmente nel bosco.

Armi, a quei tempi, ce n'erano in ogni angolo, cosicché in due settimane radunammo tutto quello che ci occorreva.

* * *

Il paese a quel tempo viveva nel caos e noi anche se in giovane età ci rendevamo ben conto della situazione. A poca distanza da noi, la rivoluzione bolscevica era in pieno svolgimento e la gente ne era impressionata. Il contadinato si opponeva istintivamente a questa ondata distruttrice, ma, completamente disorganizzato, esso non rappresentava una seria possibilità di resistenza. [28] La classe degli operai invece slittava vertiginosamente verso il comunismo, venendo mantenuta sistematicamente nel culto di queste idee dalla stampa giudaica, e, in generale, da tutti gli ebrei delle città. Ogni ebreo, commerciante, intellettuale o banchiere capitalista, era nel suo raggio d'azione un agente di queste idee rivoluzionarie anti-romene. Gli intellettuali romeni erano indecisi, l'apparato statale disorganizzato. Di momento in momento, potevamo attenderci sia disordini interni, provocati da alcuni elementi organizzati e decisi, sia un'invasione dall'oltre Nistro. Questa azione esterna, coordinata con quella delle bande giudeo-comuniste dell'interno, le quali lanciandosi contro di noi, avrebbero distrutto i ponti e fatto saltare i depositi di munizioni, avrebbe deciso della nostra sorte come stirpe. In simili frangenti, tormentati dai pensieri e tremando per la vita e la libertà della nostra terra, appena unita dopo una guerra sanguinosa, germogliava nei nostri animi giovanili l'idea di una azione che ci portò poi al giuramento nel bosco di Dobrina.

Ho compiuto 5 anni di liceo militare a Manastirea Dealului, all'ombra del busto di Mihai Viteazul e sotto l'occhio vigile di Nicolae Filipescu. Qui, agli ordini del Maggiore -poi Colonnello- Marcel Olteanu, Comandante della Scuola, del Capitano Virgil Badulescu, del Tenente Emil Palangeanu e sotto la guida dei professori, mi sono formato una severa educazione militare e ho acquistato una sana fiducia nelle mie forze.

L'educazione militare di Manastirea mi seguirà infatti per tutta la vita. L'ordine, la disciplina e la gerarchia, infuse in tenera età nel mio sangue insieme col sentimento della dignità militare, formeranno un filo rosso lungo tutta la mia attività futura.

Sempre qui sono stato abituato a parlare poco, fatto questo che più tardi mi porterà all'odio per le chiacchiere e lo spirito retorico. Qui ho imparato ad amare la trincea e a disprezzare il salotto. Le nozioni di scienza militare acquisite allora mi indurranno più tardi a giudicare tutto attraverso il prisma di questa scienza. E il culto del sentimento della dignità di uomo e di soldato, nel quale mi hanno educato gli ufficiali, mi creerà difficoltà e mi esporrà a sofferenze in un mondo spesso privo di onore e di senso della dignità.

L'estate 1916 la trascorsi a casa, a Husci.

[29]

Mio padre era stato richiamato da due anni ed era partito col reggimento per i Carpazi.

Una notte mia madre mi svegliò piangendo. «Alzati -disse segnandosi- che suonano le campane di tutte le chiese». Era il 15 agosto 1916, Santa Maria. Compresi che era stata ordinata la mobilitazione e che in quel momento l'esercito romeno aveva valicato i monti. Posseduto dall'entusiasmo, il corpo mi tremava. Tre giorni dopo partii da casa alla ricerca di mio padre, spinto dal desiderio ardente di essere anch'io tra i combattenti, al fronte. Finalmente, dopo molte peripezie, arrivai allo stesso reggimento nel quale mio padre era comandante di compagnia, il 25 Reggimento di Fanteria sotto il comando del colonnello V. Piperescu, mentre esso stava avanzando nella Transilvania per la valle dell'Oituz.

Poiché avevo soltanto 17 anni ebbi la grande sfortuna di non potermi arruolare volontario. Tuttavia, presi parte all'avanzata ed alla ritirata della Transilvania ed il 20 settembre, quando mio padre fu ferito sopra Sovata sul monte Ceres-Domu, gli fui utile, aiutandolo di fronte al nemico che avanzava. Sebbene ferito egli rifiutò di lasciarsi evacuare, comandando la sua compagnia durante tutta la ritirata e poi nelle aspre battaglie che seguirono a Oituz.

Una notte, alle due, il reggimento ricevette l'ordine di avanzare. Gli ufficiali ispezionavano in un silenzio di tomba le loro compagnie ammassate sulla strada.

Mio padre fu chiamato dal colonnello. Tornando poco dopo, mi disse: «Non sarebbe bene che tu tornassi a casa? Noi entreremo in combattimento e non è bene che moriamo tutti e due qui, perciò la madre rimane a casa con sei piccoli, senza nessun appoggio. Anche il colonnello m'ha convocato e m'ha detto che non vuol assumersi la responsabilità della tua permanenza al fronte».

Sentivo che era con l'animo indeciso: esitava a lasciarmi in piena notte solo, in campagna, per strade sconosciute e a 40 km. dalla ferrovia.

Colpito dalla sua insistenza consegnai la carabina e le due cartucce e mentre le colonne del reggimento avanzavano, perdendosi nella calma e nell'oscurità della notte, rimasi solo sul ciglio [30] di un fosso, riprendendo poi il cammino in direzione della vecchia frontiera.

Un anno più tardi entrai nella Scuola Militare di Fanteria di Botosani, colla stessa idea di poter arrivare al fronte. Qui rimasi -completando la mia formazione militare- dal 1° settembre 1917 al 17 luglio 1918, nella compagnia attiva della Scuola Militare. Quattro valenti ufficiali, il Colonnello Slavescu, il Capitano Ciurea, il Tenente Florin Radulescu e il Maggiore Steflea, guidarono i miei passi sulla via delle lotte e dei sacrifici per la terra.

Un anno dopo -1919- c'era la pace e noi, ragazzi pronti a morire, ci eravamo dispersi per le nostre case.

Mio padre, professore di liceo, è stato per tutta la vita un combattente nazionalista. Mio nonno è stato guardiaboschi, il bisnonno ugualmente guardiaboschi. La mia stirpe è stata sin dalle origini, nei periodi calamitosi, la stirpe delle boscaglie e dei monti. Per questo, l'educazione militare e il sangue delle mie vene imprimevano all'azione di Dobrina -ingenua come manifestazione di lotta politica- una dimensione di serietà che la nostra età di adolescenti non avrebbe presupposta.

In quei momenti noi sentivamo nel cuore, col consiglio e l'esperienza loro, la presenza delle schiere d'antenati che avevano combattuto per la Moldavia, per gli stessi sentieri mai penetrati dai nemici.

 

All'Università di Iasi

Trascorse l'estate. Nell'autunno io diedi la licenza liceale e il nostro gruppo, poiché ognuno entrava all'università, si divise.

Dobrina non rimaneva che il ricordo di difendere la nostra terra contro le ondate di ostilità che s'alzavano minacciose all'interno e oltre i confini.

Partivo da Husci nel momento, che per ogni giovane rappresenta un bivio, dell'iscrizione all'Università. La tanto attesa iscrizione all'Università! La mia preparazione era costituita dal bagaglio di nozioni che mi aveva fornito il liceo. La letteratura [31] sensazionale, di pervertimento spirituale, che oggi occupa un posto importante nel processo formativo dell'allievo di liceo -per sua disgrazia- io non l'ho gustata. Oltre la normale letteratura dei classici romeni, avevo letto tutti gli articoli del Semantorul1 e del Neamul Romanesc2 di N. Iorga e A. C. Cuza. Mio padre li teneva in alcune casse, nel solaio di casa. Nelle ore libere salivo lassù e mi occupavo di questo genere di letture. L'essenza di questi articoli considerava l'espressione in una forma elevata dei tre ideali di vita del popolo romeno:

1) L'unione di tutti i Romeni;
2) L'elevazione del contadinato attraverso l'accesso alla proprietà e al godimento dei diritti politici;
3) La soluzione del problema ebraico.

Due massime erano riportate sulla fascetta di tutte le pubblicazioni nazionaliste di quel tempo:

«La Romania ai Romeni, soltanto ai Romeni e a tutti i Romeni» (N. Iorga).

«La nazionalità è la forza creatrice della cultura umana, la cultura è la forza creatrice della nazionalità» (A. C. Cuza).

Con grande devozione mi avvicinavo a Iasi, città che non v'è romeno che non l'ami, che non la comprenda, o almeno che non desideri di vederla.

Molte città della Moldavia hanno ognuna un frammento di gloria. Non possiamo pronunciare i nomi di Hotin, Bîrlad, Vasuli, Tighina, Cetatea Alba, Soroca, senza sentirci l'anima commossa.

Su tutte però, primeggiano Suceava e Iasi. Suceava, la fortezza di Stefan cel Mare, Iasi, la città di Cuza-Voda.

La città dell'Unione del 1859 che, con la fondazione dell'Università, era divenuta la città della giovinezza e delle sue più pure aspirazioni.

A Iasi hanno vissuto: Miron Costin, Bogdan Petriceicu Hasdeu Mihail Eminescu, Mihail Sturdza, Ion Creanga, Vasile Alecsandri, Costache Negri, Iacob Negruzzi, [32] Mihail Kogalniceanu, Simion Barnutziu, Vasile Conta, Iorga, Ion Gavanescul.

Qui illuminava come un faro, dalla cattedra d'Economia Politica, la grande personalità del prof. Cuza. L'Università diveniva una scuola di nazionalismo. Iasi, la città delle grandi tensioni romene, delle elevatezze, degli ideali, delle nostre aspirazioni nazionali. Grande per le sofferenze del 1917, quando qui trovò rifugio in momenti tragici lo spirito tanto tormentato di Re Ferdinando; grande per il destino di essere stata nel 1918 la città dell'unione di tutti Romeni; grande per il suo passato e grande per la sua attuale tragedia, perché la città delle quaranta chiese moriva ogni giorno dimenticata sotto la spietata occupazione ebraica. Iasi, costruita su sette colli come Rorna, è e rimane la fortezza eterna del romenismo.

Quante memorie gloriose!

Qui si sono sentiti per la prima volta risuonare i versi armoniosi di Vasile Alecsandri:

«Hai sa dam mana cu mana
Cei cu inima romana...»
3

Qui, come in nessun'altra parte, lo studente sentiva fluttuare nell'aria al di sopra di Iasi silenziosa, con chiamate incomprese e coi loro santi impulsi, gli spiriti dei grandi antenati. Lo studente di Iasi, nella calma della notte tarda, sentiva vagare impazzito di dolore, per le strade tortuose e straniere di Iasi, lo spirito di Mihail Eminescu, che cantava come uno spettro:

«Cine-a îndragit strainili,
Mînca-i-ar inima cîinii
Minca-i-ar casa pustia
Si neamul nemernicia...»
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A questa città m'avvicinavo, con profonda devozione, nell'autunno del 1919, attratto dal suo grande fascino, ma anche commosso perché vent'anni prima ero nato là. E, come ogni bambino, venivo emozionato a rivedere e a baciare la terra nativa.

* * *

[33]

Mi iscrissi alla facoltà di legge.

L'Università di Iasi, chiusa durante la guerra, s'era riaperta da un anno. I vecchi studenti, tornati or ora dal fronte, conservavano l'orientamento proprio alla tradizione nazionalista della vita studentesca d'ante-guerra. Erano divisi in due gruppi.

Uno sotto la guida di Labusca -di lettere- e l'altro sotto quella di Nelu Ionescu -di legge. Questo gruppo, ridotto come numero, era sopraffatto dalla massa immensa degli studenti giudei venuti dalla Bessarabia, tutti agenti e propagatori del comunismo.

I professori dell'Università, tranne un gruppo molto ristretto guidato da A. C. Cuza, Ion Gavanescul e Corneliu Sumuleanu, erano partigiani delle stesse idee di sinistra. Il professor Paul Bujor, uno degli esponenti della maggioranza, dichiaro persino in termini lapidari in pieno Senato di Romania: «La luce viene dal Levante» -cioè d'oltre Nistro.

Questo atteggiamento dei professori, che consideravano come «barbarie» ogni idea e nota nazionalista, produceva l'effetto di disorientare completamente gli studenti.

Alcuni sostenevano il bolscevismo apertamente, altri -i più- dicevano: «Checché se ne dica, è passato il tempo del nazionalismo, l'umanità va verso sinistra».

Il gruppo Labusca scivolò totalmente verso questa direzione. Il gruppo Nelu Ionescu, al quale m'ero affiliato anch'io, si disperse in seguito ad alcune elezioni, dalle quali eravamo usciti sconfitti.

L'avanzata di queste idee anti-romene, sostenuta da una massa compatta di professori e studenti e incoraggiata da tutti i nemici della Romania unificata, non trovava più nel mondo studentesco nessuna resistenza romena. Noi, i pochi che cercavamo di mantenere le posizioni, eravamo avvolti da un'atmosfera di disprezzo e di ostilità. I colleghi d'altro orientamento, quelli della «libertà di coscienza» e del principio di tutte le libertà, sputavano dietro a noi quando passavamo per la strada o per le sale delle Facoltà ed erano diventati aggressivi, via via sempre più aggressivi.

Riunioni su riunioni di migliaia di studenti, nelle quali si propagandava il bolscevismo, s'attaccava l'Esercito, la Giustizia, [34] la Chiesa, la Corona. Una sola società conservava ancora un carattere romeno: l'«Avram Iancu» dei Bucoviniani e dei Transilvani, sotto la direzione dello studente Vasile Iasinschi.

L'Università delle tradizioni nazionalistiche del 1860 era divenuta un focolaio d'antiromenismo.

 

Si preparava la rivoluzione

Ma non soltanto nell'Università si verificava questa situazione.

La massa operaia di Iasi, che era passata nella quasi totalità al comunismo, era pronta a scatenare la rivoluzione. Nelle fabbriche si lavorava molto poco. Si tenevano per ore intere comizi, consigli, riunioni. Si faceva più che altro politica. Ci trovavamo in pieno sabotaggio sistematico, attuato secondo un piano preciso e con l'ordine: «rompete, distruggete le macchine, create lo stato di miseria materiale, generale, che porta allo scoppio della rivoluzione». E veramente, meglio l'ordine veniva eseguito, più la miseria si estendeva, la fame si proiettava minacciosa e la rivolta cresceva nell'animo delle folle. Ogni 3-4 giorni grandi cortei comunisti attraversavano le strade di Iasi. 10-15000 operai, affamati e manovrati dalla criminale mano giudaica di Mosca, percorrevano le strade al canto dell'«Internazionale», al grido di «Abbasso l'esercito», «Abbasso il Re», recando cartelli sui quali si poteva leggere «Viva la rivoluzione comunista», «Viva la Russia Sovietica».

E in caso di vittoria di costoro? Avremmo avuto almeno una Romania guidata da un regime operaio romeno? I lavoratori romeni sarebbero diventati loro, i padroni della terra'? No! Il giorno dopo, essi sarebbero divenuti schiavi della tirannide più sporca, la tirannide talmudica, giudaica.

La grande Romania, dopo meno di un secondo di vita, sarebbe crollata.

Noi, popolo romeno, saremmo stati sterminati senza pietà, uccisi o deportati nelle contrade della Siberia: contadini, lavoratori, intellettuali -tutti insieme.

La terra da Maramures sino al Mar Nero, strappata di mano [35] ai Romeni, sarebbe stata colonizzata dalle masse ebraiche. Qui si sarebbe creata la vera Palestina.

Ero chiaramente convinto che in quelle ore oscillava la bilancia della vita e della morte del popolo romeno.

La stessa convinzione l'avevano tutti gli ebrei, che spingevano alle spalle i lavoratori romeni verso la rivoluzione. Essi non avevano nulla in comune con l'inquietudine che in quei momenti era nei nostri cuori. Erano coscienti. Soltanto gli intellettuali romeni erano incoscienti. Gli intellettuali che hanno studiato e che hanno la missione d'illuminare la via al popolo nei momenti difficili -poiché proprio per questo sono intellettuali- mancavano al loro dovere. Questi indegni in quelle ore decisive sostenevano con una incoscienza criminale che «la luce viene dal Levante».

Chi era in grado di opporsi alle colonne rivoluzionarie, che percorrevano minacciose le strade di tutte le città? Gli studenti? No! Gli intellettuali? No! La polizia'? La Pubblica Sicurezza? Costoro, quando sentivano avvicinarsi le colonne, erano presi dal panico e sparivano. Nemmeno l'esercito poteva opporsi. Poiché non si trattava di 1.000, ma di 15.000, di 20.000 uomini, organizzati e famelici.

 

La Guardia della Coscienza Nazionale

Una piovosa sera dell'autunno 1919, nel refettorio della Scuola d'Arte e Mestieri dove insegnavo, un amico mi fece leggere una notizia sul giornale: «La Guardia della Coscienza Nazionale si riunisce questa sera alle ore 9 in Via Alecsandri, n. 3».

Vi andai di corsa, impaziente di arruolarmi nelle file di quella organizzazione i cui manifesti di lotta anticomunista avevo letto alcuni mesi prima.

Nella stanza di Via Alecsandri n. 3, ordinatamente arredata con panche di legno appena costruite, trovai solo un uomo di circa 40 anni. Sedeva a un tavolo, scuro in volto e aspro, aspettando che si radunasse gente per la riunione. Una testa grande, braccia robuste, pugni pesanti, statura media: era Constantin Pancu, Il Presidente della Guardia della Coscienza Nazionale.

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Mi presentai, dissi di essere studente e chiesi di essere accolto nella Guardia. Fui accettato e presenziai alla riunione. Partecipavano circa 20 persone: un tipografo, Voinescu, uno studente, quattro meccanici dei Monopoli di Stato, due delle ferrovie, alcuni artigiani e lavoratori, l'avv. Victor Climescu, un prete. Vennero discusse alcune questioni inerenti allo sviluppo e allo slancio preso dal movimento comunista nelle varie fabbriche e cantieri e poi il problema dell'organizzazione della Guardia.

Da quella sera la mia strada si divise: meta nella lotta all'Università e metà con Constantin Pancu, nelle file dei lavoratori. Io mi legai spiritualmente a quest'uomo e rimasi sempre con lui, sotto la sua guida, fino allo scioglimento dell'organizzazione.

 

Constantin Pancu

Constantin Pancu -il cui nome, pronunciato con speranza dai veri Romeni e con terrore dagli altri, correva in quel tempo sulle labbra di tutti i cittadini di Iasi dei due campi opposti- non era un intellettuale.

Era artigiano: idraulico ed elettricista. Non aveva frequentato più di quattro classi elementari. Aveva una mente chiara, ordinata, che egli aveva arricchita da solo di cognizioni sufficienti. Per vent'anni si era occupato dei problemi dei lavoratori. Da parecchi anni era il presidente della corporazione metallurgica. Oratore di prima categoria: sul palco, di fronte alla folla, si imponeva. Era un'anima e una coscienza nettamente romena che amava la patria, l'Esercito, il Re: era un buon cristiano.

Aveva un fisico di atleta da circo e una forza veramente erculea. I cittadini di Iasi lo conoscevano già da un pezzo.

Prima della guerra era venuto a Iasi un circo con degli atleti. Gareggiavano atleti di tutte le nazioni: Ungheresi, Turchi, Romeni, Russi, ecc. Una sera, in cui uno solo aveva battuto tutti gli altri lottatori, dalla folla degli spettatori si alzò un cittadino che chiese di lottare anche lui col vincitore. La sfida fu accettata e cominciò il combattimento. In due minuti l'Ungherese venne gettato a terra, vinto. Il Romeno, che aveva trionfato in mezzo ai sentimenti d'ammirazione della folla, era Constantin Pancu. Perciò, quando [37] apparve per la prima volta per le strade di Iasi l'invito alla lotta di Pancu, il popolo, che ha il culto della forza, lo accolse con fiducia.

La sua azione, che durò un anno, aumentò d'intensità in proporzione al pericolo bolscevico e diminuì col diminuire dell'attività comunista nel paese.

Dapprima assemblee, poi riunioni che arrivarono fino a 5-6.000 e perfino a 10.000 uomini. Queste ultime nel periodo critico si tenevano settimanalmente. Avevano luogo nella sala «Principe Mircea» e talvolta persino in Piazza dell'Unione. Tra quelli che prendevano regolarmente la parola c'ero anch'io. Qui ho imparato a parlare davanti alla folla. È incontestabile che la Guardia della Coscienza Nazionale abbia elevata in un momento critico la coscienza nazionale dei Romeni in un luogo importante come Iasi, e l'abbia posta come una barriera contro la marea comunista.

Quest'attività non si limitava soltanto a Iasi. Ci spostavamo anche in altre città. In seguito, il periodico Constiintza5 che appariva regolarmente, penetrò col suo grido d'allarme in quasi tutte le città della Moldavia e della Bessarabia.

Nel settore attivistico, i conflitti fra le due parti, conflitti inevitabili, sanguinosi, erano quasi giornalieri.

Da essi noi uscivamo col maggiore numero di feriti. Questo stato di tensione durò fino a primavera. Dopo due grandi vittorie nostre, la capacità offensiva degli avversari fu notevolmente ridotta.

 

L'occupazione dei Monopoli di Stato da parte della Guardia della Coscienza Nazionale

Era circa il 10 o 11 febbraio 1920. Da due settimane si parlava di sciopero generale in tutto il paese. S'avvicinava la battaglia decisiva. Verso le ore 12, corse voce in città che ai Monopoli, dove lavoravano circa mille operai, era stato proclamato lo sciopero; fu inalberata la bandiera rossa, i quadri del Re vennero abbattuti e calpestati, e al loro posto collocate le fotografie di Karl Marx, Trotzki, e Rakowski.

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I nostri uomini furono picchiati, i meccanici delle macchine che erano della Guardia, feriti. All'una ci radunammo in sede in n centinaio. Che fare? Pancu presiedeva la discussione. Due proposte. Alcuni sostenevano di mandare telegrammi al Governo, chiedendo l'intervento dell'esercito. Io ero del parere di andare tutti insieme ai Monopoli e d'abbattere, a qualsiasi costo, la bandiera. Venne approvato il mio punto di vista. Prendemmo la nostra bandiera e all'una partimmo con Pancu in testa per via Lausneanu e Pacurari, a marce forzate, cantando «Desteapta-te Române»6. In prossimità della fabbrica, sulla strada, alcuni gruppi di comunisti vennero sbaragliati.

Entrammo nel cortile della fabbrica. Penetrammo nell'edificio. Salii con la bandiera sino al tetto, dove la infissi. Di là cominciai a parlare. Intervenne l'esercito e occupò la fabbrica. Noi ci ritirammo cantando. Ritornammo in sede. Pensammo: «la nostra rapida incursione è riuscita». In città la notizia del nostro atteggiamento si diffuse come il fulmine. Tuttavia lo scioperi continuava. L'esercito poteva soltanto far la guardia alla bandiera, non certo rimettere in funzione la fabbrica. Che fare? Nella nostra mente germino un'idea: cercare mano d'opera in tutta Iasi e riaprire la fabbrica. In tre giorni 400 uomini, operai, radunati da tutti gli angoli di Iasi, furono immessi nella fabbrica. Questa riprese a funzionare. Lo sciopero fallì. Dopo due settimane metà degli scioperanti chiese di essere riammessa al lavoro. La nostra vittoria fu grande.

Il primo passo verso lo sciopero generale fu respinto. I piani della consorteria giudaico comunista iniziarono a saltare. Questa azione ebbe un'eco clamorosa nelle file romene, risollevandone il morale.

 

La bandiera tricolore sopra le officine di Nicolina

La più forte centrale comunista era costituita dalle Officine delle Ferrovie Romene di Nicolina. Qui lavoravano oltre 4.000 operai quasi tutti bolscevizzati. I quartieri intorno a queste officine, [39] Podul Ros, Socola e Nicolina, erano invasi da un considerevole numero di ebrei. Per questo il capo del movimento comunista di Iasi, il dottor Ghelerter, e il suo aiutante Gheler avevano fissato qui il punto di resistenza. Non era trascorso neppure un mese dalla disfatta subita ai Monopoli che, come segnale d'inizio dello sciopero generale e della lotta decisiva, la bandiera rossa riapparve a sventolare sulle officine. Venne proclamato lo sciopero e migliaia di operai abbandonarono le officine mentre le autorità guardavano impotenti.

Noi convocammo per il giorno successivo, mediante manifesti, tutti i Romeni a una riunione nella sala «Principe Mircea». Alla fine della manifestazione uscimmo con le bandiere e ci recammo incolonnati verso Nicolina.

In Piazza dell'Unione, le autorità ci bloccarono e ci consigliarono di non andare oltre perché, essendovi più di 5.000 comunisti armati che ci aspettavano, vi sarebbe stato grande spargimento di sangue.

Noi ci dirigemmo allora da Piazza dell'Unione verso la Stazione.

Qui inalberammo le bandiere sul deposito e sull'edificio della Stazione. Poi occupammo un treno che si trovava sotto la pensilina e partimmo con quello per Nicolina. Alla stazione di Nicolina qualcuno cambiò il deviatore e penetrammo, treno e tutto, nelle officine. Scendemmo. Nelle officine, nessuno. Sopra uno degli edifici, la bandiera rossa. Io cominciai ad arrampicarmi su degli scalini di ferro fissati nel muro, tenendo tra i denti una bandiera tricolore. Con una certa difficoltà, perché era molto alto, arrivai sino al tetto. Vi salii sopra e mi trascinai sino in cima. Strappai la bandiera rossa tra applausi veramente indescrivibili, che si prolungarono per alcuni minuti, alzai e fissai la bandiera tricolore. Parlai da lassù. Al di là delle mura, i comunisti rimanevano sempre uniti in massa compatta e facevano minacciose dimostrazioni. Una musica infernale: dentro, applausi, fuori, fischi e insulti. Scesi adagio sino a terra. Pancu diede ordine di partire. Alla porta però i comunisti ammassati sbarravano l'uscita e gridavano; «Vengano Pancu e Codreanu!». Passammo 30 metri davanti alla folla e ci dirigemmo verso la porta. In mezzo Pancu, a destra l'artigiano Margarint e alla sinistra io. Tutti e tre, con le mani [40] in tasca sulle rivoltelle, avanzavamo senza dir parola. Quelli della porta ci guardavano silenziosi e immobili. Eravamo a pochi passi. Mi attendevo un sibilo di proiettile agli orecchi. Avanzavamo diritti e risoluti. Era però un momento di tensione straordinaria. Eravamo a due passi da loro. I comunisti si ritirarono da una parte e dall'altra, lasciandoci libero il passo. Per un percorso di circa 10 metri passammo in un silenzio di tomba in mezzo a loro, senza guardare né a destra né a sinistra. Non si sentiva niente, nemmeno il respiro umano.

I nostri ci seguirono. Passarono anche loro, ma il silenzio non venne più mantenuto. Cominciarono gli insulti e le minacce da ambo le parti. Nessun conflitto. Ci dirigemmo compatti lungo la strada ferrata verso la stazione di Iasi. Sulle officine sventolava il tricolore vittorioso.

L'effetto morale di quest'azione fu immenso. Iasi era in fermento: per la strada non si parlava che della Guardia della Coscienza Nazionale. Una corrente di risveglio romeno fluttuava nell'aria. I treni recavano, più lontano, verso le quattro parti del paese, la notizia della riscossa.

Ci rendemmo conto che il bolscevismo sarebbe stato vinto perché di contro ad esso, a destra e a sinistra, s'era levata una barriera di coscienze che non gli avrebbe più permesso di estendersi.

Tutte le vie d'avanzata gli erano precluse. Da allora in poi esso sarebbe dovuto retrocedere.

Non molto tempo dopo, intervenne anche l'azione promossa dal governo del Generale Averescu, che troncò ogni prospettiva di vittoria a questo movimento.

 

Il socialismo nazional-cristiano, i sindacati nazionali

La Guardia della Coscienza Nazionale è stata un'organizzazione tesa alla lotta, alla demolizione dell'avversario.

Spesse volte par lavo con Pancu nelle sere del 1919, poiché eravamo continuamente insieme e quasi regolarmente io sedevo alla sua tavola. E gli dicevo: «Non basta vincere il comunismo. Bisogna anche lottare per i diritti dei lavoratori. Essi hanno [41] diritto al pane e diritto all'onore. Bisogna che lottiamo contro i partiti oligarchici, creando organizzazioni operaie nazionali, che possano vincere nel quadro dello Stato, non contro lo Stato. Non dobbiamo permettere che alcuno tenti e riesca ad alzare sulla terra romena una bandiera diversa da quella della nostra storia nazionale. Per quanta ragione possa avere la classe operaia, non permettiamo che essa si sollevi oltre e contro i confini del paese. Nessuno ammetterà che per il tuo pane tu devasti e dia in mano a una nazione straniera di banchieri e di usurai tutto quello che ha accumulato lo sforzo due volte millenario di una stirpe di lavoratori e di valorosi. Il tuo diritto, nel quadro dei diritti della stirpe. Non è ammissibile che per il tuo diritto tu mandi in frantumi il diritto storico della nazione alla quale appartieni.

Ma nemmeno permetteremo che, al riparo delle formule tricolori, si installi una classe oligarchica e tirannica sulle spalle dei lavoratori di tutte le categorie e li spogli letteralmente della pelle, strombazzando di continuo al vento: Patria -che non amano- Dio -nel quale non credono- Chiesa -nella quale non entrano mai- Esercito -che mandano in guerra a mani vuote.

Queste sono realtà che non possono rappresentare emblemi di truffa politica nelle mani di usurai immorali».

Iniziammo allora a organizzare i lavoratori in sindacati nazionali e anche a formare un partito politico «Il Socialismo Nazional-Cristiano»7. Pancu scrisse allora:

 

Il Credo del Socialismo Nazional-Cristiano

«Credo nello Stato Romeno uno e indivisibile dal Nistro sino al Tibisco, comprendente tutti i Romeni e soltanto i Romeni, amante del lavoro, dell'onore, timorato di Dio con onore di patria e di stirpe.

In questo Stato, che riconoscerà uguali diritti civili e politici agli uomini e alle donne e proteggerà la famiglia, gli impiegati e gli operai riceveranno il salario in base al numero dei figli e in [42] base al lavoro prodotto -considerato secondo la quantità e la qualità. Credo in uno Stato sostenitore dell'armonia sociale mediante la riduzione dei dislivelli economici, il quale, oltre al salario, socializzi le fabbriche, proprietà di tutti i lavoratori, e distribuisca la terra a tutti gli agricoltori. Che favorisca la divisione degli utili tra padrone (Stato o privato) e lavoratore. Il padrone (privato), oltre al compenso pel suo lavoro, riceverà una percentuale proporzionalmente decrescente all'ammontare del capitale.

E in uno Stato che assicuri i lavoratori mediante il «fondo di previdenza», che istituisca magazzini alimentari e di vestiario per gli operai e gli impiegati, i quali, organizzati in sindacati nazionali, avranno propri rappresentanti nei comitati di amministrazione delle diverse unità industriali, agricole e commerciali.

E nel grande e potente «Padre dei lavoratori» e «Re dei contadini» Ferdinando I, il quale tutto ha sacrificato per la felicità della Romania e per il nostro riscatto s'è fatto uno col popolo. Questi, a capo degli eserciti di Marasti e di Marasesti, ha vinto e di nuovo guarda con amore e fiducia i soldati che gli debbono fedeltà, e che troveranno nelle caserme una vera scuola della nazione.

In un tricolore circondato dai raggi del Socialismo Nazional-Cristiano, simbolo d'armonia tra i fratelli e le sorelle della Grande Romania.

In una Santa Chiesa Cristiana con preti viventi secondo il Vangelo e soltanto per il Vangelo e che si sacrifichino apostolicamente per l'edificazione del popolo.

Riconosco l'elezione dei Ministri da parte della Camera, la soppressione del Senato, l'organizzazione della polizia rurale, la imposta progressiva sul reddito, le scuole d'agricoltura e di mestieri nei paesi, i ritrovi per le massaie e gli adulti, gli ospizi per già invalidi e per i vecchi, le case nazionali, gli strumenti per rendere possibile la effettiva conoscenza delle leggi da parte di tutti, l'incoraggiamento alla iniziativa privata nell'interesse della stirpe e lo sviluppo dell'impresa contadina a conduzione familiare.

Auspico il risorgere della coscienza nazionale sino all'ultimo pastore e la discesa degli illuminati in mezzo ai tormentati per fortificarli e aiutarli nella vera fraternità, fondamento della Romania di domani. Amen».

[43]

La Guardia della Coscienza Nazionale (Constiintza Lunedì, 9 febbraio 1920)

Iniziammo in seguito l'opera di organizzazione dei sindacati nazionali.

Ecco il verbale della costituzione di un sindacato. Lo pubblico per porre in rilievo la consapevolezza dei lavoratori di Iasi in quelle ore.

Verbale

I sottoscritti artigiani, lavoratori e operai della fabbrica di tabacco R.M.S., riuniti questa sera, lunedì 2 febbraio 1920 nel locale della «Guardia della Coscienza Nazionale», Str. V. Alecsandri n. 3 sotto la presidenza di C. Pancu, presidente attivo della Guardia, di fronte alle tendenze criminali di alcuni individui che servono interessi diversi da quelli della loro Stirpe e di fronte alla propaganda che costoro svolgono al fine di colpire il buon funzionamento di questa istituzione e l'esistenza nostra di lavoratori che fatichiamo per un pezzo di pane -unico nutrimento nostro e dei nostri figli- noi, lavoratori romeni leali ed onorati che accettiamo di marciare sotto la bandiera della nostra terra e accettiamo di marciare sulla via che gli interessi supremi di questa stirpe esigono per il buon funzionamento di questa istituzione, per far sì che cessi una volta per sempre la propaganda del nemico tra le nostre file, abbiamo deciso di costituirci in un sindacato nazionale professionale, per il quale abbiamo scelto il seguente comitato e un delegato della «Guardia della Coscienza Nazionale».

Seguono 183 firme. (Constiintza 9 febbraio 1920. Nr. 17 e 18)

 

Un quadro fedele della situazione del 1919

Cerco di dare un'idea del momento del 1919-20, cogliendo da giornali e manifesti quanto credo essere significativo.

Il primo manifesto diramato da Constantin Pancu a Iasi nell'agosto 1919, affisso su ogni angolo della città in un momento di disorientamento generale, è il segnale di lotta della Iasi operaia e romena:

[44]

«Appello ad artigiani, operai, soldati e contadini romeni»

Fratelli!

Dopo anni di terribili lotte il mondo festeggia la pace fra gli uomini e capi illuminati di tutti i paesi civili si sforzano di allontanare la guerra per mezzo della costituzione di una legge che garantisca un'esistenza pacifica nel futuro.

Ma ecco che dall'oriente si odono voci di odio che denunciano l'aspirazione dei nostri nemici a dilaniarci per mezzo della discordia e dei disaccordi disseminati tra di noi. Dalla Russia, dominata dal buio di insegnamenti fallaci, partono incitamenti alla distruzione e all'uccisione dei fratelli dello stesso sangue.

Dall'Ungheria, che rimpiange la grandezza di un tempo, si odono gli stessi incitamenti. I nemici d'oriente si sono uniti con quelli d'occidente per turbare la nostra quiete al fine di poter poi dilagare su di noi.

Gli stranieri d'oltre confine tentano di distribuire fra noi il bicchiere colmo di veleno tramite coloro che, pur vivendo nel seno del nostro paese, si sono venduti allo straniero. Essi hanno l'impudenza di dire che essi compiono i loro incitamenti in nome della pace, in nome della giustizia e della libertà, in nome dei lavoratori. La loro parola è menzogna, il loro incitamento è veleno omicida, poiché:

Essi dicono di volere la pace, ma solo loro la annientano, uccidendo i più degni.
Chiedono la libertà, ma con minacce di morte tormentano la gente affinché si sottometta loro.
Desiderano la fratellanza, ma seminano l'odio, l'ingiustizia e la dissolutezza in mezzo ai popoli.
Inoltre: essi dicono di volere l'abolizione del capitale guadagnato col sudore della fronte.
Ci dicono che non vogliono la guerra, ma essi si combattono.
Chiedono l'abolizione dell'esercito, ma essi si armano.
Ci esortano a gettare la bandiera tricolore, ma vogliono inalberare, in suo luogo, la bandiera rossa dell'odio.

Non prestate fede ai loro manifesti e alle loro esortazioni, come non avete prestato fede ai manifesti nemici allorché lottavate a Oituz, Marasti e Marasesti.

[45]

Il dovere di ogni buon Romeno è di fare attenzione, ora e in avvenire, al seme della discordia che si tenta di gettare in mezzo a noi, affinché non metta radici.

Portate a termine l'opera intrapresa col vostro lavoro e col vostro onore. I vostri nemici sono: l'ozio, l'odio e il disonore che dominano oltre frontiera e minacciano anche noi.

Fate attenzione! Mantenete lo spirito puro, non dimenticate che il nostro riscatto e il lavoro, l'unione e l'onore.

Fratelli soldati!

Con la fede in Dio avete infranto la forza del nemico. Con le vostre armi avete tracciato per l'eternità i confini del paese.

Col vostro sangue avete portato a compimento i vostri sacrifici e li avete suggellati.

Perciò non dovete permettere che mani straniere e nefande rovinino quello che voi avete compiuto. Mantenete intatto l'amore per il paese e la fedeltà verso il Re. Avete giurato che difenderete con l'ultima goccia di sangue i confini della Patria. Custoditeli contro le cattive intenzioni dei nemici, poiché così hanno fatto i nostri padri e i nostri antenati.

Fratelli contadini!

Il Dio dei nostri padri s'è impietosito per le nostre sofferenze e ci ha dato un'annata fertile come se n'è viste di rado. Siate riconoscenti al buon Dio con il vostro lavoro e la vostra fede. Rinnovate le vostre energie, raccogliete con diligenza i frutti della terra. State tranquilli, ché la terra del Tibisco, del Danubio e del Mar Nero l'avete guadagnata nella sua interezza.

Custoditela religiosamente, difendete la sua fertilità con il vostro lavoro ed il vostro amore.

Fratelli romeni!

In voi sta la speranza e la forza di questa terra. Voi siete anche la felicità del domani. E voi non accumulate bestemmie, ma benedizioni.

I nemici ci attaccano sul Nistro e sul Tibisco. Essi tentano pure di turbare la pace all'interno di questa terra.

Il nostro riscatto è il lavoro, l'onore, l'amore per la stirpe e la fede in Dio.

State attenti, chiamate al cammino verace anche coloro che hanno deviato e sono passati nelle file dei senza razza e senza [46] fede. Stretti intorno al trono e uniti all'ombra della bandiera tricolore, vegliate sulla quiete del paese.

Dite agli stranieri e a coloro che si sono resi stranieri, i quali tentano di turbarci, che intorno a noi s'è formata una guardia nazionale che veglia e lotterà contro coloro i quali voglion seminare la discordia fra noi.

Romeni di ogni parte del paese, operai, artigiani, soldati e contadini, siate degni dei nostri antenati e dell'altezza dei tempi che viviamo.

Società romena degli artigiani, Sindacato EFR, Ass. Invalidi di guerra, Corporazione dei fabbri, ecc. (Constiintza, anno I, n. 1, 30 agosto 1919).

 

I capi dei lavoratori romeni

I capi dei lavoratori comunisti romeni non erano né romeni né lavoratori.

A Iasi: il dottor Ghelerter, ebreo; Gheler, ebreo; Spiegler, ebreo; Schreiber, ebreo; ecc.

A Bucarest: Ilie Moscovici, ebreo; Pauker, ebreo; ecc.

Intorno a loro v'erano gruppi di lavoratori romeni traviati.

In caso di riuscita della rivoluzione, il presidente della Repubblica, che avrebbe usurpato il trono del nostro glorioso Re Ferdinando, avrebbe dovuto essere Ilie Moscovici.

Nel Parlamento della Grande Romania del 1919, mentre tutti i deputati e i senatori di tutte le regioni romene unite, commossi per il grande avvenimento dell'Unione, s'erano alzati in piedi e applaudivano il Grande Re unificatore, questo signor Ilie Moscovici rifiutò d'alzarsi, rimanendo ostentatamente seduto.

 

L'atteggiamento della stampa giudaica

È necessario sottolineare il contegno della stampa giudaica in quei momenti di grande pericolo per la stirpe romena. Ogni qualvolta la nazione romena è stata minacciata nella sua esistenza, [47] questa stampa ha sostenute le tesi che meglio convenivano ai nostri nemici.

Così, seguendo gli avvenimenti, facilmente si può osservare come le medesime tesi sono state combattute accanitamente ogniqualvolta esse erano in favore di un movimento di rinascita romena.

Le nostre preoccupazioni hanno prodotto negli ebrei momenti di gioia, e le nostre gioie hanno rappresentato per loro momenti di lutto.

La libertà

La libertà tanto contestata oggi al movimento nazionale, era allora elevata al rango di dogma, inquantocché essa doveva servire la causa del nostro annientamento. Ecco per esempio che cosa scriveva l'Adevarul8 del 28 dicembre 1919 a firma di Emil D. Fagure (Honigmann):

«Concedendo il diritto di libera manifestazione al partito socialista, non si può sostenere che si concede un privilegio a questo partito. Qualunque sia il partito che voglia organizzare manifestazioni, bisognerà concedergli Io stesso diritto».

L'odio

Nello stesso giornale possiamo leggere:

«L'odio deve essere la guida costante nella lotta contro il partito d'assassini che ha governato sotto la guida di Ion Bratianu».

L'odio giudaico contro i Romeni è benedetto. È sostenuto, si fa appello ad esso. Non è un delitto. Non è una vergogna medioevale. Quando avviene però che i romeni difendano i loro diritti calpestati, la loro azione è qualificata come odio e l'odio diventa allora un segno di barbarie, un sentimento degradante, sul quale nulla si può costruire.

[48]

L'ordine costituito
(Adevarul del 5 ottobre 1919)

«È finita! Con l'"alto" decreto legge, si istituisce durante il periodo elettorale un nuovo regime, molto più aspro di prima -di stato d'assedio e di censura-: l'opposizione e l'intero paese sono messi fuori legge.

«Esso è, puramente e semplicemente, il regime della dittatura militare, nel quale solo la Corona è onnipotente.

«La Corona e il partito liberale, e come escutere di queste due volontà c'è: il governo dei generali... cosicché il decreto legge ci vieta gli attacchi contro la corona. Se sarà interpretato come un attacco il dire la verità, che cioè la Corona si è assunta il difficile compito di guidare da sola e col partito liberale il paese, questo attacco bisognerà tuttavia che lo promoviamo.

«Il decreto ci proibisce di attaccare l'attuale forma di governo, e se con questo s'intende che non abbiamo il diritto di protestare con tutta la nostra energia contro il governo attuale, che è il risultato della volontà anticostituzionale di due persone, noi protesteremo...

«Se non ci fosse aperta altra via contro questo stato di cose, se sapessimo che l'incitamento alla rivolta o contro il cosiddetto ordine pubblico, avesse effetto, ciò che per disgrazia non è, non esiteremmo un solo momento a farlo, perché contro un regime dittatoriale e di terrore, non esiste altro mezzo di lotta.

«... Ci consideriamo di fronte a una banda armata che si pone fuori legge e usa la forza bruta. Ciononostante sventoleremo questa bandiera e cadendo grideremo ancora:

«Abbasso la tirannide. Viva la libertà!».

Questa era la stampa ebraica del 1919.

Vale a dire: incitamento alla rivolta contro la Corona, contro il governo e l'ordine costituito.

L'incitamento alla rivolta
(Adevarul dell'11 ottobre 1919)

«I pazzi! dove sono i pazzi?».

«Come ho detto abbiamo troppi uomini assennati e nemmeno un pazzo. Ora, pazzi ci occorrono. Quelli del 1848 erano pazzi e hanno sradicato il regime aristocratico di allora...

[49]

«Anche a noi occorrono pazzi. Con gli uomini savi, che cercano il pelo nell'uovo e poi non si decidono, non c'è niente da fare. Ci occorre almeno un pazzo, se non parecchi pazzi. Cosa farà questo pazzo, come volete che lo sappia io?...
... Occorre tuttavia un pazzo. E ben vengano i pazzi.

«Perfino i socialisti hanno messo giudizio. Essi hanno realmente un partito dietro di loro e uomini che non dovrebbero avere paura di nessuno. Paura vedo che non ne hanno. Ma sono anche assennati. Come anche in altra occasione I. Nadejde, essi si tengono aggrappati alla legalità. Quelli al potere, borghesi e militari, vogliono provocarli. Tentativo inutile: la loro tattica è la legalità. Anche quando sono fucilati, come il 15 dicembre 1918, quando sono bastonati di santa ragione, quando Frimu viene calato nella tomba dai suoi sbirri, i socialisti protestano, è vero, con molta dignità, ma non s'allontanano dalla via legalitaria.

«In ogni caso ci occorrono dei pazzi.

«Vengano i pazzi a cominciare l'azione illegale o contro la legge, contro lo stato di cose di oggi».

La Corona

La Corona ha costituito sempre per i Romeni un patrimonio prezioso. Rappresentando essa la garanzia dell'unità e della resistenza nostra di fronte a qualunque pericolo, gli ebrei non hanno esitato ad attaccarla, o insultarla e a comprometterla con ogni mezzo. Ecco, per esempio, come Dimineatza9 del 16 novembre 1919, considerava Re Ferdinando:

A causa di un errore

«Un animale ha preoccupazioni limitate, però la sua mente è sufficiente a soddisfarle. Raramente, molto raramente, l'animale si sbaglia. E così proprio la sua intelligenza, per quanto piccola, gli impedisce di cadere in errori grossolani.

«Non così accade col Re.

«Intendo parlare del Re del creato. Il Re del creato è molto più intelligente di un cane, di un cavallo, d'un asino.

«Questo è certo. Ma mentre nessuno di questi tre animali camminerebbe sull'orlo di un precipizio, né si getterebbe nelle [50] onde dell'acqua per annegarsi o tenterebbe un movimento dannoso, il Re del creato compie ogni giorno errori imperdonabili».

[...]

«La saggezza richiedeva che il Re non si desse prigioniero in mano di un solo uomo e di un solo partito

«Con tutto il rispetto, ho il dovere di dire a Sua Maestà che ha sbagliato. Poiché Sua Maestà, cedendo a certe ossessioni colpevoli e interessate, ha rifiutato soluzioni naturali che la situazione interna esigeva.

«Se nemmeno oggi la Corona si deciderà ad adottare quelle soluzioni naturali, che non coincidono con i suoi interessi futuri, la natura riprenderà i suoi diritti con risolutezza ancor maggiore.

«Il Re del creato è avvisato».

La Chiesa cristiana
(Opinia
10 del 10 agosto 1919)

«I nazionalisti di Iasi cominciano ad agitarsi: sono però troppo pochi è troppo deboli, perciò la loro agitazione, che in altre occasioni era rivoltante, oggi è puramente e semplicemente ridicola.

«I nazionalisti hanno formato una "Guardia della Coscienza Nazionale". Sono stati diffusi dei manifesti. Si tengono riunioni. Sono stati chiamati anche gli studenti ultrapatrioti. Sono venuti anche i preti reazionari... Mentre dovunque dalle legislazioni più dispotiche vengono cancellate le discriminazioni tra le nazionalità, da noi i nazionalisti vogliono accentuare queste discriminazioni... e soprattutto nel momento in cui la conferenza della pace vuole imporci nel trattato la tutela delle minoranze...

«Mentre dovunque la Chiesa si separa dallo Stato, diventando un affare personale di ognuno, da noi i nazionalisti fanno appello al clero per la propaganda religiosa organizzata, attribuendo ad essa carattere di principio...

«Allora interviene il prete con lo spirito della dolcezza e affonda la mano nella zazzera del popolo e gli sbatte la fronte sulle pietre della Chiesa, poiché lo stordisce.

«Il popolo della Chiesa impara l'umiltà e la rassegnazione. Così ha voluto Iddio.

[51]

«Le menzogne ora non adescano più nessuno. Invano i nazionalisti si attaccano strisce tricolori alla manica, invano aizzano il volgo intellettuale contro gli israeliti, invano mettono i preti in Chiesa a scomunicarci. Non teme più nessuno oggi la loro scomunica... Predichiamo l'amore fra gli uomini. E diamo calci alle porte dei templi che proteggono l'odio e la vendetta».

f.to M. Sevastos

La Processione
(Opinia del 26 ottobre 1919)

«All'appello della "Guardia della Coscienza Nazionale" il venerabile clero ha messo a disposizione dei dimostranti le barbe, le pianete e i gonfaloni...

«Il lusso però d'avere a disposizione un Dio con un intero stato maggiore bisognerebbe pagarlo. Noi preferiamo che con le nostre imposte venga pagato un professore, non un prete. Desideriamo, quindi, la separazione della Chiesa dallo Stato. Poiché non ammettiamo elle siano incoraggiati -con i nostri forzosi contributi- l'oscurantismo, la rinuncia e lo spirito di rassegnazione che sostengono i regimi polizieschi...

«Indietro verso il Medioevo? Verso l'Inquisizione? Siamo esasperati dal terrore in giacca e tunica. Non possiamo più sopportare anche il terrore in saio... Guardiamo con dolore le manifestazioni per le strade con cordoni e spalline, e non vogliamo assistere alle sfilate delle mitrie e delle pezzuole rosse...

«Basta.

«Le volte delle chiese pesano sulle spalle della razza umana, i rosari la tirano in terra.

«Sarà un processione insipida. Passeranno per le strade paramenti da museo, scettri con brillanti, mitrie... Passeranno croci e stole.

«Passeranno barbe. Oratori con gesti cruenti si scopriranno il petto, mostrando alla folla il loro costato insanguinato... succhieranno fra i denti spugne imbevute di aceto...».

f.to M. Sevastos

[52]

È chiaro. Di qui fino ad assalire gli ufficiali per strappare loro le spalline non rimane che un passo. E rimane ugualmente solo un passo fino alla distruzione delle chiese coi picconi o fino alla loro trasformazione in stalle o in locali di feste sadiche per tutti i giudeoli dell'Opinia, Adevarul, Dimineatza e la loro razza.

Ho visto sulle colonne di questi giornali, in un'ora di difficili prove per la Romania, tutto l'odio e la perfida cospirazione d'una nazione ostile, stabilita e tollerata qui dalla pietà e soltanto dalla pietà dei Romeni. Vilipendio per la gloria dell'armata romena e per le centinaia di migliaia di morti nella sua uniforme santificata; vilipendio per la fede cristiana di un popolo intero.

Non c'era giorno in cui non si gettasse da ogni pagina veleno nei nostri cuori. Dalla lettura di quei giornali che mi stringevano l'anima ho conosciuto i veri sentimenti che questi meteci hanno rivelato, senza alcun ritegno, nei momenti in cui ci hanno creduto a terra.

In un anno io ho accumulato tanto antigiudaismo, quanto può bastare per tre vite d'uomo. Perché non si possono colpire le sacre convinzioni di un popolo, ciò che il suo cuore ama e rispetta, senza ferirlo nel profondo e senza che la ferita provocata non sanguini. Sono trascorsi 17 anni d'allora, e la ferita sanguina sempre.

Mi sia concesso ancora una volta di compiere un sacro dovere, ricordando qui questo eroe, campione della classe operaia cristiana, l'artigiano Constantin Pancu, sotto il cui comando sono stato, e a fianco del quale sono rimasto, finché la «Bestia rossa», come egli diceva, è stata sconfitta.

A quest'uomo -al suo coraggio e alla sua energia- si deve la salvezza di Iasi dalla distruzione.

Sette anni più tardi, questo gigante, indebolito dalle sofferenze e dalla miseria, errava come un'ombra per le strade di Iasi, chiedendo aiuto per poter curarsi di una malattia al cuore. È morto malato e povero, dimenticato e senza aiuto, in mezzo a un paese indifferente e a una città ch'egli aveva difesa col suo petto, nelle ore più difficili.

[53]

Il primo congresso studentesco dopo la guerra

Questo congresso ebbe luogo nella sala del Teatro Nazionale di Cluj, in un'atmosfera di grande entusiasmo, dovuta al fatto dell'unione della stirpe romena, ottenuta con la forza delle armi e coi suoi sacrifici. Era il primo incontro dei giovani intellettuali d'un popolo disperso ai quattro venti dal destino e dalla sfortuna. Duemila anni d'ingiustizia e di sofferenze si chiudevano ora.

Quanto entusiasmo, quante sante emozioni, quante lagrime abbiamo versate tutti insieme!

Ma quanto grande era l'entusiasmo per il presente che ci esaltava con la sua grandezza, altrettanto grande era il disorientamento di fronte all'avvenire. Di questo disorientamento cercò di approfittare la potenza giudaica. Essa suggerì e sino alla fine esercitò pressioni attraverso il Ministero, la massoneria e gli uomini politici, perché all'ordine del giorno del congresso si ponesse l'ingresso degli studenti ebrei nei centri studenteschi.

In altre parole, si tentava la trasformazione dei centri romeni centri misti ebraico-romeni. Il pericolo grande: col bolscevismo che batteva alle porte e con la prospettiva d'essere sopraffatti come numero dagli elementi giudeo-comunisti nei nostri propri centri. Almeno in due di essi, Iasi e Cernautzi, la situazione era tragica. Ciononostante, i capi del Congresso, Labusca, presidente di Iasi, con l'intero comitato, Nazarie, presidente di Bucarest, con l'intero comitato e con tutte le associazioni, Puscaru, presidente di Cluj, erano stati guadagnati a quest'idea. I giovani studenti sono molto facilmente influenzabili, specialmente quando manca loro una fede. Essi si lasciano allettare non tanto dai vantaggi materiali immediati che si offrano, quanto specialmente dalle lusinghe e dalle prospettive di grande avvenire che si propongono loro.

Il giovane però deve sapere che, in qualunque posto si trovi, egli è una sentinella al servizio della stirpe e che lasciarsi comperare, convincere, adescare, significa abbandonare il posto: forse significa disertare o tradire.

Il nostro piccolo gruppo di Iasi, invincibile per la sua risolutezza, unito al gruppo dei Bucoviniani, combatté tenacemente per due giorni interi. Alla fine riuscì a vincere. Il Congresso approvò [54] ad appello nominale la mozione proposta da me, respingendo la mozione sostenuta dall'intero direttivo studentesco. Questo voto credo che il Congresso non l'abbia dato per convinzione, ma più che altro perché impressionato dalla risolutezza e dalla disperazione con cui era stata sostenuta la lotta.

Gli studenti di Cernautzi, che non superavano il numero di 60, si comportarono meravigliosamente. Il nostro piccolo gruppo di Iasi, che non superava i 20, lo stesso. Se aggiungiamo ancora 20, il gruppo di Giochina, lo stesso di Iasi, la lotta durata due giorni venne sostenuta da 100 contro 500 studenti.

La nostra vittoria di allora è stata decisiva. I centri studenteschi, se il nostro punto di vista non fosse stato accolto, avrebbero perduto il loro carattere romeno e, a contatto con gli ebrei, avrebbero imboccato la strada del bolscevismo. Gli studenti romeni si trovarono allora a un grande bivio.

E più tardi, nel 1922, non avremmo avuto la esplosione d'un movimento studentesco, ma forse lo scoppio della rivoluzione comunista.

 

L'apertura dell'Università di Iasi nell'autunno dell'anno 1920

Mentre nelle altre Università regnava la calma, noi eravamo condannati a una lotta continua.

Per la prima volta nella storia dell'Università di Iasi, il Senato Accademico annunciava l'apertura dei corsi senza preti e senza funzione religiosa. Perché uno possa comprendere il nostro dolore, deve sapere che questa solennità rappresentava ininterrottamente, da mezzo secolo, la più bella festa dell'università. Intervenivano tutto il Senato Accademico, tutti i professori, tutti gli studenti e i nuovi iscritti; era presente l'élite intellettuale di Iasi. Il metropolita della Moldavia o il vicario officiava il servizio divino nell'aula magna, benedicendo l'inizio dell'attività per la cultura del popolo romeno. Ma ora, con un gesto del Senato Accademico, la nostra università si spogliava dell'ornamento delle sue tradizioni semisecolari.

Fatto ancora più grave: l'Università di Iasi cristiana, la più [55] alta scuola romena, proclamava in quelle ore difficili la lotta contro Dio, l'allontanamento di Dio dalla scuola, dalle istituzioni, dal paese.

I professori dell'Università di Iasi, tranne i soliti 4 o 5, accolsero con grande soddisfazione la decisione laica del Senato, questo passo in avanti, che avrebbe liberato «la scienza umana» dalle «barbarie» e dai «pregiudizi medioevali». Gli studenti comunisti giubilavano, il giudeame trionfava, e noi, i pochi, ci domandavamo con dolore: «Quanto manca ancora perché le chiese siano distrutte e i preti in pianeta crocifissi sull'altare?».

Allora noi studenti nazionalisti (eravamo in otto) battemmo inutilmente alle porte di molti professori, cercando di convincerli a ritornare sulla decisione presa. Le nostre ripetute pressioni non portarono ad alcun risultato.

E allora, la vigilia, decidemmo una cosa grave: di opporci con la forza all'apertura dell'Università.

Ci coricammo tutti in via Suhupan al n. 4, ov'era la sede del nostro gruppo, per rimanere uniti. Alle 6 del mattino, io andai davanti all'Università con Vladimir Frimu, mentre gli altri dovevano venire dopo di noi. Barricai la porta posteriore dell'Università, lasciandovi a guardia Frimu. Io preparai un manifesto scritto a matita rossa che affissi alla grande porta d'entrata: «Si porta a conoscenza dei signori studenti e dei professori che questa Università si aprirà solo dopo la tradizionale funzione religiosa».

Il resto dei camerati arrivo più tardi, troppo tardi.

Dalle 8 cominciarono ad affluire gli studenti. Io resistetti da solo alla porta, fino alle 9 e mezzo, quando di fronte all'Università s'erano radunati oltre 300 studenti. Nel momento in cui il professor Müller di matematica volle entrare con la forza, gli dissi:

«Quando è entrato come professore dell'Università, Lei ha giurato sulla croce. Perché si ribella ora contro la croce? Lei è uno spergiuro perché ha giurato su una cosa in cui non credeva e ora calpesta il giuramento».

Allora gli studenti, circa 300, inquadrati e diretti da leaders comunisti come Marin, Hritcu, ed Ionescu di Botosani, si avventarono su di me, mi sollevarono letteralmente da terra, spalancarono la porta dell'Università, mi scaraventarono nella «sala dei [56] passi perduti» dove mi trascinarono come in un vortice da un capo all'altro della sala per circa una mezz'ora, dandomi bastonate e pugni in testa. Mi fu impossibile tentare ogni difesa, perché ero preso in mezzo e spinto da tutte le parti con innumerevoli colpi.

Finalmente mi lasciarono. Mentre stavo in un angolo e pensavo alla disgrazia della mia sconfitta, arrivarono anche gli altri sei. La vittoria degli avversari non duro molto però, perché poco tempo dopo il segretario dell'Università scese dal Rettorato e affisse quanto segue:

«Si porta a conoscenza di tutti che il Rettorato ha deciso che l'Università resti chiusa fino a mercoledì, giorno in cui avverrà la riapertura col servizio religioso».

Era un grande trionfo e io lo accolsi con una gioia indicibile. Il mercoledì mattina, due giorni dopo, nella sala affollata di gente proveniente dall'intera città, venne officiata la funzione religiosa. Tutti si congratularono con me. Parlò, con accenti elevati, il prof. A. E Cuza.

Da allora si radicò in me quella fede che non m'abbandonerà mai: che colui che combatte, anche da solo, per Dio e la sua stirpe, non sarà mai vinto.

Nell'opinione pubblica di Iasi queste lotte, specialmente quelle dei Monopoli e delle Officine, e ora -per ultima- quella dell'Università, ebbero grande risonanza. Gli avversari cominciarono a rendersi conto che il bolscevismo non poteva avanzare senza ostacoli seri, anche quando dalla sua parte stavano quasi tutti i professori dell'Università, tutta la stampa, tutto il giudeame, la gran maggioranza degli operai, e dall'altra parte soltanto un minimo gruppo di giovani, che opponevano a questa marea gigantesca solo la loro inesauribile fede nell'avvenire del paese. Questi giovani presentavano la resistenza delle volontà, radicate nella terra come quelle rocce oltre le quali non soltanto non si può passare senza pericolo, ma non si potrà passare mai.

Gli avversari avevano paura non di noi, ma della nostra risolutezza.

L'altro mondo, Iasi cristiana e romena, ci incoraggiava e ci seguiva con simpatia.

[57]

L'anno accademico 1920-1921

Iniziato nelle condizioni indicate più sopra, quell'anno fu una serie ininterrotta di lotte e di conflitti. Noi, gli studenti militanti, ci organizzammo intorno al circolo studentesco «Stefan Voda», del quale io ero presidente.

Di qui attaccavamo gli avversari, vincendoli volta per volta.

Sprezzanti di fronte alla cultura romena, costoro guardavano dall'alto in basso l'Università e tutto quello che avevamo noi in questo paese, con pretese da sapienti e da maestri, come uomini arrivati da un grande paese nella miserabile e retrograda terra romena.

Avranno avuto anche ragione sotto certi punti di vista, ma presto essi dovevano urtare, nel nostro piccolo paese, contro quella secolare saggezza romena che là, nel loro grande impero d'oltre Nistro, dimostravano di non aver posseduto affatto.

Nell'Università le riunioni erano divenute impossibili. Non si poteva più prendere nessuna decisione. La gran maggioranza degli studenti era formata da comunisti e dai loro simpatizzanti. Ma essa non poteva fare alcun passo avanti, perché il nostro gruppo, che non superava i 40 aderenti, era presente in ogni occasione. Esso attaccava e non permetteva più la propaganda delle idee e dei metodi comunisti.

Lo sciopero generale tentato all'Università di Iasi in occasione dell'arresto dello studente comunista Spiegler, falli dopo un giorno, perché il nostro gruppo occupo la mensa e proibì l'entrata agli scioperanti, basandosi sul principio: «Chi non lavora non mangia».

Tutti i tentativi del Rettore e dei professori per convincerci a lasciar mangiare quegli studenti restarono vani.

Poco tempo dopo, il nostro gruppo avrebbe raggiunto un'altra vittoria: il cambiamento dell'uniforme.

Gli studenti comunisti portavano berretti russi. Non perché non avessero altro, ma ostentatamente, come professione di bolscevismo. In occasione d'una zuffa all'università, questi berretti vennero presi e bruciati in Piazza dell'Unione. In seguito, ogni giorno, all'Università, per la strada, nei locali di ritrovo, [58] cominciò la caccia. Tutti i berretti vennero bruciati. Dopo una settimana scomparvero completamente e per sempre.

Il nostro gruppo passò oltre. Si mise a lottare contro la stampa giudeo-comunista. Esso però non aveva una stampa per poter lottare sul terreno degli scritti.

In seguito ad alcuni articoli sconvenienti all'indirizzo del Re, dell'Esercito e della Chiesa, il nostro gruppo, perduta la pazienza, penetro nelle redazioni e nelle tipografie del giornale Lumea11, diretto dall'ebreo Hefter, e Opinia, e frantumo quei torchi che seminavano veleno e insulti.

Se provocammo dei disordini, fu per impedire il grande disordine, l'irreparabile disordine che stavano preparando in tutto il paese i mercenari della rivoluzione comunista. Tutto ciò mi avrebbe proposto quale obiettivo di vendetta. La stampa ebraica ci attacco ed io avrei replicato violentemente.

Incontrando per la strada i redattori dell'Opinia, dopo uno scambio di parole, dopo aver chiesto loro conto delle ingiurie lanciate, ci azzuffammo. I miei avversari furono picchiati ben bene. Il giorno dopo tutti i giornali di Iasi -Opinia, Lumea, Miscarea12 si schierarono contro di me.

 

Espulso per sempre dall'Università di Iasi

In relazione a questo episodio intervenne il Senato Accademico che, senza ascoltarmi, decise la mia espulsione dall'Università di Iasi. Finalmente l'Università e Iasi si sarebbero liberate del perturbatore dell'ordine pubblico, lo stesso che per due anni aveva guastato la tranquillità dei giudeo-comunisti e s'era opposto a tutti i tentativi di costoro di scatenare la rivoluzione per detronizzare il Re, incendiare le chiese, fucilare gli ufficiali e massacrare centinaia di migliaia di Romeni. Gli uomini della legalità e dell'ordine erano il Senato Accademico e i comunisti ed io ero Il perturbatore di quest'ordine.

[59]

Il Consiglio della Facoltà di Legge

Ma i loro piani fallirono. Intervenne infatti un episodio veramente unico nelle abituali manifestazioni della nostra vita universitaria. Il Consiglio della Facoltà di Legge disapprovò l'espulsione decisa dal Senato, e, sotto la direzione dei professori Cuza, decano, Matei Cantacuzino e Dimitrie Alexandrescu, si oppose a questa espulsione.

I tentativi del Consiglio per moderare la furia del Senato Accademico, tuttavia, fallirono: il Senato non revocò la punizione inflitta.

Allora la Facoltà di Legge ritirò il suo rappresentante dal Senato Accademico, non si sottomise alla decisione di questo e si dichiarò autonoma.

A me la Facoltà comunicò che potevo presentarmi alle lezioni poiché il Consiglio dei professori rifiutava di riconoscere la decisione del Senato Accademico.

Rimasi così ancora studente all'Università di Iasi.

In seguito a questo fatto, per tre anni il Consiglio della Facoltà di Legge non inviò più il suo rappresentante nel Senato. Il conflitto durò per anni, anche dopo la mia uscita dall'Università.

Più tardi, quando presi la laurea, il Rettore rifiutò di concedermi il diploma. Non me l'ha concesso nemmeno sino al giorno d'oggi. Per la iscrizione al foro e per continuare gli studi all'estero mi sono servito solo del certificato rilasciato dalla Facoltà.

 

L'anno accademico 1921-1922

Il nuovo anno Accademico si aprì in condizioni normali, con la funzione religiosa. Di nuovo l'Università e Iasi erano in festa.

A Bucarest, questo grande avvenimento passava quasi inosservato.

Là, all'arrivo degli studenti, la massa studentesca si perdeva nella moltitudine delle centinaia di migliaia di uomini, dei rumori, delle luci, degli interessi che si urtavano brutalmente. A Iasi, quando partivano gli studenti, vi era una malinconia generale, come alla partenza delle gru e degli uccelli, d'autunno. Quando [60] arrivavano gli studenti, era la giovinezza, risorgeva la vita. Era giorno di festa.

A Bucarest lo studente si sentiva solo in mezzo a un immenso mondo che non lo vedeva, non l'apprezzava, non lo rimproverava, non s'interessava di lui, non lo amava.

L'educazione dello studente a Iasi è incomparabile, perché egli si sviluppa, come un bambino sotto l'amore della madre, al riparo dell'affetto dei Romeni. Qui la stirpe alleva i suoi studenti. Io stesso devo a questa Iasi una parte importante di riconoscenza per tutto quello che ho potuto fare. Ho sentito sempre la cura che ha avuto per me quest'anima di Iasi, ho sentito il raggio del suo amore, ne ho sentito il rimprovero, l'incoraggiamento, lo sprone, la chiamata alla lotta.

Anche attualmente questi sentimenti accompagnano noi, studenti di Iasi, e ci seguiranno sino alla fine della vita, come il ricordo dei consigli e dell'amore sempre presente della madre.

Di tutte le generazioni di studenti che sono passate per Iasi, quanti non sono stati seguiti per tutta la vita dall'esortazione di Iasi alla lotta! Quanti non ha seguito, fino alla tomba, quanti non segue oggi, il suo rimprovero...

Fin dal principio dell'anno si osservava come il giudeo-comunismo retrocedesse disorientato e col morale quasi interamente spezzato. Nessun tentativo di resistenza. Le nuove leve di studenti, appena iscritti, avevano saputo tutti delle nostre lotte e da molto aspettavano di venire al nostro fianco. Arrivati qui, entrarono nelle nostre file.

 

Presidente della Associazione degli Studenti di Legge

In quell'autunno fui eletto presidente dell'Associazione degli Studenti di Legge. Il Senato Accademico non volle convalidare la elezione col pretesto che ero stato espulso dall'Università. Avallai la nomina da solo.

L'Associazione degli Studenti di Legge, come tutte le altre associazioni della Facoltà, aveva come scopo l'attività scientifica di completamento e di approfondimento degli studi nel dominio giuridico.

[61]

Così, per esempio, sotto la presidenza di Nelu Ionescu, due anni prima di me, l'Associazione degli Studenti di Legge teneva riunioni quasi settimanali. Uno studente leggeva un libro di diritto, o attinente alla materia, lo riassumeva durante la riunione, lo criticava, poi seguivano le discussioni e il contraddittorio. Conservai la prassi, ma vi apportai qualche modifica: tutti questi studi e riferimenti non potevano svolgersi altrimenti che assumendo come oggetto principale di considerazione la questione ebraica sotto un profilo metodologico rigoroso.

Si leggevano opere sugli aspetti di tale questione in Romania e all'estero, sulla potenza giudaica internazionale, sulla storia di questo problema da noi e altrove. Studiavamo i mezzi di lotta impiegati contro di noi, lo spirito e la mentalità ebraica e preconizzavamo i modi di lotta e di difesa.

Seguivano, dopo ogni esposizione, discussioni, integrazioni, e infine la formulazione d'una verità precisa, perché ciascuno potesse andarsene edificato. Poi, in seguito, cercavamo nella stessa seduta di operare:

a) L'individuazione progressiva di questo spirito e di questa mentalità giudaica, infiltrati insensibilmente nel modo di pensare e di sentire di una parte considerevole di romeni;

b) La nostra disintossicazione, l'eliminazione del giudaismo introdotto nel nostro pensiero per mezzo dei libri di scuola, nella letteratura, attraverso i professori, il teatro, il cinematografo;

c) La comprensione e lo smascheramento dei piani ebraici occultati sotto tante forme. Abbiamo infatti partiti politici diretti da Romeni, attraverso i quali parla il giudaismo; giornali romeni, scritti da Romeni, per mezzo dei quali parla l'ebreo con i suoi interessi; conferenzieri romeni, autori romeni, che pensano, scrivono e parlano ebraico in lingua romena.

Avevamo cominciato a renderci conto, studiando tutto questo, che per la prima volta nella sua storia, il popolo romeno era venuto a contatto con una razza che adoperava come armi di lotta e di distruzione, come arma tipica della sua razza, l'astuzia e la perfidia.

Il Romeno non aveva conosciuto che la lotta leale. Di fronte ai nuovi mezzi ebraici, egli si era trovato disarmato. Ci rendevamo [62] conto che tutto si riduceva a conoscere i propri nemici e che nel momento in cui noi Romeni li avessimo conosciuti, li avremmo vinti.

Le nostre riunioni continuarono regolarmente per un anno intero. Esse attiravano studenti da tutte le facoltà in numero sempre più crescente, tanto che il Centro Studentesco non esisteva quasi più. L'intera massa studentesca gravitava intorno all'attività dell'Associazione degli Studenti di Legge.

L'anfiteatro era diventato insufficiente ad accogliere la folla di studenti che desideravano partecipare a queste riunioni. In numero via via più crescente vi partecipavano gli studenti della Bessarabia. Mezzo anno di attività produsse un vero miracolo: tre quarti degli studenti della Bessarabia cristiani si risvegliarono, si sentirono chiamati a una vita nuova, si illuminarono in volto.

In breve tempo, essi diventarono i militi più fedeli della nostra lotta, arrivando per fede, devozione, purezza d'animo e spirito di sacrificio, a porsi nelle prime file del movimento che aveva cominciato a prendere vigore. Questo momento di unione tra di noi nella stessa luce, e il patto di lottare per il paese cristiano contro le ingannatrici orde giudaiche, non lo dimenticheremo mai. Quelli che fino a ieri ci avevano combattuti, adesso erano con noi.

Le linee di orientamento di queste riunioni erano rappresentate dagli scritti dei nostri geni nazionali: Bogdan Petriceicu-Hajdeu, Vasile Conta, Mihail Eminescu, Vasile Alecsandri, ecc., e specialmente dagli scritti e dalle prolusioni del prof. Cuza, dagli scritti del prof. Paulescu, dalle lezioni d'educazione nazionale del prof. Gavanescul.

Tutti gli scritti del prof. Cuza venivano letti e studiati non una sola volta, ma tre o quattro volte. In modo speciale i suoi corsi d'Economia Politica, che consideravano in modo rigorosamente scientifico e lucido la questione ebraica, chiamando i Romeni alla comprensione del loro più grave problema presente, servivano in ogni momento di guida ai nostri sforzi per conoscerlo. La maggiore fortuna nostra e quindi dei Romeni è stato il professore Cuza, uno dei più insigni conoscitori del problema ebraico del mondo, al quale dobbiamo la nostra capacità d'orientarci di fronte a tutte le manovre israelitiche.

[63]

I suoi corsi accademici di elevata cultura erano seguiti da tutti gli studenti con un'attenzione mai riscontrata. L'anfiteatro della Facoltà di Legge era sempre troppo stretto. Da allora in poi per molto tempo ancora, l'Università di Iasi non avrebbe più avuto un professore i cui discorsi di nazionalismo destassero simile interesse.

A quell'epoca la vita di molti di noi trovò al di sopra degli interessi particolari una dimensione unitaria: la lotta per la stirpe minacciata nella sua stessa esistenza.

 

La visita all'Università di Cernautzi

Nelle altre Università regnava la calma. A Cernautzi, già dalla primavera dell'anno 1921 erano cominciate manifestazioni intorno alla questione della romenizzazione del teatro. Una violenta lotta, durata alcuni giorni, finì con la vittoria degli studenti. Ora, nella primavera del 1922, organizzai con l'Associazione degli Studenti di Legge una visita degli studenti di Iasi a Cernautzi.

Fummo accolti bene dai professori e dagli studenti. Durante i tre mesi della nostra permanenza -eravamo più di un centinaio- non facemmo altro che comunicare ai colleghi di Cernautzi la fede nuova che aveva preso vigore nell'anima nostra.

Non fu difficile. Perché Cernautzi come Iasi -e ancor più di questa- gemeva con le sue strade intiere, col suo commercio, con le sue chiese abbandonate, con la sua terra e i suoi Romeni, sotto l'invasione ebraica. In breve sorse tra noi uno stretto legame spirituale, basato sul desiderio e sull'ideale comune di vedere una buona volta la stirpe risvegliata nella coscienza della sua dignità, della sua forza e dei suoi diritti di arbitra della propria sorte e del proprio paese. Questo legame si rafforzò poi con la visita che ci restituirono quelli di Cernautzi un mese più tardi. Conobbi allora per la prima volta Tudose Popescu, questa bella figura di giovane combattente dalle sembianze di milite, che fu più tardi uno dei capi del movimento studentesco e che oggi dorme in un cimitero, sotto una povera croce dimenticata.

[64]

La rivista «Apararea Natzionala»

Il 1° aprile 1922 apparve la rivista quindicinale Apararea Natzionala13, diretta dai professori Cuza e N. C. Paulescu. Chiunque può rendersi conto di cosa significasse per noi, tra i nostri pensieri e le nostre ansie, la comparsa di questa rivista. In essa trovavamo tutto quello che era necessario per una nostra completa chiarificazione e decantazione. Gli articoli dei professori Cuza e Paulescu venivano letti religiosamente da tutta la gioventù e suscitavano dappertutto, nelle fide degli studenti, anche a Bucarest e a Cluj, grande risonanza.

Il 1° e il 15 del mese, per noi era un trionfo. I numeri della rivista erano veri veicoli di munizioni con le quali vincemmo le argomentazioni della stampa ebraica. Credo opportuno riprodurre qui alcuni articoli dei professori Cuza e Paulescu apparsi in quel periodo.

Lo Spirito del vero difenderà in eterno l'umanità

«In riassunto il Talmud -la legislazione politico-religiosa degli ebrei- invece di combattere, come il Vangelo, gli istinti di proprietà e di potere, esaspera al contrario questi vizi sino a un culmine inimmaginabile, per realizzare il sogno di Giuda di essere contemporaneamente il proprietario della terra intera e il padrone dell'intera umanità.

«Ma -mentre gli apostoli cristiani avevano predicato il loro ideale di fronte al cielo- il Talmud si nasconde; e le sue appendici, il Cahal e la Framassoneria, sono ancora più occulte di lui.

«Tutti e tre adoperano, per rimanere nell'oscurità, un mezzo schifoso e maledetto, cioè la menzogna.

«La menzogna è dunque base del sistema ebraico del quale si può dire: "Parli, dunque menti".

Ma la menzogna ha un nemico che odia a morte, cioè LA VERITÀ.

[65]

«Ora, la verità è il carattere distintivo del Cristianesimo. Cristo ha detto «Io sono la verità» e per questo la sua dottrina è esecrata da Israele.

«La menzogna, al contrario, caratterizza quello che si chiama lo "Spirito del male" o del "Diavolo".

«Così Gesù, indirizzandosi agli ebrei, disse loro: "Voi avete per padre il diavolo e volete esaudire i desideri del padre vostro; quello fu omicida fin dal principio, e non perseverò nella verità, perché verità non è in lui: quando dice una menzogna, parla del suo, perché è mentitore e padre di menzogna".

«Abbandonando il mondo Cristo ha fornito i suoi discepoli di un'arma invincibile, cioè del Suo Spirito. Lo Spirito divino del Vero, che difenderà in eterno l'umanità contro lo Spirito diabolico della menzogna. Davanti a questo Spirito del Vero m'inchino, gridando dal fondo dell'anima: "Credo nello Spirito Santo".

(Prof. N. C. Paulescu, Il Talmud, il Cahal. La Framassoneria, vol. II, Buc. 1913, pp. 300-301).

La scienza dell'antisemitismo

«Ancora un accoppiamento di parole, orribile: la scienza dell'antisemitismo. Come può, l'antisemitismo, essere una scienza? Si domanderanno indignati, i dotti, i dottori e i professori, gli intellettuali dalle idee fisse in fatto di cultura?14

«L'antisemitismo, per questi sapienti, è appena una barbarie. Manifestazione cieca d'istinti brutali, rimasuglio di tempi preistorici. Una vergogna in mezzo alla nostra civiltà, che proclama ugualmente la scienza illuminata dell'uomo libero da pregiudizi e da passioni.

«Questa e l' "atmosfera" che hanno creata particolarmente gli ebrei -e che mantengono viva i giudaizzati- intorno all'antisemitismo, istupidendo gli ingenui e sfruttando l'ingenuità degli sciocchi e le loro pretese di essere anch'essi "all'altezza della civiltà moderna". E chi non vuole esserlo?

[66]

«Per esempio c'è un caso interessante di un giudaizzato, egli stesso mezzo ebreo d'origine, che parlava alcuni anni or sono, con aria di severo sapiente, del nostro antisemitismo -che era anche a quel tempo quello che è ora: immutato.

«Ed ecco che cosa ci dice questo autore, momen odiosum -traditore allora del pensiero nazionale, così come è stato più tardi traditore dell'azione nazionale, durante la guerra- nella rivista Viatza Romaneasca15, Anno Il, n. 11 del novembre 1907 (pp. 186, 204-207).

«Voglio parlare della questione ebraica... del tutto snaturata dalla giudeofagia volgare e feroce dei nostri antisemiti, i quali così... ci espongono alla riprovazione del mondo civile...

«Con armi arrugginite, tolte dall'arsenale delle persecuzioni medioevali, con la propaganda dell'odio, con l'appassionato eccitamento agli eccessi, ridestando nelle masse popolari gli istinti bestiali... si può soltanto compromettere una causa giusta, quale non è la causa dell'antisemitismo...

«Il dare, però, a questo conflitto... un'aria falsa di persecuzione razziale, di persecuzione religiosa, d'antisemitismo -in una parola- può servire soltanto la causa degli avversari, contenti di sfruttare le divagazioni d'alcuni maniaci... gli antisemiti provocatori di scandali, provocano l'insorgere prematuro dell'intera questione.

«Nessun popolo, tanto meno il nostro, può chiudersi all'infinito, impunemente, davanti alle idee moderne e nemmeno dinanzi all'azione politica dall'estero... (puntini. Gli ultimi puntini sono dell'autore, cosicché, non sospensivi, ma minacciosi, sembrano comprendere una tremenda previsione politica. n. d. r.).

«Porre, quindi, la nostra questione sul terreno dell'antisemitismo, dell'odio di razza, significa prepararsi a una sconfitta vergognosa e fatale per noi... Tendenze asiatiche... demagogia violenta, agitazione insana... tentativi di speculare sulle passioni oscure... (Puntini. Gli ultimi punti sono ancora dell'autore e comprendono la stessa minaccia, per lo stesso orribile delitto del nostro antisemitismo. n. d. r.).

[67]

«Ho riprodotto questa concezione tipica di tutti i giudaizzati. E si vede a che cosa essa si riduce: stereotipi (il mondo civile, le sue idee moderne), ma più specialmente ingiurie (giudeofagia volgare e feroce, armi arrugginite, istinti bestiali, divagazioni di alcuni maniaci, provocatori di scandali antisemiti, tendenze asiatiche, passioni oscure).

«Simili "apprezzamenti" li troviamo non soltanto nei giudaizzati volgari, ma talvolta in alcuni rappresentanti della cultura, distinti in altri domini. Così, per esempio, l'eminente giureconsulto, professore universitario, oratore, uomo politico, ex ministro della pubblica istruzione C. Arion, mi ha rivolto, in piena Camera dei deputati, a causa del mio antisemitismo un'apostrofe -si può dire celebre, provenendo da un uomo come questo- definendomi "l'uomo delle caverne".

«Quanto agli ebrei, la spiegazione che loro offrono dell'antisemitismo e ancor più caratteristica. Accanto al solito stereotipo della ferocia e dell'odio -naturalmente senza motivo, poiché a loro non conviene discutere i motivi- l'antisemitismo e, secondo loro, una follia, una degenerazione intellettuale, una malattia dello spirito.

«In questi termini si esprime uno tra i più noti «intellettuali» ebrei moderni, il dottor K. Lippe, di illustre origine, essendo discendente dal famoso commentatore medievale del Talmud, Rasi -quello del tobsebegoim harog, «il migliore dei goim (cristiani) ammazzalo».

«Il dottor K. Lippe, venuto per caso qui dalla Germania e stabilitosi a Iasi dov'è stato incarcerato per aver ucciso con un aborto una cristiana -ha pubblicato perfino una monografia specialistica col titolo: Sintomi della malattia mentale antisemita (Simptome der antisemitischen Geisteskrankheit, Iassy 1887).

«E come prova che gli argomenti contrari all'antisemitismo utilizzati dai giudei parassiti -come anche dai giudaizzati- sono di una estrema povertà ed eternamente gli stessi, ecco cosa scrive proprio recentemente, il Curierul Israelit16, organo ufficiale dell'Unione degli ebrei romeni, nell'articolo di fondo del suo numero di venerdì 15 settembre 1922, sotto il titolo -ingiurioso [68] per noi che scriviamo nell'Apararea Natzionala-: "Una banda di miserabili".

«Esiste negli antisemiti uno stato di degenerazione intellettuale arrivato al pervertimento dei sensi, una specie di sadismo mentale, i colpiti dal quale vengono spinti alla menzogna e alla calunnia».

«Come vedete, è una spiegazione semplicissima, ma anche estremamente ingenua: tutto quello che si dice contro gli ebrei è menzogna e calunnia, dovuta a una degenerazione intellettuale specifica.

«La definizione dell'antisemitismo -da parte dei giudaizzati e dei giudei- si riassume, cioè, in queste due parole: ferocia e follia. Si capisce: degli «antisemiti».

«Quanto agli ebrei -come fenomeno sociale- essi non entrano nemmeno in queste "spiegazioni". Come se non esistessero.

«La ferocia e la follia hanno fatto sì che tutti i popoli, in tutti i tempi, gli Egiziani, i Persiani, i Greci, i Romani, gli Arabi, così come pure le nazioni moderne fino a ora ultimamente, abbiano considerato gli ebrei come un pericolo nazionale e abbiano adottato misure contro di loro.

«La ferocia e la follia hanno oscurato l'intelligenza dei più illustri rappresentanti della cultura di tutte le nazioni, come Cicerone, Seneca, Tacito, Maometto, Martin Lutero, Giordano Bruno, Federico il Grande, Voltaire, Giuseppe Il, Napoleone I, Goethe, Herder, Emanuele Kant, Fichte, Schopenhauer, Carlo Fourier, Ludovico Feuerbach, Riccardo Wagner, Bismarck, Rodolfo Virchow, Teodoro Billroth, Eugenio Duhring -e altri innumerevoli, in tutti i campi- perché si pronunciassero contro gli ebrei.

«La ferocia e la follia, infine, spiegano l'antisemitismo dei più eletti rappresentanti della nostra cultura, come Simion Barnutziu, B. P. Hasdeu, Vasile Alecsandri, Vasile Conta, Mihail Eminescu.

Selvaggi e folli: tutti costoro.
Civili e saggi: i giudaizzati.
E gli ebrei: inesistenti.

Simili aberrazioni vanno in frantumi da sole.

[69]

«Ciononostante, allo scopo di confondere l'anima delle masse, esse vengono prodotte continuamente. Proprio per questo e perché una simile "teoria" -degna del cervello degli ebrei o dell'imbecillità o venalità dei giudaizzati- non è capace di spiegare l'antisemitismo come fenomeno sociale, noi parleremo di Teoria antisemita.

«Secondo questa teoria, la nostra, dobbiamo distinguere, nella costituzione dell'antisemitismo, tre momenti: l'istinto, la coscienza, la scienza.

«L'ISTINTO ha fatto sì che sempre la moltitudine, che si preoccupa in primo grado dei suoi interessi materiali, immediati, si opponesse al parassitismo degli ebrei, con sommosse popolari, spesso sanguinose e generali, come è stata, tra le molte altre scoppiate ovunque, la terribile sommossa dei Cosacchi dell'Ucraina guidati da Bogdan Hmelnischy, in cui perirono, nel 1649, oltre 250.000 ebrei.

«La COSCIEXZA del pericolo ebraico, si ridesta gradatamente, dapprima nelle classi colte, e poi si estende a un numero sempre maggiore di persone, che si uniscono alla folla, sostenendo le rivendicazioni di questa -che divengono esse stesse coscienti.

«La SCIENZA, inizia con indagini parziali, fino a quando giunge -solo ai nostri giorni- alla determinazione del suo oggetto, esaminando il giudaismo come fenomeno sociale, isolato dall'ambiente nel quale esso cerca di confondersi, e constatando come esso sia un problema umano, e addirittura il più importante, del quale bisogna trovare la soluzione.

«Le indagini parziali, coi risultati cui giungono, potremo dire che costituiscano l'antisemitismo della scienza. Questa è la base, da non confondersi però, con la scienza dell'antisemitismo. Quello che vale come elemento distintivo e il loro diverso oggetto. Ed ecco la definizione -cui si perviene tramite la determinazione dell'oggetto- di questa scienza, che costituisce una vera scienza col suo proprio dominio specifico.

«La scienza dell'antisemitismo assume come proprio oggetto il giudaismo come problema sociale, rappresentando così, in termini necessari, la sintesi di tutte le scienze che possono contribuire alla sua soluzione.

[70]

«Quali siano queste scienze, che con le loro ricerche parziali contribuiscono alla conoscenza del giudaismo, abbiamo visto. Ed ecco, in quale modo la scienza dell'antisemitismo assume i loro risultati, per introdurre la sua soluzione.

«La STORIA. Essa constata che sin dal principio gli ebrei sono un popolo errante tra gli altri popoli, nomade, senza patria. La scienza dell'antisemitismo stabilisce che questo nomadismo e contrario alla esistenza dei popoli sedentari, agricoli e non può essere tollerato.

«L'ANTROPOLOGIA. Essa constata come gli ebrei siano un miscuglio di razze differenti tra di loro, non imparentate, come i semiti, gli ariani, i neri, i mongoli. La scienza dell'antisemitismo spiega la sterilità della nazione ebraica, e dimostra che questo incrocio, nel dominio della cultura, non può servire affatto alla cultura delle altre nazioni -che esso soltanto riesce a falsificare, snaturandone i caratteri.

«La TEOLOGIA. Essa constata che la religione ebraica è una religione particolaristica, fondata sul patto speciale concluso dal loro Dio, Jehova, con gli ebrei, -considerati come popolo eletto, come popolo santo («posseggo la legge») separato dagli altri popoli.

«La scienza dell'antisemitismo deduce rigorosamente che una simile concezione esclude la possibilità di qualsiasi pacifica collaborazione e di ogni assimilazione con gli ebrei.

«La POLITICA. Essa constata che dappertutto, in seno alle altre nazioni, gli ebrei hanno la loro organizzazione sociale distinta, costituendo uno Stato nello Stato. La scienza dell'antisemitismo conclude che gli ebrei rappresentano un elemento anarchico, pericoloso per l'esistenza di tutti gli Stati.

«L'ECONOMIA POLITICA. Essa constata che gli ebrei hanno vissuto in tutti i tempi, perfino in Palestina, come popolo sovrapposto alle altre nazioni, sfruttando il loro lavoro, senza esserne direttamente produttore. La scienza dell'antisemitismo afferma che ogni nazione ha il diritto di difendere il suo lavoro produttivo dallo sfruttamento degli ebrei, che non possono essere tollerati a vivere come parassiti, compromettendo l'esistenza dei popoli.

«La FILOSOFIA. Essa constata come la concezione di vita [71] del giudaismo sia un anacronismo contrario al progresso umano. La scienza dell'antisemitismo impone, come dovere verso la civiltà, che questa mostruosità culturale sia eliminata dagli sforzi riuniti di tutte le nazioni.

«Sulla base di constatazioni obiettive derivanti dalle varie scienze sociali, distinte da essa, la scienza dell'antisemitismo fonda le proprie conclusioni che conducono tutte, necessariamente, alla medesima soluzione:

L'eliminazione degli ebrei dal seno degli altri popoli, ponendo fine alla loro esistenza innaturale, parassitaria, dovuta a una concezione anacronistica, contraria alla civiltà e all'equilibrio di tutte le nazioni -che esse non possono più tollerare.

«Questa teoria antisemita differisce, come si vede, dalla teoria propria agli ebrei e ai filoebrei, che esaurisce la spiegazione dell'antisemitismo in quelle due manifestazioni dello spirito individuale -che non appena si esprimono in termini di collettività rappresentano esse stesse un problema sociale: la ferocia e l'odio. E spiega anche questo.

«L'istinto dell'antisemitismo può essere accompagnato qualche volta da ferocia e da odio. Perché l'istinto è cieco, come si suol dire, anche se è tanto sicuro nella difesa della vita.

«La coscienza dell'antisemitismo si unisce però all'istinto rafforzando le sue tendenze, per quanto "selvagge" esse siano. Perché per essere "civile", bisogna -prima di tutto- che tu esista.

«La scienza dell'antisensitismo giunge, infine, a spiegare il fenomeno, illuminando sempre più la coscienza della folla e dando piena soddisfazione al suo istinto, coi suoi scoppi violenti, che essa giustifica individuandone la causa nel parassitismo degli ebrei. Così, essa ci offre la formula della soluzione scientifica del problema del giudaismo e non ci resta altro che tradurla in termini operativi.

«L'antisemitismo moderno riunisce dunque tutte le energie: l'energia dell'istinto, l'energia della coscienza, l'energia della scienza, della verità pienamente dimostrata -formando una enorme forza sociale, capace certamente di risolvere il più grande problema del tempo nostro, che è il problema ebraico.

«Con quali mezzi gli ebrei e i filoebrei si difendono da [72] questa forza gigantesca, cercando di prolungare l'esistenza condannata del loro parassitismo? Abbiamo visto: con stereotipi, ingiurie e inezie.

«Giudeofagia volgare e feroce dei nostri antisemiti... ci espongono alla riprovazione del mondo civile... armi arrugginite, tolte dall'arsenale delle persecuzioni medioevali... Lo scatenamento nelle masse popolari degli istinti bestiali... tendenze asiatiche... follia... sadismo mentale...

Questi sono tutti gli argomenti -poiché altri non ne hanno- che essi oppongono al nostro antisemitismo credendo d'eliminarlo con delle idiozie. Invece in seno a tutte le nazioni, ribellatesi al parassitismo dell'ebreo nomade, ribollono le energie vendicatrici...

(A. C. Cuza, Apararea Natzionala, n. 16, 15 novembre 1922, anno I.)

 

La fondazione dell'Associazione Studenti Cristiani

Il 20 maggio 1922, in una riunione ristretta dichiarai lo scioglimento del Centro Studentesco di Iasi, che si trovava ancora in mano a un rimasuglio di avversari sostenuti dal Rettorato, e fondai «l'Associazione degli Studenti Cristiani», che sussiste ancora.

Avevamo cominciato con un gruppo ristretto, avevamo fondato un circolo studentesco, eravamo passati alla «Associazione degli Studenti di Legge», e verso la fine, nasceva dalla nostra fatica il vero Centro Studentesco con la denominazione di «Associazione degli Studenti Cristiani», per la quale battevano ora tutti i cuori degli studenti di Iasi. Essa era diversa però da quella del 1919.

D'ora in poi m'avvicinavo, con non poca malinconia nell'animo dopo tre anni di lotte e di vincoli temprati al fuoco di tanti rischi, al giorno del mio distacco dall'Università, dalla vita di studente, dai miei compagni di lotta. Mancava solo un mese all'esame di laurea e non potevo abituarmi all'idea di dover partire, all'idea che noi -la classe del 1919- così strettamente [73] uniti spiritualmente, saremmo partiti disperdendoci ognuno in chissà quale posto.

Per questo, dopo aver designato a succedermi nel posto di Presidente dell'«Associazione degli Studenti di Legge», Sava Margineanu, e dell'«Associazione degli Studenti Cristiani», Ilie Gîrneatza, giurai, coi 26 camerati più fedeli di lottare -ovunque noi fossimo stati- per il credo che ci aveva uniti sui banchi dell'Università.

Sottoscrivemmo tutti questo giuramento e lo seppellimmo sotto terra dentro una bottiglia. Superati gli esami di laurea ripetei la cerimonia con altri 46 studenti.

Costoro furono invitati da me a Husi, dove per quattro giorni tenemmo riunioni, illustrandoci nei più minuti particolari la nostra futura attività. Qui mio padre parlo più volte ai miei camerati, spronandoli alla lotta.

Dopo di ciò ci separammo, portando ognuno nell'anima l'appassionato desiderio di giorni migliori e più giusti per la nostra stirpe.

 

Impegno d'onore

«I sottoscritti studenti dell'Università di Jasi, vedendo la difficile situazione in cui si trova il popolo romeno, minacciato nella sua esistenza da una razza straniera, la quale si è appropriata di tutto ciò che appartiene a noi e tende a impadronirsi della guida del paese; affinché i nostri discendenti non errino raminghi per terre straniere, cacciati dalla miseria e dalla povertà lontano dalla loro terra, e affinché la nostra stirpe non sanguini sotto la tirannide di una razza straniera, insorgiamo decisi intorno a un nuovo e santo ideale: quello della difesa della nostra patria contro l'occupazione giudaica.

Intorno a questo ideale abbiamo formato l'«Associazione degli Studenti Romeni Cristiani» dell'Università di Iasi.

Con questo ideale nel cuore abbandoniamo oggi i banchi della scuola.

Lottare, dovunque saremo, per il nostro diritto, per la vita [74] minacciata della stirpe: questo pensiamo sia il nostro primo impegno d'onore.

Perciò, riuniti oggi, sabato 27 maggio 1922, assumiamo su di noi l'impegno di portare dappertutto con noi -spandendoci in ogni angolo del paese- una parte del fuoco che ci ha animati nei tempi della giovinezza, col quale accenderemo negli spiriti abbattuti la fiaccola della verità, del diritto della nostra stirpe a una vita libera su queste contrade.

Conserveremo il più stretto legame con l'Associazione che oggi lasciamo e nella quale restiamo come membri sostenitori, essendo essa il punto centrale che ci unirà sempre nella nostra lotta unitaria. Ci incontreremo tra 8 anni, cioè nel 1930, dal 1° al 14 maggio, all'Università di Iasi. Il comitato dell'Associazione avrà cura di annunciare a tutti i membri, con due mesi di anticipo, questo giorno e di preparare la loro accoglienza.

Lasciamo la nostra parola a tutte le generazioni di studenti che passeranno per questa Associazione e vorranno dedicare la loro opera all'altare della patria, affinché si uniscano nel medesimo giorno, all'Università di Iasi insieme con noi».

27 Maggio 1922

Corneliu Zelea Codreanu - Husi
N. Nadejde, Str. Universitatzii 21 - Iasi
Grig. Ghica, Str. Carol 23 - Iasi
I. Sîrbu, Oficiul Attachi, Com. Rudi, Circond. Soroca
Grigoriev Eusevie, Oficiul Ivanovea-Rusa, Circond. Cetatea
Alba, Com. Caragiani
Ilie Gîrneatza, Str. Muzelor 40 - Iasi
Alexandru P. Hagiu, Chetresti Vaslui
Ion Blanaru, Str. Tabacari 35 - Husi
Constantin C. Zotta, Maior Teleman, 13 - Husi
A. Ibraileanu, Str. Ghica Voda 3 - Galatzi
M. Berthet, Com. Purcari, Circond. Cetatea Alba
Iacob I. Filipescu, Tg. Falciu, Circond. Falciu
Leonid Bondac, Soroca Str. I. Heliade Radulescu 5
C. Mardarjac, Str. Apostol 71 Galatzi
I. Miclescu, Portului 165 - Galatzi
Ionel I. Teodorescu, Muzelor - Galatzi
Lasvu Nicolae, Chisinau - Str. Sinadino 22

[75]
Bobov Mihail, Chisinau - Str. Podolskaia 85
Mihail V. Sîrbul, Corn. Mascautzi, Circond. Orhei
Nicolae B. Ionescu - R. Sarat, Str. Constantin Brîncoveanu 59
Pavel Epure - Cetatea Alba, Catedrala
Ch. Boca, Balaceana, Circond. Suceava, Bucovina
Vasile Nicolau, Str. Lascar Catargiu 61 - Husi
Andronich Zaharia, Partestii de Sus p. u. Cacica - Bucovina
Vasile N. Popa, Com. Paunesti, Putna
Vasile Corniciuc, Putrautzi, Suceava - Bucovina
Gr. Mihutza, Scheia, Suceava - Bucovina
Nicolae N. Aurite, Tereblecea, Sirete - Bucovina
Ciobanu Stefan - Suceava, Str. Storaza 9, Bucovina
Eugeniu Cîrdeiu, Com. Bilca, Circond. Radautzi, Bucovina
Eug. N. Manoilescu, Epureni, Falciu
Vladimiri Frimu, Com. Calmatzui, Circond. Cahul
Gh. Zarojeanu Iasi, Str. Muzelor 40
Prelipceanu Tit. Vasile, Horoduicul de Jos, Circond. Radautzi
Prelipceanu Gr. Vasile, Horoduicul de Jos, Circond. Radautzi
Constantin Darie, Horoduicul de Sus, Circond. Radautzi
Pascaru Ioan Stefan, Tereblecea, Circond. Siret
Mihail I. Babor, Balaceana, Suceava - Bucovina
Sava Margineanu, Stroesti, Suceava - Bucovina
Tzaranu Traian, Stroesti, Suceava - Bucovina
Al. Pistuga, Com. Tarnauca, Circond. Dorohoi
Constantin C. Cîmpeanu, Scheia, Circond. Suceava - Bucovina
D. Porosnicu, Curmezoaia, Falciu
N. Gh. Ursu, Malusteni, Covurlui
C. Ghica, Str. Carol 23 Iasi

 

Alla fine degli studi universitari

Rimasto a casa, mi passavano dinanzi agli occhi quei tre anni trascorsi all'Università e mi domandavo: come abbiamo potuto noi superare tanti ostacoli, come abbiamo potuto vincere la mentalità, la volontà di migliaia di uomini, come abbiamo vinti i Senati Accademici e fiaccata l'audacia dell'intera stampa nemica? [76] Abbiamo avuto denari noi per pagare mercenari, per stampare giornali, per effettuare trasferimenti, per mantenere questa guerra vera e propria? Non abbiamo avuto niente.

Quando mi sono lanciato per la prima volta nella lotta, non l'ho fatto in seguito ad alcun incitamento altrui, nemmeno in seguito a qualche deliberazione, a qualche decisione preliminare che io fossi stato incaricato di eseguire. Nemmeno sotto l'impulso di una grande e intensa emozione interiore o meditazione profonda, nel corso della quale mi fossi posto questo problema.

Niente di tutto questo. Non potrei spiegare come io sia entrato nella lotta. Forse come un uomo che, camminando per la strada con le preoccupazioni, i bisogni e i pensieri suoi propri, sorpreso dal fuoco che divora una casa, getta la giacca e balza al soccorso di quelli che sono in preda alle fiamme. Io, col buon senso di un giovane di 19-20 anni, ho capito soltanto questo di tutto quello che vedevo, che stavamo perdendo la terra, che non avremmo avuto più terra: che, col concorso incosciente degli infelici lavoratori romeni immiseriti e sfruttati, ci avrebbe travolto -dominatrice e sterminatrice- l'orda ebraica.

Ho cominciato per un impulso del cuore, per quell'istinto di difesa che ha anche l'ultimo verme della terra, non per istinto di conservazione personale, ma di difesa della stirpe della quale facevo parte.

Per questo io ho sempre avuta la sensazione che alle nostre spalle stesse la stirpe intera, coi vivi, colle sue schiere di morti per la terra, con tutto il suo avvenire, che la stirpe lottasse e parlasse per mezzo nostro; che la massa nemica, per quanto numerosa essa fosse, non rappresentasse, di fronte a questa entità storica, che un pugno di briciole umane che noi avremmo disperso e vinto. Per questo sono stati sconfitti tutti, e primi fra tutti gli incoscienti Senati Accademici che, credendo di lottare contro di noi -un pugno di giovani pazzi- lottavano in realtà e colpivano la nostra stirpe.

Esiste una legge di natura che colloca ognuno al suo posto: i ribelli contro natura, da Lucifero sino ad oggi, tutti questi ribelli -spesso intelligentissimi, ma sempre privi di saggezza- sono caduti fulminati.

[77]

Nel quadro di questa legge di natura, di questo saggio ordinamento, chiunque può, ha il diritto, ha il dovere di lottare per il meglio. Al di fuori, contro, oltre questo ordinamento, nessuno può agire impunito e invitto.

Il globulo di sangue deve rimanere nel quadro e in funzione dell'organismo umano.

La ribellione sorgerebbe non solo quando esso si sollevasse contro l'organismo, ma anche quando venisse meno alla propria funzione, quando non soddisfacesse altri che se stesso, quando non avesse altra missione e altro ideale all'infuori di sé, quando divenisse il suo proprio Dio.

L'individuo agisce nel quadro e al servizio della sua Stirpe: la Stirpe nel quadro e al servizio di Dio e delle leggi della Divinità.

Chi comprenderà queste cose, vincerà anche se sarà solo. Chi non comprenderà, cadrà vinto.

Sotto l'impulso di questi pensieri terminavo il terzo anno di università.

Dal punto di vista organizzativo ci eravamo radicati nel principio del Capo e della disciplina. Il criterio democratico veniva respinto non per calcolo, ma per intima e profonda convinzione.

L'antidemocrazia noi l'avevamo vissuta sin dal primo momento. A guidare sono sempre stato io. Una volta sola in tre anni sono stato eletto presidente della Associazione degli Studenti di Legge. In ogni altra occasione non fui mai io ad essere scelto come capo dai miei compagni di lotta, ma fui io a scegliere loro. Non abbiamo avuto mai comitati e non abbiamo mai messo ai voti le proposte. Sempre però, quando ne sentivo la necessità, io consultavo tutti, ma, sotto la mia responsabilità, prendevo da solo le decisioni. Per questo il nostro piccolo gruppo costituiva sempre una unità incrollabile. I gruppi con tesi frazionistiche, le maggioranze e le minoranze urtantisi tra di loro nelle questioni pratiche o teoriche, non sono mai esistite tra di noi.

Presso tutti gli altri era esattamente il contrario. Per questo essi venivano vinti. Una grande fede, come una fiamma che ardeva continuamente nei nostri cuori illuminandoci il cammino, una grande disciplina, la risolutezza durante la lotta, una ponderata preparazione del piano di battaglia: questo, e la benedizione [78] della Patria e di Dio, ci hanno assicurate le vittorie in quei tre anni.

 

L'estate dell'anno 1922

L'estate dell'anno 1922 non trascorse tranquilla. Sulle scene dei teatri nazionali romeni o comunali delle città moldave cominciavano a essere recitati, in yddisch, drammi ebraici della compagnia «Kanapof». La nostra gioventù considerava ciò come un pericolo, perché vedeva in questo un principio di alienazione di una istituzione, destinata a formare l'educazione nazionale e morale del popolo romeno. Espropriati del commercio, espropriati dell'industria, espropriati delle ricchezze del suolo e del sottosuolo romeno, espropriati della stampa, ci saremmo visti un bel giorno espropriati anche delle scene dei teatri nazionali. Il teatro, assieme alla scuola e alla Chiesa, può risollevare una nazione decaduta sino a riprendere coscienza dei suoi diritti e della sua missione storica. D'ora in avanti veniva occupato anche questo ridotto. I nostri teatri, costruiti con la fatica e il denaro del Romeno, servivano al giudeame per la preparazione e il rafforzamento delle sue energie nella lotta contro di noi. E, d'altra par te, da queste scene romene essi servivano come nutrimento spirituale, a noi Romeni, tutto quello che contribuiva alla demoralizzazione, alla decadenza e al nostro annientamento nazionale e morale.

Era dovere di altri, del Governo, di una qualunque autorità, dei professori, di prendere posizione di fronte a questo nuovo attacco antiromeno.

Assenza totale! Soltanto la gioventù, rischiando percosse, coprendosi di innumerevoli insulti, e senza trovare da nessuna parte appoggio alcuno, reagiva come poteva.

La lotta si diffuse in tutte le città: -a Husi, Vaslui, Bîrlad, Botosani, Pascani, ecc.- per opera del gruppo degli studenti di Iasi aiutati dovunque dagli allievi di liceo. Essi penetravano nelle sale piene di ebrei, gettavano sugli artisti di Satana tutto quello che capitava loro in mano e cacciandoli così dalle scene dei teatri romeni.

[79]

Azione incivile, diranno forse certuni. Forse, dico anch'io. Ma in quale misura è civile che una nazione straniera mi spogli via via di tutti i beni della mia terra? In che misura è civile che la medesima nazione mi avveleni la cultura e me la presenti poi sulla scena per uccidermi?

In quale misura sono stati civili i mezzi usati in Russia dal giudeame? In quale misura è civile trucidare milioni di uomini senza processo? In quale misura e civile incendiare le chiese o trasformarle in cabarets?

Io, nella povertà e nei limiti delle mie deboli forze, mi difendo contro l'attacco, come posso. Con la stampa, se ce l'ho. Con le autorità, se ve ne sono ancora di romene. Con la parola, se mi ascolta qualcuno. Con la forza, se non ho più altro, e se tutti tacciono. È vile e indegno colui che, per tradimento o per vigliaccheria, non difende il suo paese e non reagisce in alcuna maniera.

In ogni modo era una protesta questa lotta, era la sola protesta in mezzo a un vile e spaventoso silenzio. L'indomani i camerati tornavano pieni di percosse e ferite, perché non è cosa dappoco per un gruppo di 15 giovani entrare in un teatro di 300 o 400 ebrei. E specialmente ritornavano coperti di biasimo e di scherno da parte dei nostri romeni.

Più di una volta mi domandavo: che cosa ha sostenuto noi, un gruppo così piccolo, di fronte a tanti colpi, a tante infamie caduteci addosso da ogni parte? Non abbiamo trovato appoggio in nessun luogo: in questa lotta contro tutto il mondo, il solo sostegno l'abbiamo trovato in noi stessi. Nella convinzione di essere sulla grande direttrice della nostra storia nazionale, a fianco di tutti coloro che si sono battuti, che hanno sofferto e sono morti come martiri per la terra e la nostra stirpe.

 

In Germania

Nell'autunno dell'anno 1922 tornai a Iasi. Là comunicai ai camerati la mia vecchia intenzione di recarmi in Germania per continuare gli studi di Economia Politica e per cercare nello stesso tempo di realizzare, anche in minima parte, il tentativo di [80] portare le nostre idee e le nostre convinzioni al di là dei confini. Noi ci rendevamo ben conto, dagli studi che avevamo fatto, che il problema ebraico aveva un carattere internazionale e che la reazione non poteva venire altrimenti che su di un piano internazionale: che una soluzione globale di questo problema si poteva ottenere solo con l'azione di tutte le stirpi cristiane destate a prendere coscienza del pericolo ebraico.

Non avevamo però né denari né vestiti. I camerati mi procurarono i vestiti e si fecero prestare dall'ingegnere Grigore Bejan la somma di 8.000 lei, che avrebbero pagata mensilmente, contribuendo ognuno secondo le proprie possibilità. Con questa somma partii per Berlino, accompagnato alla stazione da tutti coloro da cui mi separavo e che rimavano ancora a casa a lottare.

Arrivato a Berlino, dove mi iscrissi all'Università, mi furono di grande aiuto due amici, studenti anch'essi, Balan e C. Zotta.

Il giorno dell'iscrizione mi vestii in costume nazionale e mi presentai alla cerimonia, dove il Rettore, secondo un'antichissima tradizione, stringe la mano a ogni nuovo iscritto.

Nelle aule dell'Università fui oggetto della curiosità generale per il mio costume romeno.

Al lettore di queste righe interesseranno specialmente due problemi che presentava la Germania del 1922: la situazione economica generale e le condizioni dei movimenti antisemiti.

Le ferite lasciate dalla guerra appena terminata e dalla sconfitta, sanguinavano ancora. La miseria materiale gravava ugualmente su Berlino e su tutto il resto del paese. Ultimamente era stato occupato anche il bacino della Rhur, un importante centro di ricchezza. Assistevo al crollo vertiginoso e catastrofico del marco. Mancanza di pane, mancanza di alimenti, mancanza di lavoro nei quartieri operai. Centinaia di bambini accostavano la gente per la strada, chiedevano aiuto. La caduta del marco gettava nella stessa miseria anche l'aristocrazia germanica. Uomini che avevano avuto denari, in pochi giorni non avevano più niente. Quelli che avevano terre e immobili e li vendevano attratti dal miraggio d'un prezzo elevato, nello spazio di poche settimane restavano poveri. I capitali ebraici del paese e dell'estero facevano affari colossali. Con poche centinaia di dollari, i detentori della valuta forte diventavano proprietari di giganteschi immobili di [81] 50 appartamenti ciascuno. I sensali brulicavano per tutte le strade provocando gravi collassi economici.

Subivano questa grande miseria anche alcuni stranieri, fra i quali mi ponevo anch'io, dal momento che non avevo nemmeno un soldo. Gli 8.000 lei coi quali ero venuto lì avevo finiti. Cominciò allora la fame. Ma in mezzo a una sofferenza generale, la tua sofferenza diventa più lieve. Possedendo una natura che non si abbatte di fronte alle difficoltà, non mi piegai alla miseria, ma cercai di lottare anch'io contro di essa. Studiai tutte le possibilità e decisi di dedicarmi al commercio. Mi occorreva un capitale piccolissimo, per procurarmi prodotti alimentari in provincia, da portare e poi rivendere a Berlino nei ristoranti. Questo mi indusse a trasferirmi la vigilia delle feste a Iena, dove la vita era più a buon mercato. Mi impressionò cola in mezzo alla miseria in cui si dibatteva il popolo tedesco, lo spirito di disciplina, la sua capacità di lavoro, il senso del dovere, la correttezza, la forza di resistenza e la fede in giorni migliori. Era un popolo sano e vedevo che esso non si sarebbe lasciato abbattere ma sarebbe risorto con energie insospettate di sotto il peso di tutte le difficoltà che lo schiacciavano.

Esistevano in Germania parecchie organizzazioni politiche e centri culturali antisemiti, con molti giornali, manifesti, emblemi: tutte però poco robuste. Gli studenti di Berlino e quelli di Iena erano divisi in centinaia di gruppi che contavano pochissimi antisemiti. La massa studentesca conosceva vagamente il problema. Di un'attività studentesca antisemita o almeno di un orientamento dottrinario simile a quello di Iasi, non era il caso di parlare. Ebbi molte discussioni nel 1922 con gli studenti di Berlino, che certamente oggi sono hitleriani e sono orgoglioso d'essere stato il loro «professore» d'antisemitismo, portando sino a loro le verità imparate a Iasi.

Di Adolf Hitler sentii parlare per la prima volta alla metà del mese di ottobre 1922. Ero andato a Nord-Berlin da un operaio che produceva «svastiche» col quale avevo stretto buone relazioni. Il suo nome era Strumpf e abitava in Saltzwedeler Strasse 3. Questi mi disse: «Si parla di un movimento antisemita iniziato a Monaco da un giovane pittore di 36 anni, Hitler. Mi pare che questi sia l'uomo che attendiamo noi tedeschi».

[82]

La previsione di questo lavoratore s'è compiuta. Io sono rimasto ammirato del suo potere d'intuizione, grazie al quale ho potuto distinguere con la sensibilità della sua anima, tra decine di uomini, senza conoscerlo -una decina d'anni prima- colui che trionfò nel 1932 unificando sotto un unico grande comando l'intero popolo germanico.

Sempre a Berlino, circa nello stesso tempo, mi raggiunse la notizia della gigantesca esplosione fascista: la Marcia su Roma e la vittoria di Mussolini. Me ne rallegrai come la vittoria della mia terra. Esiste un legame di simpatia fra tutti coloro che, nelle diverse parti del globo, servono la loro stirpe, così come esiste un legame di simpatia fra tutti coloro che lavorano all'annientamento delle stirpi.

Mussolini, l'eroe che schiaccia il mostro col piede, era del nostro mondo: per questo, tutte le teste del mostro si slanciavano su di lui giurandogli morte. Per noi, gli altri, egli sarà un astro luminoso che ci infonderà speranza: sarà per noi la prova che l'idra può essere vinta. Una prova delle nostre possibilità di vittoria.

Ma Mussolini non è antisemita. Invano vi rallegrate: mormorava la stampa ebraica ai nostri orecchi.

Non si tratta del perché ci rallegriamo noi: si tratta del perché v'inquietate voi della sua vittoria, se egli non è antisemita. Qual è la ragione degli attacchi mondiali della stampa ebraica contro di lui?

Ci sono tanti ebrei in Italia quanti Csangok vi sono in Romania, nella valle del Siret. Un movimento antisemita in Italia sarebbe come se noi Romeni iniziassimo un movimento contro i Csangok. Ma se Mussolini fosse vissuto in Romania, non avrebbe potuto essere che antisemita, perché fascismo significa prima di tutto difesa della nazione dai pericoli che la minacciano. Significa la eliminazione di questi pericoli e l'apertura di una via libera verso la vita e la gloria della nazione.

In Romania, il fascismo non poteva significare che l'eliminazione dei pericoli che minacciavano il popolo romeno, cioè l'eliminazione del pericolo ebraico e l'apertura d'una via libera verso la vita e la gloria cui hanno diritto d'aspirare i romeni.

Il giudaismo è giunto a dominare il mondo con la Massoneria, [83] e la Russia col Comunismo. Mussolini ha distrutto, nella sua terra, queste due teste giudaiche che minacciavano l'Italia di morte: il Comunismo e la Massoneria. Là il giudaismo è stato eliminato in quello che ha espresso. Da noi dovrà essere eliminato in quello che esprime: gli ebrei, i comunisti e i massoni.

Questi pensieri opponevamo noi giovani Romeni, in generale, ai tentativi giudaici di privarci della gioia per la vittoria di Mussolini.

1- Il Seminatore. torna ^

2- La Stirpe Romena. torna ^

3- «Su prendiamoci per mano, noi che abbiamo il cuore romeno». torna ^

4- «Chi ha amato gli stranieri -che i cani gli mangino il cuore- che gli mangino la casa deserta -che l'impotenza gli divori la razza». torna ^

5- La Coscienza. torna ^

6- «Svegliati Romeno». torna ^

7- Non avevo saputo a quel tempo di Adolf Hitler e del Nazional-Socialismo tedesco. (nota di Codreanu) torna ^

8- La verità. torna ^

9- Il Mattino. torna ^

10- L'Opinione. torna ^

11- Il Mondo.tornanbsp;^

12- Il Movimento.  torna ^

13- la Difesa Nazionale.  torna ^

14- Ci è stato impossibile rendere, in italiano, il gioco di parole che nel testo esprime la disistima di Codreanu nei confronti del culturame ufficiale.  torna ^

15- La Vita Romena.  torna ^

16- Il Corriere Israelita.  torna ^

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